La grande storiella di Giampaolo Matrone

Giampaolo Matrone è l’ultimo superstite della tragedia Rigopiano. La sua è forse la grande storiella più sconvolgente di tutte: è stato estratto dalle macerie solo 62 ore dopo l’accaduto. Giampaolo Matrone, in qualche modo, lo avete visto o sentito, perché è quello che ha deciso di fare, soprattutto nei primi anni: mostrarsi, raccontare la sua versione dei fatti, cercare giustizia. Non crede che ci sia una data dove abbia compreso del tutto che vivere bene la vita, e viverla al doppio per sua figlia Gaia, e in memoria di sua moglie Valentina, fosse la scelta più giusta possibile. La giustizia è necessaria e improrogabile; ma c’è un altro aspetto della tragedia che gode della stessa importanza: la cura. La scrittura come forma di cura e anche di rinascita. La grande storiella di Giampaolo Matrone e della sua piccola ma grande Gaia, non parte da quel 18 gennaio del 2017, non parte dalla strage di Rigopiano, inizia ora, con questo libro, che diventa cura e quindi necessità.  

Nel libro c’è la mia storia: l’incontro con Valentina, il nostro amore, l’arrivo di Gaia, fino ad arrivare a Rigopiano e alle 62 ore di terrore e di buio. Infine c’è il ritorno da mia figlia e il nostro abbraccio.

Dopo quanto tempo l’hai abbracciata?

In questo caso, intendo l’abbraccio di quando sono tornato a casa, dopo tre mesi.

Se prima non potevi uscire dall’ospedale, vuol dire che non sei potuto andare al funerale di tua moglie Valentina?

No, ma l’ho organizzato io, per quello che potevo. Dal letto dell’ospedale ho detto: “Dev’essere bello, prendete la bara più bella, i palloncini”. La mia famiglia voleva rimanere con me, ma ho detto di no, dovevano andare là con e per lei, mentre io ero a letto. Me lo hai fatto ricordare adesso, ma all’inizio è stata una cosa che mi ha infastidito tanto: volevo esserci. Ma so che è stato bello, ed è quello che volevo io.

Questo libro riprenderà anche la vostra storia fino al 17 gennaio 2017, quando arrivate, solo la sera prima dell’incidente, all’hotel Rigopiano. Adesso mi sembra proprio logico chiedertelo: Ma perché avete deciso di andare proprio a Rigopiano?

Dovevamo andare ad Amsterdam, con degli amici. I prezzi erano esorbitanti, abbiamo pensato di andarci più in là, quando ci sarebbero state le belle giornate. Valentina aveva ormai preso il giorno di ferie. Ci hanno consigliato quell’albergo. Io avevo visto che stava sotto il Gran Sasso e ti dirò che non mi fidavo molto ad andarci: c’erano spesso scosse di terremoto in quel periodo. Pensa che le ho proposto di andare con una sua amica ma lei aveva insistito. Per farla felice ho prenotato e così siamo partiti.

Andiamo per ordine. Voi arrivate con difficoltà la sera del 17 gennaio. La strada era già inagibile a causa della neve. Tu hai chiesto subito che la macchina fosse pulita per l’indomani mattina: volevi essere il primo ad andare via. Arriva il 18 gennaio, e c’è un lato che credo non sia stato molto raccontato della tragedia: le due scosse di terremoto del mattino. La vostra paura è iniziata presto.  

Ti dirò di più, parte già dalla sera. Mentre mangiavamo, vedevamo dalla finestra una macchina, e ogni volta che ci volgevamo per vedere il panorama, la macchina era sempre più coperta dalla neve. Alla fine erano caduti sui 3 metri di neve. Eravamo chiusi, tappati. L’unica domanda che ci facevamo e chiedevamo continuamente al cameriere era: “Ma domani torneremo giù?” E giustamente lui ci rispondeva: “Non vi preoccupate anche io sono messo come voi.” Prima di andare a dormire Valentina mi ha detto “Sembra di stare nell’albergo di Shining”, e io ho risposto: “Qui ci manca solo il terremoto”. Me lo ricordo come se fosse adesso.

E poi il terremoto è arrivato veramente.

La mattina del 18 gennaio la mia macchina era pronta ma la strada non era percorribile. Intanto, siamo andati nella vasca idromassaggio. Come ho visto le scosse sulle vetrate, ci siamo alzati e siamo andati a prepararci. Volevamo andare via. Quando è arrivata la seconda scossa eravamo tutti nella hall. Impauriti, abbiamo iniziato a pulire le macchine, a metterle in fila in attesa dello spazzaneve. Valentina ha mandato un messaggio vocale ad una sua amica dicendo: “Io qua ho paura delle valanghe.”

