Mi chiamo Mohammed e sono di Aleppo, in Siria. Vivevo nella campagna di Aleppo, dove ho studiato dalle elementari alla scuola superiore. Avevo degli ottimi voti, ma nonostante questo, non erano abbastanza alti per poter accedere all’università di medicina. Perché sai, in generale, in Siria, molti puntano a diventare dottori: è una questione culturale. Così ho ripetuto la maturità per cercare di ottenere voti più alti ancora, ma nuovamente non sarei stato ammesso alla facoltà di medicina. Così ho deciso di passare a ingegneria, a Damasco: è l’università con un livello più alto rispetto alle altre. E, infatti, quest’università ha potuto offrirmi grandi opportunità. Ho deciso così di trasferirmi da Aleppo a Damasco. Era una sorta di università privata, dove avevo anche una stanza, gratis. Ho studiato per due anni quelle che sono le basi dell’ingegneria: dalla chimica alla fisica, oltre, ovviamente, alla lingua inglese. Inoltre, essendo l’istituto fondato dalla Francia, ho dovuto studiare il francese per 10 ore alla settimana , (ndr. La Siria è stata colonia francese fino al 1944). Così il mio francese ha continuato a migliorare fino a quando, al terzo anno accademico, ho deciso di specializzarmi in ingegneria elettronica, ottenendo la possibilità di andare a studiare, per la laurea magistrale, in Francia. Già al tempo vedevo il mio futuro come insegnante, mi immaginavo mentre cercavo nuovi modi per far capire la matematica ai ragazzi. Ho colto quindi l’occasione, ne ho ovviamente prima discusso con la mia famiglia, che mi ha incoraggiato a partire. È stato un bel viaggio, era la prima volta che prendevo un aereo e che andavo a Parigi. Due miei amici dell’università, che erano partiti l’anno prima, mi hanno potuto ospitare e aiutare all’università e a trovare una sistemazione. E così è iniziata la mia avventura in Francia, era il 2009.
La Siria prima della guerra
La situazione in Siria, a quel tempo, era molto calma. Sono solo potuto rientrare in Siria al secondo anno di università. Era il 2011, l’anno dell’inizio della rivoluzione. La guerra era iniziata e la Siria non era più come l’avevo lasciata. C’erano due fronti principali: gli oppositori e il regime. L’università dove studiavo, quindi Damasco, era dalla parte del regime; mentre il paese dove provengo, nella campagna di Aleppo, sosteneva i ribelli. Così son dovuto passare dall’area del regime a quella dei ribelli. Ho dovuto attraversare diversi check-points, avendo la perenne sensazione di potere essere arrestato o trattenuto sia dal regime e sia dai suoi oppositori. Dal momento in cui venivo dalla campagna di Aleppo, da cui proviene gran parte dei ribelli contro il regime, i militari mi dicevano: “Ti conosciamo, sappiamo da dove vieni” ma in realtà in quel momento vivevo a Damasco. Allo stesso modo, venivo guardato con sospetto, dalle persone che non mi conoscevano, quando tornavo dalla mia famiglia, ad Aleppo, perché venivo dalle zone del regime e lavoravo nelle zone del regime, a Damasco.
Eri sempre un nemico: sia per le persone di Damasco che sostenevano il regime, sia per gli abitanti di Aleppo, suoi oppositori. La domanda allora sorge spontanea: perché hai deciso di tornare?
Quando sono partito non avrei mai potuto immaginare che la situazione sarebbe cambiata in questo modo. Possiamo comunque dire che l’ho fatto per due motivi. Il primo motivo era che per partire per i miei studi a Parigi, mi hanno chiesto una sorta di assicurazione sul fatto che, dopo essermi laureato, sarei tornato in Siria. Così mio zio ha dovuto fare da garante: se non fossi tornato avrebbe dovuto pagare lui ed era il referente, in loco, responsabile delle mie azioni. Non volevo che accadesse nulla a mio zio. E la seconda ragione è dovuta al fatto che il secondo anno, ho deciso che avrei sposato una ragazza, mia cugina. Ero tornato quindi per preparare le nozze, che sono poi avvenute proprio nella mia terra, nella campagna di Aleppo, durante le vacanze. Non è stato facile, per esempio non avevamo neanche la luce, ma comunque ce l’ho fatta. Per farti capire la situazione, fino al giorno prima c’erano stati bombardamenti nella zona. Ma non importa, bisogna continuare a vivere, la vita va avanti. Così ci siamo sposati.
I motivi del ritorno sono stati la famiglia e l’amore.
Esatto! Sono poi dovuto ritornare a Parigi e non ci siamo visti per un anno, anche se ovviamente eravamo sempre in contatto. Mia moglie è riuscita a lasciare la campagna, per andare nel centro di Aleppo, che era al momento sotto il controllo del regime di Assad, perché suo padre lavorava in città. Nel frattempo, ho ottenuto la laurea a Parigi, e sono tornato a Damasco. Intanto si andava avanti con la rivoluzione. Da Damasco vedevo bombardare le zone degli oppositori: potevo vedere i miei amici e la mia famiglia venir bombardata e non potevo fare nulla. È stato come vivere all’inferno.
Quando hai deciso e potuto lasciare la Siria per venire in Turchia?
