Pranzo di famiglia

Era finalmente giunto il giorno. A pranzo li avrebbe ritrovati tutti lì, a casa sua. Tutti i figli che tornano a casa. Finalmente. Si era promessa di dormire quella notte, si era addirittura portata la sua tazza con la tisana rilassante in camera, per sorseggiarla fino a poco prima di chiudere gli occhi. E lui era arrivato, si era sdraiato ancora vestito grugnendo qualcosa. Ovviamente aveva lasciato la luce accesa sia in corridoio che in camera da letto, ma tutto quello non le recava fastidio. Nulla poteva infastidirla perchè domani li avrebbe rivisti tutti, i suoi figli. Non doveva deconcentrarsi, doveva andare a dormire. Dopo aver spento le luci e dato un bacio sulla fronte al marito, si stese. Ripensava a quando li metteva a letto e Andrea, che non riusciva mai ma proprio mai ad addormentarsi, aveva bisogno che la madre rimanesse al suo fianco, anche dopo aver detto le preghiere. Doveva esserci, doveva sentire il suo respiro regolare. Andrea era il più piccolo, per lei era sempre il suo piccolo. Pregava con gli occhi chiusi ma poi li apriva di colpo per paura che la madre lo avesse abbondonato improvvisamente, nel bel mezzo del padre nostro. Ma lei era sempre lì, per lui lei ci sarebbe sempre stata. E ora era lei che non riusciva a chiudere occhio. Si chiedeva come fosse diventato, un professore o un medico? Sicuramente un insegnante, magari in una scuola malfamata nelle periferie di chissà quale città. Basta pensare ad Andrea, bisogna pensare al pranzo. Bisogna comprare i fiori. Domani sarebbe stato un giorno speciale: bisognava festeggiare. Sperava solo di non aver dimenticato nulla, che non piovesse di colpo, che il vino non fosse brusco, e che il dolce fosse preparato in tempo. Si sarebbe dovuta addormentare, voleva avere una bella cera ma che vestito avrebbe dovuto indossare? Vero che si era in casa, ma sarebbe stata attorniata dalle persone a lei più care, che non vedeva da tempo. Un vestito bianco forse, meglio una camicia forse? Speriamo solo che vada tutto bene. Speriamo, speriamo in bene. Ora bisognava cercare di dormire, ma ecco un rumore. Ebbene sì, cadeva anzi grondava dalle tegole. La pioggia era arrivata. Non poteva rimandarla, non poteva. Verranno comunque? Anche se piove e aveva promesso un pranzo in giardino? Povera Amanda, lei è così metereopatica. Speriamo stia dormendo e non si accorga della pioggia, speriamo che esca fuori un bel sole. Speriamo in bene. Ecco era arrivato, era giunto il giorno, finalmente. E così si era addormentata e lui, sul bordo del letto, la guardava, la osservava e pensava quanto fosse ancora bella. «Chissà a cosa starà pensando questa sua mente sempre sveglia, nonostante la malattia.» Ma quale festa, ma quali figli. Erano soli, una tenera coppia in una neutra e apatica stanza dell’ospizio. Ma lui sorrideva, mentre le passava delicatamente l’indice sulla guancia destra. Sorrideva perché tutto quello che quella fervida mente di sua moglie avesse pensato prima di andare a dormire, domani non sarebbe già più esistito. Forse non se lo sarebbe mai ricordato, ma almeno poteva immaginare, poteva ancora sognare. Nonostante tutto, poteva essere, ancora una volta, più libera di tutti.

Jardim Denise

Una storia degna di essere raccontata e bella da leggere.

“Avevamo ancora tanto amore da dare e l’asilo di Capo Verde è stata l’opportunità perfetta”. Nel 2002, Anna e Lorenzo sono partiti per un’esperienza completamente nuova a Fogo, un’isola di Capo Verde. Il Jardim Denise è nato per ricordare Denise, la figlia di Anna e Lorenzo. Denise era una ragazza di 21 anni che studiava Psicologia all’Università di Torino e la cui vita si è fermata nel 2001 all’età di 21 anni a causa di un incidente stradale. Immergetevi ora in un racconto di pura bellezza, di coraggio e di amore infinito.

Che cos’è Jardim Denise?

Il Jardim Denise è un asilo su due piani: il primo piano corrisponde alla scuola materna e accoglie gli alunni dai tre ai sei anni, mentre al secondo piano si trova l’asilo nido con i bambini da zero a tre anni. Ospita circa sessantacinque bambini, quattro maestre, una coordinatrice e una cuoca. Gli alunni ricevono anche il pranzo, che consiste in un piatto unico, equilibrato tra proteine, ferro e carboidrati. Inizialmente, la parte superiore non era adibita ad asilo nido, ma serviva come appoggio alla comunità locale, dove si incontravano per la preghiera o dove si riuniva la gioventù francescana. L’orario dell’asilo si divide in due turni poiché, secondo le regole, non si possono tenere più di venticinque bambini per aula, di conseguenza si ha quello del mattino dalle 8 alle 12 e quello del pomeriggio dalle 14 alle 18 circa. Le famiglie pagano una tassa di cinque euro al mese per ogni bambino che frequenta il Jardim Denise, in questo modo sono motivate a mandare con più costanza i loro figli all’asilo. Purtroppo, però, non tutti possono permetterselo e, in caso di difficoltà, sono Anna e Lorenzo che pagano per loro, cosicché tutti abbiano la stessa opportunità. I lavori all’interno dell’asilo sono iniziati nel 2002 e l’inaugurazione è avvenuta nel 2003. Una volta arrivati a Capo Verde, Anna e Lorenzo sono stati accolti da un frate, Padre Federico, che si trova sull’isola ormai da quarant’anni. È stato lui a portarli all’interno dell’asilo che, prima di diventare il “Jardim Denise”, sembrava una cantina diroccata e, per questo motivo, veniva chiamato “l’asilo dei poveri”. Grazie all’intervento di Anna e Lorenzo, i bambini che frequentavano quell’asilo sono finalmente al pari degli altri, non c’è più un asilo dei poveri e, soprattutto, non ci sono più distinzioni di classe, dato che i bambini sono tutti uguali. Infine, questa struttura è l’unica ad avere dei giochi: tre scivoli, delle giostrine e dei cavallini, il tutto portato dall’Italia, insieme ai vestiti per i bimbi che vengono divisi per taglia, età e sesso.

