La grande storiella della prima settimana a Korogocho

GIORNO 1

Aprire gli occhi sullo slum di Lucky Summer, appena arrivato in Africa, è come dare un primo sguardo ad un’opera contemporanea. Sei sospettoso e quasi indispettito. Sei fiducioso eppure critico. Sei nervoso perché sei diverso, perché, a quel primo sguardo, sai di non aver capito nulla. Io so benissimo che sto per dire una una banalità incredibile, ma credo di aver capito qualcosa già questa mattina. Stavamo aspettando il nostro autista, che ci avrebbe portato in centro, a Nairobi, per le ultime commissioni. Avrei conosciuto Paola, dal vivo, per la prima volta, e Marta. Così io e i miei due compagni di stanza, Pietro e Pietro, ci siamo fatti trovare sulla strada sotto casa. Un gruppo di bambini, incuriosito, si è subito fatto avanti, per sbirciare, per approfondire, perché a loro, conoscere un’opera d’arte diversa, mica indispettisce. Mica sono sospettosi i bambini. E così, io mi sento di aver capito tanto da un gesto molto semplice. Sono stati loro a salutarmi. Una sfilza di “Hello” che ti fa sentire totalmente a tuo agio, anche se nel tuo, di agio, non lo avresti mai fatto. Quando siamo tornati, dopo qualche ora, finalmente tutti insieme, li ho subito cercati con lo sguardo. E alcuni di loro erano lì, pronti, e questa volta, scesa dall’auto, non ci siamo solamente salutati. Ci siamo dati il cinque. E io mi sono resa conto che un sorriso come quello non lo avessi visto in nessuna opera d’arte.

GIORNO 2

Siamo andati a messa, a Korogocho. Lo sfondo era una discarica. Siamo andati per le vie di Korogocho e, da un lato, fumante e uggiosa, c’era una discarica. Siamo andati a vedere le due scuole, e, dall’ingresso, come sfondo, c’era una discarica. Sono andata a Korogocho, e l’ho vista rosicchiata in diversi punti. E chi se la mangiava era una discarica, che arrivava con una lingua nera fino al centro abitato. A teatro, dal ‘700, mi pare fosse Diderot, a teorizzarla, si parla di quarta parete. La quarta parete prevede la realizzazione di uno spettacolo che non considera il pubblico. Non ci sono presentazioni di alcuni tipo. La storia incomincia di colpo, e di colpo diventa realtà. Tu, spettatore, non hai più alcun valore, diventi osservatore di un qualcosa che è altro. Ecco, Korogocho è l’esempio lampante di una prova di teatro che rompe la quarta parete. Un po’ come ha fatto Brecht. Il motivo è molto semplice, la discarica è un apparente sfondo. Non lo è del tutto. Sì, è vero, tu sei catapultato in una storia ex abrupto. Sì, è vero, la tragedia si consuma alla perfezione. Ma il problema rimane. Questa discarica che prima ti accerchia, ti imprigiona, ti soffoca, e poi, quando sei abbastanza debole, ti aggredisce. E lei lo sfondo non lo vuole proprio fare, perché lei si sente protagonista. Con una lingua nera che avvelena un intero villaggio, con i loro bambini: vuole il ruolo principale e vuole che tu partecipi all’azione. E rimane lì, a continuare la sua battaglia logorante. E tu, anche se non lo vuoi, da spettatore passi ad essere un partecipante, perché sai che tutto quello che consumerai, finirà lì, anche per colpa tua. Per il solo fatto di essere venuto qui. Korogocho è quel bambino a messa, vestito di tutto punto. Con la testa tra le mani, ho pensato che pregasse. Per l’intera messa, nonostante i canti, è rimasto fermo, con il capo sempre chino. Poi si è svegliato, solo alla fine, e ha sbadigliato. Korogocho è un posto dove non sai se sia meglio la preghiera, o un lungo sogno con la testa tra le mani, per non pensarci più. Poi ho incontrato Abraham che mi detto che Korogocho è amore.

