La grande storiella di Giorgio Brizio

 Ho incontrato Giorgio dopo aver letto il suo libro. Per fortuna. Dico per fortuna perché non sarei stata abbastanza preparata prima. Lo dico con sincerità. “Non siamo tutti sulla stessa barca” è un libricino che non ti apre ma ti spalanca gli occhi. Perché ti dice cose che non sapevi? Anche. Direi perché ha la capacità di mostrarti gli innumerevoli problemi del nostro tempo con parole disarmanti. Schiette. Senza retorica e senza pietosismi. È un libro di dati, di fatti e di esperienze. È un libro che nasce dal passato recente per accelerare verso un futuro incerto ma non per questo necessariamente peggiore. È un libro che lancia delle sfide e tu, caro lettore o cara lettrice, riga dopo l’altra, ti ritroverai pian piano pronto e pronta ad accettarle e affrontarle, anche tutte.

Il punto centrale, il punto dal quale Giorgio vuole sempre partire quando si presenta, sono le sue origini. «Sono mezzo siciliano, dico questo perché mi sta particolarmente a cuore quello che succede nel Mediterraneo centrale, la frontiera più letale del pianeta, cioè il posto dove migrando muoiono più persone e credo che questo ci debba scuotere». Si parla di posti lontani, si racconta giustamente in maniera dettagliata quello che è successo in Afghanistan «ma poi il posto della terra dove migra la maggior parte delle persone è proprio davanti ai nostri occhi, sotto casa nostra». Giorgio non sopporta l’informazione sbiadita, quella approfittatrice, e cerca, toccando due temi molto complessi e vasti, come quello della migrazione e della crisi climatica, di non cadere nella retorica dei “tuttologi”. «Tutti sono diventati di colpo esperti di Afghanistan, tutti “tuttologi”. Io dico invece di dare spazio a quelle realtà che conoscono veramente la situazione, che in Afghanistan ci sono da tempo. Diamo voce ad una realtà come Emergency, cerchiamo testimonianze reali.»

Partiamo dall’informazione. Mi interessa analizzare come siano stati raccontati fino ad ora le migrazioni, da quelle economiche e quelle climatiche, e la crisi climatica. Francesca Mannocchi giustamente affermava che noi non abbiamo neanche raccontato l’Afghanistan, non abbiamo neanche raccontato Kabul, abbiamo raccontato 500 mt di aeroporto: quello è stato il nostro racconto. Anche se abbiamo raccontato così male e così poco, perché è stato più un ricorso all’emotività rispetto ai dati, ai fatti, l’attenzione su questo paese è rimasta alta. Questo dimostra la necessità di tenere la luce accesa su questi argomenti, come hai deciso di fare con la crisi climatica e le migrazioni.

«Il focus che ho voluto dare per le due tematiche è il Mediterraneo, che è vicino e che dobbiamo tenere sotto controllo anche per gli accordi che abbiamo firmato. Per quanto riguarda l’informazione, credo ci siano delle tendenze collettive. Sicuramente i media italiani, rispetto a quelli francese e tedeschi, sono molto indietro per quanto riguarda il racconto della crisi climatica. Anche in queste settimane, che abbiamo visto bombe d’acqua su Catania, si continua a parlare di maltempo. È difficile attribuire ad un singolo evento la causa della crisi climatica, ma bisogna guardare alla tendenza: non è importante l’acqua altissima a Venezia, ma il fatto che negli ultimi anni sia capitato più volte.

Sappiamo raccontare e abbiamo saputo raccontare meglio la migrazione. Per fortuna abbiamo eccellenti giornalisti da Mannocchia a Scavo, da Caponnetto a Scandura. Il mare è un posto molto poco vivibile, rischia sempre di diventare un deserto mediatico: un deserto blu, ma anche un cimitero senza tombe e senza nomi.

Quello che mi ha colpito quando sono salito su una di quelle barche che salvano vite è che quello non fosse il loro primo compito. Avrebbero solo dovuto testimoniare, esserci dove non c’era più nessuno. Essere lì a raccontare quello che accadeva. Quindi i primi anni, quando c’era ancora un po’di recezione da parte delle autorità e le autorità avevano ancora un po’ di pudore a rispettare gli accordi, la presenza di una ONG metteva molta pressione al paese in questione. Il primo ruolo è sempre stato quello di testimoniare di esserci e poi, solo perché non c’era più nessuno a farlo, hanno cominciato a soccorrere.»

Non siamo tutti sulla stessa barca

Allora partiamo parlando del Mediterraneo e poi arriviamo alla crisi climatica. Nel libro affermi che il Mediterraneo è passato da punto di incontro, fra diverse civiltà e diversi continenti, a diventare la più grande fossa comune. Vorrei che ci raccontassi sia la tua esperienza un po’ indiretta, visto che hai avuto la possibilità di salire su una di queste barche che salvano vite e spiegare per quale motivo questo libro non soltanto debba essere letto per sapere qualcosa i più, ma possa anche salvare della vite.

«Grazie intanto. Quando si parla di Mediterraneo, non solo non sappiamo dare dei nomi, ma non sappiamo neanche dare dei numeri. Questo non ci deve lasciare pietrificati, al contrario. Credo che finché ci sarà anche un piccolo margine per salvare delle persone, dovremo continuare a lottare, combattere e battere i pugni.  Anche a livello europeo. Nell’agosto del 2019, ero a Marina di Modica, uno dei punti più sud della Sicilia. Continuavo a sentire le notizie della Open Arms bloccata da cica 16-17 giorni al largo delle coste italiane senza la possibilità di sbarcare. Questa cosa mi colpiva incredibilmente, in un modo che ora non so descrivere. Io potevo farei i miei compiti, io potevo entrare in casa con l’aria condizionata, io potevo mangiare brioches alla ricotta di qualsiasi tipo, mentre delle persone, che avevano vissuto tutto quello che ormai sappiamo, perché sappiamo cosa sia la Libia, ormai non abbiamo scuse, sappiamo che ci sono dei veri e propri campi di concentramento e spesso finanziati da istituzioni europee occidentali, erano a pochi kilometri da me.  L’Italia è molto lenta a recepire la storia, io credo che prima o poi qualcuno ci chiederà conto di questi anni, di quello che è successo, di come sia stato possibile che il Mediterraneo sia diventato il confine più letale del mondo, senza che nessuno facesse niente. È come se continuasse a morirci gente davanti alla porta di casa.