Come funzionano le donazioni?

Il Jardim Denise nonostante non riceva, in quanto associazione privata, ingenti donazioni ha comunque un’importante rete di piccoli donatori perchè, come dice Anna, “gli italiani sono molto
generosi”. Le offerte arrivano dagli amici, dai volontari, dalle scuole, o anche dagli sposi. Con queste offerte si aiutano innanzitutto i bambini, in seguito quello che rimane viene investito nell’asilo. Per quanto riguarda, invece, i lavori di ristrutturazione e di ampliamento del Jardim Denise, essi sono a carico di Anna e Lorenzo. Sono stati loro, inoltre, ad aver portato l’acqua una volta arrivati a Fogo, essenziale per l’asilo, così come la luce.

Perché Capo Verde?

La scelta di Capo Verde è stata dettata dal caso. Un sabato pomeriggio Lorenzo, tornato dal lavoro, accese il televisore e vide un documentario che parlava di Capo Verde, in particolare di un ospedale in costruzione che aveva bisogno di tecnici volontari. Nel frattempo, era arrivato loro un invito a partecipare ad una riunione ad Alba. In quel periodo, Anna e Lorenzo cercavano in tutti i modi un’evasione, cercavano di fuggire dai ricordi. Sembrava che più lontano si andasse, meno il dolore venisse percepito, anche se si sa che il dolore rimane sempre lì. Arrivarono quindi ad Alba, ad una riunione di viaggi. Lorenzo, interessato a Capo Verde, chiese qualche informazione in più. Il signore che gli stava parlando ad un certo punto gli domandò che lavoro facesse e, una volta scoperto il mestiere di Lorenzo, gli disse: “Vuoi partire domani mattina?” e così Lorenzo capì di star parlando con il responsabile dell’ospedale di Fogo in persona. Lorenzo accettò subito l’offerta e, dopo circa venti giorni, il tempo di fare i passaporti, partirono per questa nuova avventura.

Pian piano iniziarono i lavori dell’asilo, grazie anche all’aiuto del personale dell’ospedale in cui stavano lavorando e della gente locale. Il progetto è stato accolto magnificamente dai locali, soprattutto dagli anziani, felicissimi di vedere i loro nipoti crescere in un ambiente così bello e pieno di gioia come quello del Jardim Denise.

La lingua

A Capo Verde si parlano il portoghese e il creolo capoverdiano. In generale, le persone locali preferiscono utilizzare il creolo, anche in situazioni formali. Per quanto riguarda il volontariato, non è necessario conoscere questa lingua, come testimoniano i due volontari: Emanuele e Lorenzo. Una volta arrivati sull’isola, si imparano le parole dai bambini oppure delle frasi quali “non farlo”, “stai attento” e “vieni qua”. Con i bambini ci si può benissimo far capire con i gesti. Non è quindi un requisito specifico sapere il portoghese per andare là, ma se si conosce la lingua è più semplice instaurare un dialogo con la gente locale.

Qual è la particolarità di questo progetto?

Secondo l’esperienza dei volontari, la particolarità di questo progetto sta nella sua piccola dimensione. È come essere in una grande famiglia: si discute, si parla e si chiacchiera. Al Jardim Denise non si è solo un numero, si lascia una traccia di sé. Due sue caratteristiche sono quindi la familiarità e la condivisione: alla sera ci si ritrova a tavola insieme, ci si racconta le avventure e le emozioni provate durante il giorno. Chiunque scelga di andare al Jardim Denise, lascia qualcosa di sé: dal disegno che rimane sulle pareti dell’asilo alle esperienze con i bambini. I volontari ricevono e, allo stesso tempo, lasciano molto. Il Jardim Denise può essere dunque definito come “una casa piena di ricordi di tutte le persone che sono passate”. Ci sono stati gruppi di ragazzi volontari che non si conoscevano a Fogo e, quando sono tornati in Italia, a distanza di tempo, si sono sposati e si ritrovano ancora per occasioni come matrimoni o battesimi. Questo dimostra che, oltre
all’esperienza arricchente del volontariato, si instaurano delle bellissime amicizie. Un’altra particolarità del Jardim Denise è infatti la profondità delle relazioni che si creano. C’è quindi un fortissimo senso di comunità, di amicizia e di rispetto.

Che tipo di volontariato offre il Jardim Denise?

