La grande storiella di Carlotta Di Casoli

Candidata per le elezioni amministrative di Vasto, attivista per Nonunadimeno, Carlotta ha le idee chiare e non ama scendere a compromessi. Per questo motivo la sua grande storiella è posta fra quella precedente che tratta di politica, https://grandistorielle.com/2021/12/04/la-grande-storiella-di-giovanni-crisanti/; e la prossima, che racconterà di attivismo e della Cop26. Ma ora diamo spazio a lei, alla grande storiella di una giovane donna che si affaccia al mondo della politica e domina quello dell’attivismo per se stessa, per me, per voi, e per tutte quelle che ancora non credono nella causa. Lei combatte anche per voi.

«Nonunadimeno ha sicuramente rappresentato una tappa fondamentale nel mio percorso transfemminista. Ho iniziato con la partecipazione alle manifestazioni di rilevanza nazionale, l’8 marzo e il 25 novembre, e ora che sono qui, a Roma, dove mi ci dedicherò con un impegno più continuativo, con assemblee settimanali cittadine, per inserirmi nel collettivo nazionale.»

Quand’è che si passa dal credere un po’ in una causa, come quella contro la violenza sulle donne e di genere, ad essere attivisti? Molti, per fortuna, sono sensibili all’argomento, però, solo per alcune, avviene il passaggio importante dall’essere sensibile al fare attivismo.

Direi che dipende dal tuo senso di giustizia e di empatia. Direi che dipende da quante volte hai abbassato la testa. C’è un punto di rottura: un punto in cui dici basta.

Quando è successo per te?

Ho vissuto due separazioni. La seconda è stata quella più incisiva anche dal punto di vista del mio attivismo: una presa di coscienza di me stessa e del mondo in cui ero immersa. Il passaggio all’attivismo non è immediato. Deve lievitare qualcosa, e lo senti piano piano crescere e, spesso, o comunque nel caso del transfemminismo, si accompagna quasi sempre a molta rabbia. Perché non credo ci siano donne che non abbiano subito violenza nella loro vita. C’è solo una diversa capacità di prenderne coscienza, non è facile. Noi viviamo in una società patriarcale: è questa la grande premessa. Spesso le donne ne sono complici perché nascono in famiglie che, nella maggior parte dei casi, insegnano loro ad essere comparse, contorno della vita di un uomo, discrete, a sorridere, essere belle, curarsi: anche questa è violenza. L’obiettivo intrinseco è il compiacimento dell’uomo accompagnato dal silenziamento dell’opinione sociale. Penso alle piccole realtà, come può essere quella di Vasto: “Non fare questo altrimenti chissà cosa dice la gente”. Non fare per non far dire.

“Devi essere quello che vuoi essere. Siamo tutte parte di una società, di un mosaico. Siamo tessere, ognuna è lì per dare il suo contributo e unite possiamo creare i capolavori che siamo abituate a vedere nei musei.”

Nell’immaginario collettivo sembriamo tutti essere contro la violenza sulle donne. Sembra quasi retorica ma i fatti la contraddicono. Se guardiamo i dati fino ad oggi, nel 2021 è morta una donna ogni tre giorni. Per ora vengono considerati femminicidi, e quindi violenza di genere, circa 96 uccisioni di queste. Ma io credo che vi sia sempre, in maniera intrinseca, una violenza di genere: sapere di essere più forte dell’altro sesso e quindi poter usare questa premessa come base per sferrare una violenza, non necessariamente legata unicamente al suo genere. Eppure quando se ne parla in giro sembra che la pensiamo tutti nello stesso modo.

Il femminismo è un po’ una moda. Le persone che si dicono favorevoli alla lotta della violenza maschile sulle donne non hanno ben chiaro quello che stanno dicendo, neanche la portata della questione. L’attivismo deve farsi carico dell’informazione e di fare informazione in un certo modo, soprattutto in quest’Italia in cui la stampa generalista non riesce a fare il suo lavoro come dovrebbe.

Non riesce a raccontare un femminicidio con le parole giuste. 

Interrogarci sulle competenze delle persone che ci informano e ci governano non è un discorso populista. Bisogna iniziare a parlare delle cose in maniera corretta.

E seria.

Bisogna saper comunicare, colmare alcune lacune evidenti e mi auguro che questo non avvenga interpellando uomini, etero e cis ma parlando direttamente con le donne, ben venga se di minoranze etniche. È un problema intersezionale. Bene alla lotta al maschilismo, al sessismo, al patriarcato insieme alle altre lotte che vanno ad intrecciarsi con questa. Noi donne bianche, etero cis, non godiamo di un privilegio; ma in quanto bianche, eterosessuali e cis sì, abbiamo dei privilegi rispetto ad altre donne. E allora io donna con privilegi devo chiedermi: la persona diversa da me come vive la sua vita? Sta bene? Sto lottando anche per te.

È intersezionale, come dici tu e tocca tutte le classi sociali, ovviamente in maniera diversa.  Ma è anche vero che la lotta sociale nasce sempre dal basso, che vive in maniera vivida e lampante ogni tipo di discriminazione, tra cui quelle di genere.

