La grande storiella d’amicizia tra Riccardo Nencini e Oriana Fallaci.

Riccardo Nencini non è solo un senatore, non è solo il Presidente del Partito Socialista Italiano, non è solo uno storico ed uno scrittore, ma è anche un amico di Oriana Fallaci.  Lo è tutt’ora, altrimenti non le avrebbe regalato, visto che proprio oggi sarebbe stato il suo compleanno, un’intera trilogia: da Morirò in piedi, a Il fuoco dentro, fino alla pubblicazione, nel 2021, di A Firenze con Oriana Fallaci. Ci siamo sentiti qualche giorno fa, entrambi eravamo in macchina e avevamo tanta voglia di chiacchierare su Oriana, che oggi compierebbe 92 anni.

Dal libro Morirò in piedi, il primo della trilogia che Lei ha scritto su Oriana Fallaci, afferma che il vostro primo incontro sia avvenuto al telefono nell’ottobre del 2002, in vista del Social Forum.

RICCARDO. Esatto.

Fin da quella prima chiamata, Oriana aveva dimostrato il lato più pungente e determinato del suo carattere, che è anche quello che ha sempre voluto mostrare in pubblico. Le volevo chiedere come sia stato conoscerla sotto un altro punto di vista, quello umano. Com’è stato scovarne i lati più intimi e introspettivi, scoprendo in lei un’amica e non la persona di successo?

È stata una rivelazione. Una r-i-v-e-l-a-z-i-o-n-e. Una donna sola, profondamente sola… si sentiva che le mancava un figlio. Via via che il legame si è stretto, lei si è aperta moltissimo, fino a rendere reciproche le confessioni. Pensa che un giorno mi ha addirittura cucinato un ottimo castagnaccio. Io ne sono un gran goloso, e arrivò a cucinarne uno che era fantastico. Sai posso dire che siamo diventati amici per un lungo periodo e che mi manca molto.

Immagino, manca anche a me, ed io non l’ho mai conosciuta.

Carattere eh, carattere spinoso. Pungente e spinoso. Alle volte proprio del filo spinato, però quando entravi sotto pelle, era una persona che pretendeva molto ma dava moltissimo.

Come la definirebbe come giornalista, come scrittore e, infine, come amica?

( breve silenzio. ) Incominciamo come giornalista: creativa, pungente, provocatoria, volutamente provocatoria. Come scrittrice aveva uno stile purissimo, che aveva limato e costruito dopo anni di tentativi. Me la immagino alla scrivania: lei, il Dizionario dei sinonimi e contrari, il Devoto-oli e il bianchetto per correggere. Uno stile purissimo, immediatamente identificabile come suo. Quando la leggi dici subito: “È Fallaci!” E poi direi anche multiforme perché passa da Un cappello pieno di ciliege, che è un bel romanzo, davvero un bel romanzo, a libri molto più veloci, a saggi, a reportage di guerra, anche quelli sono innovativi rispetto alla tradizione dell’inviato di guerra. Come amica, beh come tutti gli amici cari, coinvolgente. Coinvolgente, piena di premure.

La parte che mi ha sempre colpita, sempre del suo libro Morirò in piedi, è la visita alla Torre dei Mannelli insieme con Oriana Fallaci. Avrebbe voluto trascorrere lì gli ultimi giorni della sua vita, guardando la cupola della sua Firenze. Lei si rende conto che è uno delle poche persone al mondo ad averla vista piangere?

Penso di sì. Sorridendo. Sì, l’ho vista piangere e piangeva davvero. Era il ritorno alle origini, alla Resistenza.

In questo modo mi posso collegare all’ultimo libro della trilogia, chiedendole come definirebbe il rapporto di Oriana Fallaci con Firenze, da lei considerata come città “per intero”, rispetto a New York, che aveva definito “città-mia per metà”. A pagina 123 afferma: “Firenze non l’ha amata davvero”.

No, mai. Era un rapporto bastardo, perché lei l’ha sempre amata e Firenze l’ha sempre vista in cagnesco.

E infatti mi ha colpito molto il suo racconto dei funerali. Lei lo diceva: “Prima che essere italiana, sono fiorentina”, mai mi sarei immaginata un trattamento del genere.

Eravamo una quindicina forse? Forse un po’ meno. Mazzi di fiori direi una manciata.

Sono un po’ preoccupata. Quest’anno saranno vent’anni dall’attento alle Torri gemelle e io so perfettamente che si tornerà a parlare “male” di Oriana. Non male perché vengano riprese le sue parole in senso critico, ma male perché saranno trattate senza il giusto giudizio. Nel suo colloquio con Oriana Fallaci lei afferma che un punto debole delle varie dichiarazioni che aveva fatto nella sua trilogia fosse la posizione della Chiesa Cattolica, da lei considerata come unico pilastro per combattere questa invasione che avrebbe trasformato l’Europa in Eurabia e …

Ci fu un po’ di scontro anche con me su questo punto perché non appoggiavo questa sua profezia, che infatti non si è realizzata. Però lei deve tener conto, mi ricorda il suo nome, che io uso spesso quando parlo? Carola, okay, Riccardo. Carola devi tener conto di una cosa decisiva. Oriana è una donna. È la prima donna che entra in una redazione di un giornale negli anni ’50, non ce n’erano; è la prima inviata di guerra, non ce n’erano; quindi per essere accettata, deve scrivere in maniera diversa. Questo suo scrivere in maniera puntuta, provocatoria di proposito, lei me lo diceva ogni tanto, è un modo per farsi ascoltare. Di alcune esagerazioni lei ne era consapevole, perfettamente consapevole. Ma erano esagerazioni che lei reputava necessarie, proprio perché era una donna che era entrata nella redazione e poi buttata fuori, era inviata di guerra con tutti uomini, doveva fare uno sforzo superiore come darsi uno stile, anche provocatorio, per essere ascoltata.

Non capisco perché non si riesca mai a contestualizzare, come si fa per ogni altro autore: bisogna, infatti, contestualizzare per comprendere in quale momento della vita scriva determinate asserzioni e quale fosse il periodo storico, quale fosse il suo passato. Lei era stata a contatto con i terroristi, era una delle poche, forse, a sapere totalmente di cosa si stesse parlando.

Certo, certo, era stata in Libano. Aveva toccato con mano.

E in più ha anche detto delle verità, tra le tante provocazioni più o meno legittime, come il fatto che avrebbero colpito anche in Europa, che al tempo sembrava un’assurdità, e invece non era poi così assurdo.

Esatto, esatto.

La cosa che mi dispiace molto è che Oriana sapeva di non essere capita e che non sarebbe stata capita, lo aveva anche scritto. Si rinchiudeva nel suo appartamento e si prendeva cura dei suoi figli, che sarebbero appunto i suoi libri, e tra l’altro Lei, Riccardo, ne parla nel libro Morirò in piedi, quando dice che tenendo gli occhi sui fogli di Un cappello pieno di ciliege, li guardava come se fossero un neonato.

È vero! È assolutamente vero! Io ne sono la prova. Poco prima di morire, quando io andai a trovarla a casa del medico che la curava, vidi una pila di carta e le chiesi: “Oriana lì che c’è?” E ci misi una mano sopra. ( Ridiamo e inizia una perfetta imitazione scherzosa, ma neanche troppo, di Oriana ) “Riccardò, lascia stare eh, vaffanculo eh!” Allora io dico: “Ma cos’è? È l’ultimo libro allora questo, fammi vedere il titolo!” “Sì, ti faccio vedere il titolo… non ci penso nemmeno.” Ci mise sopra una mano e siccome era semicieca e aveva quindi bisogno di un contatto fisico, con una mano aveva la mia mano, e con l’altra proteggeva il manoscritto. Poi, ad un certo punto, siccome con le due mani impegnate non si trovava bene, prese un libro e ce lo mise sopra.

Doveva essere sicura di proteggerlo.

Sì, ed era quello. Era già “finito”, come sarebbe stato poi pubblicato.

