La grande storiella d’amicizia tra Riccardo Nencini e Oriana Fallaci.

Riccardo Nencini non è solo un senatore, non è solo il Presidente del Partito Socialista Italiano, non è solo uno storico ed uno scrittore, ma è anche un amico di Oriana Fallaci.  Lo è tutt’ora, altrimenti non le avrebbe regalato, visto che proprio oggi sarebbe stato il suo compleanno, un’intera trilogia: da Morirò in piedi, a Il fuoco dentro, fino alla pubblicazione, nel 2021, di A Firenze con Oriana Fallaci. Ci siamo sentiti qualche giorno fa, entrambi eravamo in macchina e avevamo tanta voglia di chiacchierare su Oriana, che oggi compierebbe 92 anni.

Dal libro Morirò in piedi, il primo della trilogia che Lei ha scritto su Oriana Fallaci, afferma che il vostro primo incontro sia avvenuto al telefono nell’ottobre del 2002, in vista del Social Forum.

RICCARDO. Esatto.

Fin da quella prima chiamata, Oriana aveva dimostrato il lato più pungente e determinato del suo carattere, che è anche quello che ha sempre voluto mostrare in pubblico. Le volevo chiedere come sia stato conoscerla sotto un altro punto di vista, quello umano. Com’è stato scovarne i lati più intimi e introspettivi, scoprendo in lei un’amica e non la persona di successo?

È stata una rivelazione. Una r-i-v-e-l-a-z-i-o-n-e. Una donna sola, profondamente sola… si sentiva che le mancava un figlio. Via via che il legame si è stretto, lei si è aperta moltissimo, fino a rendere reciproche le confessioni. Pensa che un giorno mi ha addirittura cucinato un ottimo castagnaccio. Io ne sono un gran goloso, e arrivò a cucinarne uno che era fantastico. Sai posso dire che siamo diventati amici per un lungo periodo e che mi manca molto.

Immagino, manca anche a me, ed io non l’ho mai conosciuta.

Carattere eh, carattere spinoso. Pungente e spinoso. Alle volte proprio del filo spinato, però quando entravi sotto pelle, era una persona che pretendeva molto ma dava moltissimo.

Come la definirebbe come giornalista, come scrittore e, infine, come amica?

( breve silenzio. ) Incominciamo come giornalista: creativa, pungente, provocatoria, volutamente provocatoria. Come scrittrice aveva uno stile purissimo, che aveva limato e costruito dopo anni di tentativi. Me la immagino alla scrivania: lei, il Dizionario dei sinonimi e contrari, il Devoto-oli e il bianchetto per correggere. Uno stile purissimo, immediatamente identificabile come suo. Quando la leggi dici subito: “È Fallaci!” E poi direi anche multiforme perché passa da Un cappello pieno di ciliege, che è un bel romanzo, davvero un bel romanzo, a libri molto più veloci, a saggi, a reportage di guerra, anche quelli sono innovativi rispetto alla tradizione dell’inviato di guerra. Come amica, beh come tutti gli amici cari, coinvolgente. Coinvolgente, piena di premure.

La parte che mi ha sempre colpita, sempre del suo libro Morirò in piedi, è la visita alla Torre dei Mannelli insieme con Oriana Fallaci. Avrebbe voluto trascorrere lì gli ultimi giorni della sua vita, guardando la cupola della sua Firenze. Lei si rende conto che è uno delle poche persone al mondo ad averla vista piangere?

Penso di sì. Sorridendo. Sì, l’ho vista piangere e piangeva davvero. Era il ritorno alle origini, alla Resistenza.

In questo modo mi posso collegare all’ultimo libro della trilogia, chiedendole come definirebbe il rapporto di Oriana Fallaci con Firenze, da lei considerata come città “per intero”, rispetto a New York, che aveva definito “città-mia per metà”. A pagina 123 afferma: “Firenze non l’ha amata davvero”.

No, mai. Era un rapporto bastardo, perché lei l’ha sempre amata e Firenze l’ha sempre vista in cagnesco.