Il volontariato, come il progetto in generale, è fatto di piccole cose. Ogni volontario è libero di gestire la propria giornata: c’è chi dipinge, chi aiuta i bambini, chi fa la spesa. Con i bambini si gioca e si fanno attività, come la danza e il canto. Tutto si basa molto sull’improvvisazione, è il volontario che deve mettersi in gioco, è molto semplice far felici i bambini, l’importante è dar loro attenzione e amore. Normalmente, a parte quest’anno a causa del COVID-19, i bambini vengono anche portati in gita con i volontari e si allestiscono dei teatrini. I bambini capoverdiani sono inoltre molto generosi, per esempio quando viene data loro la merenda, ne offrono sempre un pezzo agli altri.

Riguardo, invece, alla spesa, si può andare al mercato e quella è anche un’occasione per fermarsi a parlare con la gente del posto e mangiare un piatto tipico. I volontari che scelgono il Jardim Denise hanno inoltre “vitto e alloggio”. C’è un locale su due piani annesso all’asilo: al primo piano si trova la cucina e al secondo piano, la camera da letto. La camera consiste in uno stanzone con dei letti al suo interno e lì dormono i volontari.

Per concludere, l’esperienza di volontariato al Jardim Denise è bella perché è vissuta con tranquillità e con libertà. Ognuno è libero di gestire la propria giornata.

Curiosità

Il primo anno che hanno aperto l’asilo, c’era una bellissima bambina bionda che si chiamava Denise, quando era piccola, Anna le diceva sempre: “Se non avessi mamma e papà qua, ti porterei in Italia”. All’età di quindici anni, la bambina non dimenticò quelle parole e disse ad Anna: “Ti ricordi quello che mi avevi detto da piccola all’asilo? Che mi avresti portata in Italia”. Questo esempio mostra come i bambini non si dimenticano né le persone né le esperienze vissute. Alla fine, questa bimba partì per gli Stati Uniti con il padre.

Al compleanno, la prima fetta di torta viene data alla persona che uno reputa più importante. Un bambino di nome Sandro la diede a Lorenzo.

Qual è il ruolo della donna a Capo Verde?

La società capoverdiana è una società matriarcale. La donna ha un ruolo centrale, è il fulcro della famiglia. È la donna che sceglie l’uomo ed è la donna che lavora. Se si apre il portafoglio di un uomo di cinquant’anni, si troverà la foto della mamma, perché spesso i papà sono assenti. Questo è semplicemente il loro tipo di cultura.

“Noi abbiamo dato tanto e abbiamo ricevuto il doppio, quando dai, ricevi”. Ricevere in senso umano, non materiale. Quando si ha un grande dolore, la visione del mondo cambia. I bambini di Capo Verde hanno dato ad Anna e Lorenzo la forza di continuare: nei momenti bui la possibilità di ripensare ai bei momenti trascorsi all’asilo o alle risate dei bambini era un incentivo per alzarsi al mattino, andare a lavorare e vedere il mondo con occhi diversi.

Un ringraziamento speciale ad Anna e Lorenzo Maccagno e ai due volontari, Emanuele e Lorenzo, per l’intervista.

Morena Bergia

Il muro sei io

Il muro sei io.

Come spiegare quando non riesco a capire,

perché parlare quando non lo si può comunicare.

Lo percepisco ma come tradurlo a parole,

in un mondo di lettere ma senza ragione.

La chiamano solitudine, io la definisco forza,

la definiscono debolezza, io la chiamo indipendenza.

Come credere, se non hai mai amato

come scegliere se non hai mai sbagliato.

Ti ammirano, bella come un fiore,

che però quando viene raccolto,

muore.

Il muro sei io.

Lo puoi spiegare quando non lo riesci a capire,

ne puoi parlare anche quando non lo si può comunicare.

Lo percepisco ma come tradurlo a parole,

in un mondo di nuovi battiti ma senza ragione.

La chiamano solitudine, io la definisco forza,

la definiscono debolezza, io la chiamo indipendenza.

Come vivere, se non hai mai amato

come scegliere se non hai mai imparato.

Ti ammirano, bella come un fiore,

che però quando viene raccolto,

lo vedi per davvero,

è un cuore.

