Oriana e Pasolini

Oggi non parlerei molto di Oriana Fallaci, lei non me ne vorrà, perché sa perfettamente che oggi si può solo parlare di lui, del suo amico.

Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina.

L’intera vita di Pasolini potrebbe considerarsi come la sua opera più riuscita, e si tratta inevitabilmente di una sorprendente, provocatoria e fragile tragedia. Dal 1963 in poi, potremmo suddividere la vita di Pasolini in due parti: la prima rivendica la denuncia, la resistenza al potere, la voglia di buttarsi nella lotta in difesa della sua Italietta, potremmo quindi dire essere una prima parte costruttiva; poi arriva l’estate del 1971, e vi è un crollo di certezze. Tutto ormai è omologato, non serve più combattere. Con un processo di decostituzione della sua opera, che è la vita, Pasolini si ripiega su di sé, con nuove poesie e l’inizio di un’opera frammentaria e incompiuta. Non abbandona le critiche nei confronti della società, ma sono ormai cause perse, constatazioni a posteriori di una sottomissione omologante, che da martire ha cercato di condannare fino alla fine.

Pasolini aveva creduto molto nella sua lotta, considerando l’azione come vita. Aveva girato La Rabbia, uno spaccato sulla realtà di quei tempi, presentata da differenti punti di vista sociali e geografici, con il commento talvolta poetico e talvolta severo del critico Pasolini. Aveva voluto proteggere e indagare l’Italia “dell’età del pane” con Comizi d’amore. Aveva dato parola ad un’Italia intera, con interventi di Oriana Fallaci, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti fino a quelli delle timide ragazze siciliane e dei contadini della Romagna. Pasolini guarda alla realtà come un linguaggio da decodificare, un linguaggio che inizia ad essere, però, comandato, assoggettato. In Nuova poesia in forma di rosa, si dice essere “un non addetto ai lavori” della nascita di questo nuovo corso della storia. Si rende conto che tutto stia cambiando, e si rende conto che stesse scomparendo l’idea dell’uomo: « Piansi a quell’immagine che in anticipo sui secoli vedevo scomparire dal nostro mondo.» Pasolini sente tutta la sua impotenza in un’ondata di Potere, che ingloba tutte le individualità, facendo credere loro di elevarle ad un nuovo modello di libertà, che diventerà, invece, per loro, la nuova e moderna prigionia. C’è però ancora un tentativo, e ne parla nello “stesso petalo” della rosa, definita da lui come vana, che è un ritorno al passato. Per dire addio a questa figura dell’uomo: «Adoperai cursus del Vecchio Testamento, calchi neo-novecenteschi, e profetai, profetai una nuova Preistoria.» Ecco allora Pasolini che si immerge nella letteratura antica con Edipo Re e Medea ma prima ancora Nel Vangelo secondo Matteo.

Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco,(…) mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”

E si sente questo suo bisogno, si sente una ricerca di vitalità nella trilogia, che non a caso è proprio definita Trilogia della vita, nei primi anni ‘70. Rifugiandosi nelle storie conosciute da Boccaccio, alle Mille e una notte fino a Chaucer, si cerca una via di fuga dal potere omologante, si cerca di provocare, di far ridere, far riflettere, di vivere come in un sogno. Ma è proprio durante la realizzazione della Trilogia della vita che la vera opera di Pasolini, vale a dire la sua stessa vita, inizia a cambiare. Sembra esserci un punto di non ritorno quando nell’estate del 1971 Ninetto Davoli, attore, collaboratore e amico di Pasolini, si fidanza e decide di sposarsi. Ninetto Davoli è la personificazione dell’Italietta, della spontaneità della vita, dell’innocenza del mondo paleocapitalistico, era l’amore platonico e ideale per Pasolini. Nonostante tutta la realtà si stesse omologando, la vera e propria dimostrazione di quanto già da tempo Pasolini analizzava e denunciava si è concretizzata realisticamente solo con l’abbandono di Ninetto. «Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno.» Si arriva quindi alla parte decostruttiva dell’opera di Pasolini. Ci si avvicina alla tragedia:

Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.

Le poesie dell’Hobby del sonetto assumono un vero e proprio valore intimistico. La vita e la poesia sono ormai indissolubili nella grande opera della vita di Pasolini: il ripiegamento su di sé porta ad un duro sfogo della sua situazione emotiva, segnata dall’abbandono e dalla disperazione. Pasolini crede di essersi svegliato come da un sogno, e di realizzare veramente la dura realtà. Nonostante il dolore, il suo viaggio per la vita continua, rifugiandosi in quello che sapeva fare meglio: scrivere. Non si fa piegare dal Potere, neanche questa volta, cercando continue strade di liberazione dal suo comando, fino ad arrivare alla più grande vittoria. Potrebbe sembrare una sconfitta, ma quello che lui fa il 15 giugno del 1975 è un vero e proprio atto eroico contro quello che lui definisce il regime fascista, vale a dire la società dei consumi: l’abiura della Trilogia della vita. È ormai solo, apocalittico e corsaro, ripensa a sé e alla sua vita, ed essendo questa un’opera d’arte, la scrive. Con Petrolio, Pasolini parla di sé attraverso la figura di Carlo. Il testo è destrutturato in diversi appunti di vita, di pensieri e di scenari. L’esperienza della scrittura diventa esperienza di vita e non più di vitalità. Una vita della quale vorrebbe liberarsi, come afferma nell’appunto 99, idea che viene ripresa parlando di questa sua ultima opera come di un testamento. La morte lo affascina, Oriana Fallaci dirà addirittura che lui fosse innamorato della morte. D’altronde se rimaneva sempre valido il suo pensiero per cui: «La morte non è più nel non poter comunicare ma nel non essere compresi», il fascino per essa diventava ora totale. La risposta è tanto poetica quanto pragmatica: la nostra vita, in quanto mortale, deve diventare un’opera d’arte e quindi immortale. È vero, un’opera può essere conservata, al contrario della vita. Essa infatti non si può modellare all’infinito, ma come afferma lo stesso Pasolini, dev’essere pensata attraverso il filtro del montaggio cinematografico e considerando il taglio del montaggio come la morte. Però la vita può essere continuamente modificata fino a quando è vissuta: ci possono essere cambi di scena, di personaggi, ribaltamenti nella trama. L’invito è quello di vivere al massimo e al meglio, di fare un capolavoro cinematografico. E allora, non si potrà avere la certezza che essa sia immortale, ma si saprà che avrà, sempre dentro di sé, una grande potenzialità di immortalità, una grande potenzialità di salvezza per l’eternità. Pasolini, con la sua grande opera d’arte, è sopravvissuto a quel 2 novembre del 1975. È sopravvissuto alla morte dimostrandoci che l’arte e la vita come capolavoro possano essere veramente eterne. E la sua tragedia, infatti, è per sempre.

Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”.

E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. —-

In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”.

Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”

Le parti in corsivo sono riprese dalla lettera scritta da Oriana Fallaci e pubblicata nella rivista L’ Europeo, in memoria di Pier Paolo Pasolini. Roma, 16 novembre 1975

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: