La grande storiella di Esa

Questa non è una semplice grande storiella. Ha una caratteristica tutta sua. È bifronte. È una storia con due facce, con due vite. Ci sono quindi due nomi e due date di nascita. Exaucè Roga Muana, 3 agosto 1998; Esa Abrate, 14 febbraio 2007. Il giorno di San Valentino. Il giorno dell’amore, ma quello scelto. Exaucè ha vissuto fino a sei anni e mezzo in Francia. Terzo di tre figli, da parte di mamma, che perde quando ha solo qualche mese di vita, ma suo unico figlio illegittimo: «Non era una cosa che doveva succedere, mettiamola così». Va prima a vivere da zii, poi da amici di famiglia. «Il compagno di mia mamma, invece, che teneva anche i fratelli, non mi voleva con loro. Forse per orgoglio, forse per cultura. Sono stato fino ai 6 anni a Parigi, poi ogni tanto in Belgio a salutare i miei fratelli. E inoltre ero un po’ maltrattato. A 6 anni mio padre mi riconosce e vengo in Italia. E anche lui, inizialmente, non riusciva a prendersi cura di me come voleva. Ero sempre a casa da solo e mi picchiava. Un po’ di casini: per esempio, non potevo mai uscire se non per andare a scuola. Non esisteva andare al parchetto con i genitori e andare con i bambini a giocare. Poi a 7 anni vado in Istituto a Cuneo. Nel frattempo gli orfanotrofi chiudono per legge, e allora vado in una casa famiglia per qualche mese, e ad  8 anni e mezzo vengo adottato ancora da un’altra famiglia. Sono nato due volte. Quando la mia famiglia Abrate mi ha scelto, sono diventato Esa.»

Com’è stato il periodo nell’orfanotrofio?

Quell’anno in istituto è stato tosto. Eri insieme ad altri bambini che erano appena arrivati e dopo un mese venivano già adottati, o tornavano addirittura dalle loro famiglie biologiche, e questo ti creava disagio.

Ti sentivi quello non scelto.

In “Nato due volte” dico proprio la frase: “Il giorno prima piangi e pensi non ti voglia nessuno” perché io mi sentivo così. Io ero già grande, era difficile trovare un’adozione. Per fortuna ci sono delle famiglie che hanno un gran coraggio, come i miei genitori. Tra me e loro ci sono 40 anni di differenza.

Ma c’è ancora molto della prima vita in te? Cosa c’è di Exaucè in Esa?

Sento di avere una doppia identità. La prima la sto riscoprendo: tutta la mia “africanità” la sto conoscendo solo adesso. Ed è una cosa importante culturalmente, soprattutto per un africano. C’è un momento in cui noi diciamo che Mamma Africa chiama sempre. C’è un momento in cui uno deve capire da dove arriva. Ho in progetto di andare in Congo, sia per una questione personale che artistica. Ogni tanto, quando artisticamente mi sento più bloccato, è perché sento che sto scrivendo con il 50% di me stesso.

Quando scopri la musica e la tua passione per la musica?

Questa è una cosa che credo di dire per la prima volta. Io pensavo che la musica fosse arrivata a caso nella mia vita. Mi ricordo che dicevo a mia mamma: “Mamma io ho la musica in testa”. Questa è sempre stata la mia versione fino ad oggi. Ho poi scoperto, conoscendo la mia famiglia biologica, e arrivando quindi a conoscere la mia parte africana, che in realtà mia mamma cantava sempre, cantava tanto e bene. Era la solista del coro della chiesa quando era ancora in Africa. Mio padre biologico, qualche mese fa, mi ha detto: “Tu non lo sai, ma tuo zio canta e suona la chitarra!” Io non lo sapevo:  le radici alla fine tornano sempre, nel nostro caso sono tornate grazie all’arte e di questo sono contento.

Qual è stato il primo singolo?

Il primo singolo che ho fatto uscire si chiama Eleven ed è anche stato il primo lavoro con il mio produttore Etta Matters ed è un altro Esa: cantavo in inglese e rappavo in francese. E parlava della mia storia.

Esa e Etta Matters, per leggere la grande storiella di Etta clicca qui: La grande storiella di Etta Matters

Gli ultimi singoli, invece, come Dimmi, Ci sto male, si allontanano dal passato per parlare di nuovi sentimenti, nuove passioni e amori.

Io penso che nella vita nulla vada dimenticato. Se avessi il potere di tornare indietro e di scegliere delle cose, io rifarei tutto nello stesso modo. Tutto quel percorso mi ha permesso di essere la persona che sono oggi. Non parlo così tanto del mio passato, della mia storia, perché non credo ci sia bisogno di farlo. Nel momento in cui hai un trascorso sentito, vero, nella musica si sente.