Carola Speranza

A beleza está em toda parte

Decidi escrever um pequeno conto e tentar torná-lo atual o mais possível para dar uma moral às crianças de hoje. Para começar esta história, é preciso em primeiro lugar apresentar-vos o Jean. Filho de um professor de ciência e de uma física, ele tinha uma grande paixão pela arte. Era grande amante de arte. Quando podia, apanhava o autocarro, atravessava toda a cidade, já que morava na longínqua periferia, e chegava até ao centro, no coração da beleza. Cada vez visitava um museu novo e depois, quer fosse um dia lindo, quer o tempo estivesse mau, sentava-se à beira da Sena, e pintava. Ele pintava as belezas de Notre-Dame, sempre as belezas de Notre-Dame. Tentavam dizer-lhe que existiam muitas outras belezas para pintar, mas ele prosseguia obstinadamente a representar apenas a bela Notre-Dame, cada vez com uma emoção diferente, cada vez com uma perspectiva diferente. Para continuar esta história, é preciso falar da Camille. Uma menina, loira, magrinha, que morava na periferia parisiense. O pai dela era um político, a mãe uma diplomata, a Camille tinha uma grande paixão pela poesia. Era grande amante de poesia. Ela costumava ir a pé por toda a cidade, e depois, quando encontrava o lugar certo e fértil pelas ideias dela, sentava-se e começava a sonhar. Após o sonho, havia a emoção e, depois, a escritura. Ela estava quase sempre à beira do canal Saint-Martin. Enquanto observava a água a correr, colocava a mão no caderno e escrevia tudo o que tinha na cabeça. Ela tinha a certeza: era o movimento da água que estava a correr a embalar os pensamentos dela. Estas duas almas inocentes, um pouco boémias, acabaram por ficar presos entre as paredes da própria casa. De facto, a chegada de uma terrível pandemia obrigou todos a ficar em casa e não sair. Estava tudo fechado. Mas eles não se importavam com isto. O verdadeiro problema era a proibição de largada para ir ver a Notre-Dame bonita ou ver a água do canal de Saint-Martin. A Camille, no quarto dela, tentava continuar a escrever, a ser inspirada pelo seu próprio talento. O Jean observava as pinturas feitas e imaginava a catedral à frente dele, mas a mão dele em contacto com a tela já não se mexia. Os pais preocupavam-se porque viam como era triste a filha deles, com ar quase distante quando comiam juntos. E a situação era ainda pior na casa do Jean, ele já não comia. Sabemos que a tristeza pode controlar tudo: a fome, o tempo, as energias. Os dois jovens pensavam que não poderiam ter continuado a pintar e a escrever sobre a beleza. Os pais, zangados por esta situação, repreendiam os filhos, mas as coisas não mudavam. Felizmente, a primavera oferecia os primeiros dias bons, e a Camille e o Jean achavam melhor estar tristes na varanda do que nos seus próprios quartos. O destino ou (se calhar) a magia começaram a jogar com as vidas deles, fazendo-os sair, ao mesmo tempo, na varanda. A Camille com o quaderno e o lápis, e o Jean com a tela e o pincel. Eles nunca se tinham visto antes. As duas varandas eram uma em frente da outra. A Camille começou a escrever alguma coisa, o Jean fazia alguns esboços. E, finalmente, os dois viram-se. Com um só olhar perceberam que a beleza não fosse apenas a Notre-Dame bonita, que a inspiração podia vir também de um artista que pinta e não apenas da água do canal Saint-Martin. E, juntos, começaram a fazer da outra pessoa uma verdadeira obra de arte. Todas as tardes andavam nas respectivas varandas, trabalhavam uns pelos outros, sem dizer nada, apenas se olhavam. E eles sabiam, ah sim, sabiam muito bem que não estavam só a fazer arte, estavam a apaixonar-se. Não podiam falar uns com os outros, não podiam se tocar ou se beijar, mas faziam arte, que é quase o mesmo. Então, meus jovens leitores, eu tenho de dizer-vos: a beleza está em toda parte, só é preciso procurá-la e apaixonar-se dela.

Beauty is everywhere

To begin this story, first we have to introduce Jean to you. Son of a science professor and a physicist, he loved art. He adored art. When he could, he would take the bus and, as he lived in a distant suburb, he would cross the whole city in the direction of the city center, the heart of beauty. Every time he was there, he visited a new museum and then, either the day was sunny, or the weather was bad, he sat on the banks of the Seine and started painting. He painted the beauty of Notre-Dame, always the beauty of Notre-Dame. We all tried to tell him that there were many other things to paint, but he obstinately continued to represent only the beautiful Notre-Dame, each time with a different emotion, each time through a different perspective.
To continue this story, we need to talk about Camille. She is a thin and blond girl living in the suburbs of Paris. Her father was a politician, her mother was a diplomat, Camille loved poetry. She adored poetry. She would walk all around the city and, when she found the most appropriate and fertile place for her ideas, she sat down and started dreaming. After the dream, there was the emotion and then the writing. She was almost always on the banks of the Saint-Martin Canal. Looking at the flowing water, she put her hand on the notebook and started writing everything she had in her mind. She was sure: her thoughts were shaken by the movement of the flowing water.
These two innocent, slightly bohemian spirits found themselves locked within the walls of their own house. Indeed, the arrival of a terrible pandemic forced everyone to stay at home and to never leave it. Everything was closed. Nevertheless, it didn’t matter to the two young people. The real problem was the impossibility to go out to see the beautiful Notre-Dame or to look at Saint-Martin Canal’s water. Camille tried to keep writing and to be inspired by her genius in her bedroom. Jean looked at his paintings and tried to imagine the cathedral in front of him but his hand, even if it was in contact with the canvas, no longer moved.
Her parents were worried to see how sad and almost absent their girl looked when she ate with them. And the situation was even worst at Jean’s place, he stopped eating. We all known that sadness can take away everything: hunger, time and energy. The two young people thought they could not continue to paint and write about beauty. Their parents, irritated by this situation, scolded their children, but things did not change.
Luckily, spring was giving the first beautiful days and Jean and Camille thought it was better to be sad on their terraces than in their bedrooms. Fate or magic began to play with their lives taking them out on the terrace at the same time.
Camille went out with her notebook and pencil and Jean with his canvas and paintbrush. They had never seen each other before. The two terraces faced each other. While Jean was drawing the sketches, Camille started writing. And finally, they saw each other. They understood in a glance that beauty was not only the beautiful Notre-Dame and that inspiration could also come from an artist who paints and not only from the water of Saint-Martin Canal. And they began to see the other person as a masterpiece. Every afternoon, they went out on their respective terraces, they worked for each other, without saying anything and only looking at one another. They knew very well that not only were they making art, but also they were falling in love.
They couldn’t talk, they couldn’t touch each other, they couldn’t kiss each other, but they were making art, which is almost the same thing.
Therefore, my young readers, let me tell you a secret: beauty is everywhere, you just need to look for it and fall in love with it.

La bellezza è ovunque


Per iniziare questa storia, occorre innanzitutto che vi presenti Jean. Figlio di un insegnante di scienze e di una fisica, amava l’arte. Adorava l’arte. Quando poteva, prendeva l’autobus, attraversava l’intera città, viveva infatti in piena periferia, e arrivava in centro, nel cuore della bellezza. Ogni volta visitava un nuovo museo e poi, che la giornata fosse bella o che il tempo fosse brutto, si sedeva sulle rive della Senna e dipingeva. Dipingeva la bella Notre-Dame, sempre e solo la bella Notre-Dame. Provavamo a dirgli che c’erano tantissime altre cose da dipingere, ma lui continuava ostinatamente a raffigurare solo la bella Notre-Dame, ogni volta con un’emozione diversa, e ogni volta con una prospettiva diversa.
Per continuare questa storia, occorre parlare di Camille. Una giovane ragazza, bionda e minuta, che viveva nella periferia parigina. Suo padre era un politico, sua madre una diplomatica, Camille amava la poesia. Adorava la poesia. Era solita passeggiare per tutta la città e, quando trovava il posto più adeguato e fertile per le sue idee, si sedeva e cominciava a sognare. Dopo il sogno, c’era l’emozione e poi la scrittura. Si trovava quasi sempre sul Canale Saint-Martin. Guardando l’acqua scorrere, posava la mano sul suo taccuino e scriveva tutto ciò che aveva in mente. Era sicura: era il movimento dell’acqua che scorre che scuoteva i suoi pensieri.
Questi due spiriti innocenti, un po’ bohémien, finirono rinchiusi tra le mura delle loro abitazioni. Infatti, l’arrivo di una terribile pandemia obbligò tutti a rimanere a casa, e a non poter mai uscire dalla propria dimora. Era tutto chiuso. Ma questa situazione non toccava particolarmente l’animo dei due ragazzi. Per loro, infatti, il vero problema era l’assoluto divieto ad andare a vedere la bella Notre-Dame o le acque del Canale Saint-Martin. Camille, nella sua camera, cercava di continuare a scrivere e a sentirsi ispirata. Jean guardava i suoi dipinti e immaginava la cattedrale davanti a lui, ma la sua mano, a contatto con la tela, non si muoveva più.
I genitori erano preoccupati per l’aspetto così triste e quasi assente che assumeva Camille quando mangiava con loro. E la situazione era ancora peggiore a casa di Jean, che non mangiava più nulla. Tutti noi sappiamo bene che la tristezza può prendere tutto: la fame, il tempo e l’energia.
I due ragazzi pensavano di non poter continuare a dipingere e a scrivere sulla bellezza. I genitori, innervositi da questa situazione, rimproveravano i loro figli, ma le cose continuavano a non cambiare. Fortunatamente la primavera concedeva le prime belle giornate di sole et Jean e Camille pensarono che fosse meglio essere tristi sulle loro terrazze che nelle loro camerette. Il destino o la magia cominciarono a giocare con le loro vite, facendoli uscire sul balcone nello stesso momento: Camille con la sua penna e il suo taccuino e Jean con la sua tela e il suo pennello. Non si erano mai visti. Le due terrazze erano una di fronte all’altra. Camille cominciò a scrivere qualcosa, mentre Jean disegnava degli schizzi. E alla fine si videro. Con un solo sguardo, capirono che la bellezza non risiedeva solo nella bella Notre-Dame, e che l’ispirazione poteva arrivare anche da un artista che dipinge e non solo dalle acque del Canale di Saint-Martin. E, insieme, cominciarono a fare dell’altra persona un capolavoro. Tutti i pomeriggi si ritrovavano sulle rispettive terrazze, dove lavoravano l’uno per l’altro, senza dire nulla, solo guardandosi. E sapevano, oh sì sapevano benissimo, che non stavano solo disegnando o scrivendo, ma si stavano innamorando. Non si potevano parlare, toccare, baciare, ma facevano dell’arte, che è praticamente la stessa cosa.
E così, miei giovani lettori, devo dirvelo: la bellezza è ovunque, occorre solo cercarla e innamorarsene.

La beauté est partout

Pour commencer cette histoire, il faut d’abord vous présenter Jean. Fils d’un professeur de science et d’une physicienne, il aimait l’art. Il adorait l’art. Quand il pouvait, il prenait le bus, il traversait toute la ville, comme il habitait dans une lointaine banlieu, et il arrivait dans le centre ville, dans le coeur de la beauté. Chaque fois il visitait un nouveau musée et puis, soit la journée était belle, soit le temps était mauvais, il s’asseyait aux bords de la Seine, et il peignait. Il peignait la beauté de Notre-Dame, toujours la beauté de Notre-Dame. On essayait de lui dire qu’il y avait des tas de choses à peindre, mais il continuait obstinément à représenter seulement la belle Notre-Dame, chaque fois avec une émotion différente, chaque fois avec une perspective différente. Pour continuer cette histoire, il faut parler de Camille. Une jeune fille, blonde et mince qui vivait dans la banlieue parisienne. Son père était un politique, sa mère était une diplomate, Camille aimait la poésie. Elle adorait la poésie. Elle allait se promener dans toute la ville, puis quand elle trouvait la place la plus juste et fertile pour ses idées, elle s’asseyait et elle commencait à rêver. Après le rêve, il y avait l’émotion et puis l’écriture. Elle se retrouvait presque toujours aux bords du canal Saint-Martin. En regardant l’eau qui coulait, elle posait sa main sur son cahier et elle écrivait tout ce qu’il y avait dans sa tête. Elle était sûre: c’était le mouvement de l’eau qui coule qui berçait ses pensées. Ces deux innocents esprits, un peu bohémiens, finirent enfermés entre le murs de leur propre maison. En effet, l’arrivée d’une terrible pandémie obligea tout le monde à rester chez elles, à ne jamais sortir de sa propre maison. Tout était fermé. Mais cela peu importait aux deux jeunes. Le vrai problème était l’interdiction de sortir pour aller voir la belle Notre-Dame ou regarder l’eau du canal Saint-Martin. Camille, dans sa chambre, cherchait à continuer à écrire, d’être inspirée par son génie. Jean regardait ses tableaux et il imaginait la cathédrale devant lui mais sa main, au contact avec la toile, ne bougeait plus. Les parents s’inquiètaient de voir combien la fille était triste et avec un air presque absent quand elle venait manger avec eux. Et la situation était pire chez Jean, il ne mangeait plus. On sait bien que la tristesse peut tout prendre: la faim, le temps et les énergies. Les deux jeunes pensaient qu’ils ne pouvaient pas continuer à peindre et à écrire sur la beauté. Les parents énervés par cette situation, ils grondaient leurs fils, mais les choses ne changeaient pas. Heureusement le printemps donnait les premières belles journées et Jean et Camille pensaient que c’était mieux d’être tristes sur leurs terrasses que dans leurs chambres. Le destin ou la magie commencèrent à jouer avec leurs vies, en les faisant sortir en même temps sur la terrasse. Camille avec son cahier et son crayon et Jean avec sa toile et son pinceau. Ils ne s’étaient jamais vus. Les deux terrasses étaient une en face de l’autre. Camille commença à écrire quelque chose, Jean faisait des esquisses. Et enfin il se virent. Avec un seul regard ils comprirent que la beauté n’était seulement la belle Notre-Dame, que l’inspiration pouvait venir aussi par un artiste qui peint et pas seulement par l’eau du canal Saint-Martin. Et, ensemble, ils commencèrent à faire de l’autre personne un chef-d’œuvre. Tous les après-midi ils allaient sur leurs terrasses respectives, ils travaillaient l’un pour l’autre, sans rien dire, seulement en se regardent. Et ils savaient, ah oui, ils savaient très bien qu’ils n’étaient pas seulement en train de faire de l’art, ils étaient en train de tomber amoureux. Ils ne pouvaient pas parler, se toucher, s’embrasser, mais ils faisaient de l’art, ce qui est presque la même chose.
Et donc, mes jeunes lecteurs, je dois vous le dire: la beauté est partout, il faut seulement la chercher et tomber amoureux d’elle.

The first day of school

The first lesson.
“Good Morning everyone, welcome to the Italian literature course. There is no better way to introduce oneself than by asking a question. What is literature? Here he is, a fearless volunteer. Your name, please?”
“There is no better way to introduce oneself than by answering a question. Literature is no fucking use”. General buzz. Who would ever want to fail the first day of school? Veronica turns around, she looks at him, but it was as if she couldn’t see anything.
“Do you see how well I have already understood him? We have a dauntless warrior in our classroom! I am sorry to disappoint you, but the answer cannot be correct, since I’ve not asked you what literature is for, but what it is. Therefore, I am forced to change my question”. He stands up, takes the corridor to the right calmly and approaches to the boy’s desk. He rolls up his shirt’s sleeves slightly, sits on the edge of the desk with one leg dangling outwards and starts talking again: “In order to have this kind of answer I have to ask you what literature is for”. The boy doesn’t look away from the professor’s eyes and, with a mischievous smile, he answers unconsciously aloud: “Literature is no fucking use”. Two endless seconds. The professor suddenly stands up and shakes hands with the student. His eyes open wide. “I am forced to give an A on the first day of school, guys”. Not only has your colleague answered the question correctly, but he also quoted a famous French writer of the nineteenth century!”. He goes quickly back to his teaching post and takes some sheets of paper. “Pass them on, thank you. You’ll see that our warrior has certainly read the preface of this wonderful book. The author says it clearly. Miss, would you be so kind as to read the first line?”
“What is literature for? Nothing”.
“Here’s today’s lesson. Thank you for the spoiler”. General laughter. “Literature is useless. You can take the girl who has just read, the courageous student over there or me as an example. I have read Anna Karenina, what I think they haven’t done yet. I have read Buddenbrook by Mann, what I think they haven’t done yet. Nevertheless, all three are safe and sound in this room. All three breathe, we had breakfast and tonight we can go out for a beer. It is not an invitation. Let’s be clear”. He is really serious. He sits on his teaching post. “What is a flower for? I mean for the man, a flower, what is it for? It is for nothing, ça ne sert à rien. Men can live easily without a flower for the rest of their life. Now, let’s imagine two different houses. One with a nice green lawn and the other with a nice green lawn, lavender which runs along the path that leads to the entrance of the house, red and white roses dotted around the garden and geraniums dripping from the balcony vases. Which one would you choose? But I will tell you more, what’s a love letter for? Why can’t I see you instead and tell you that I love you? Why do I have to write a letter? What’s an artwork for? What’s a photograph for? Here you have the funniest one: what’s a kiss for? A complete silence in the classroom. The kiss is useless. Useless. Let’s be pragmatic, kissing is not necessary for the reproduction and it’s a huge germ exchange. Do you know how many diseases have been transmitted by a kiss? Do you know how unhygienic a kiss is?”. He takes a few minutes to pause and then, raising his voice, declares: “Dear students, I haven’t come here to teach you anything useful. Usefulness cannot get along with beauty. Literature is exactly like a flower, a photograph, an artwork, a letter or a kiss. It is useless. However, I don’t want to give up the scent of wisteria when I go back home, I don’t want to give up the beautiful love letter written to my girlfriend at the tender age of twelve, I don’t want to give up the photos I keep in my wallet, I don’t want to give up a painting by Klimt in my bedroom and above all, I don’t want to give up a long and unexpected kiss at the front door of the girl I like. Anyone who doesn’t want all this, please get out of this room. Here the situation is serious, here we speak of beauty and of useless stuff!”.