Ci hanno detto che continuava a non venire nessuno. Mi ricordo che ogni volta che entravo dentro, Valentina prendeva il cappello e la sciarpa per metterli a scaldare e mi dava la sua giacca. Ad un certo punto, ci hanno detto che ci saremmo dovuti fermare. E poi tutt’insieme è venuta giù questa botta di vento. Io mi ricordo solo il vento e poi come una bomba che esplode. Il vento mi ha portato via. Valentina era sul divano insieme ad altri; io ero a fianco del divano ma staccato da loro. La valanga mi ha portato in un’altra stanza, ho fatto più di 10 metri di volo, mentre loro sono rimasti schiacciati. Da qui ho ricordi confusi: gli ultimi tre colpi di tosse di una persona che stava morendo, il rantolio finale; io sotto un materasso di cemento, con il braccio bloccato sotto una trave, una gamba “quaggiù” e la gamba sinistra “quassù”, sotto un altro trave. Riuscivo solo a muovere una mano e cercavo di bussare sul cemento.

Il buio totale, un piede congelato, una posizione assurda da sopportare per oltre 60 ore, e il corpo di una vittima, vicino a lui. Voci di alcuni sopravvissuti. E nel frattempo, ci sono anche i sogni e tanto freddo.

In quelle 62 ore ho sognato di tutto: Valentina, la pasticceria, un palcoscenico… ma di questo ne parlerò nel libro. E poi ancora Valentina. È sempre stata con me.

Giampaolo e Valentina

Fino a quando hai finalmente sentito i soccorritori.

Ho diretto anche io i lavori, per indirizzarli. Quando sono arrivati non sapevano da dove iniziare. Non vedevano la mia testa, solo una gamba. Mi chiedevano di toccarla. Io non ho toccato la mia, ma quella di un morto. Solo la seconda volta che me lo hanno chiesto ho toccato la mia. Ovviamente mi ricordo bene il momento della liberazione: loro lavoravano dall’alto, e mi chiedevano di fare ancora uno sforzo. Mi sono dovuto aggrappare. Mi ero tenuto ancora quella forza per uscire. Non so come ma sono riusciti a mettermi la flebo, e faceva freddo, faceva così freddo che una soccorritrice, Valeria, se l’è messa nel reggiseno per scaldarla.

“Salvate Valentina, ditele che non mi sono fatto niente.”

Vestiti che vengono tagliati, poi il gatto delle nevi, l’elicottero, l’ospedale di Pescara. Poi, ancora, la vista del giacchetto di suo fratello, l’incontro con suo papà e la domanda di chi non ha ancora capito quale tragedia abbia vissuto: “Ma che state a fa voi qua? La pasticceria? Come l’avete chiusa?”

E poi ci sono le cicatrici fisiche. Se fosse arrivato (vivo) due ore dopo, avrebbero dovuto tagliare il braccio. La gamba, che dicevano avrebbero ripreso, ma che in realtà è divenuta poi il vero problema. La vergogna di zoppicare all’inizio, di trascinare la gamba e non riuscire a fare una salita da solo. La vita che continua, il lavoro in pasticceria, la vita con Gaia e un grande insegnamento.

Ti prendi una giornata per riposare e la tua vita cambia per sempre. Ad oggi, quello che so è che la vita va vissuta, va amata in ogni momento, ogni giorno.

Oggi sei arrabbiato?

Ero arrabbiato, ma non li perdono. I 30 imputati non li perdono. Ho fatto le imboscate, volevo parlare con tutti i responsabili. Sono andato in prefettura, ho cercato di parlare con il presidente della regione del tempo, D’Alfonso, che però quando ha saputo della mia presenza ad un evento, in cui avrebbe dovuto prendere la parola, non si è presentato e anche di questa storia se n’è parlato poco. Prima ero molto arrabbiato, oggi sono triste, deluso, amareggiato: queste persone fanno i loro comodi, continuano a prendere uno stipendio. Mi ha dato fastidio. I primi anni ero arrabbiato veramente. Ero sempre presente per Gaia, ma ero sempre arrabbiato. Ho deciso di cambiare, mi sono fatto coraggio. Volevo scrivere un libro, uno solo, e lasciarlo a Gaia. È la mia unica arma.

Gaia e la dedica a sua mamma

Scrivere mi ha aiutato moltissimo. È stata una terapia. Mi ha fatto cambiare molto: sono felice.

Ho fatto un lavoro che non mi aspettavo: mi chiedevano di chiudere gli occhi e tornare indietro. Ho ripensato e rivissuto tutto. Per una volta, vorrei che la storia mi venga raccontata, attraverso le pagine del libro. È per Gaia. Il libro mi ha fatto bene, sono felice e non vedo l’ora che esca. Spero di fare molto rumore.

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