Il lato positivo della decrescita: la rigenerazione urbana
Quando parliamo di rigenerazione urbana ci viene scontato parlare di street art; pensare ai celeberrimi murales di Jorit a Napoli o, ancora, anche se con una storia sociale molto particolare, al quartiere Christiania a Copenaghen. Quello che poco si analizza è l’origine del termine. Se oggi la rigenerazione urbana si collega all’idea di riqualificazione di uno spazio, è anche vero che lo stesso termine fu coniato nel secondo dopo guerra inglese, per parlare della totale ricostruzione urbanistica di Londra. Il suo primo concetto è direttamente legato alla pace, alla ricostruzione della città distrutta dalla Seconda guerra mondiale, al tempo della presentazione de “il piano per la grande Londra” di Patrick Abercrombie, nel 1944.
È molto complesso delineare una vera e propria storia della rigenerazione urbana. Quello che però risulta evidente, e che dovrebbe fornire una piccola introduzione a questa grande storiella, è il fatto che di rigenerazione urbana si parli sempre di più e ci si investa sempre di più. Era il 2012 quando al Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori venne presentato “Il piano nazionale per la rigenerazione urbana sostenibile”. Il termine “rigenerazione urbana” diventava un tema centrale nelle politiche di sviluppo dei prossimi anni, in Italia. Una delle prime regolamentazioni sul tema è stata varata, tramite legge, nel 2019. Ad oggi, invece, se ne parla molto per via dei numerosi fondi che le verranno destinati dal PNRR.
Per quale motivo tutta questa improvvisa attenzione per un fenomeno rimasto latente per così tanto tempo e ancora al giorno d’oggi non del tutto compreso? Secondo qualcuno c’entra anche qui il capitalismo.
Nel paragrafo Crescita o rigenerazione con nuovi paradigmi culturali viene ben dimostrato come i rapporti di territorialità consentono alle imprese di occupare e usare il territorio anche in maniera irrazionale con decisioni prese dall’alto, comportando così un processo di territorialità negativa che si contrappone a quella positiva, in quanto esclude il soggetto principale, l’usufruitore primo del terreno, vale a dire l’abitante, invece che integrarlo nella decisione.
“Il capitalismo ha come unico obiettivo quello di auto conservarsi e auto alimentarsi secondo la funzione dell’aumento della produttività, ignorando il depauperamento delle risorse naturali. In antitesi alla funzione matematica della produttività si sviluppa il tema della decrescita della produzione di merci inutili”.
Per una territorialità positiva, quindi, il centro non può essere il capitale, come avvenuto per i piani di rinnovamento urbano che hanno caratterizzato il periodo del boom economico e l’economia della seconda metà del secolo scorso, ma bisogna rimettere al centro l’utente, la persona. Per farlo, bisogna necessariamente applicare una decrescita.
“I termini crescita e decrescita nascono in ambito economico ma si declinano diversamente, il primo in termini quantitativi mentre il secondo termini qualitativi. La crescita è l’aumento della produttività, e si misura con l’indicatore quantitativo monetario del Prodotto interno lordo (PIL), mentre la decrescita è la riduzione della produttività applicando criteri etici e qualitativi, cioè la riduzione selettiva delle merci che non hanno un’utilità sociale ma inquinano l’ambiente.”
Secondo Serge Latouche, la filosofia della politica della decrescita si base sulle otto erre: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. L’insieme di queste rimangono alla base del concetto di rigenerazione urbana. Vengono qui riportare alcune delle otto definizioni, secondo Latouche..
Rivalutare: «rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare».
Ricontestualizzare si intende: «modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione»
Le citazioni sono tratte dall'opera di Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007.
Ma cosa si intende per rigenerazione urbana? Scopriamolo con la grande storiella di Mattia.
La grande storiella di Mattia
Mi chiamo Mattia Ferretti e sono nato a Reggio Emilia. Ho venticinque anni e ho studiato architettura al liceo artistico. Una volta finito, sono voluto subito entrare nel mondo del lavoro, facendo un po’ di tutto: dal magazziniere ad altre mansioni. Sono poi riuscito a fare quello che mi piaceva davvero: progettazione legata al design e all’architettura.