O primeiro dia de escola

A primeira aula.

“Bom dia a todos, bem-vindos à aula de Literatura Italiana. Não existe maneira melhor de apresentar-se do que fazer uma pergunta. O que é a literatura? Ei-lo! Aí temos um rapaz corajoso! Por favor, o seu nome é?” “Não existe melhor maneira de apresentar-se do que responder a uma pergunta. A literatura não serve para merda nenhuma”. Burburinho na sala de aula. Quem é que quer arriscar chumbar no primeiro dia de escola? A Veronica vira-se, olha para ele, mas é como se não visse nada. “Vê como determinei logo o seu carácter? Temos um destemido guerreiro aqui! Lamento desiludi-lo, mas a resposta não pode estar certa já que não lhe perguntei para que serve a literatura, mas o que é. Portanto, vejo-me obrigado a mudar a pergunta.” Levanta-se, caminha calmamente em direção ao corredor à direita e aproxima-se da carteira do guerreiro. Arregaça ligeiramente as mangas da camisa, senta-se na mesa com uma perna pendurada do lado de fora e continua: “Para receber este tipo de resposta tenho de lhe perguntar para que serve a literatura.” O rapaz não desvia o olhar dos olhos do professor e com um sorriso malicioso responde com a voz mais alta: “A literatura não serve para merda nenhuma”. Passam dois segundos. Intermináveis. O professor levanta-se de repente e aperta a mão do estudante. Os olhos arregalam-se. “Sou obrigado a dar um 20 já no primeiro dia de escola. Este vosso colega não só respondeu corretamente à questão, mas também mencionou o grandíssimo escritor francês do século XIX!” Volta rapidamente para a cadeira e agarra num maço de folhas. “Faz circular, obrigado. Bom, o nosso guerreiro leu, seguramente, o prefácio deste maravilhoso livro. O autor disse-o claramente. Menina, teria a gentileza de ler a primeira linha?”“Para que serve a literatura? Para nada.” “Eis! Aqui está a lição de hoje. Obrigado pelo spoiler.” Gargalhada geral. “Então, sabem, a literatura não serve de nada. Veja-se, por exemplo, eu e esta menina que acabou já de ler, ou o nosso guerreiro ali ao fundo. Eu li Anna Karenina, e creio que eles ainda não o tenham feito. Eu li os Buddenbrook de Thomas Mann, e creio que eles ainda não o tenham feito. No entanto, estamos todos os três vivos e bem nesta sala de aula. Todos os três respiramos, tomámos o pequeno-almoço e esta noite poderemos ir beber uma cerveja. Não é um convite, que seja claro.” O professor, de repente, torna-se muito sério. Senta-se na cadeira: “Para que serve uma flor? Quero dizer, para o homem, uma flor para que serve? Para nada, à rien. O homem pode viver tranquilamente sem uma flor durante toda a sua existência. Imaginem duas casas, uma com um bonito relvado verde e a outra com um bonito relvado verde, a lavanda ao lado do caminho que leva à entrada da habitação, rosas vermelhas e brancas espalhadas pelo jardim e gerânios que saem em abundância para fora dos vasos das varandas. Qual deles escolheriam? E vou dizer-vos mais, uma carta de amor, para que serve? Porque não posso encontrar-te para te dizer que te amo? Porque escrevo uma carta? Para que serve uma obra de arte? Para que serve uma fotografia? Mas esta é a melhor de todas: para que serve um beijo?” Silêncio total na sala de aula. “O beijo não serve à rien. Para nada. Sejamos pragmáticos, o beijo não serve à reprodução e é uma troca de germes imensa. Sabem quantas doenças é possível transmitir por causa de um beijo de língua? Sabem quão pouco é higiénico um beijo?” Tira alguns momentos de pausa e depois proclama: “Queridos jovens, eu não vim aqui para vos ensinar nada de útil. A utilidade não se dá bem com a beleza. A literatura é exatamente como uma flor, uma fotografia, uma obra, uma carta ou um beijo, não serve para nada. Não quero renunciar, contudo, ao perfume da glicínia quando volto para casa, à belíssima carta de amor escrita na tenra idade de doze anos para a minha namoradinha, às fotografias que tenho na carteira, ao Klimt no meu quarto e, sobretudo, não quero renunciar a um lugar, inesperado beijo de língua em frente à porta da entrada da rapariga de quem gosto. Quem quer desistir de tudo isto, pode sair desta sala, a sério, estamos a falar de beleza e de coisas que não servem para nada!”