E infatti mi ha colpito molto il suo racconto dei funerali. Lei lo diceva: “Prima che essere italiana, sono fiorentina”, mai mi sarei immaginata un trattamento del genere.

Eravamo una quindicina forse? Forse un po’ meno. Mazzi di fiori direi una manciata.

Sono un po’ preoccupata. Quest’anno saranno vent’anni dall’attento alle Torri gemelle e io so perfettamente che si tornerà a parlare “male” di Oriana. Non male perché vengano riprese le sue parole in senso critico, ma male perché saranno trattate senza il giusto giudizio. Nel suo colloquio con Oriana Fallaci lei afferma che un punto debole delle varie dichiarazioni che aveva fatto nella sua trilogia fosse la posizione della Chiesa Cattolica, da lei considerata come unico pilastro per combattere questa invasione che avrebbe trasformato l’Europa in Eurabia e …

Ci fu un po’ di scontro anche con me su questo punto perché non appoggiavo questa sua profezia, che infatti non si è realizzata. Però lei deve tener conto, mi ricorda il suo nome, che io uso spesso quando parlo? Carola, okay, Riccardo. Carola devi tener conto di una cosa decisiva. Oriana è una donna. È la prima donna che entra in una redazione di un giornale negli anni ’50, non ce n’erano; è la prima inviata di guerra, non ce n’erano; quindi per essere accettata, deve scrivere in maniera diversa. Questo suo scrivere in maniera puntuta, provocatoria di proposito, lei me lo diceva ogni tanto, è un modo per farsi ascoltare. Di alcune esagerazioni lei ne era consapevole, perfettamente consapevole. Ma erano esagerazioni che lei reputava necessarie, proprio perché era una donna che era entrata nella redazione e poi buttata fuori, era inviata di guerra con tutti uomini, doveva fare uno sforzo superiore come darsi uno stile, anche provocatorio, per essere ascoltata.

Non capisco perché non si riesca mai a contestualizzare, come si fa per ogni altro autore: bisogna, infatti, contestualizzare per comprendere in quale momento della vita scriva determinate asserzioni e quale fosse il periodo storico, quale fosse il suo passato. Lei era stata a contatto con i terroristi, era una delle poche, forse, a sapere totalmente di cosa si stesse parlando.

Certo, certo, era stata in Libano. Aveva toccato con mano.

E in più ha anche detto delle verità, tra le tante provocazioni più o meno legittime, come il fatto che avrebbero colpito anche in Europa, che al tempo sembrava un’assurdità, e invece non era poi così assurdo.

Esatto, esatto.

La cosa che mi dispiace molto è che Oriana sapeva di non essere capita e che non sarebbe stata capita, lo aveva anche scritto. Si rinchiudeva nel suo appartamento e si prendeva cura dei suoi figli, che sarebbero appunto i suoi libri, e tra l’altro Lei, Riccardo, ne parla nel libro Morirò in piedi, quando dice che tenendo gli occhi sui fogli di Un cappello pieno di ciliege, li guardava come se fossero un neonato.

È vero! È assolutamente vero! Io ne sono la prova. Poco prima di morire, quando io andai a trovarla a casa del medico che la curava, vidi una pila di carta e le chiesi: “Oriana lì che c’è?” E ci misi una mano sopra. ( Ridiamo e inizia una perfetta imitazione scherzosa, ma neanche troppo, di Oriana ) “Riccardò, lascia stare eh, vaffanculo eh!” Allora io dico: “Ma cos’è? È l’ultimo libro allora questo, fammi vedere il titolo!” “Sì, ti faccio vedere il titolo… non ci penso nemmeno.” Ci mise sopra una mano e siccome era semicieca e aveva quindi bisogno di un contatto fisico, con una mano aveva la mia mano, e con l’altra proteggeva il manoscritto. Poi, ad un certo punto, siccome con le due mani impegnate non si trovava bene, prese un libro e ce lo mise sopra.

Doveva essere sicura di proteggerlo.

Sì, ed era quello. Era già “finito”, come sarebbe stato poi pubblicato.