Fin dalle superiori mi interessavo all’architettura, ma in generale mi piaceva pensare a qualcosa di creativo che fosse legato alle persone. E alla fine, se ci pensi, l’architettura tratta gli spazi dove le persone vivono. E tra l’altro, sempre nel periodo delle superiori, avevo iniziato a dipingere in strada: facevo graffiti.
Come si inizia
Beh ci sono tantissime strade diverse per arrivare a dipingere per strada. Io credo lo si faccia tanto per necessità, o almeno così è stato per me. La vedo come una necessità di andare oltre, di esprimersi e poi rimane anche un atto di ribellione, tant’è che la maggior parte inizia nell’adolescenza. Anche se c’è qualcuno incomincia dopo, quando ha già un lavoro. Magari proprio perché quel lavoro gli fa schifo e ha bisogno di evadere dalla realtà. Quindi ecco, forse si inizia più che altro per un’esigenza interiore. Questa ti porta a cercare qualcosa di nuovo, anche se paradossalmente vecchissimo, perché presente da anni in tutte le città, anche se un po’ nascosto.
Si inizia per necessità di espressione e magari anche di ribellione, talvolta in maniera anche poco ragionata, impulsiva. Ma poi cresci, capisci che nella vita ci dev’essere anche altro. Non sei più uno studente che torna a casa e nella maggior parte dei casi trova tutto pronto. Pian piano i problemi e le faccende a cui pensare si iniziano a sommare, oltre al fatto che nascono esigenze nuove. Si diventa, semplicemente, grandi.
Io sono voluto venire qui, ad Amsterdam, proprio per mettermi in gioco, per sfidarmi. Cercare così di farcela da solo e allo stesso tempo non perdere il mio impulso creativo. Lo scopo rimane l’inclusione dell’arte urbana nella mia attività. Ho capito che l’elemento che più mi piace della rigenerazione urbana è la sua relazione con il sociale, con gli eventi culturali, con il contatto umano.
Rigenerazione urbana
Rigenerazione urbana vuol dire tutto e niente. Per esempio per me non è da intendersi rigenerazione urbana quando si prende un quartiere malfamato di una città e si chiede allo street artist di turno di farci un murales su un palazzone: così se ne parla per un giorno sui giornali e finisce lì. Quindi, giusto per intenderci, per qualcuno quella è da considerarsi rigenerazione urbana, per me no.
Rigenerazione urbana significa unire l’arte all’elemento pratico. È fondamentale. Quindi certo, se un edificio è abbandonato bisogna rimetterlo a posto, e questo è quello che si intende, infatti, con il termine “rigenerazione”; ma poi bisogna convertire quello spazio in qualcosa di utile. Io mi interesso molto alla parola “urbana”, che sta a indicare uno spazio che sia composto dagli edifici e dalle persone. Bisogna mettere al centro il sociale. È inutile rigenerare un posto, se poi non lo si vive. Vedo progetti che vengono definiti di rigenerazione urbana che prevedono, fammi dire, la ristrutturazione di un capannone abbandonato in un ristorante a cinque stelle, in una zona dove magari non c’è neanche un supermercato. Che rigenerazione urbana è se i cittadini che vivono lì non ne possono usufruire? Dovrebbe essere veramente una possibilità di cambiamento, nella propria realtà quotidiana. Deve significare un cambiamento del luogo in cui vivi tutti i giorni. È un processo di democrazia applicata estrema perché non è un progetto che viene giù dall’alto ed è così e tutti si devono adeguare, ma dev’esserci necessariamente un confronto con la società civile del posto. Poi è ovvio che servono fondi e persone che prendono delle decisioni, persone che abbiano le giuste competenze, ma comunque il confronto con i cittadini è fondamentale: perché esistono progetti di rigenerazione urbana dove la gente che vive lì non gliene frega assolutamente niente. C’ha altre esigenze. Quindi il rischio è semplicemente quello di fare progetti fallimentari. Perché tu li rimetti a posto, ma dopo cinque anni non ci va più nessuno e ritorna a essere abbandonato.