Le premier jour d’école

Le premier cours.

« Bonjour à tous, bienvenus dans le cours de littérature italienne. Il n’y a pas de meilleure façon de se présenter qu’en posant une question. Qu’est-ce que c’est la littérature, selon vous ? Le voici, un volontaire intrépide. Votre prénom, s’il-vous-plaît ? » « Il n’y a pas de meilleure façon de se présenter qu’en répondant à une question. La littérature, ça ne sert à rien ! ». Bavardage général. Qui aurait-il voulu perdre l’année dès le premier jour d’école ? Veronica tourne sa tête, elle le regarde, mais c’est comme si elle ne voyait rien. « Vous voyez comme je l’avais bien saisi. Nous avons un volontaire intrépide dans la classe ! Je suis désolé de vous décevoir, mais la réponse n’est pas correcte vue que je ne vous ai pas demandé à quoi la littérature sert, mais bien au contraire ce qu’elle est. Je suis donc obligé de changer de question ». Il se lève, il prend le couloir sur la droite avec calme et s’approche au banc de l’intrépide. Il soulève légèrement les manches de sa chemise et, une fois assis sur le banc avec une jambe pendante vers l’extérieur, il reprend : « Afin d’avoir ce type de réponse, je devrais vous demander à quoi la littérature sert ». Le garçon ne détourne pas le regard des yeux du professeur et, avec un sourire malicieux, il répond inconsciemment à voix haute : « La littérature, ça ne sert à rien ». Deux secondes s’écoulent. Infinies. Le professeur se lève tout d’un coup et il serre la main à l’élève. Il ouvre grand ses yeux. « Je suis obligé de donner 20 le premier jour d’école, les jeunes. Non seulement votre collègue a bien répondu à la question, mais il a également cité un illustre écrivain français du dix-neuvième siècle ! Il retourne très vite à son bureau et il prend des feuilles ». « Faites circuler, merci. Eh bien, vous voyez que notre courageux volontaire a sûrement lu la préface de ce livre magnifique. L’auteur le dit explicitement. Mademoiselle, pourriez-vous lire la première ligne ? ». « À quoi sert la littérature ? À rien ». « Voici le cours d’aujourd’hui. Merci pour le spoiler ». Un rire général. « La littérature, ça ne sert à rien. Prenez cette fille qui vient de lire et moi comme exemple, ou sinon notre jeune homme là-bas. Moi, j’ai lu Anna Karenina, ce qu’ils n’ont pas encore fait, je crois. Moi j’ai lu Buddenbrook de Mann, ce qu’ils n’ont pas encore fait, je crois. Pourtant, nous sommes tous les trois en bonne santé dans cette salle. Nous respirons tous les trois, nous avons pris notre petit-déjeuner et ce soir nous pouvons sortir pour boire une bière. Ceci n’est pas une invitation, soyons clairs ». Il est très sérieux. Il s’assit sur le bureau : « À quoi sert une fleur ? Pour l’homme, une fleur à quoi ça sert ? Elle ne sert à rien. L’homme peut tranquillement vivre sans aucune fleur pendant toute sa vie. Imaginez maintenant deux maisons, l’une avec une belle pelouse verte et l’autre avec une belle pelouse verte, de la lavande qui court le long du chemin qui mène à l’entrée de l’habitation, des roses rouges et blanches parsemées dans le jardin et des géraniums qui poussent des vases des balcons. Quelle maison choisirais-tu ? De plus, je vais vous dire une autre chose, une lettre d’amour, à quoi ça sert ? Pourquoi ne pas te voir pour te déclarer mon amour ? Pourquoi je dois écrire une lettre pour exprimer mes mots d’amour ? À quoi sert une œuvre d’art ? À quoi sert une photo ? Mais attendez la plus belle de toutes : à quoi sert un baiser ? Un silence total dans la classe. Le baiser ne sert à rien. À rien. Soyons pragmatiques, le baiser n’est pas nécessaire pour la reproduction et il n’est qu’un énorme échange de germes. Vous savez combien de maladies se sont transmises en s’embrassant ? Vous savez qu’un baiser est vraiment peu hygiénique ? ». Il prend quelques minutes de pause et ensuite, en élevant sa voix, dit : « Mes chers jeunes enfants, moi je ne suis pas ici pour vous apprendre quelque chose d’utile. L’utilité ne peut pas s’accorder avec la beauté. La littérature est exactement comme une fleur, une photo, une œuvre, une lettre, un bisou, elle ne sert à rien. Pourtant, moi je ne veux pas renoncer au parfum de la glycine quand je rentre chez moi, à la magnifique lettre d’amour écrite à ma petite amie quand j’avais douze ans, aux photos que je garde dans mon portefeuille, à l’œuvre de Klimt dans ma chambre, mais surtout à un long et inattendu baiser à la porte de la maison de la fille que j’aime. Ceux qui veulent renoncer à tout ça, ils sont priés de sortir de cette salle, ici on est sérieux, ici nous parlons de la beauté et des choses qui ne servent à rien ! ».