Ci ha lasciato tantissimo, è stata, per me, il primo modello della donna moderna, che non dipende da nessuno, totalmente libera, tanto nella vita privata, come testimoniato dal suo primo romanzo Penelope alla guerra, quanto anche professionalmente, basta leggere una sua qualsiasi intervista, in cui non segue minimante le convenzioni del tempo. Mi chiedo e vorrei ragionare con lei, sul motivo per cui tutta questa parte del suo lavoro non sia rimasta nella memoria collettiva, perché quando si parla di lei, lo si fa ricordando solo questi ultimi anni e perché anche…

Perché è stata politicizzata. Perché certa cultura di una certa sinistra italiana ha preferito dimenticare il buono per inchiodarla alla croce della trilogia. Ne Il fuoco dentro c’è una serie di revisioni da parte di chi fu più duro nel 2001 verso di lei. Feci un lavoro di ricerca, e tra l’altro chi cambiò opinione lo fece, come avviene per molta parte della intellighenzia di certa sinistra italiana, senza fare nemmeno penitenza… Si cambia opinione e ciao.

E questo non avviene solo nell’ambito politico, ma l’ho percepito anche nell’ambito accademico. Non viene riconosciuta come scrittore, da studiare, su cui fare ricerca. Se parliamo di Pasolini, faccio questo paragone giusto perché era suo amico, va bene. Lei, no.

Guarda Carola, ho fatto uscire il mio ultimo libro per Mondadori, Solo, su Matteotti. Io sono un riformista, un vecchio socialista turatiano, il libro ha avuto delle ottime recensioni. L’unico giornale che non ha recensito perché si parla della storia Vera di quegli anni è Repubblica. Stessa storia di Oriana, stessa. Tu porti le carte, i documenti, e niente. N-I-E-N-T-E. Con carte e documenti mai citati prima. Oriana vive la stessa cosa. Lei lo diceva sempre riguardo a Tiziano Terzani. Avevano pensato di scrivere un libro assieme, lo sai questo?

No. Ma credo che quasi nessuno lo sappia.

Dovevano scrivere un-libro-insieme! ( è compiaciuto ) Avevano già preso accordi per scrivere un libro a quattro mani!

E sarebbe stato molto interessante quel libro, molto interessante.

“Hai capito Riccardo? Hai capito?” (imitazione di Oriana perfetta ) “Questo ha sempre detto una valanga di cazzate”, perché devi sapere che Oriana parlava un ottimo italiano ma nei rapporti a due parlava come una portuale livornese… Allora le chiedo: “In che casi Oriana?” “Come in che casi? Tutti! È stato in Cambogia ha detto che Pol Pot era un ganzo, ha fatto due milioni di morti, è stato in Cina e…” E aveva ragione lei… Cazzo, se aveva ragione Carola aveva ragione da vendere.

Se fosse ancora qui con noi, L’Oriana, nata il 29 giugno del 1929, cosa le regalerebbe per questo compleanno?

Guarda le regalerei il mio nuovo libro Solo, sai perché? Perché è il libro che ho scritto come probabilmente avrebbe voluto lei. Ti spiego perché, Carola. Un giorno, ci fu una discussione. Io stavo scrivendo un romanzo medievale, L’imperfetto assoluto, e sai che lei aveva “il pallino” che non si potesse usare la stessa parola per almeno quattro pagine etc? Ecco, bene. Io le dissi che il termine città, in Medioevo, si dice solo “città”,  non c’è un sinonimo. E lei mi rispose: “Ce l’hai un lavoro?” E io dico: “Sì, ce l’ho un lavoro”. E lei dice: “Beh, perfetto, meno male, almeno non scrivi”. E li finì. Lei era fatta così. Ma anche in questi colloqui, quando parlavamo così, lei mi ha insegnato moltissimo e Solo e anche in parte Il fuoco dentro hanno raccolto qualcosa delle sue indicazioni e del suo insegnamento.

Qual è l’insegnamento più importante?

Fatti capire. Se scrivi ti devono capire, chi legge deve capire.

Alla fine è l’unica cosa che conta.

Grazie Riccardo, grazie Oriana.

Riccardo Nencini con il secondo libro della trilogia dedicata ad Oriana Fallaci: “Il fuoco dentro”.

Ein ungewöhnlicher Fisch

Und hier waren sie schon, in seinem Königreich: die Brücke. Der Obdachlose wiederholte unaufhörlich, ihm zu sagen, wie sehr er es liebte, in dieser Umgebung zu sein, noch näher am Himmel und höher als die umliegenden Straßen – und vor allem, genau über dem Wasser. Dann sagte er ihm auch, dass Wasser das Wertvollste für ihn war. Also blickte der Junge über das Geländer, um das Wasser zu sehen und zu verstehen, was nun so besonders daran war. Auch wenn er sich beim Anblick des fließenden Wassers im ersten Moment freute, war der Junge trotzdem etwas enttäuscht.

„Ah, also das ist das Wasser, von dem du gesprochen hast…“

„Was ist los? Du bist nicht glücklich? Aber schau doch!“

„Da gibt’s nicht viel zu sehen, das Wasser ist schmutzig, es sieht aus wie Schlamm!“

Der Obdachlose dachte stumm einen Moment nach. Er überlegte sich: „Er sieht das Wasser des Flusses zum ersten Mal und denkt, es wäre schmutzig. Wenn er nur wüsste, wie es ohne Verschmutzung ausgesehen hat!“

Der Junge bestand darauf: „Du hast mir doch so viel von dieser Brücke erzählt! Ich bin auch froh darüber, hier zu sein, aber ich habe nicht erwartet, dass das Wasser so aussehen würde.“ Plötzlich sprang er auf: „Aber warte, ich sehe einen Fisch!“

Der Obdachlose war begeistert. Schon lange hatte er keine Fische mehr im Fluss gesehen! Schnell näherte er sich, um zu sehen, worauf sein neuer Freund aufgeregt zeigte. Anders als erwartet, sah er aber keinen Fisch. „Tut mir leid, aber wo ist der Fisch, von dem du sprichst?“

Der andere erwiderte verwundert: „Ich habe doch alles beachtet, was du mir gelernt hast. Warum siehst du ihn nicht? Du hast mir doch gesagt, dass im Fluss Fische wären: kleine Kreaturen im Wasser, die man von der Oberfläche aus sieht. Das muss also ein Fisch sein!“

Der Bettler warf einen enttäuschten Blick auf den Fluss, als er verstand, was dort im Wasser dahintrieb – auch wenn es durch die Strömungen wie ein Fisch auszusehen schien, war es leider nichts dergleichen, kein anderes Lebewesen und schon gar kein Fisch.

„Hm, ja das ist eine Plastikflasche…“

„Ist das eine bestimmte Fischart?“

„Aber nein, was für eine Frage!“

„Warum bewegt sich das Ding dann im Fluss, als wäre es ein Fisch?“

„Gute Frage… dort sollte es eigentlich nicht sein“, antwortete der Obdachlose mit betrübter Miene. Der Junge fragte sich bereits nach wenigen Stunden auf der Erde, warum da eine Plastikflasche im Fluss schwamm. „Die meisten von uns Menschen lässt das wohl eher gleichgültig, obwohl wir schon lange hier leben.“

„Hm das verstehe ich nicht. Oh, aber dort sehe ich einen Fisch! Ich hätte mir gleich denken können, dass Fische viel kleiner sind. Sieh doch, wie klein der ist, so süß! Komm, komm doch!

„Aber das ist auch kein Fisch…“, seufzte der Mann. Er dachte sich: „Dieses Mal werde ich ihm nicht die Wahrheit sagen. Wie soll ich ihm nur beibringen, dass das nichts als ein achtlos weggeworfenes Wattestäbchen ist? Vielleicht ist es besser, einfach nichts zu sagen.“

Der Junge hatte ihn sowieso nicht gehört und fuhr fort: „Schau doch, da ist ein zweiter! Und dort ist noch einer. Ach, wie niedlich sie aussehen. Ohje, jetzt sind sie alle auf Grund gelaufen! Wir müssen ihnen helfen!“

„Aber mein Junge, sieh doch…“

„Ja ja, ich weiß, es sind keine normalen Fische.“ Er verzog traurig das Gesicht.

„Ganz richtig, ich weiß nur nicht, wie ich es dir am besten sage. Ich habe versucht, es dir zu erklären, aber du weißt ja nicht, wie schwierig das ist und wie sehr ich mich dafür schäme. Ja, ich schäme mich und…“

„Nein, du musst dich nicht schämen, ich habe verstanden. Der Fisch ist aus Plastik! Er schwimmt nicht unter Wasser, sondern treibt auf der Oberfläche.“

„Hm, ja natürlich. Du hast Recht, du hast Recht. Aber weißt du, warum er nicht schwimmt? Weil das nicht sein Zuhause ist. Komm, retten wir sie!“

So kam es dazu, dass ein vorbeigehender Spaziergänger beobachtete, wie ein Obdachloser, begleitet von einem ungewöhnlich aussehenden Kind, den Fluss entlanglief, im Wasser herumhüpfte und Plastik aufsammelte – und, wie ihr euch vorstellen könnt, gab es eine ganze Menge davon.