In Italia
In Italia, più che parlare della questione della rigenerazione urbana, si dovrebbe parlare dell’esigenza di portare avanti un processo per la riappropriazione del territorio. Cosa vuol dire? Spesso, in Italia ci troviamo ad avere a che fare con un territorio stagnante, dove fai veramente fatica a mettere in pratica delle idee. Magari poi le idee non danno i loro frutti, ma come potevamo mai saperlo se non ci viene data al possibilità di provare? No, non accade mai, rimane tutto stagnante.
La questione della rigenerazione urbana si scontra con questo stagno, con il suo stesso territorio che non concede la possibilità di rigenerarsi. Come abbiamo detto, questo è un processo che necessita di un coinvolgimento su tantissimi livelli anche di persone che non ne sanno nulla, ma che magari tutti i giorni saranno quelle che vivranno quel determinato spazio.
E poi, l’Italia deve capire che deve evolversi. Bisogna cambiare in meglio per offrire nuove possibilità a nuove generazioni. Non è neanche corretto generalizzare. Io se ci penso bene dico “Italia” ma in realtà con questa intendo la mia esperienza che ho avuto nella mia regione e dintorni: un po’ di Emilia, un po’ di Romagna, un po’ di Toscana. Questa è la parte che conosco bene e che ho molto a cuore. Nonostante per ora abbia deciso di fare un’esperienza all’estero, è lì che vorrei tornare un giorno. Dico “spero” perché va bene sognare, ma meglio vivere in un posto dove quel sogno puoi realizzarlo. Vorrei tornare pensando di trovare un terreno fertile per poi andare avanti.
Ora siamo ancora al livello stagnante del terreno, quindi fermo, immobile. Prendiamo come esempio Amsterdam, che rimane comunque una bolla rispetto al resto del territorio olandese: qui mi sono accorto che le cose si possono oggettivamente proporre, cambiare. Uno dei motivi per cui tutto questo è possibile è proprio per la presenza di così tanti giovani. Non importa, se questi facciano gli operai o altri lavori specializzati. Il punto è che sono giovani, vale a dire persone che anche se magari non sanno una cosa si mettono lì per capirla, per provare a capirla. Ci sono più energie vitali, più persone che sono nella stessa fase di vita e vogliono capire, sperimentare. In Italia, questa energia non esiste perché siamo oggettivamente pochi: la nostra popolazione è più anziana e questa è una cosa oggettiva.
Il secondo fattore di grande differenza qui ad Amsterdam è la possibilità di sperimentare: qui io ho visto che i giovani possono osare di più e potenzialmente sbagliare di più, anche solo nelle cose semplici. Faccio un esempio pratico su me stesso. Sono due anni che vivo qui e sto già organizzando un evento, stiamo provando a fare delle collaborazioni tra spazi culturali a livello europeo. C’è già stato un evento e domani ce ne sarà un altro, che riguarda dei film indipendenti, poi ce ne sarà un altro a giugno e un ulteriore evento europeo a settembre. Queste persone non mi conoscevano, però sai cosa succede qui? Sono andato là e ho spiegato la mia idea. Hanno detto che andava bene e mi hanno dato uno spazio, mi hanno dato la possibilità di far vedere cosa sapevo fare. Poi l’evento è andato bene e mi hanno detto di continuare: “Ora aiutaci ad organizzarne un altro”. In Italia, purtroppo, io ho trovato le porte chiuse anche nei centri sociali, talvolta, figuriamoci per il resto. Mi ricordo che a sedici anni avevamo fatto un gruppo scolastico che trattava l’hip hop: c’era chi faceva le basi musicali, chi rappava e chi disegnava. Ci siamo detti: “Proviamo a sentire il Comune, se possono darci uno spazio”. Forse noi non sapevamo bene come funzionassero le cose, però mi ricordo bene la risposta che abbiamo ricevuto: dovevamo pensarci noi e cioè dovevamo pagare noi, a sedici anni, uno spazio da un privato. E il Comune aveva molti spazi ma viene guardato solo il costo presente delle cose, non si pensa che quel costo potrebbero essere un finanziamento. E infatti, ti dico la verità, di quel gruppetto direi che la metà circa è finita in mezzo alla strada a farsi di chissà che cosa oppure altri sono andati a fare gli operai, a testa bassa, rinunciando ai loro sogni. Ovvio che poi le persone vanno in crisi.
