La grande storiella di Teresa Agovino

Questa grande storiella inizia in una giornata di settembre. Ha inizio quando una ragazza dagli occhi azzurrissimi e tanti ricci in testa si è presentata ad una masterclass che stavo frequentando e ha tenuto una lezione. Una lezione di sostenibilità, di viaggi, ma soprattutto di progetti. Ecco, questa è la parte che mi ha più entusiasmato. Questa è una grande storiella di persistenza e dedizione: la grande storiella di una ragazza solare, educata, attiva sul sociale, ma soprattutto emancipata, con un nuovo progetto tutto suo, ora cercata e richiesta da più enti (anche internazionali per intenderci) per portare avanti diversi progetti. Sapete come si definisce? Sia ingegnere ambientale, sia consulente di turismo sostenibile e sia imprenditrice sociale. Sapete in quanti Paesi ha lavorato? Ecuador, Perù, Jamaica, USA, Tanzania, Laos, Thailandia, Italia, Croazia e Spagna. Sapete quanti lavori fa? Attività di formazione; divulgatrice sui social con il suo greencorner, cooperazione con ONG, no profit ed associazioni locali per progetti di sviluppo e cooperazione internazionale; e ancora, consulente per lo sviluppo di un turismo sostenibile a supporto di strutture alberghiere, tour operator ed aziende. Stiamo parlando di Teresa Agovino, che oltre ai tanti bei commenti, sulla sua solarità e disponibilità, sui suoi occhioni azzurri, e i suoi luminosi ricci, emerge, in realtà, per un solo fatto indiscutibile e che dovrebbe fare veramente notizia: è tanto brava.

Oggi parliamo del tuo nuovo progetto: una risposta ad una domanda bellissima. Si può fare turismo in punta di piedi?

La risposta è FAROO, la mia startup di turismo ecosostenibile. La voglia è quella di democratizzare il turismo sostenibile, da veicolare non come qualcosa di elitario ma accessibile a tutti. L’idea è quella di declinare l’attenzione all’ambiente anche attraverso il turismo, che diventa quindi anche una piccola missione.

Si arriva a questa startup dopo un lungo viaggio fatto in giro per il mondo, come ingegnere ambientale e viaggiatore responsabile. Da subito hai avuto quest’idea di accoppiare il tuo lavoro, l’essere ingegnere ambientale, con il sociale?

Non è stato così immediato. Qualcosa è sicuramente cambiato quando ho iniziato a lavorare con cooperazioni internazionali. Era un mondo che inizialmente non conoscevo e sapevo che ci fossero persone molto più esperte nell’ambito sociale e magari meno in quello tecnico. Ho iniziato così a dare il mio contributo.

Entri in contatto con dei progetti già esistenti o sei tu a proporre progetti? Come funziona, come fai a selezionare il posto in cui vuoi andare?

La maggior parte dei progetti che ho fatto sono progetti in cui sono stata inserita. Quando andavo lì, co-progettavamo insieme. Per esempio, in Perù, l’aspetto del turismo sostenibile era un progetto esistente ma c’era uno specifico obiettivo da raggiungere. Io contribuivo ad ottenerlo da zero. Partecipare ad un progetto avviato rende più semplice il contatto con le comunità locali, che sono già a conoscenza del progetto. E il dialogo con le comunità locali è fondamentale, per me.

Perù

Dopo tutta una serie di esperienze fatte in giro per il mondo hai deciso di creare qualcosa di tuo in Italia.

A causa della pandemia sono rientrata a casa. L’ho vissuto come un momento in cui mi potessi fermare un attimo. L’ho sfruttato per pensare ad un nuovo modo di generare un impatto positivo ancora superiore a quello che stavo generando in quel momento. Da lì è nata l’idea di FAROO: portiamo il turismo sostenibile alla portata di tutti, in modo che tutti possano avere il privilegio di viaggiare, ma impattando il meno possibile. Non è nata come idea imprenditoriale, è nato come obiettivo. Si presenta, in questa fase iniziale, come startup che offre alle aziende delle esperienze sostenibili. Arriverà ad essere una startup che offrirà esperienze e viaggi anche ai privati. La sede è in Italia, ma i viaggi saranno ovunque, prevalentemente nel Sud del mondo.

L’idea quindi è quella di creare un vacanza che eviti il turismo di massa impattante, adottando una modalità più responsabile e sostenibile. Basterà venire da te e insieme trovare la meta e così iniziare a progettare il viaggio?