„Komm, retten wir sie alle!“ Der Obdachlose wollte sich nicht länger sagen, dass es seine Schuld sei, oder die Schuld der Mitbürger, die ihm Essen und Zigaretten schenkten, die Schuld des Bürgermeisters, die Schuld dieses Spaziergängers, der sie so schief ansah, oder die Schuld von allen anderen Menschen um sie herum. Und die Rufe gingen weiter: „Großartig, du bist dabei, sie zu retten, gib sie schnell in diesen Sack, damit sie in Sicherheit sind.“ Der Außerirdische wusste natürlich nicht, dass der Sack nichts weiter als eine gewöhnliche Mülltonne war, aber das war auch egal. Mit großer Freude sprangen sie herum und sammelten den ganzen Müll, den sie im Fluss und daneben fanden, auf.

Der Spaziergänger entfernte sich kopfschüttelnd und murmelte: „Sie retten Plastik… wie merkwürdig!“. Der Obdachlose rief zurück: Für Sie retten wir vielleicht nur Plastik, aber damit retten wir auch eure Nachkommen und die ganze Erde!“

Der Mann drehte sich nicht mehr um, die beiden neuen Freunde aber fuhren ungehemmt fort, die Fische aus Plastik einzusammeln.

Also, liebe Leser und Leserinnen, wenn ihr eines Tages Fische aus Plastik in Not seht, zögert nicht und handelt wie diese zwei sympathischen Freunde: hört nicht auf die Worte gleichgültiger Passanten und helft den Dingen, die im Wasser nichts verloren haben! Unsere Welt braucht Personen wie diese!

Un pez muy extraño


Por fin estamos en su mundo: el puente. Me sigue diciendo que le gusta estar suspendido
en el aire, más cerca del cielo, más alto de las calles tan transitadas, y justo encima del
agua. Además también me ha dicho que el agua es el bien más preciado del mundo.
Entonces me asomo desde el puente, la quiero ver, quiero entender que es esta agua que
adora tanto. Miro, feliz, el agua del río que fluye debajo de nosotros, y aquí llega la
decepción.
– Ah, es esta… la famosa agua…
– ¿Qué pasa? ¿No estas feliz? ¡Pero mira!
– Pero es marrón, está sucia, parece casi tierra.
El vagabundo se para un segundo. No habla. Está pensando: ‘’Cualquier persona que vea
por primera vez el agua del puente de la ciudad, cualquier persona que vea por primera vez
en su vida el agua de un río piensa que es marrón. No sabe cómo era. Nunca sabrá cómo
es realmente.
’’
Yo insisto. – ¡Me has hablado mucho de este puente! Estoy feliz de estar aquí. Es verdad, no
me esperaba que el agua fuera así, ¡pero estoy viendo un pez por primera vez! –
El vagabundo está entusiasmado. Se asoma enseguida para ver qué es lo que está
señalando su amigo con el dedo, pero no ve ningún pez, entonces le pregunta: ¿Pero qué
pez? ¿Qué dices? –
Entonces yo contesto, con orgullo: -Mira, yo siempre he escuchado todas tus enseñanzas,
he tomado nota. ¿De verdad no lo ves? Tú me dijiste que en el río hay peces, que son
seres pequeñitos que están en el agua, y que se pueden ver desde la superficie. ¡Entonces
ese es un pez! –
El vagabundo, desesperado, vuelve a mirar dentro del río y entiende que esa cosa que flota
en el agua y que de vez en cuando se hunde debido a la corriente del mar no es un pez.
– Esa es una botella de plástico.
– ¿Es un tipo de pez?
– Claro que no, vaya.
– Entonces… ¿por qué está en el agua como un pez?
‘’Buena pregunta, muy buena pregunta. Una pregunta que él se ha planteado solamente
después de unas horas en la Tierra y nosotros, hombres, que vivimos aquí desde hace
generaciones, quizás nunca nos lo hemos preguntado de verdad. ‘’

¡Lo acabo de ver, claro! Tenía que imaginarme que los peces eran más pequeños,
ahí está, mira que pequeñito, que bonito. ¡Ven, corre!
– Pero… ese es…
‘’No, no se lo voy a decir. ¿Cómo le explico lo que es un bastoncillo? No, quizás mejor dejar
todo así.’’
El hombre miró para otro lado, y los dos amigos siguieron salvando el pez plástico, cada día
de sus vidas.


¡Mira! ¡Ahí hay otro! Y otro ahí. Mira esos varados, que bonitos que son.
– Hijo, espera…
– Sí, sí lo sé. No es un pez normal y corriente.
– Exacto, no sabia como decirtelo. He intentado explicártelo pero no sabes lo difícil
que es y además me da vergüenza. Si, me da mucha vergüenza y…
– No te tiene que dar vergüenza, sé lo que es, ¡Es el pez plástico! No está ni bajo del
agua ni por encima.
– Mmm.. ¡Claro! ¡Claro que sí! ¡Tienes razón, tienes razón! ¿Sabes por qué no flota?
Porque esa no es su casa. ¡Corre! Vamos a salvarlos, ¡corre!
Un hombre ve a este vagabundo, junto a un amigo suyo, corriendo por el río, recogiendo
todo el plástico que había por ahí, y gritando: – ¡Corre, tenemos que salvarlo! – Porque claro,
el vagabundo no quería decir que la culpa era suya, de sus conciudadanos que le dan
comida y cigarrillos, del alcalde, de ese hombre que les miraba con mala cara desde el
puente. Los gritos seguían: – Lo estás haciendo bien, corre, ponlo en esa caja así está a
salvo. –
Pero esa caja era solamente una bolsa para recoger el plástico, y ellos gritaban felices
porque estaban salvando toda la basura que encontraban.
El hombre del puente se fue, riendose: ‘’ Estos dos salvan el plástico… ¡bah!’’, entonces el
vagabundo gritó: ‘’ Es verdad, salvamos el plástico, pero en realidad también salvamos a
sus nietos.’’

El hombre miró para otro lado, y los dos amigos siguieron salvando el pez plástico, cada día
de sus vidas.

A very unusual fish

Here we are finally in his kingdom: the bridge. However, he keeps telling me he likes more being up in the air, closer to the sky, higher than all the busy streets, and right above the water. Then, he also told me that water is the most valuable asset in the world! Therefore, I stick my head out of the bridge, I want to see and understand what water is since he has been speaking a lot about it. I am happy as I look at the water flowing under our feet; yet I am disappointed.

– Ah, this is it… the water you have talked so much about…

– Aren’t you happy? Look at that!

– But it is brown, it is dirty, it almost looks like mud.

Tha trump stops for a second. He does not speak. He is thinking, “Anyone who sees water from the city bridge thinks it is brown. That person does not know what it was like before and will never know what it really looks like.”

I insist. -You have told me so much about this bridge! I am happy to be here. The truth is that I did not expect the water to be like this. Anyway, look, I am seeing a fish for the first time! –

The tramp is thrilled. He wants to see what his friend’s finger is pointing at. However, he does not see any fish. He immediately asks him: – Which fish? What are you talking about? –

I reply with pride: – Look, I have taken note of everything you taught me. How can you not see it? You told me that in the river there are fish, small beings which live in the water, and that they can be seen from the surface. Then this is a fish! –

The tramp looks desperately at the river and realizes that what is floating in the water, and that every now and then it sinks because of the current, is certainly not a fish.

– No, that one is a plastic bottle.

– Is it a type of fish?

– Of course not, but is that a question?

– And why is it in the river like a fish?

“Good question, this is really a good question. He asked himself that only after a few hours spent on this Earth and we, the Humans, who have been living on it for generations have never really wondered about that.”

– I have seen it now! I should have guessed that the fish was smaller. So, there it is, look how small and cute it is. Come, come here!

– But that is…

“No, I do not tell him the truth. How am I supposed to explain to him what a cotton swab is? No, I will not tell him”.

– Look! There is another one! And another one there. How cute they are!

– But son, look…

– Yes, yes, I know. It is not a normal fish.