Ci ha lasciato tantissimo, è stata, per me, il primo modello della donna moderna, che non dipende da nessuno, totalmente libera, tanto nella vita privata, come testimoniato dal suo primo romanzo Penelope alla guerra, quanto anche professionalmente, basta leggere una sua qualsiasi intervista, in cui non segue minimante le convenzioni del tempo. Mi chiedo e vorrei ragionare con lei, sul motivo per cui tutta questa parte del suo lavoro non sia rimasta nella memoria collettiva, perché quando si parla di lei, lo si fa ricordando solo questi ultimi anni e perché anche…

Perché è stata politicizzata. Perché certa cultura di una certa sinistra italiana ha preferito dimenticare il buono per inchiodarla alla croce della trilogia. Ne Il fuoco dentro c’è una serie di revisioni da parte di chi fu più duro nel 2001 verso di lei. Feci un lavoro di ricerca, e tra l’altro chi cambiò opinione lo fece, come avviene per molta parte della intellighenzia di certa sinistra italiana, senza fare nemmeno penitenza… Si cambia opinione e ciao.

E questo non avviene solo nell’ambito politico, ma l’ho percepito anche nell’ambito accademico. Non viene riconosciuta come scrittore, da studiare, su cui fare ricerca. Se parliamo di Pasolini, faccio questo paragone giusto perché era suo amico, va bene. Lei, no.

Guarda Carola, ho fatto uscire il mio ultimo libro per Mondadori, Solo, su Matteotti. Io sono un riformista, un vecchio socialista turatiano, il libro ha avuto delle ottime recensioni. L’unico giornale che non ha recensito perché si parla della storia Vera di quegli anni è Repubblica. Stessa storia di Oriana, stessa. Tu porti le carte, i documenti, e niente. N-I-E-N-T-E. Con carte e documenti mai citati prima. Oriana vive la stessa cosa. Lei lo diceva sempre riguardo a Tiziano Terzani. Avevano pensato di scrivere un libro assieme, lo sai questo?

No. Ma credo che quasi nessuno lo sappia.

Dovevano scrivere un-libro-insieme! ( è compiaciuto ) Avevano già preso accordi per scrivere un libro a quattro mani!

E sarebbe stato molto interessante quel libro, molto interessante.

“Hai capito Riccardo? Hai capito?” (imitazione di Oriana perfetta ) “Questo ha sempre detto una valanga di cazzate”, perché devi sapere che Oriana parlava un ottimo italiano ma nei rapporti a due parlava come una portuale livornese… Allora le chiedo: “In che casi Oriana?” “Come in che casi? Tutti! È stato in Cambogia ha detto che Pol Pot era un ganzo, ha fatto due milioni di morti, è stato in Cina e…” E aveva ragione lei… Cazzo, se aveva ragione Carola aveva ragione da vendere.

Se fosse ancora qui con noi, L’Oriana, nata il 29 giugno del 1929, cosa le regalerebbe per questo compleanno?

Guarda le regalerei il mio nuovo libro Solo, sai perché? Perché è il libro che ho scritto come probabilmente avrebbe voluto lei. Ti spiego perché, Carola. Un giorno, ci fu una discussione. Io stavo scrivendo un romanzo medievale, L’imperfetto assoluto, e sai che lei aveva “il pallino” che non si potesse usare la stessa parola per almeno quattro pagine etc? Ecco, bene. Io le dissi che il termine città, in Medioevo, si dice solo “città”,  non c’è un sinonimo. E lei mi rispose: “Ce l’hai un lavoro?” E io dico: “Sì, ce l’ho un lavoro”. E lei dice: “Beh, perfetto, meno male, almeno non scrivi”. E li finì. Lei era fatta così. Ma anche in questi colloqui, quando parlavamo così, lei mi ha insegnato moltissimo e Solo e anche in parte Il fuoco dentro hanno raccolto qualcosa delle sue indicazioni e del suo insegnamento.

Qual è l’insegnamento più importante?

Fatti capire. Se scrivi ti devono capire, chi legge deve capire.

Alla fine è l’unica cosa che conta.

Grazie Riccardo, grazie Oriana.

Riccardo Nencini con il secondo libro della trilogia dedicata ad Oriana Fallaci: “Il fuoco dentro”.

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