Lettera a Oriana

Una presentazione veloce, le solite due righe biografiche sulla Fallaci, una citazione su Panagulis per dare un po’ di rosa all’articolo, rigorosamente in grassetto i titoli Lettera a un bambino mai nato e La rabbia e l’orgoglio e per concludere magari un bell’aforisma. Sarebbe perfetto, ci saremmo tolti il pensiero: “Anche quest’anniversario è andato, nessuno può dirci nulla, l’abbiamo ricordata.” Invece no. Non sarà un articolo anonimo, frettoloso, sterile. Sarà una lettera. Cara Oriana, sono nata nei tuoi anni di silenzio, di reclusione nel tuo appartamento di New York, quando l’alieno attaccava la tua vita e quando imperterrita continuavi a lavorare al “tuo Bambino”, una grande opera sulla storia della tua famiglia. Volevi capire, come sempre d’altronde, perché e come fossi nata, volevi capire la tua Storia, e per farlo bisogna essere un po’ delle eroine. Lo hai detto tu stessa: «Non dimenticate che ci viene sempre richiesto qualcosa di speciale in qualità di giornalisti. Coraggio e mancanza totale di timidezza, che è una caratteristica innata in ciascuno di noi. Quale uomo non è in fondo un bambino piccolo e quale donna non lo è. Ma quando dobbiamo fare questo lavoro dobbiamo essere coraggiosi se siamo corrispondenti di guerra, non dobbiamo essere timidi se andiamo a intervistare Mao Tse-tung, dobbiamo essere intelligenti anche se non abbiamo scoperto la teoria della relatività e dobbiamo capire l’anima di una persona anche se non abbiamo una laurea in psicanalisi, psichiatria o quello che è. Siamo dei ciarlatani? No, siamo degli eroi. Siamo degli eroi.»

Sei sempre stata una Penelope alla guerra, così si intitolerà il tuo primo romanzo, fin da quando alla tenera età di quattordici anni, con il nome di battaglia di Emilia, sfrecciavi con la tua bicicletta per aiutare i partigiani facendo la staffetta di città e di montagna e passando inosservata ai controlli nazifascisti con le tue innocenti trecce ancora da bambina. Ma l’animo era già da vera guerriera. Al liceo fondi un sindacato per gli studenti, US, Unione Studenti, per far sentire la tua voce. Giornalista già all’età di 17 anni per il «Mattino dell’Italia Centrale», lavori assiduamente e girovaghi con la tua bicicletta a caccia di notizie fresche: prima di cronaca nera, poi di ambito giudiziario, fino ad arrivare ai fatti di costume con quel tuo primo importante articolo, te lo ricordi?, sulle sfilate di Dior a Firenze. L’animo combattivo risorge con il licenziamento dal tuo primo giornale per quell’articolo sul comizio di Togliatti che non volevi comporre, in quanto non in linea con il tuo pensiero politico del tempo. (Le avevano infatti chiesto di scrivere un articolo satirico sul comizio di Togliatti ma lei, in quanto socialista, si rifiutò categoricamente preferendo quindi il licenziamento). E questo è solol’inizio di una lunga serie di atti di eroismo, come se una piccola Emilia fosse sempre rimasta in te.Allora non potevi sottrarti alla grande impresa, l’impresa che ti porterà a finire per sbaglio in un obitorio ed essere creduta morta dopo i massacri in Piazza delle Tre Culture in Città del Messico, nel ‘68. Quell’impresa che dall’anno prima ti aveva portato a scrivere lo straziante racconto della guerra del Vietnam: l’hai vissuto per noi, per potercelo raccontare e ne uscirà un capolavoro dal nome Niente e così sia. Così come quando nel ‘60 sei partita per conoscere la condizione della donna in differenti parti del mondo, e poi hai raccolto tutta la tua testimonianza nel rivoluzionario libro Il sesso inutile. Così come quando hai vissuto nelle varie sedi della Nasa per conoscere i personaggi di quella che sarà l’impresa storica dello sbarco sulla luna. Tutto riportato per noi, nell’avvincente libro Se il sole muore. Ci hai lasciato tanto, ma così tanto con Lettera a un bambino mai nato, per non parlare di tutto quello che hai fatto, sempre in nome di quell’Impresa, con la pubblicazione di Un uomo. Ci hai lasciato tanto, ma così tanto, quando ci hai fatto ragionare sul senso della vita con Insciallah nel 1990 e con la tua ultima trilogia, con quel grido verso un occidente addormentato in pieno stile fallaciano, come piace a te. Eppure tu lo hai fatto per noi, è vero, ma anche per te stessa, perché non avresti potuto fare altro nella vita, lo hai detto anche tu: “Quando avevo cinque-sei anni non concepivo nemmeno un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Il giornalismo all’inizio per me fu un compromesso, un mezzo per arrivare alla letteratura.”

Sei scrittore, prima che giornalista. Guai a definirti scrittrice. Te lo sei anche fatto incidere sulla lapide: ORIANA FALLACI, SCRITTORE. Vivevi quello che scrivevi e vivevi per quello che scrivevi. Su ogni esperienza professionale lasciavi brandelli di anima. Ogni intervista, ogni avvenimento, ogni racconto diventava un fatto personale. Il centro dell’intervista eri tu, tu personalmente. Arrivavi con mille rabbie e dubbi e volevi risposte, le esigevi come chiunque si ritenga giornalista dovrebbe fare. Anzi dovrebbe essere. Ed ecco quindi la grande Impresa: scrivere la storia nel suo divenire e da testimone diretto. Io ti ammiro come giornalista e in quanto giornalista come scrittore. Il tuo è un giornalismo affascinante, estremamente narrativo, letterario. Ma c’è un elemento che lo rende unico, inimitabile eppure professabile come modello: era soggettivo. Il centro eri tu, quell’articolo era irripetibile perché non era giudizio ma esperienza, non era commento ma vissuto. Vivevi per scrivere, scrivevi quello che vivevi. Un connubio, un’osmosi, un intreccio atomico, inscindibile. Roba che se ti vengono a cambiare una parola, litighi con l’uomo della tua vita, prendi le valigie e lasci la Grecia. D’altronde, chiunque farebbe così per i propri figli. All’inizio del terzo anno universitario, i miei compagni si iniziavano a chiedere quale potesse essere l’argomento della loro tesi di laurea. Io non me lo sono mai chiesto. Non mi sono neanche mai chiesta perché avessi deciso di leggere Insciallah in quarta superiore, non mi sono mai chiesta perché dalla libreria uscissi sempre con un tuo libro. Io non mi sono mai dovuta porre alcun tipo di domanda, di problema: sei sempre stata tu a venire da me. Io non ti ho mai cercata, giuro. Anche perché non fa bene, non ti migliora la giornata. Ti tira dei cazzotti al fegato da far uscir fuori tutta la bile. È feroce quanto seducente. E se non è giornalismo questo, mi chiedo cosa lo sia. Ma sento il dovere di parlare di te, dei tuoi figli. Sento che lo debba fare come se fosse un dovere civile, un wake up al giornalismo di oggi, sento di doverlo fare per principio. Ed è scomodo, lo so. È scomodo perché nessuno ne vuole più parlare, veramente. Sei diventata un mito e un mostro. Ora ti si odia o ti si ama, e si decide in maniera manichea ma senza conoscerti veramente. Eroina o fanatica. Da che parte stai? Ma le hanno lette le interviste con la storia? Le hanno lette le interviste con il potere? Ti innalzano e glorificano come l’autrice italiana più letta al mondo, che non aveva paura davanti ai potenti, colei che amava andare controcorrente ma da sola e poi non si fa nulla per la sua memoria? Per i suoi figli? Basta solo utilizzarla nei talk show nei palinsesti pomeridiani, quando non si sa più chi citare a sproposito quando si parla di terrorismo? Lo dico chiaro e tondo, io non ci sto. Io voglio parlare di te come giornalista e quindi come scrittore, voglio leggere ogni singola riga scritta e studiata e accudita con un labor limae inimmaginabile. Io voglio sapere, voglio conoscere di più e voglio scrivere, ho tanta voglia di scrivere. Ho una voglia matta e instancabile di risorgere quel tuo modello e farlo mio. E quindi insisterò fino a quando qualcuno capisca che lo faccio soprattutto per TE. Per dirti ancora una volta, GRAZIE.

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