Avevo un primo problema: il servizio militare. È obbligatorio per tutti i ragazzi in Siria e avrei dovuto farlo nel periodo in cui ero a Parigi. Ho cercato di farmi fare carte false per starne lontano, volevo infatti lasciare Damasco. Il problema è che è un documento assolutamente richiesto ai check-points e se non sei in regola vieni spedito direttamente al servizio militare. Ho vissuto per due anni con la paura di essere scoperto, dal 2012 al 2014. Avevo paura di essere arrestato da un momento all’altro. Durante questo periodo sono riuscito comunque a trovare un modo per tornare ad Aleppo: un viaggio che prima della guerra sarebbe durato solo due ore, ora ne durava 12. Abbiamo salutato le famiglie e mi sono presentato, alla fine del 2014, al check-point con mia moglie e mio figlio per andare in Turchia. In un unico giorno siamo passati dalla zona di regime, ad Aleppo per salutare la famiglia di mia moglie per passare poi il confine che ti porta nella provincia turca di Hatay. La parte del viaggio per cui ho avuto più paura è stato quello tra Damasco e Aleppo perché passava proprio sulla cross-line che divide il regime con l’opposizione. Arrivato ad Aleppo ho realizzato che non sarei più stato fermato o arrestato per il servizio militare. E così quella sera stessa, dopo aver salutato mio fratello, sono andato verso Idleb, per passare il confine. Lì abbiamo pagato 300 dollari a testa, ora so che chiedono 2000 dollari ed è più complesso dopo la costruzione del muro. Dopo, abbiamo preso una macchina da Hatay, dove c’erano già molte persone arabe nella zona, e ho deciso di portare la mia famiglia qui a Kilis, dove altri miei famigliari vivevano già da tempo, come mia mamma e le mie sorelle. Dopo due giorni è arrivato anche mio padre. Dall’inizio del 2015 vivo qui con la mia famiglia.
Che lavoro fai qui?
Sono un insegnante di matematica e aiuto, inoltre, studenti siriani, non solo in matematica, a studiare.
Ti senti al sicuro a Kilis?
Qui mi trovo bene ed è molto più sicuro rispetto alla Siria. Anche se, devo dire, la situazione sta cambiando: sono spaventato perché ho di nuovo paura di essere rimandato indietro, in Siria. Perché qui i rifugiati hanno solo un permesso temporaneo. Non è una situazione per cui possiamo stare per sempre.
Ma ti hanno dato un documento d’identità, sei qui regolarmente, tramite il Kimlik.
Sì, e devo dire che riceviamo diversi supporti dallo Stato. Ma per esempio sappiamo che questo governo ci sostiene adesso, ma non sappiamo come andrà nella prossima legislatura, sappiamo che ci sono parti delle opposizioni che vorrebbero mandarci a casa. Siamo spaventati per questo.
Consideri che la politica di Erdogan sia stata buona per voi?
Per me, sì. Non posso parlare in generale, per altre questioni. Ti posso dire che per i siriani sia il governo e sia la stessa popolazione turca ci hanno accolti e aiutati bene. Sono state le stesse persone turche ad aver aiutato a trovare un posto, una casa a molti siriani all’inizio della guerra. Poi bisogna dire, per la situazione di oggi, che qui a Kilis ci sono tanti siriani, che non si sono sempre comportati bene, rischiando di dare una brutta immagine di noi nei confronti dei turchi.
Ma è stato lo stesso Erdogan a decidere di costruire il muro, quindi immaginavo che la politica di Erdogan non potesse essere considerata positivamente.
Hai ragione, per alcuni siriani non lo è. Per me ha preso decisioni a causa delle pressioni dell’opposizione. Sono stati gli oppositori a chiedergli conto del perché facesse arrivare i siriani e desse loro soldi, nonostante la popolazione turca avesse dei problemi. Io credo si sia sentito obbligato a farlo. Per i siriani, per esempio anche andare all’università era praticamente gratis, mentre i turchi dovevano pagare. Ora, a partire da un anno, anche i siriani devono pagare. Perché sta cambiando? Secondo me per le opposizioni che chiedono spiegazioni sul perché noi siriani viviamo qui gratis, andiamo a scuola gratis e riceviamo tanti aiuti, come la sanità che per noi è pubblica e per i turchi è a pagamento.
Che cosa ti di più della Siria e credi di poterci tornare un giorno?
Parlare. Anche se ho imparato il turco, io amo l’arabo. Come insegnante, se non mi fossi specializzato in matematica, sarei voluto diventare insegnante di arabo. Mi piace essere qui anche perché ci sono molti siriani, ma ovviamente devo sempre avere a che fare con il turco. Mi piaceva, invece, poter sempre e liberamente parlare arabo. Questo è quello che manca di più. La mia famiglia è qui, quindi non mi manca nulla di lì. Ho dovuto lasciare abbastanza presto Aleppo per andare prima a Damasco, poi a Parigi e di nuovo Damasco quindi non mi sento particolarmente attaccato al mio paese.
Non vorrei tornare indietro, assolutamente. Non credo che la situazione possa migliorare in dieci o vent’anni.
E i tuoi bambini?
Sto insegnano loro l’arabo, e la nostra cultura e tradizioni. Io voglio rimanere qui, ho pianificato la nostra vita qui, per il futuro se vorranno potranno forse andare. Ma, lo ribadisco, non vedo il mio futuro in Siria.