– Exactly, I did not know how to tell you. I wanted to try to make you understand but you do not know how difficult it is and I am so ashamed. Yeah, I am so ashamed and…

– No, but you do not have to be ashamed, I understand, it is a plastic fish! It is not under the water, he floats on top. of it

– Mmm… That is true! You are right ! But you know why he doesn’t float? Because that is not its home. Hurry up! Let’s go save them, run!

A passerby sees the tramp with his friend who is running along the river and is picking up all the plastic that was around, while shouting: – Hurry up, let’s save it! – The tramp didn’t feel like saying that it was his fault, the fault of his fellow citizens who offered him food and cigarettes, the fault of the mayor, the fault of that passerby who looked at them from the bridge. And the shouts continued: – You’re saving the plastic, put her in that trunk so it will be safe. – But the trunk was nothing more than a plastic collection bin, and they shouted happily to save all the garbage they could find.

The passerby on the bridge walked away chuckling under his breath, “These two are saving the plastic…this is so weird!” Then the homeless man yelled, “We’re saving the plastic, which is true, but we are actually saving your grandchildren too!”

The passerby does not turn around, and the two friends continue to rescue the plastic fish. And so, dear readers, if you ever see any plastic fish in trouble, follow the advice of these two friendly characters, forget the words of passersby, and go help them! Our world needs people like them and like you!

Um peixe muito particular

E aqui estamos nós, finalmente no reino dele: a ponte. Ele continua a dizer-me que gosta do fato de estar suspenso no ar, mais perto do céu, mais alto do que as ruas movimentadas, e mesmo acima da água. E depois diz-me também que a água é o bem mais precioso do mundo. E por isso inclino-me da ponte, quero vê-la, quero saber o que é que é esta água que ele tanto exalta. Olho para ele, todo excitado, a água do rio que corre abaixo de nós. Mas é aí que fico desapontado.
-Ah, esta é… a famosa água…-
-Mas como? Não está feliz?-
-…é castanha, é suja, quase parece terra.-
O sem-abrigo para por um segundo. Não fala. Ele está a pensar: “Quem vê água da ponte da cidade pela primeira vez, quem vê água de um rio pela primeira vez na sua vida, pensa que é castanha. Não sabe como era. E nunca saberá como é realmente”.
Eu insisto: – Falaste-me tanto desta ponte! Estou feliz por estar aqui. É verdade, eu não esperava que a água fosse assim, mas estou a ver um peixe pela primeira vez! –
O sem-abrigo está entusiasmado. Ele inclina-se imediatamente para ver para onde o dedo do seu amigo está a apontar. Mas não vê peixe nenhum. Então pergunta-lhe imediatamente: – Que peixe? Do que é que está a falar? –
Eu respondo com orgulho: – Olha, escutei todos os teus ensinamentos. Tomei notas. Mas não vê? Disse-me que há peixes no rio, e que são pequenas criaturas na água, e que podem ser vistos a partir da superfície. Então isso é um peixe! –
O sem-abrigo olha desesperadamente para o rio e percebe que o que está a boiar na água, e por vezes a afundar-se por causa da corrente, não é certamente um peixe.
-Mas isso é uma garrafa de plástico.-
-É um tipo de peixe?-
-Claro que não, que pergunta é essa?-
-Então porque é que está na água como um peixe?-
“Uma boa pergunta, uma pergunta muito boa mesmo. Uma pergunta que ele faz após apenas algumas horas passadas nesta Terra, e nós, homens, que nela vivemos há gerações, talvez, nunca nos tenhamos realmente interrogado”.
-Vi-o agora, claro! Devia ter imaginado que o peixe era mais pequeno, ali está ele, olha como é pequeno, como é bonitinho. Vem cá, Vem cá!
-Mas isso é….-
Mas depois o sem-abrigo pensa: “Não, eu não lhe vou dizer. Como é que lhe posso explicar o que é um cotonete? Não, talvez seja melhor não falarmos nisto”.
-Olha! Há outro! E um está lá. E olha para eles. Estão todos encalhados. São todos tão bonitinhos.-
-Filho, olha…-
-Sim, sim, eu sei. Não é um peixe normal.-
-Exactamente, não sabia como te dizer. Tentei fazer-te compreender, mas não imaginas como é difícil, e sinto-me envergonhado. Sim, estou tão envergonhado e…-
-Não tens de ter vergonha, eu percebo, é o peixe de plástico! Ele não está debaixo de água, ele bóia sobre ela.-
-Um, claro. Oh, é claro. Tens razão, tens razão. Mas sabe porque é que ele não bóia? Porque essa não é a sua casa. Rápido! Vamos salvá-los, corre!-
E assim um transeunte vê este sem-abrigo, juntamente com um amigo dele, a correr ao longo do rio e a apanhar todo o plástico que estava ao redor.

Rápido! Salva-o! – Porque eis que o sem-abrigo não teve vontade de dizer que a culpa era sua, a culpa dos seus concidadãos que lhe ofereceram comida e cigarros, a culpa do presidente da câmara, a culpa daquele transeunte que os olhava mal da ponte. E os gritos continuam: – Estás a salvá-lo, coloca-o rapidamente naquele baú para que fique seguro – Mas o baú não é mais do que um caixote de recolha de plástico, e eles gritam alegremente para salvar todo o lixo que encontram.

O senhor na ponte vai-se embora a rir, “Estes estão a salvar o plástico…ridículo!” Então o sem-abrigo grita: “Estamos a salvar o plástico, é verdade, mas na verdade estamos a salvar também os seus netos!”

O homem não se vira, e os dois amigos continuam a salvar o peixe de plástico. E assim, cara leitora e caro leitor, se alguma vez vir algum peixe de plástico em necessidade, siga os conselhos destes dois personagens simpáticos, esqueça as palavras dos transeuntes, e vá ajudá-los! O nosso mundo precisa de pessoas como eles e como você!

Un poisson très spécial

Et nous voici enfin dans son royaume : le pont. Il ne cesse de me dire qu’il aime être suspendu dans les airs, être plus près du ciel, plus haut par rapport aux rues de grand passage, et surtout juste au-dessus de l’eau. Ensuite, il m’a aussi dit que l’eau était le bien le plus précieux à ses yeux. Et donc je regarde au-dessus de la barrière, je veux la voir et comprendre ce que cette eau a de si particulier pour qu’il en parle autant. Je suis heureux en regardant l’eau du fleuve qui coule sous nos pieds ; pourtant, je suis déçu.

« – Ah, c’est ça…l’eau dont tu m’as tant parlé…

– Comment ?! Tu n’es pas heureux ? Mais regarde !

– L’eau est marron, elle est sale, on dirait de la boue ! »

Le clochard réfléchit un instant, il ne parle pas. Il pense : « Qui que ce soit qui regarde l’eau d’un fleuve pour la première fois pensera qu’elle est sale. Il ne saura jamais comment elle était auparavant et à quoi elle ressemble sans pollution. ».

J’insiste : « -Vous m’avez tellement parlé de ce pont ! Je suis heureux d’être ici. Certes, je ne m’attendais pas à ce que l’eau soit comme ça, mais je vois un poisson pour la première fois !

Le clochard est enthousiasmé. Il se penche rapidement pour voir ce que son ami montre du doigt. En revanche, il ne voit aucun poisson. Alors il lui demande immédiatement : « Pardon, mais de quel poisson parles-tu ? »

Je réplique avec fierté : « – J’ai pris note de tout ce que tu m’as appris. Pourquoi tu ne le vois pas ? Tu m’as pourtant dit que dans le fleuve il y a des poissons : de petites créatures dans l’eau et qu’on peut voir depuis la surface. Celui-ci est donc un poisson ! »

Le clochard regarde le fleuve avec désespoir car il comprend que ce qui flotte dans l’eau, et parfois sombre à cause des courants, n’est certainement pas un poisson.

« -Mais enfin, c’est une bouteille en plastique !

-C’est une espèce de poisson ?

-Mais bien sûr que non, quelle question !

-Bah alors, pourquoi est-il dans le fleuve comme un poisson ? »

« Bonne question, très bonne question, pense le clochard. Le petit s’est posé cette question seulement après quelques heures passées sur cette Terre. Nous, les Hommes, nous ne nous sommes jamais demandés pourquoi, alors qu’on y vit depuis des générations ».

