Un turno sbagliato che ti cambia la vita


di Carola Speranza

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Non era servito molto, a Carla, per capire di essere stata tradita. Doveva ancora entrare in casa e la situazione le pareva lapalissiana. Come ogni lunedì, aveva scritto sulla lavagnetta appesa in cucina, vicino al frigo, con un insolito gessetto giallo, i turni della settimana. Dal lunedì al mercoledì avrebbe fatto il pomeriggio, quindi dalle 14 alle 22; il giovedì avrebbe avuto la giornata lunga; il venerdì sarebbe stata di  riposo; per sabato e domenica le aspettava la notte lunga. Così aveva scritto, lunedì mattina, ancora con un occhio aperto e uno chiuso, dopo aver portato i ragazzi a scuola. E ieri, sabato, prima di attaccare il suo lungo turno dalle 19 di sera alle 7 del mattino, si era accorta di aver sbagliato. La domenica, infatti, non avrebbe avuto il turno così lungo, per la notte, ma quello canonico: dalle 22 alle 7 del mattino. Se ne era ricordata al semaforo, davanti all’ospedale, mentre faceva mente locale su quando avrebbe potuto fare la spesa, passare a prendere il cappotto in lavanderia e provare, almeno, a sporgersi fino a casa dei suoi genitori. La lunga notte che l’aspettava parve subito più leggera, al pensiero che avrebbe potuto godersi la famiglia, qualche ora in più, il giorno dopo. 

Domenica mattina, Carla era rientrata in casa e aveva trovato, inspiegabilmente, suo marito in piedi. Non aveva l’aria di essersi appena svegliato. Disse che le aveva preparato la colazione. Troppo stanca per ragionare, troppo triste per non aver visto alcun miglioramento nel ragazzino ricoverato nel suo reparto, era salita in camera da letto e si era addormentata. Nel frattempo, in ospedale, quel ragazzino si svegliava dalla lunga notte, chiedendo di lei, la sua infermiera preferita. Allo stesso momento, suo marito riceveva un messaggio dalla sua amante, mentre i suoi figli dormivano a casa dei cugini. In quel preciso istante, era suonato il telefono di casa: la mamma di Carla ricordava che bisognava andare a messa, oggi iniziava la quaresima. Il vicino di casa iniziò a tagliare la siepe, e una sveglia cominciò a suonare in camera dei ragazzi. Carla urlò di spegnerla subito. Silenzio. «Mi avete sentita? Non fatemi alzare, se mi alzo è peggio per voi eh, ve lo dico.» Trascorsi altri venti secondi, urlò ancora: «Se mi alzo rimango a dormire con voi, ve lo dico.» E sospirando, con fare un po’ rabbioso ma non per questo violento, solo con gesti dai contorni più spigolosi, andava verso la camera dei figli. Pensava che non potesse avercela con loro per una sveglia, che erano già così attenti alla sua stanchezza, al non svegliarla quando dormiva nel pomeriggio e sentiva che ripetevano gli appunti a voce bassa, dalla loro stanza. Così, si calmò prima di entrare, nonostante il rumore della sveglia risuonasse ancora più forte, man mano che si avvicinava alla porta. Una volta aperta, si ritrovò i due letti vuoti e una sveglia che supplicava di essere toccata. In quel momento, il suo telefono squillò: era di nuovo sua madre che le ricordava l’appuntamento della messa. Carla disse che si stava vestendo e riattaccò. Non disse altro. Scese al piano inferiore, mangiò con avidità e sprezzo i pancakes freddi. Rimproverò il marito di non essere ancora pronto per andare in chiesa, si vestì, si struccò per poi ritruccarsi, scrisse ai ragazzi e salì in macchina. Senza considerare il conducente, che d’altronde continuava a fare domande insolite come «Perché non vuoi dormire?» «Dobbiamo per forza andare in chiesa perché lo dice tua madre?» Stai bene?» Lei rispondeva di avere sonno e guardava fuori dal finestrino. Arrivati al parcheggio, nell’ordine cronologico degli eventi, successe che: un messaggio su whatsapp da parte di sua sorella le diceva che le voleva parlare di persona, rassicurandola che i ragazzi stavano bene e glieli avrebbe riportati per pranzo a casa; un’infermiera di turno l’aggiornava sul suo paziente preferito, dicendo che il ragazzino aveva chiesto di lei e oggi si sentiva meglio; venne notificata una mail di richiamo per il pagamento della bolletta del gas e sua madre arrivò con un enorme livido sulla fronte. Era di nuovo caduta, la malattia galoppava, doveva trovare una soluzione. Tornata in macchina, per prendere dei cerotti che portava sempre con sé, fissò il marito che messaggiava. Lo guardò severa, decise di proseguire la sua giornata: non aveva tempo per intoppi di alcun tipo, neanche d’orgoglio. Medicò in fretta il graffio affianco al livido sul la fronte materna, andò a messa, pregò senza sapere a chi indirizzare il suo bene, accompagnò la madre a casa, salutò il padre e bevvero un succo, come erano soliti fare in famiglia, la domenica, da quando era bambina: succo alla mela. Tornò a casa, cucinò e pranzò insieme ai figli e alla sorella, che non degnava di uno sguardo suo cognato. Passò il pomeriggio sul divano, con il rumore in sottofondo della telecronaca delle partite della serie A. Verso le 18 era stata svegliata: si credeva, infatti, che avrebbe iniziato a lavorare tra un’ora e anche Matteo ed Edoardo, i suoi figli, si erano presi impegni per un aperitivo con gli amici. Carla si preparò con cura, entrò in macchina e li accompagnò al bar. Di rientro, fece la spesa. Tornò a casa. E la situazione le sembrò così chiara, così ridicola, da non ferire. Una signora elegante scendeva da un’auto ed entrava nella sua abitazione. Senza cappotto, solo con un vestito nero, magari lo stesso della sera prima, quando lui aveva fatto dormire i figli fuori casa. Carla era stanca. Così stanca da non sembrare scioccata ma solo scocciata. Lasciò le borse della spesa davanti al portone. Le mise a terra. Rientrò in macchina, si chiuse a chiave mentre vedeva il marito aprire la finestra della cucina. Partì, piangendo. Al primo incrocio si fermò perché le lacrime le oscuravano la vista. Con il mento che le tremava, la stanchezza che calcava le occhiaie riaffiorate dal pianto, con i peli delle braccia tesi dalla pelle d’oca, entrò nel parcheggio dell’ospedale. Mentre il cellulare infuriava di chiamate e messaggi continui da parte del marito, lei, nello spogliatoio dell’ospedale, si truccò con cura e si pettinò. Bevve due lunghi sorsi d’acqua. Andava ora davanti alla porta del reparto, dove faceva un lunghissimo respiro. Strinse i pugni, stampò un sorriso sulla bocca e varcò la soglia. Al ragazzino, in corridoio, appena la vide, scoppiò un sorriso sdentato in viso e lei, con gli occhi ancora gonfi, nonostante tutto, rise forte.

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