E poi c’è ancora un’ultima differenza: qui ad Amsterdam faccio anche un altro lavoro, che mi permette di vivere, però ho comunque il tempo e la possibilità di fare quello che mi piace e quindi di lavorare piano piano, giorno dopo giorno, a un futuro che possa darmi soddisfazione, dove poi possa vivere della mia passione. Questa è una differenza che può sembrare sottile, ma fa la vera differenza.
Le cose possono cambiare
Le cose possono cambiare e per farlo bisogna partire dal piccolo, anche solo dalla riappropriazione di quei due metri quadrati per poi arrivare ad allargarsi.
Per quanto ci siano sempre motivi per lamentarsi, nell’ultimo periodo, in Italia, c’è un fortissimo fermento per questi aspetti. Prendiamo come esempio la mia storia. Avevo fatto un progetto per la Regione Emilia-Romagna e Invitalia per un’ipotetica startup che avrebbe dovuto scansionare e riqualificare spazi abbandonati in tutta Italia. Avrebbe permesso non solo sapere quali fossero gli spazi ma avrebbe aiutato a creare dei modelli e dei sistemi che dessero la reale possibilità di metterli a posto. Esistono già degli elenchi di spazi abbandonati, ma il problema, fino ad oggi, si è posto sul come metterli a posto e come sviluppare delle competenze. Al tempo la proposta non era andata a buon fine, perché avevo ricevuto feedback positivi sul progetto ma anche una grande richiesta: dovevo chiedere io il finanziamento a Invitalia. Quindi per dare un quadro della situazione: io che avevo vent’anni, non avevo soldi da parte perché negli anni precedenti avevo fatto prima il magazziniere e poi progettazione in uno studio era evidente che non potessi permettermi di prendere un debito con la banca per aprire un’azienda, così da zero. Ed era la mia prima esperienza nel settore, non ne sapevo ancora nulla. Quindi, al tempo, il progetto si è fermato lì. Poi mi sono trasferito ad Amsterdam e ho iniziato la mia vita qui. Nel frattempo, però, altri architetti e operatori culturali aveva creato una cosa simile in Italia. Non solo, si stanno tutt’ora muovendo molto bene, creando una rete nazionale. Così, durante un corso, ci siamo conosciuti e mi hanno introdotto nella loro rete. Qual è la morale di questa storiella? Alla fine se uno c’ha voglia e si sbatte anche da solo, troverà sempre qualcun altro che sta portando avanti quella stessa idea, magari da un’altra parte del Paese o del mondo. Facendo sforzi alle volte molto grandi, si può trovare un punto in comune e costruire qualcosa insieme.
Secondo me le cose possono cambiare, io ne sono molto fiducioso. Qualche sabato fa ho fatto un evento a Reggio Emilia all’ex officina Reggiana, uno spazio enorme abbandonato. Ci aspettavamo una ventina di persone, ne sono arrivate il triplo. E questo progetto era iniziato chiacchierando con un amico, tra un graffito e l’altro sui treni merci e adesso, invece, siamo un gruppo di persone composto da architetti, operatori culturali, ragazze che lavorano per noi nel marketing e nella comunicazione per realizzare questo progetto. Ognuno con le proprie competenze, sta facendo il suo. Quindi le cose accadono, magari ci vorrà tempo, però se uno ci crede e si sbatte, le cose possono cambiare, io sono molto fiducioso. Spero che i miei coetanei, anche quelli più giovani, la pensino allo stesso modo. Spero abbiano la forza di faticare per cambiare le cose. Lascia il telefono a casa ed esci: vai a vederti un po’ la città, metti un po’ in discussione quello che vedi, immagina come lo vorresti.
La scritta sul vagone
Il racconto letterario di oggi è un aforisma scritto da uno street artisti su un vagone di un treno regionale fermo a Roma Termini. Avrei potuto scrivere un racconto incentrato su questa frase ma, forse, questa riesce già a racchiudere tutto dentro.
“Your darkest hour is only 60 minutes”.
“La tua ora più buia dura solo 60 minuti”.
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Pubblicato da Grandi Storielle
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