Allora ho preso il telefono, ho registrato un video, in cui dicevo che questa fosse una pazzia, che noi da terra eravamo vicini a questi soccorritori ed esso, come le cose più naturali e meno programmate che ho fatto, è rimbalzato in rete, è divenuto virale.»

Io lo avevo visto e non ci conoscevamo ancora.

«Volevo che il libro fosse più di un oggetto. Ho deciso di donare a Mediterranea e Resqpeople. Io credo che le vite in mare debbano essere salvate e credo che le uniche realtà che purtroppo ancora lo fanno siano loro. Penso che possiamo avere idee diverse sui flussi migratori, sulla politica, non credo che possiamo avere una visione diversa sulla questione che le vite in mare debbano essere salvate. Non sono disposto a mediare su questo. Chi dice che le persone devono morire in mare dice stronzate. Su questo dobbiamo trovare un comune denominatore anche con le forze politiche che troviamo più avverse, costruire un dialogo serio, e andare verso alcune soluzioni, nel libro ne parlo.»

Perfettamente d’accordo. Questo è un libro dove si parla di problemi, ma si parla anche di soluzioni. Se il primo capitolo fa una sfilza di dati molto difficili da digerire sulla crisi climatica, oltre al dato, che sarebbe la parte di sapienza, c’è una parte di saggezza che invece è data dall’azione, dalla soluzione. E la cosa che mi piace di questo libro è che la soluzione viene raccontata con semplicità. La cosa che mi piace è far passare il messaggio che poi fare veramente qualcosa sia facile.  Siamo sommersi molte volte da dati così negativi, schiacciati da una situazione che non pensiamo di meritarci, perché non è dipesa da noi. Come affronti questa “ecoansia” che si è scoperto essere molto presente fra i giovani e poi ci puoi spiegare come sia anche semplice, oltre che giusto, fare attivismo.

Non ho mai vissuto in maniera serena l’ecoansia. Le prime persone che hanno formato Fridays For Future conoscevano già molto bene questa crisi e si sentivano sole. Non riuscivano a capire come fare. Quando quell’idea di aggregazione, di scendere in piazza è cominciata a manifestarsi, si è arrivati al punto che tante persone che si sentivano sole hanno capito che ci fossero tante persone che come loro erano sole in questa battaglia. Tante persone hanno cominciato a seguire quello che faceva Greta, che si è ispirata a Jamie Margolin, che vive a Seattle, la quale nel suo libro dice di essersi ispirata ad un’altra persona: è una catena. Difficile dire dove sia iniziato più facile dire dove siamo finiti. Loro già sapevano di questa emergenza, io no. Non avevo capito la portata di questo problema, che poi non è un problema, è IL problema. Quando parliamo di emergenza climatica, parliamo di emergenza sociale, economica, politica, umanitaria, ambientale, in parte anche sanitaria. Ho capito con Fridays quanto questa emergenza vada a toccare la vita delle persone. È un’emergenza intersezionale.

Cosa è cambiato?

Dato effettivo: niente. Se andiamo avanti così, cioè come oggi, continuiamo ad emettere. Non stiamo diminuendo, stiamo aumentando. La direzione opposta.

C’è stata, però, una rivoluzione narrativa. Anni fa non avremmo avuto queste consapevolezze. “Abbiamo portato l’elefante nella stanza”, siamo riusciti a cambiare il focus. Il clima è stato il tema centrale del G20. Alla Cop26 c’è chiunque: leader, re e regine, influencer, attori. C’è una nuova sensibilità che va incanalata. Tante cose sono cambiate ma la strada è ancora lunga.

Siamo soddisfatti del G20 e cosa aspettarci da Glasgow?

Non siamo soddisfatti dal G20. Tutti insieme a dire che dobbiamo stare sotto 1.5 gradi di aumento della temperatura che ormai è praticamente infattibile perché siamo a 1.2-1.3… Non solo questi accordi non sono vincolanti, ma inoltre non ci sono scadenze di nessun tipo quindi ENTRO o ATTORNO a metà secolo, danno idea di quanto sia vago l’accordo di questi 20 paesi che, da soli, sono responsabili dell’85% delle emissioni globali. Cosa aspettarsi dalla Cop? Siamo arrivati alla 26esima perché le 25 precedenti sono fallite. Pensateci: come se dovessimo andare in vacanza con gli amici e ci becchiamo 25 volte senza accordarci. Stanno uscendo cose interessanti, ci sono mobilitazioni e le Cop sono delle possibilità per far aggregare le persone. Se il cambiamento non avverrà nelle stanze del potere, potrà avvenire fuori.

Volevo concludere con l’ultimo capitolo di questo libro. “Una barca che ci salvi tutti” ci dà un po’ di speranza e hai scoperto che transizione ecologica è l’anagramma di sognatori eccezionali, questo è l’augurio per poter sognare in grande e osare sempre. Ma soprattutto per lottare, per accettare queste sfide, d’altronde qualcuno diceva: «L’ambientalismo senza lotta sociale è giardinaggio.»

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