C’è un punto di svolta per tutte.

Sei entrata anche tu, nel mondo della politica, come candidata a Vasto. Hai mai ricevuto giudizi e problemi di sessismo nel momento della tua candidatura e durante la campagna elettorale?

Sì. Ma credo che l’unica che fosse in grado di rendersene conto fossi io. Sei un’alternativa, non sei la protagonista. Se il piano B. Le donne raramente hanno la possibilità, nelle piccole realtà, di emergere per il fatto di essere delle donne meritevoli. Non voglio essere fraintesa, ma la sensazione che ho avuto è di essere in qualche modo d’accompagnamento, non da parte di persone della mia lista, “Filo Comune”, ma nel sistema. È stata una bella esperienza davvero. Ma devo dire che anche il mio atteggiamento è stato in qualche modo passivo. Mi sono resa conto che sentirmi dire certe cose abbia giocato in maniera sfavorevole sulla mia capacità di impormi, sulla mia autorevolezza, ed è una cosa che mi ha spiazzata. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che io, proprio io che mi faccio promotrice di queste battaglie, mi potessi trovare in quella condizione. Allora, se io che faccio del transfemminismo la mia missione mi trovo ad essere soggiogata da questo scherzo patriarcale, pensa a tutte quelle donne che non ne sono consapevoli.

Qual è quella cosa che manca ed è fondamentale in questo momento per l’eliminazione contro la violenza contro le donne? L’ Inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di genere, per la prima volta dà dei dati scientifici: una base sicura su cui partire per analizzare il fenomeno. E i dati sono assurdi: per il biennio preso in analisi, 2017-2018, aveva denunciato solo il 15%; più del 60% non aveva esternato a nessuno il fatto di aver subito violenza. Come se fosse una colpa. Ci sono stati dei miglioramenti, come l’eliminazione del rito abbreviato e l’introduzione del Codice Rosso. Ma qual è il tassello che manca, di questo famoso mosaico?

Alla manifestazione ho letto una cosa che è stata poi graffitata credo in piazza Vittorio, Smash the patriarchy is selfcare. Noi donne dovremmo pensare di più a noi stesse, al nostro benessere. Dobbiamo saper prendere coscienza di quello che siamo come individui, dei nostri bisogni, senza sentirci colpevoli di quei bisogni.

Il sesso non è visto come bisogno fisiologico. È sempre qualcosa che per la donna è opinabile. Freud avrebbe da ridire, ma secondo me la liberazione sessuale della donna è importante perché è il contatto più intimo che la donna ha con se stessa. Quando intavoliamo provocazioni al mondo conservatore, bigotto, ci stiamo riappropriando di noi stesse, una parte di noi che ci hanno sempre privato.

Documento redatto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

Possiamo dire allora che il tassello che manca, oltre ad una corretta educazione per gli uomini, sia una corretta ri-educazione per le donne?

Assolutamente sì. Le parole chiave sono: famiglia ed educazione sessuale a scuola.

Torniamo alla tua candidatura. Qual era la proposta a cui tenevi di più? È una domanda che ho fatto anche a Giovanni Crisanti.

La creazione di centri di aggregazione pubblici, alcune zone rosa ad uso e consumo unico delle donne.

In Italia penso sia il bar il luogo di aggregazione pubblica per eccellenza.

Esatto! L’individualismo, che è il male del secolo, ha portato ad un isolamento tale per cui le persone non si conoscono. Non conoscendosi, non c’è dialogo e non si crea una collettività. La mancanza di coesione a livello cittadino è dipesa da una mancanza di incontro e cooperazione. La creazione di centri di aggregazione laici sono essenziali in questo momento storico, per recuperare socialità.

Quindi la creazione di spazi comuni, pubblici, sociali e laici.

Ti faccio un esempio. Io donna musulmana migrante devo avere la possibilità di poter interagire con la società che mi sta attorno. Non voglio andare in parrocchia perché non mi rappresenta, ma ho bisogno di un luogo pubblico, che mi metta in comunicazione con gli altri, che non sia il mio luogo di lavoro. Bisogna ricreare le basi per una nuova concezione di vita sociale, perché questo porterebbe benefici, in tutti gli ambiti della vita pubblica.

Sarebbe uno di quei risultati intersezionali.

Non c’è vicinanza con la politica. Bisogna ripartire dalla socialità, per una nuova partecipazione ed  un nuovo interesse tutti i giorni. La politica non è altro che un attivismo quotidiano: i miei problemi diventano problemi di tutti.

E questo è un altro punto in comune con Giovanni Crisanti: la percezione del distacco tra elettori ed eletti, l’idea che tutti i giorni facciamo politica. Cosa spinge un giovane, magari attivista, a rimanere in Italia?

L’amore per questo Paese. Non mi vedrai da nessun’altra parte. È la mia casa e bisogna assumersi le proprie responsabilità da cittadini. Facciamolo insieme.

PS: per approfondire i dati dell’inchiesta sopracitata, avevo scritto un articolo per la testata Generazione Magazine, lo lascio qui. https://generazionemagazine.it/di-genere-in-italia-si-muore/

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