Esatto, oppure ci sarà la possibilità di scegliere pacchetti di viaggi predefiniti, abbiamo già qualche idea, come in Kenya, ma non posso ancora svelare nulla: l’unica certezza è il supporto delle popolazioni locali. Il viaggio è già pronto, basta solo convincersi e partire!

Tra le tante cose che fai e che hai deciso di essere, c’è la figura della divulgatrice. Che cosa sono per te i social?

Prima di intraprendere questi progetti, non ero una persona “da social”. Il social come strumento di intrattenimento, io, personalmente, non lo prediligo. Prediligo un libro, uscire con degli amici, vedere una mostra. Amo invece il social come mezzo di informazione, di divulgazione. È molto importante riuscire a trasmettere e comunicare delle tematiche, che altri comunicherebbero in maniera troppo arcaica, o comunque non al passo con i tempi, bisogna puntare ad una comunicazione più o meno tra pari.

Rimaniamo su questo punto, il green corner, il tuo corner di consigli ecosostenibili ed informazione ambientale sul tuo profilo instagram, è stato un escamotage che hai trovato subito?

No, assolutamente no. Era un’idea venuta per caso, non premeditata. Mi ero resa conto che le persone si interessassero quando trattavo di attualità, riguardo ai miei campi di interesse, sui social, e allora ho iniziato a realizzare sempre più contenuti. Ma penso di esserci arrivata dopo un annetto e mezzo. Non era creato ad hoc; non so neanche se esistano degli studi per creare ad hoc un format, non so niente. È tutto molto spontaneo, ma allo stesso tempo molto studiato nei contenuti, non tanto nella forma.

Come selezioni di cosa parlare? Come comprendi l’argomento che possa interessare di più e che quindi inizi ad approfondire per poterlo trattare nel tuo green corner?

La mia tipologia di comunicazione non si basa su analisi dei dati, numeri, o altro. Non sono alla ricerca di un aumento, in termini numerici, e quindi non faccio delle analisi accurate nel mio profilo. Io parlo di quello che trovo interessante, e che mi piace quindi condividere. Non c’è un piano editoriale. Da questo punto di vista, sono un po’ sui generis.

Tra i vari temi che tratti, quali sono i temi per cui ricevi maggior interesse e maggiori interazioni?

Dipende molto dalle persone, poi ognuno ha un interesse diverso. La parte dei rifiuti e la parte tecnologica è quella che desta maggior interesse. Credo perché sia la più difficile da comprendere e forse, parlarne in maniera semplice, attira.

Possiamo dire che forse la cosa positiva che fanno i social, sfruttati in questo modo, è di rendere più semplici e alla mano problemi che, o non verrebbero trattati, o verrebbero trattati in maniera troppo specifica che rischia di non diventare “pop”.

Assolutamente sì, senza dubbio.

Ogni progetto, ogni viaggio è speciale ma c’è sempre un ricordo che, più degli altri, diventa una bella “grande storiella” da raccontare. Qual è la tua?

Sicuramente in Tanzania, quando il capo villaggio si è avvicinato a me, che è una cosa abbastanza atipica, per il contesto africano, per chiedermi se potessi far arrivare l’acqua nel loro villaggio. Erano quattro mesi che non ricevevano acqua. Quello è stato il momento topico.

Tanzania.

La grande impresa di Faroo sarà quella di rendere il turismo alla portata di tutti. Ma è davvero possibile?

Spesso il turismo sostenibile viene associato ad un turismo dispendioso in termini monetari, in realtà non è così. Anzi, spesso il rapporto diretto con le gestioni locali, non essendoci intermediari, rende il viaggio più economico. Questo è assolutamente un mito che sto provando a sfatare attraverso proposte di attività ed esperienze sostenibili. Questo è qualcosa che stiamo provando a fare.

Finisco con un’ultima domanda necessaria sempre sul tema della comunicazione. Cosa stiamo sbagliando nella narrazione del cambiamento climatico? Perché non riusciamo a sentirlo come un’emergenza?

Gli effetti del cambiamento climatico non sono visibili nel breve periodo e quindi difficili da far capire alle persone. Rimane un qualcosa che risulta lontano dal loro immaginario: si è spesso presi e attenti a quella che è la quotidianità, non si riesce a pensare da un futuro. E poi perché, in fondo, quando si ha la sensazione di non poter far molto, si preferisce non fare nulla, e allora non se parla. Una comunicazione più semplice e più diretta può essere la chiave da questo punto di vista, ed è quello che cerco di fare, ogni giorno.

Non possiamo evitare di lasciare impronte, ma possiamo scegliere come farlo

Teresa Agovino

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