La gabbia


di Carola Speranza

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Cento, centouno, centodue. Il vicino di casa aveva messo della musica jazz. Centocinque, centosei, centosette. Era a volume altissimo, era un pianista. Un raggio di sole oltrepassava la finestra della camera da letto, mostrando gli aloni di un lavaggio troppo frettoloso delle sue vetrate, dimostrando così che solo la parte bassa fosse stata pulita: la parte superiore era troppo difficile da raggiungere. Centosedici, centodiciassette, centodiciotto. La luce colpiva il lato destro della scrivania, lasciando in ombra la sedia, e la persona che vi era seduta sopra. Con le braccia incrociate su tavolo, vi aveva appoggiato la testa con i suoi capelli disordinati, che arrivavano fino alle spalle. Il palmo della mano destra rimaneva interamente incollato sulla superficie della scrivania, lasciando il solo mignolo battere il ritmo che proveniva dalla stanza accanto. Centoventiquattro, centoventicinque, centoventisei, centoventisette. Ora il mignolo cambia ritmo, sembra seguire una musica nuova. Centotrentuno, centotrentadue. Certo è un ritmo particolare, perché ora sono quattro dita, escluso il pollice, a battere sulla scrivania. Non è musica, è impazienza. Scrivere musica dovrebbe essere un risultato dell’impazienza; eppure, la musica è solo il prodotto della pazienza, della cura, del tempo. Forse pensava anche a questo Lui. O era forse una Lei? Chi era questa persona che perdeva centoquarantaquattro, centoquarantacinque, centoquarantesei secondi, con gli occhi aperti, in quella posizione? Forse pensava? Non lo sapremo mai. Perché mentre ci sembra di avvicinarci al suo volto, coperto dalle braccia, ci sembra di scorgere una fronte ampia, distesa, come suo padre. Se ci allontaniamo, notiamo che il suo corpo è alto, secco, come sua madre. Se ci riavviciniamo, vediamo un viso triste, sicuramente bagnato. Ma non riusciamo a dire nulla di più, perché rimaniamo in silenzio, per comprendere che il battere delle dita sul tavolo equivale alla durata di un secondo. Le quattro dita si appoggiano in sequenza e siamo a centocinquantanove; dita che si rialzano, centosessanta; dita che si riappoggiano, centosessantuno. Nel frattempo, la luce si sposta sempre più a destra, illuminando una parte della testa, con capelli scuri, leggermente mossi. Intorno alla sua figura, l’aria è pesante. Di sicuro non è stata cambiata dopo il risveglio. La luce ora si sposta verso il centro del tavolo dove, davanti alle braccia incrociate, c’è una scatola. Centosettantacinque, centosettantasei, centosettantasette. Non è una scatola, è una gabbia. Ma certo, è una gabbia: 15 cm per 13 cm per 20cm. Ha delle piccole sbarre che ne ricoprono i quattro lati, sotto è chiusa, sopra ha una piccola porticina con un timer. Sì, sembra il classico timer del forno, del microonde. Ed eccolo da dove arriva il ritmo. Centonovanta, centonovantuno, centonovantadue. All’interno della gabbia c’è un cellulare, che si illumina di continuo. Non sono messaggi ma notifiche: è stato pubblicato un nuovo video, sono arrivate delle mail, ci sono gli aggiornamenti del fantacalcio e dei giochi scaricati. E intanto siamo a duecentodieci, duecentoundici, duecentododici. La gabbietta di plastica è ora totalmente illuminata. Pian piano la testa si alza, per appoggiarsi solo da un lato, sul gomito destro. Le braccia rimangono sempre incrociate sul tavolo. Scorgiamo così un occhio verde con delle macchie gialle: come suo padre. Vediamo così delle timide lentiggini sotto un’occhiaia molto pronunciata, come sua madre. Duecentotrenta. Piccole goccioline cristallizzano la parte della fronte esposta, e scendono lungo il viso, con le ciglia che sbarrano il loro tragitto. Anche le mani lasciano impronte di sudore sulla scrivania. Avrà caldo? Freddo? Duecentocinquanta. La gamba destra inizia a ballonzare, duecentosessanta. L’occhio si richiude, duecentosettanta. Un braccio si distende, duecentottanta. La mano agguanta la gabbia, duecentonovanta. Ci siamo, finalmente, il viso verrà scoperto, conosceremo l’identità del personaggio della storia. Trecento. La gabbia inizia a tremare, il timer ha finito di contare i secondi. La mano destra apre la gabbietta, il viso rimane per poco esposto. Finalmente potremmo vedere il suo viso, capire di chi si tratta ma non ne abbiamo il tempo. Prende il cellulare, lo porta davanti agli occhi e sorride. Dice a bassa voce: «Sempre meglio». La gabbia si richiude: un nuovo record è stato battuto. Trecento secondi senza usare il telefono, trecento secondi di astinenza. E ora che lo schermo torna davanti agli occhi a lui prediletti, due ore passano in tranquillità, accovacciato e disteso su quello stesso tavolo, in cui cinque minuti erano sembrati un’eternità.

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