La grande storiella di The climate route

Quest’idea prende vita in una notte insonne. Prende forma nella mente di un certo signor Alberto, chissà, forse ricordandosi della sua partecipazione alle manifestazioni del clima. Forse proprio pensando a sua figlia, al suo incoraggiamento a partecipare a Fridays For Future. Forse già immaginando di parlarne con Giorgio, che poi lo avrebbe comunicato a Luca, e, infine ad Andrea. Era un’idea azzardata, forse impossibile. “La prima cosa che ho pensato è stata: facciamolo, ma ci vogliono almeno venti persone. Senza di queste non inizio.” A parlare è Luca, uno dei fondatori del progetto, circa un anno dopo la sua nascita. Come potete aver immaginato, l’idea è diventata realtà. Grazie a 20 euro spesi sui social, e grazie a qualche annuncio, si arriva ad una cinquantina di collaborazioni. Luca è stato accontentato, si può partire, l’idea prende un nome che viene in mente proprio a lui. Ecco a voi la grande storiella di The climate route.

Come tutti i viaggi che si vogliono rispettare, bisogna partire dalla meta: lo stretto di Bering, vale a dire il punto di contatto tra il continente euroasiatico e quello americano, in particolare nell’area Čukotka. Il popolo ciuckci vive da sempre sul ghiaccio, sul permafrost. “Chi meglio di loro può dimostrare gli effetti del cambiamento climatico? Quando si scioglierà il ghiaccio, li crollerà letteralmente la casa”. Ma un vero viaggio che si rispetti è un viaggio che ti fa riscoprire ancora di più le tue origini. Il viaggio parte, infatti, nel maggio del prossimo anno, proprio da un altro ghiacciaio, qui in Italia, condannato alla sua completa fusione: La Marmolada. È un giro su sé stessi, è un viaggio circolare: “Per cercare di dimostrare quanto il cambiamento climatico ci renda tutti interconnessi: sia perché le azioni svolte qui possono avere effetti con persone dall’altra parte del mondo e viceversa; sia per ragionare su una questione che mi preme molto: chi ha più strumenti per sopravvivere avrà la vita facilitata anche per fronteggiare il cambiamento climatico, i più fragili faranno più fatica. Il nostro obiettivo è quello di dimostrare, attraverso un viaggio di circa 18000 km, come siamo tutti interconnessi nonostante le diverse culture, le diverse posizione geografiche e i diversi stili di vita.” E per questo ci sono già delle tappe prestabilite.

Un cammino che inizia dalla Marmolada, nel maggio del 2022 , fino ad arrivare allo stretto di Bering.

Saranno circa 3 mesi e mezzo di viaggio, cercando di utilizzare solo mezzi sostenibili, per quanto sarà possibile, e a piedi, come per attraversare, per esempio, l’Altai Tavan Bogd National Park. E il periodo scelto non è causale: da maggio fino a fine agosto. Bisogna infatti ricordare che in queste zone le estati sono ghiacciate, soltanto in questi mesi diventano percorribili.  “Avremo i giorni contati.”

Ci racconti una tappa sicura del percorso e del perché l’abbiate scelta?

“Porta dell’inferno, Turkmenistan. Scavando per un pozzo, si è trovata un’enorme riserva naturale. Quest’ultima viene perforata e oramai da 50 anni si autoalimenta. Immaginati un buco nel terreno che si autoalimenta. È il simbolo dell’impatto dell’uomo sulla terra, il simbolo di come l’attività antropica possa impattare il terreno.”

Ma le tappe prevedono di tutto, dal fuoco si passa ai ghiacciai secolari del Parco Altai in Mongolia, per poi passare al mare.

“Con l’aumento delle temperature, il mar Caspio è destinato ad una costante perdita di biodiversità, condannando così un’economia locale che va a morire. Le popolazioni di tutti quei paesi che finiscono per -stan non solo stanno già provando gli effetti del cambiamento climatico, ma stanno già cercando di contenerli e di resistere loro. Quello che vogliamo fare è documentare storie di speranza, mostrare come l’umanità, se riuscisse a cooperare, potrebbe ancora farcela.”