« -Ah d’accord. Dans ce cas j’en vois un ! continua l’enfant. En fait, j’aurais dû me douter que le poisson était plus petit. Le voilà, regarde comme il est petit, comme il est mignon. Viens, viens voir !

-Mais ça non plus ce n’est pas un poisson… »

« Non, cette fois je ne lui dirais pas la vérité, s’imposa le clochard. Comment lui expliquer ce qu’est un coton-tige ? Peut-être qu’il vaut mieux ne rien dire ».

« -Regarde ! Il y en a un autre ! Et il y en a un là-aussi. Regarde, ils sont tous échoués. Ils sont si mignons !

-Mais fils, regarde…

-Oui, je sais, ce n’est pas un poisson normal.

-Tout à fait, je ne savais pas comment te le dire. J’ai essayé de te faire comprendre, mais tu ne sais pas à quel point c’est difficile, et j’ai honte. Oui, j’ai tellement honte et…

-Non, mais tu n’as pas à avoir honte, j’ai compris. C’est le poisson en plastique ! Il n’est pas sous l’eau, il flotte au-dessus.

-Hum, bien sûr. Oui, bien sûr. Tu as raison, tu as raison. Mais tu sais pourquoi il ne flotte pas ? Parce que ce n’est pas sa maison. Vite ! Allons les sauver, cours ! »

C’est ainsi qu’un passant vit un clochard, accompagné d’un enfant, courir le long du fleuve et ramasser tout le plastique des environs.

« – Vite, allons le sauver ! » Le clochard n’avait pas envie de dire que c’était sa faute, la faute de ses concitoyens qui lui offraient de la nourriture et des cigarettes, la faute du maire, la faute de ce passant qui les regardait mal depuis le pont et la faute de tous les autres. Et les cris continuent : « – Tu es en train de le sauver, mets-le vite dans cette malle pour qu’il soit en sécurité. » Sauf que la malle n’est rien d’autre qu’une poubelle de collecte en plastique. Ils crient joyeusement tout en sauvant tous les déchets qu’ils peuvent trouver dans le fleuve.

Le passant s’éloigne en riant dans sa barbe, « Ils sauvent du plastique… plutôt bizarre ! ». Le clochard hurle alors : « Nous sauvons le plastique, certes, mais nous sauvons aussi vos petits-enfants ! »

L’homme ne se retourne pas, et les deux amis continuent à sauver les poissons en plastique.

Et donc, chères lectrices, chers lecteurs, si vous voyez un jour des poissons en plastique en difficulté, écoutez les conseils de ces deux sympathiques personnages : oubliez les mots des passants et allez les aider ! Notre monde a besoin des personnes comme eux et comme vous !

Un pesce molto particolare

Ed eccoci finalmente nel suo regno: il ponte. Mi continua a dire che gli piace il fatto di rimanere sospeso per aria, più vicino al cielo, più alto delle strade così trafficate, e proprio sopra all’acqua. E poi mi ha anche detto che l’acqua è il bene più prezioso del mondo. E allora io mi sporgo dal ponte, la voglio vedere, voglio capire cosa sia questa acqua che osanna così tanto. La guardo, tutto felice, l’acqua del fiume che scorre sotto di noi. Ma ecco ci rimango male.

-Ah, è questa… la famosa acqua…-

-Ma come? Ma non sei felice? Ma guarda!-

-Ma è marrone, è sporca, sembra quasi terra.-

E il barbone si ferma un secondo. Non parla. Sta pensando: “Chiunque veda per la prima volta l’acqua dal ponte della città, chiunque veda per la prima volta l’acqua di un fiume nella sua vita, crede che sia marrone. Non sa com’era. Non saprà mai come sia veramente.”

Io insisto: -Mi hai parlato così tanto di questo ponte! Sono felice di essere qui. È vero, non mi aspettavo che fosse così l’acqua, però sto vedendo per la prima volta un pesce! –

Il barbone è entusiasta. Si sporge subito anche lui per vedere cosa stia indicando il dito del suo amico. Ma non vede nessun pesce. Allora gli chiede subito: – Ma che pesce? Ma cosa stai dicendo? –

E allora io ribatto con orgoglio: – Guarda che ho ascoltato tutti i tuoi insegnamenti. Ho preso nota. Ma come non lo vedi? Tu mi hai detto che nel fiume ci sono dei pesci, che sono dei piccoli esseri che stanno nell’acqua, e che si possono vedere dalla sua superficie. Quello allora è un pesce! –

Il barbone guarda disperato il fiume e capisce che quello che galleggia nell’acqua, e che ogni tanto sprofonda a causa della corrente, certo non è un pesce.

-Ma quella è una bottiglia di plastica.-

-È un tipo di pesce?-

-Ma certo che no, ma che domande.-

-E perché sta in mare come un pesce?-

“Bella domanda, davvero una bella domanda. Una domanda che lui si è riuscito a porre dopo solo qualche ora passata su questa Terra e noi, uomini, che ci viviamo da generazioni, forse, non ce lo siamo mai chiesto veramente.”

-L’ho visto ora, ma certo! Dovevo immaginare che il pesce fosse più piccolo, eccolo là, guarda che piccolo, che carino. Vieni, vieni!-

-Ma quello è…-

Ma poi pensa che: “No, non glielo dico. Come faccio a spiegargli cosa sia un cotton fioc? No, forse meglio lasciar perdere.”

-Guarda! Ce n’è un altro! E uno è lì. E guarda quelli sono spiaggiati, che carini che sono.-

-Ma figliolo guarda che…-

-Sì, sì lo so. Non è un pesce normale.-

-Esatto, non sapevo come dirtelo. Io, io ho cercato di farti capire ma non sai quanto sia difficile e poi mi vergogno. Sì mi vergogno così tanto e…-

-No, ma non ti devi vergognare, ho capito, è il pesce plastica! Lui non sta sotto l’acqua ma galleggia sopra.-

-Mmm… certo! Oh, ma certo! Hai ragione, hai ragione! Ma lo sai perché non galleggia? Perché quella non è la sua casa. Presto! Andiamo a salvarli, corri!-

E così un passante vede questo barbone, insieme ad un suo amico, correre lungo il fiume, e raccogliere tutta la plastica che vi era nei dintorni.

– Presto salviamola! – Perché ecco, il barbone proprio non se la sentiva di dire che la colpa fosse sua, dei suoi concittadini che gli offrono cibo e  sigarette, del sindaco, di quel passante che li sta guardando in malo modo dal ponte. E le urla continuano: – La stai salvando, presto mettila in quel baule così sta al sicuro.-  Ma il baule non è altro che un cestino della raccolta della plastica, e loro urlano felici di salvare tutti i rifiuti che trovano.

Il signore sul ponte se ne va via ridacchiando sotto i baffi: “Questi salvano la plastica…mah!” E allora il barbone urla: “Salviamo la plastica, è vero, ma in realtà stiamo salvando anche i suoi nipoti!”

L’uomo non si volta, e i due amici continuano a salvare il pesce plastica. E quindi, caro lettore e cara lettrice, se doveste mai vedere dei pesci plastica in difficoltà, seguite i consigli di questi due simpatici personaggi, lasciate stare le parole dei passanti, e andate ad aiutarli! Il nostro mondo ha bisogno di gente come loro e come te!

Alles nur wegen der Schwerkraft

Welch ein ungeschickter Zufall! Er war an einem falschen Ort gelandet, wahrscheinlich wegen eines technischen Problems während der Reise. Und stellt euch vor, was man ihm davor eindringlich gesagt hatte: „Pass auf, wenn du nah an der Erde vorbeifliegst, werde ja nicht langsamer, halte dich nicht auf, sondern flieg schneller.“ Man hatte ihm schier endlos lange etwas über eine seltsame Kraft erklärt. Wie war das nochmal? Die Schwerkraft? Erdbeschleunigung? Ach, er konnte sich nicht mehr genau erinnern. Aber die Erde hatte aus der Ferne doch so schön ausgesehen! Er hatte nicht anders gekonnt, er hatte einfach kurz anhalten müssen. Seine Augen waren weit aufgerissen gewesen, sein Herz hatte begonnen, wie verrückt zu schlagen und, er hatte zugeben müssen: nicht nur war er langsamer geworden und war schließlich stehen geblieben, sondern hatte er sie auch für eine ganze Weile angestarrt.

