Le storie degli altri


di Carola Speranza

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Scarpe slacciate, un piede dentro una pozzanghera. L’ombrello è rimasto incastrato tra la borsa e il cappotto, una stanghetta di ferro è impigliata nella tasca e lei la tira, fino a quasi perdere l’equilibrio: ombrello rotto. Dal cielo viene giù una parete di acqua, che, fredda, appiccica i capelli sulla fronte, oltrepassa la treccia dei capelli per infilarsi e scivolare lungo il collo. Sta borbottando qualcosa, stanca dopo la giornata di lavoro, mentre sente il telefono squillare dall’altra tasca del cappotto. Deve
rispondere, è Matteo. Alza lo sguardo, e vede una gigantesca M rossa e bianca. Non ci pensa due volte: andrà in metro. Corre giù per le scale mobili e si mette al riparo, ansimante. Gli occhiali si appannano, con un filo di voce risparmiato dalla pioggia e dalla corsa, risponde al volo. Matteo, suo figlio di dieci anni, le vuole assolutamente dire, prima che arrivi a casa, che ha preso una nota, perché si era dimenticato di fare i compiti di matematica, ma ci tiene subito a sottolineare, facendo capire quanto la
costruzione della frase fosse stata a lungo studiata e meditata, che ha anche preso un Bravissimo con la faccia che non solo sorride ma proprio ride, in italiano. «Quindi siamo a posto, vero mamma?» Chiara scoppia a ridere: «Tu sei proprio tutto tuo padre, due gocce d’acqua. Ne parliamo poi a casa eh, io sto rientrando.» Chiara, sorridendo, si allaccia la scarpa, passa l’abbonamento al tornante elettronico, e
scende verso la metro. Di solito, quando esce dall’ospedale dove lavora, non prende mezzi pubblici nelle vicinanze. Si fa una bella passeggiata e va prendere un autobus, quasi da un altro quartiere, per tornare a casa sua. È il suo modo per perdere del tempo, secondo gli altri, e riprenderselo per se stessa. Arrivata alla banchina della stazione metro, si compiace nel vedere che mancano solo due minuti all’arrivo del
mezzo. Sta pensando a cosa cucinare, vuole controllare se il supermercato sotto casa sia ancora aperto, quando vede dall’altra parte della stazione, al di là dei due binari, la mamma del paziente del letto numero 3, del suo reparto. Lei sa che si chiama Silvia, che oggi è stata dentro l’ospedale tutto il giorno, proprio come lei. Sa anche che sta andando a mangiare qualcosa da qualche parte, perché è arrivato il
suo ex marito in ospedale. Si sono dati il cambio, con qualche carezza ma senza abbracci, forse per dei rancori ancora accesi da una rottura recente. Silvia la vede, le sorride discretamente. Chiara sventola la mano, e le fa segno che domani la troverà di nuovo al suo posto, in ospedale. La sua metro arriva, Silvia la prende, le continua a sorridere dal vetro che prende velocità. Chiara, con il suo ombrello rotto, un mal
di testa assordante, entra nel piccolo vagone. Si guarda attorno: la fermata della metro sotto l’ospedale può essere sorprendente. Qualcuno potrebbe avere un fiore in mano, qualcun altro un regalo. Qualcuno non ha voglia di parlare e allora ascolta musica; qualcuno guarda nel vuoto e altri non sanno neanche che proprio sopra le loro teste vi sia un ospedale pediatrico. Sono vite di persone che si incrociano in
spazi piccolissimi, dove rimangono in silenzio mentre una scatola rotante li porta da una parte all’altra della città, mentre sono indaffarati da impegni che si sono imposti, da appuntamenti, visite e scadenze. Si rimane in silenzio, e ci si lascia trasportare. E mentre Chiara si dimentica della nota di Matteo e del marito, che non lo sgrida mai, per concentrarsi su cosa Silvia avrebbe mangiato, da sola, a cena; una coppia si sta lasciando, appoggiata alla porta che separa i vari vagoni. C’è la signora Teresa, che con gli esami in mano, torna a casa felice e il signor Gianni che legge i referti senza capire a fondo delle parole difficili. C’è Marco che studia anche in metro per l’esame del giorno dopo; Ludovica ascolta un podcast e Mario dormicchia con la testa che sbatte sul finestrino. In quel ginepraio sotterraneo, le storie si sfiorano, si avvicinano per poi allontanarsi, magari per sempre. E la prossima volta, in una qualsiasi città,
arriveremo anche noi con una scarpa slacciata, in un giorno di pioggia, con l’ombrello rotto e ci siederemo vicino ad una persona qualunque, senza sapere che potrebbe proprio essere la signora Silvia.

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