GIORNO 3

Dormito poco e male. Colazione presto, qualche pensiero strano e che, comunque, non mi abbandona, perché ormai è percezione. Maledette le concezioni che diventano concetti. E poi l’arrivo a scuola, tutti i pensieri che vanno via perché ci sono loro, i bambini. E tu te li sei immaginati questi bimbi che avrebbero ascoltato le tue storie. Te li sei creati nella tua testa. E la sera prima in realtà non riuscivi a prender sonno perché c’era quell’ansia. L’ansia di non meritarsi un tesoro che ti arriva gratis. E invece, ogni tanto, la felicità è in un paio di occhi neri che ti guarda in attesa del tuo -Hello- per rispondere in maniera un po’ vergognosa; o in maniera decisa; o con un sorriso. E capisci che i tuoi concetti in testa, la tua ansia nella notte, le tue brevi paure sono solo pause di un lungo orario definitivo di una scuola che sorride in uno slum. E ora vado a dormire, perché domani mattina ho lezione.

GIORNO 4

Le parole che riescono a tirar fuori questi ragazzi sono incredibili. Eravamo nel cortile della scuola. Il cortile della scuola è una lingua di sabbia, delimitata da un bel po’ di lamiera, da cui ogni tanto spuntano fuori gli sguardi di altri bambini: dalla strada sbirciano le lezioni. E così abbiamo fatto un cerchio su quella distesa di granellini, e abbiamo iniziato a parlare, a raccontarci. Con voce bassa, con qualche perplessità nello sguardo ma con la prontezza che solo i bambini sanno avere negli occhi. In mezzo ad un cerchio di studenti, c’era un cartellone, bianco, che poco a poco ha preso diversi colori: verde, giallo, blu, rosso. Sono le scritte dei bambini, sono i loro pensieri sulle tre parole della giornata: myself – sharing – connection. E così, tutti soli, anime individuali ed uniche, si sono unite sotto un sole africano, e si sono connesse. Sotto quel sole cocente, di fronte a quella poesia colorata, un bambino ha preso un colore. Ha preso l’azzurro e ha scritto qualcosa sul braccio. Poi ha alzato lo sguardo, come per assicurarsi che nessuno lo avesse visto. E quando ha incrociato i miei occhi che guardavano il nuovo tatuaggio, si è vergognato. “Born by mistake”. E ho capito che dietro alla poesia più bella c’è sempre del dolore.

GIORNO 5

Sono nella terrazza del nostro palazzo, con i miei vicini di casa. Cinque bambini che colorano di fronte a me e quando ci guardiamo sorridiamo. Stanno colorando quello che avrebbe dovuto essere un cartellone per la scuola, ma non importa. Ho capito una cosa molto bella, che prima d’ora conoscevo con fatica. Ogni tanto bisogna dire un “non importa” in più. E così che succedono, anche, delle cose belle.  

GIORNO 6

Ho tenuto la mia prima lezione da sola. Un gruppo di circa venti ragazzi. Abbiamo iniziato a pensare insieme alla prossima grande storiella. Ho pensato a quel giorno, in mansarda, che per la prima volta ideavo il blog, un nuovo progetto. Un azzardo. Poi ho alzato lo sguardo e ho visto dove mi trovavo: in prima fila le braccia si alzavano con insistenza. Volevano essere proprio loro a scegliere dove e quando si sarebbe svolta la trama della mia prossima grande storiella. E così mi sono subito ripresa, e ho dato loro la parola, mettendomi all’ascolto, e ripensando a quella brutta sera, in mansarda, quando creavo le mie prime grandi storielle, ignara di poter scrivere la più bella in una scuola che sorride tra i fumi di Dandora.

GIORNO 7

Siamo rimasti senz’acqua. Oggi pomeriggio rimaniamo a lavorare a casa. Ieri sera, durante una chiacchierata, ho finalmente detto a voce alta alcune delle cose che sento, giudico e provo. L’aspetto più interessante è il totale abbandono del giudizio. Non riesco a giudicare, perché sarebbe come assumere un ruolo importante, un ruolo superiore. Io qui ho capito che bisognerebbe mettere tutto in soqquadro per vedere al piano superiore chi di solito è rimasto a guardare con il naso all’insù. Ma forse, non sarebbe neanche così giusto. Il fatto è che qui, in questo posticino in cui la discarica sta bruciando più del solito, con il caldo estivo, i pensieri novelli e l’acqua che manca, molte certezze perdono valore. E la parola “giudizio” si svuota completamente, lasciando nell’aria qualche granellino di polvere rossa di terra africana.

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