Er hatte diese riesige Kugel, die von kräftigen Farben, die er noch nie zuvor gesehen hatte, bedeckt war, lange bewundert: ein lebendiges Blau und ein sattes Grün, das an manchen Stellen ins Braune oder Gelbe überging. All dies war an der Oberfläche bedeckt von weißer Zuckerwatte, aus der an manchen Stellen einige Wassertropfen fielen. Manchmal war die Watte von einem dunklen Grau: an diesen Stellen ähnelten die Tropfen eher einem Wasserfall, der von grellen Lichtblitzen durchbrochen wurde. Kurz darauf war ein ohrenbetäubender Lärm zu hören gewesen, der ihn zugleich einschüchtert und beeindruckt hatte. Er hatte wirklich versucht, nicht die Seite der Erde anzustarren, die unter dem Licht des Königs des Sonnensystems, der Sonne selbst, erstrahlte. Und trotzdem hatte er sich genau von dort angezogen gefühlt, durch eine unsichtbare Kraft, die er sich nicht erklären konnte und plötzlich – Puff – war er buchstäblich aus allen Wolken gefallen, mitten auf diese Halbinsel, die von oben wie ein Stiefel ausgesehen hatte. Was für ein merkwürdiger Ort! Noch nie zuvor hatte er etwas Derartiges gesehen.

Er wusste sofort, dass er in Italien gelandet sein musste. Man hatte ihm viel davon erzählt: das Essen, die Feste, das Meer, die Berge, die Farben, die verschiedenen Gerüche, die Gastfreundlichkeit und vor allem die sympathischen Einwohner. Aber das war nicht alles, in Italien gab es auch gute Schokolade, exquisite Liköre, Luxusmode, Pizza und guten Wein. Glücklich und überwältigt zugleich, in dieses wunderbare Paradies auf Erden, voll mit Kirchen und Kunst, Film und Literatur, gefallen zu sein, stand er auf und sah … nichts. Nichts, von alldem, was er von diesem Ort gehört hatte. Naja, es gab schöne bunte Straßen. Aus einem Fenster roch es auch nach Tomatensauce. Die Glocken erklangen, die Messe würde bald anfangen. Aber sonst? Alles war geschlossen, die Straßen waren menschenleer. Es musste etwas passiert sein. Er wollte herausfinden, was vor sich ging. Man hatte ihm gesagt, dass die Italiener besonders einladend waren, also versuchte er, jemandem eine Frage zu stellen. Er näherte sich einem Haus und klopfte an die Tür. „Wer ist da?“ „Guten Tag, ich komme von weit her und wollte fragen, ob…“ „Tragen Sie Ihre Maske?“ „Entschuldigen Sie?“ „Ich habe gefragt, ob Sie Ihre Maske tragen!“ „Ich verstehe nicht…“, antwortete er verwirrt. „Also gut, wenn Sie nicht verstehen, dann Auf Wiedersehen!“

Als er versuchte, zu verstehen, was die Frau ihm sagen wollte, ging ein Mann an ihm vorbei: groß, elegant, gepflegte Haare und blaue Augen, die ihm misstrauisch entgegenblickten. Im gleichen Moment wurde ihm klar, was die Frau gemeint hatte: der Mann trug mitten im Gesicht eine blaue Maske, die die Hälfte seines Gesichts bedeckte, von der Nase bis zum Kinn. „Geh mir aus dem Weg und kauf dir eine Maske!“ „Wie bitte? Wo soll ich die kaufen?“ „Wo du sie kaufen sollst? In der Apotheke natürlich. Hast du kein Geld?“ Er wollte ihn fragen, wovon er sprach, doch der Mann ging einfach weiter. Was für eine Katastrophe. Waren die Menschen tatsächlich so unfreundlich? Ratlos und traurig setzte er sich zu Boden. Er fing langsam an, zu verzweifeln. Was sollte er jetzt nur machen? Gerade in dem Moment, als er fast zu weinen angefangen hätte, hörte er jemanden singen. Noch nie zuvor hatte er eine so bezaubernde Stimme gehört! Es war fast nur ein leises Murmeln, war aber so klangvoll, so zart, so berührend, dass es nicht echt zu sein schien, an einem Ort wo Menschen ihr Gesicht mit Masken bedeckten.

„Hallo mein Freund.“, sagte der Mann, dessen Stimme er gehört hatte. Er sah gut aus, ein bisschen lumpig, aber so fröhlich, dass er den anderen mit seinem Lächeln ansteckte. Warte, man sah sein Lächeln, also trug er keine Maske? Warum? Unser außerirdischer Freund war verwirrt. „Du trägst keine Maske!“, warf er ihm vor. Sogleich biss er sich auf die Zunge. Wie konnte er den Mann nur so behandeln, wie er zuvor von den anderen behandelt wurde? Dieser gab sofort zurück: „Als ob du eine hättest, mein Freund…“ Der Mann hatte Recht. Er setzte sich an seine Seite. „Ich habe keine, weil ich nicht weiß, was Geld ist.“ Der Mann war überrascht und antwortete sofort: „Ich auch nicht!“ Sie mussten lachen. Er war lustig, dieser Mann, er war nicht elegant gekleidet, er behandelte ihn gut, trug keine Maske und wusste auch nicht, was Geld war. „Ich trage keine Maske, weil mir sowieso keiner näherkommt. Das wäre also sinnlos. Ich besitze kein Haus. Ich habe aber viele Freunde, die mir ab und zu ein paar Münzen zukommen lassen, siehst du, das ist Geld. Ich habe eine Reserve-Maske eingesteckt, aus Respekt vor den anderen. Ansonsten lebe ich so, wie ich bin.“

„Was meinst du damit?“

„Siehst du es nicht? Ich suche mir Tag für Tag einen Ort, der mir gefällt. Eine Brücke normalerweise. Ich setze mich hin und beginne zu singen, spielen und lachen. Manche Freunde bringen mir etwas zu essen, andere bieten mir eine Zigarette an. Ah, du weißt wahrscheinlich nicht, was das ist. Glaub mir, das ist auch besser so. Und dann genieße ich es.“

„Was genießt du?“

„Das Leben! Das Glück, auf die Welt gekommen zu sein. Das Leben ist ein Geschenk, voll mit Überraschungen. Ohne danach gefragt zu haben, befindest du dich in dieser wunderbaren Welt und musst lernen, darin zu leben. Aber du müsstest sehen, wie sich manche Menschen dieses Leben schwer machen. Sie verstehen nicht, dass das Leben ein Geschenk ist und fangen an, Probleme zu kreieren, Ideen zu verfolgen, die nicht unbedingt die besten sind und Beziehungen aufzubauen, die ihnen nicht guttun. Ich verstehe sie nicht, diese Menschen. Aber warte, es gibt noch mehr, sie studieren nur, um einen Abschluss zu haben. Wenn du sie fragst, ob sie das Leben verstanden haben und was sie von dem, was sie studiert oder gelesen haben, gelernt haben, halten sie dich für verrückt. Gesegnet sei die Verrücktheit, in all ihren Formen! Außerdem nehmen sie das Auto, um Brot zu kaufen, oder zum Supermarkt zu fahren, um sich das zu leisten, das ihnen am besten gefällt, meistens voll mit Konservierungsstoffen. Ah, du kennst wahrscheinlich keine Konservierungsstoffe, aber das macht auch nichts. Wenn du jemanden fragst, ob er glücklich ist, lacht er dir ins Gesicht. Als ob sie alle permanent unlösbare Probleme hätten. Und jetzt, wo sie eigentlich draußen sein sollten, um Dinge zu erledigen, die sie eigentlich gar nicht machen wollen, sind sie zuhause eingesperrt. Die Armen.“

„Und du?“

„Ach, ich habe kein Haus. Bei mir zuhause ist im Moment neben dir, zum Beispiel. Wenn die Polizei die anderen Menschen aufhält, da sie die Ausgangsperre nicht eingehalten haben, bekommen diese eine Strafe. Ah, du weißt wahrscheinlich nicht, was eine Strafe ist. Glaub mir, das ist auch besser so. Wenn die Polizei mich sieht, beachten sie mich nicht und lassen mich in Ruhe.“