“Mi hai insegnato il piacere di riuscire ad amare anche me”

Dimmi, Esa Abrate

La frase è di libera interpretazione: può riguardare una relazione, per esempio, ma io, quando la canto, penso a mia mamma. È stata mia madre adottiva ad insegnarmi quanto sia bello potersi amare. 

“Continuiamo a farci male anche senza stringere” può avere molti riferimenti alla tua storia.

Esatto e secondo me, questa è una cosa importante. Ognuno può interpretare come vuole.

Cosa hai pensato quando sei entrato ad Amici?

Avevo ragione io.

Qual è stata l’esibizione più bella?

Per la gente e per i miei seguaci, Impossible, della seconda puntata. Per me, Papaoutai: è un pezzo che ha un grande significato per me. Ho vissuto la stessa storia di Stromae, in un altro modo, ma l’ho vissuta. È un pezzo incredibile, in francese, che è la mia lingua madre, tanto è che lo porto ad ogni concerto che faccio.

Con Amici di colpo hai una visibilità pazzesca. Nel caso specifico di questa edizione eravate perennemente sotto i riflettori, anche nella casetta. È stata una delle caratteristiche che ha fatto funzionare bene il format, e inoltre c’era la gara inediti. Ma poi è sempre complicato, quando tutto finisce, riuscire a ricostruire una vita nella “normalità”. Come hai vissuto il post?

Il post, inizialmente, è stato traumatico. Ero chiuso dentro la casetta da 4 mesi e mezzo quasi cinque, senza vedere nessuno. Quando sono uscito, ho subito percepito che qualcosa stava cambiando: per esempio, la gente mi fermava per strada. Quello non è stato traumatico perché fa piacere, è bello e fa parte del tuo lavoro, di quello che hai scelto di essere. La normalità, là, era sentire le telecamere che ti ronzavano intorno; andare a dormire e vedere la lucina dietro al vetro; non sapere se fossi ancora lì il giorno dopo; non sapere oltre alle lezioni cosa sarebbe successo.. Quella era diventata una normalità. Una volta uscito, c’erano momenti in cui la gente mi parlava ed io ero proprio in un altro pianeta.

Che cos’è stato Amici?

Una grande scuola e un grandissimo programma, per la parte che viviamo noi. Quando sono entrato lì dentro ho preso molto seriamente la scuola: dovevo studiare. Ho imparato tantissimo, avevo la possibilità di lavorare con i migliori vocal coach e con le migliori attrezzature. Sono entrato in un modo e ne sono uscito in un altro, come artista e cantante.

Qual è la novità di questo singolo? Cosa ti ha portato a scriverlo e quale vuoi che sia il messaggio che rimanga a chi lo ascolta?

Come mai è una canzone matura. Qui cerco di esprimermi con un nuovo modo di scrivere. Si rifà a Dimmi, è una sua evoluzione. Infatti, hanno molte cose in comune: la scelta degli strumenti, la scelta di come la canto. Soprattutto nel primo ritornello, ci sono delle cose che richiamano quello che avevo fatto in Dimmi, ma in una chiave più matura anche nella scrittura. In questo caso ho voluto proprio parlare di quella che secondo me è la vera concezione dell’amore. Gli scontri, le discussioni, per poi fare pace e decidere di restare. Questa è la parte importante, e bisogna parlarne. L’abbraccio dopo aver risolto è ancora più vero, l’amore diventa ancora più forte. Quell’abbraccio, quel momento lì, è il momento più bello dell’amore. Ho voluto parlare di questo.

È bello perché è reale. Nella società dell’estetica per eccellenza, è bello parlare dei momenti brutti, perché siamo umani, abbiamo pensieri diversi, siamo adulti, e la parte meno esteticamente interessante rimane invece quella vitale del rapporto.

Mi sento molto tranquillo nel fare uno spoiler. In Come mai c’è un momento del pre-ritornello in cui io dico: “Farti male, io lo so fare bene.” Noi sappiamo come ferire l’altra persona. C’è anche quest’ aspetto del rapporto d’amore, perché non parlarne? In questi giorni ci pensavo e mi sono reso conto che questo viene accennato anche in “Mi fai impazzire” di Sfera e Blanco.

Venerdì 14 gennaio un altro desiderio sarà exaustè, o meglio exaucé, che significa “esaudito”, da qui il suo nuovo nome e la sua nuova vita, quella di Esa e del suo nuovo pezzo: “Come mai”.

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