D’altronde l’ultimo IPCC lo dice chiaramente: il cambiamento climatico è sempre esistito ma questa volta, e solo questa volta, la sua causa è antropica. E per questo che bisogna ripartire dalle persone per un cambio di rotta. E loro partiranno circa in dodici, con la regista di fama internazionale Lia Beltrami e la sua troupe, per la realizzazione di un documentario, con attivisti giovani, una guida, qualcuno maggiormente addetto alla logistica, altri a gestire i social per poter interagire durante il viaggio stesso e, infine, una persona che dovrà curare l’aspetto scientifico della spedizione. Uno degli obiettivi è quello di accumulare materiale che si ponga da base per fare ricerca scientifica dopo.

Quando uno ha un’idea, un progetto nuovo, è perché c’è una mancanza. Cos’è mancato fino ad ora?

“Parecchio. Siamo convinti che la lotta al cambiamento climatico sia la vera battaglia del nostro tempo e che noi siamo l’ultima generazione che possa fare veramente qualcosa.  Abbiamo questa responsabilità sociale e civile per noi e per le future generazioni. Per fare in modo che avvenga un cambiamento reale, più persone possibili devono conoscere il problema, per questo vogliamo creare materiali che permettano di comunicare direttamente con le persone e per far capire cosa sia VERAMENTE nei fatti e nella realtà questo cambiamento climatico. Crediamo ci siano stati errori nel modo di comunicarlo, con una narrativa sempre catastrofista, e sappiamo per certo che questo porta al disinteresse. Ti senti schiacciato. Noi vogliamo trattare temi in modo propositivo e il più possibile positivo.”

Anche perché non c’è modo migliore di dare speranza se non nel fare qualcosa. E in parte sta già funzionando.

“Per questo abbiamo creato un’associazione. Abbiamo creato una realtà che vuole continuare a lavorare anche per future spedizioni su base nazionale e locale.”

Anche perché si chiama “the climate route”, ma la route la puoi inventare ogni volta.

“Ne abbiamo già in mente almeno altre due. C’è tanto da fare, e il cambiamento climatico è una realtà che colpisce tutto il mondo. Se riusciremo a portare a termine questo progetto e le persone decideranno di supportarci, andiamo avanti. Poco prima di Natale partirà un crawdfunding per stimolare le persone a partecipare, a sentirsi parte di un progetto. Vorremmo creare una community che ci segua e ci sostenga al di là dell’aspetto economico.”

Perché è una missione da fare proprio nel 2022? Perché ora?

“Per dare un segnale forte, appena possibile, dopo la pandemia. Per dare un segnale di rinascita. Questa pandemia ha messo un po’ in secondo piano l’urgenza della crisi climatica quando in verità la pandemia covid è totalmente interconnessa al cambiamento climatico. Non è che una delle tante conseguenze del nostro modo di vivere, perché è una pandemia che viene dagli animali, ed è quindi anche dovuta agli allevamenti strutturati in un certo modo, alla distruzione degli ecosistemi, ed è stato dimostrato. E poi c’è un secondo aspetto a cui tengo molto: è un’opportunità. Anche di lavoro. In un periodo difficile come questo non è scontato creare un’opportunità, qualcosa in cui credere. Io per primo l’ho sempre detto: in un periodo in cui ero in difficoltà anche personale, il fatto di fare questo progetto mi ha motivato. La riunione settimanale di the climate route diventava anche un momento di libertà, di soddisfazione e di investimento.”

Alcuni membri dell’associazione durante una loro spedizione per l’Italia.

Ed è giusto parlare di investimento, perché, come afferma Luca, non si può uscire dalla crisi climatica senza una rivoluzione culturale, e per fare la rivoluzione bisogna crederci e investirci.

“Ho sempre cercato la battaglia per cui spendermi, per cui vivere. Con quella per l’ambientalismo l’ho trovata”.

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