„Also halten die anderen dich für merkwürdig?“

„Manchmal. Ich bin ein Obdachloser.“

„Was ist das, ein Obdachloser?“

„Ein Obdachloser ist jemand, der niemandem etwas schuldet. Ich verändere mein Leben jeden Tag, immer auf der Suche nach neuem Glück. Das ist mein Reichtum. Ich lebe, dank des Glückseins. Und wenn ich unglücklich bin, verhilft mir die Traurigkeit zu meinem Geld. Ich bleibe im Regen stehen und singe all meinen Schmerz heraus. Und die Menschen geben mir Münzen, weil sie etwas Echtes sehen. Sie sehen es, ich sehe sie.“

„Kann ich auch ein Obdachloser sein?“

„Unter einer Bedingung: du musst glücklich und gleichzeitig traurig sein, denn das tut einem gut; du musst lieben, bevor du geliebt wirst und vor allem, setz deine Maske auf, ansonsten lernst du, was es bedeutet, eine Strafe zu bekommen und glaub mir: das würde dir nicht gefallen! Hahaha.“

Todo culpa de la gravedad

De forma inexplicable, quizás debido a algún fallo técnico durante el trayecto, había llegado
a una destinación equivocada; y pensar que le habían avisado: “Ten cuidado, cuando pases
cerca de la Tierra no frenes, no pares, acelera. ‘’ Además, también le habían dado una
amplia explicación sobre un tipo de fuerza. ¿Cómo se llamaba? ¿Fuerza grave? ¿Fuerza de
gravedad? No sabe, no se acuerda. Pero sí se acuerda de que era tan bonita. Jura que no
podía resistir. Los ojos abiertos, el corazón se estaba disparando y él admite que no
solamente ha frenado, no solamente se ha parado, pero, literalmente, se ha quedado
inmovilizado, mirándola fijamente. Contemplando esta enorme bola, con colores que nunca
se han visto: un azul agitado y un verde que se volvía marrón en algunas partes. Todo
milagrosamente rodeado de algodón blanco, del que salían varias gotas de agua; en otras
partes, de algodón gris del que salía una auténtica cascada de agua con resplandores
blancos y amarillos, que dejan ciegos, a los que siempre seguía un ruido muy fuerte,
atronador, espantoso. Mientras intentaba mirar esa parte de la Tierra que brillaba a la luz del
gran rey Sol, de repente se sintió atraído por ella, por esa fuerza que tiene un nombre que
no entendió muy bien, y de pronto, paf! Se cae literalmente de las nubes, en esta península
que desde arriba parece una bota. Oh Dios mío, qué sitio tan raro. Nunca vió algo parecido.
Enseguida entendió que había aterrizado en Italia. Le habían hablado mucho de este país:
pasta, fiesta, mar, montañas, colores, olores, hospitalidad y sobretodo mucha simpatía… y
hay más: chocolate delicioso, licores tremendos, la moda, la pizza, el buen vino. Y así, feliz
de haberse encontrado en este maravilloso paraíso terrenal, lleno de iglesias y de arte, de
cine y literatura, se levanta y ve… nada. No ve prácticamente nada. Sí, claro, hay calles
muy bonitas, coloridas. Si, claro, siente el olor del jugo que viene de la ventana. Sí, claro,
están sonando las campanas, está a punto de empezar la misa. ¿Por lo demás? Todo
cerrado. Nadie por la calle. Habrá pasado algo. Hay que descubrirlo. Le dijeron que las
personas son amables, entonces intenta preguntar a alguien. Se acerca a una puerta.
‘’¿Quién es? ‘’
‘’Hola señora, soy extranjero y acabo de llegar y quería saber si…’’
‘’¿Tienes mascarilla?’’
‘’¿Perdón?’’
‘’Te estoy preguntando si tienes mascarilla’’
‘’No entiendo.’’
‘’ Pues si no entiende, adiós.’’
A punto de preguntarse lo que la mujer quería decir, llega un hombre: alto, elegante, con el
pelo bien cuidado y dos ojos azules, que lo miran con desprecio. Él también lleva mascarilla.
Es azul, le tapa la mitad de la cara: de la nariz hasta la barbilla. ‘’Quitate que no quiero
discutir. Vete a comprarte una mascarilla.’’ ‘’¿Y dónde la compro?’’ ‘’ ¿Y dime, dónde se
compran? En la farmacia, ¿no? Saca el dinero.’’
Le habría gustado preguntarle lo que eran, pero prefirió sonreír e irse. Que desastre. ¿De
verdad el mundo era tan feo? Triste, se sienta en el suelo. Se desespera. ¿Y ahora qué? A
punto de empezar a llorar, oye cantar. Una voz tan bonita, no la había oído nunca. Es un
susurro pero tan entonado, tan dulce, tan emocionante, que parecía imposible existir en un
sitio en el que la gente lleva mascarillas para taparse la boca.
‘’¡Ah, hola amigo!’’ Está hablando conmigo. Un hombre muy guapo, un poco descuidado,
lleno de alegría y por eso sonríe. Espera un momento. Si sonríe quiere decir que no llevamascarilla, ¿por qué? No entiendo nada. ‘’¡Tú no llevas mascarilla!’’ Un momento, ¿qué
estoy haciendo? ¿Me estoy portando como los demás se portan conmigo?’’ En seguida
contesta: ‘’Ni que tú la tuvieras, amigo mío…’’ Tiene razón. Me siento a su lado. ‘’ Yo no
llevo porque no sé que es el dinero’’. El hombre se ilumina y enseguida responde: ‘’¡Yo
tampoco!’’
Empiezo a reírme. Que gracioso este hombre que no es elegante, no se porta mal conmigo,
no tiene ni mascarilla ni dinero. ‘’No tengo mascarilla porque nadie quiere acercarse a mí,
entonces no la necesito. No tengo casa. Tengo muchos amigos que me dan estas monedas,
ves, este es el dinero. Solo tengo una mascarilla de reserva, porque respetar a las otras
personas siempre es importante. Por lo demás, vivo así.’’
‘’¿Así como?’’
‘’¿De verdad no lo ves? Elijo un sitio que me gusta. Suele ser un puente. Me siento y
empiezo a cantar, a tocar algo, a reirme solo, a contar cosas. Un amigo me trae comida,
otro me invita a un cigarrillo. Bueno, tú no sabrás lo que es. Créeme, mejor así. Al fin y al
cabo, disfruto.’’
‘’¿De qué disfrutas?’’
‘’¡De la vida! Esta increíble oportunidad de nacer sin haberlo pedido. La vida es un regalo,
una continua sorpresa. Sin pedirlo, entras en este maravilloso mundo y tienes que aprender
a vivir. Tienes que ver cómo la gente se hace la vida más difícil. No entienden esta historia
del regalo y entonces empiezan a meterse en problemas, a seguir ideas que nadie
considera justas, a crear relaciones con las personas sin que nadie les obligue, para luego
quejarse de esas mismas personas. No los entiendo. Además mira, van al colegio pero solo
para sacarse un título, pero luego si les preguntas qué es lo que han entendido sobre la vida
y lo que han aprendido de la historia que han estudiado, de la literatura que han leído, te
miran como si estuvieras loco. Bendita sea la locura, en todas sus formas. Concertan citas,
cogen el coche para ir a comprar pan. Van a los supermercados y compran todo lo que es
más colorido, más apetecible y con más conservantes. Bueno tu puede que no sepas lo que
son los conservantes. Es mejor así. Si le preguntas a alguien si es feliz, se ríe en tu cara.
Parece que tienen problemas insuperables. Ahora los que tenían que pasar todo el día fuera
de casa para hacer cosas que se obligaron a hacer sin que nadie se lo pidiera, se
encuentran encerrados en casa. Pobres.’’
‘’¿Y tú?’’
‘’Ah no, yo no tengo casa. Ahora mismo, mi casa está a tu lado, por ejemplo. Y cuando la
policía para a los demás porque se han saltado el toque de queda, les multan. Ah, tú quizás
no sabes lo que quiere decir, créeme, mejor así, si me ven a mi, me miran y me dejan
pasar.’’
‘’Entonces creo que eres una persona un poco rara, aquí’’.
‘’Soy un indigente, que le vamos a hacer.’’
‘’¿Qué es un indigente?’’‘’El indigente es una persona que no tiene que darle explicaciones a nadie. Yo cambio mi
vida cada día, en búsqueda de la felicidad. Es mi dinero. Vivo gracias a ella. Cuando estoy
triste, es mi tristeza que se convierte en dinero. Voy bajo la lluvia y canto todas mis penas y
las personas me dan dinero porque ven algo puro y verdadero. Ellos lo ven, yo lo vivo.’’
‘’Puedo ser un indigente yo también?’’
‘’Solo con una condición: que tú te metas en la cabeza que debes ser feliz y también triste,
porque hace bien; que tu te metas en el corazón que tienes que amar antes de ser amado y
que te pongas en la cara una mascarilla porque si no tendrás que conocer lo que es una
multa y créeme, ¡no te gustará! ¡Jajajajaja! ”

Tudo culpa da gravidade

Inexplicavelmente, talvez devido a algum erro técnico durante a viagem, ele tinha chegado a um destino errado. E pensar que lhe tinham recomendado: “Não se esqueça, quando passar perto da Terra, não abrande, não se demore, mas acelere”. Tinham-lhe então dado toda uma longa explicação sobre uma força. Como é que se chamava? Força grave? Força na gravidade? Não, não consegue lembrar-se. Mas era tão bela. Ele jurou que não conseguia resistir. Os seus olhos alargaram-se, o seu coração começou a bater forte e ele, sim admite-o, não se limitou a abrandar, não se limitou a ficar parado, mas ficou literalmente imobilizado a contemplá-la. A contemplar esta bola gigantesca, manchada com cores nunca antes vistas: um azul animado e um verde que se elevava ao castanho em algumas áreas. Tudo miraculosamente rodeado, por vezes, por algodão branco, do qual saíam muitas gotas de água; noutras zonas, por algodão que era cinzento, e do qual saía uma verdadeira cascata de água com clarões brancos ou amarelos cegantes, à qual se seguia sempre um barulho intenso, ensurdecedor e assustador. Mas ao tentar espreitar a parte da Terra que brilhava à luz do grande Rei Sol, sentiu-se subitamente atraído por ela, uma força que tem esse nome que não compreendeu bem, e de repente, puf! Ele cai literalmente das nuvens, nesta península que, vista de cima, parece uma bota. Meu deus, que lugar estranho. Nunca tinha visto nada parecido. Soube imediatamente que tinha aterrado em Itália. Tinham-lhe falado tanto sobre este país: massa, festas, mar, montanhas, cores, aromas, hospitalidade e, sobretudo, muita simpatia. Mas não só isso, também chocolate delicioso, licores incríveis, moda, pizza, bom vinho. E assim, feliz por ter acontecido neste maravilhoso paraíso na terra, cheio de arte e igrejas, cinemas e literatura, ele levanta-se e vê… nada. Ele não vê praticamente nada. Sim, claro, há ruas bonitas e coloridas. Sim, claro, pode sentir-se o cheiro do molho de tomate a sair por aquela janela. Sim, claro, os sinos estão a tocar, a missa está prestes a começar. Mas o resto? Todo fechado. Ninguém na rua. Alguma coisa deve ter acontecido. É preciso entender. Disseram que este é um povo hospitaleiro, por isso tente perguntar a alguém. Ele aproxima-se de uma porta. “Quem é?” “Olá senhora, sou um estrangeiro. Acabei de chegar e queria perguntar se…” “Tem uma máscara?” “Desculpe?” “Estou a perguntar se tem uma máscara!” “Não estou a entender”. “Então, se você não entende, adeus.”

Ele estava prestes a interrogar-se sobre o que a senhora queria dizer, mas aí vem um homem: alto, elegante, com o cabelo bem cuidado e dois olhos azuis a olhar para ele com desdém. Ele também tem uma máscara posta. É azul, cobre metade do seu rosto: desde o nariz até debaixo do queixo. “Afasta-te, eu não quero discutir. Vai e compra uma máscara”. “Onde posso comprar uma?” “Diga-me, onde gostaria de comprar uma? Na farmácia, não é óbvio? Arranjem o dinheiro”. Ele queria perguntar-lhe o que era, mas apenas sorriu e foi-se embora. Que desastre. Mas será que o mundo era realmente assim tão mau? Desapontado, senta-se no chão.  Ele desespera. E agora o quê? Quando ele estava prestes a começar a chorar, ouve cantar. Uma voz tão bonita que ele nunca tinha ouvido antes. É um sussurro, mas tão afinado, tão doce, tão comovente, que parece impossível existir num lugar onde as pessoas usam máscaras para esconder a boca. “Ah, olá meu amigo”. Ele está a virar-se para mim. É um homem tão bonito, um pouco desajeitado, cheio de alegria e de facto ele sorri para ele. Espere um momento. Mas se ele está a sorrir, então não está a usar máscara, mas porquê? Não percebo nada.  “Desculpa! Você não está a usar máscara”!  Espera, o que é que estou a fazer? Estou a tratar os outros da mesma maneira que eles me trataram? O homem responde imediatamente: “Como se tu a tivesses, meu amigo”.  Está certo. Sento-me ao lado dele. “Eu não a tenho porque não sei o que é dinheiro”. O homem ilumina-se e responde prontamente: “Nem eu!”. Começo a rir. Que engraçado é este homem que na verdade não está bem vestido, não me trata mal, não tem uma máscara ou mesmo dinheiro. “Não tenho uma máscara porque ninguém quer se aproximar de mim. Por isso, não serviria para nada. Não tenho uma casa. Tenho muitos amigos que me deixam estas moedas Vês, este é o dinheiro. Eu apenas mantenho uma máscara de reserva porque o respeito pelas outras pessoas é sempre importante. Caso contrário, eu vivo assim”.

“Assim como?”

“Mas como? Não vês isso? Escolho um sítio de que gosto. Normalmente uma ponte. Sento-me e começo a cantar, a tocar, a brincar para mim próprio, a dizer coisas. Um amigo traz-me algo para comer, outro oferece-me um cigarro. Ah, provavelmente não sabes o que isso é.  Confia em mim, é melhor assim. Além disso, eu aproveito”.

“O quê?”

“A vida! Aproveito a vida! Esta oportunidade de ter vindo ao mundo sem o ter pedido. A vida é um presente, uma surpresa constante. Sem perguntar, somos lançados a este mundo maravilhoso e temos de aprender a viver. Espera até veres como as pessoas complicam esta vida. Eles não compreendem esta história do presente e por isso começam a criar problemas, a seguir ideias que ninguém disse estarem certas, a criar relações com pessoas sem que ninguém lhes tenha imposto, e depois queixam-se dessas mesmas pessoas. Eu não os compreendo. Sabes, eles vão à escola, mas apenas para obterem um diploma. Se lhes perguntarmos o que compreenderam da vida e o que aprenderam com a história que estudaram, com a literatura que leram, olham para você como se estivesse louco. Bendita seja a loucura, em todas as suas formas. E depois marcam encontros, levam o carro para ir comprar pão. Vão aos supermercados e compram tudo o que é mais colorido, mais apetitoso e com mais conservantes. Ah, provavelmente não sabes o que são conservantes. É melhor assim. Se perguntar a alguém se ele está feliz, ele ri-se na sua cara. Parecem ter problemas insuperáveis. E agora, aqueles que tinham de estar fora todo o dia a fazer coisas que se obrigavam a fazer sem que ninguém lhes pedisse para as fazer, vêem-se fechados em casa. Coitadinhos.”

“E tu ?”

“Eu? Eu não tenho casa. A minha casa neste momento está ao teu lado, por exemplo. E quando os carabinieri param os outros por saírem após o recolher obrigatório, dão bilhetes. Ah, provavelmente não sabes quem eles são, confia em mim, é melhor assim. Se me virem, olham para mim e deixam-me passar”.

“Então acho que és uma pessoa estranha aqui”.

“Sou um sem-abrigo, o que se pode fazer”.

“Quem é um sem-abrigo?”

“Um sem-abrigo é uma pessoa que não tem de prestar contas a ninguém. Eu mudo a minha vida todos os dias, sempre à procura da felicidade. Esse é o meu dinheiro. Eu vivo disso. E quando estou infeliz, é a minha tristeza que se torna dinheiro. Eu estou à chuva e canto toda a minha tristeza e as pessoas dão-me dinheiro porque vêem algo verdadeiro e puro. Eles vêem-no, eu vivo-o”.

“Eu também posso ser um sem-abrigo?”

“Apenas com uma condição: que te meta na cabeça que tens de ser feliz, mas também triste porque é bom para ti; que te meta no coração que tens de amar antes de seres amado; e que ponhas uma máscara na cara porque senão terás de saber o que é um bilhete e confia em mim que não vais gostar!  Ahahahaha!”