La pelle vicino alle unghie della mano destra rimane secca, scoordinata rispetto all’andatura del dito, sintomo di quanto venisse regolarmente mangiucchiata. Sulla scrivania c’è un abat-jour accesa. Non vi sono altre possibilità di luce nella stanza: o la piccola lampadina, o la luce che attraversa l’unica finestra della camera. Vicino al letto, su una pila di quaderni, a quadretti o a righe, dove sono stati presi appunti delle lezioni passate, degli esami ancora da dare, è accesa, in via eccezionale, una candela.
Di lei invece, della protagonista, vi basta sapere che ha volto di donna, che è minuta, che parla tanto in pubblico perché finge: le piace essere estroversa e determinata. Le piace farlo sembrare. In realtà è timida, di una timidezza velata dal semplice fatto di essere, per sua natura, una persona decisa. Quando qualcuno la incontra è sicuro di trovarsi di fronte ad una persona sicura, scrupolosa, proiettata in maniera quasi pesante sul futuro.
Studia medicina, è indietro di circa una decina di esami. Finge che vada bene, finge che durante le lezioni prenda appunti su tutti quei quaderni impilati vicino al letto. Del suo percorso di studi, nessuno chiede molto. Danno tutti per scontato che andrà bene, che la laurea sia sempre più vicina. Nessuno fa domande, perché lei è così austera nello sguardo, decisa nei movimenti, attenta con quello sguardo che sembra mangiarsi tutto. “È una di quelle che ce la farà”. Dicono così a cena, dove ora si trova l’intera famiglia, durante la Vigilia di Natale. Lo urla una zia, con la bocca ancora piena di pandoro o panettone, chissà quale dei due, si è abbuffata senza sapere: “Questa ragazza è un portento. Sentiremo parlare di lei…” E il padre gongola mentre si versa il vino; la madre alza un calice, solo la sorella accenna un sorriso ma che va verso il basso. Le due giovani chiedono il permesso di andare in camera.
La sorella chiude a chiave. Tira fuori dall’armadio il regalo, ma quello non ufficiale. Si scusa, ma non è riuscita ad impacchettarlo in tempo. Nella borsa c’è un quaderno. La nostra protagonista non se n’era neanche accorta, ma è uno dei suoi “quaderni di appunti” delle lezioni di un corso di anatomia. Per pagine intere, definizioni e possibili argomenti dell’esame sono intervallati da disegni bellissimi. La sorella li ha contati: i disegni sono circa un centinaio, a scapito di qualche pagina di appunti. C’è poi il secondo regalo, una tela ed un pennello.
Non si dicono nulla. Non si dicono altro. Ma ora sa che c’è qualcuno con cui parlare, qualcuno che ha capito, qualcuno che potrà sostenerla nella scelta del suo futuro, che non la faccia sentire sbagliata per i pochi crediti accademici accumulati. Proprio le due sorelle, che si erano allontanate, perse negli ultimi anni, ora si ritrovano, al lume di candela. “Almeno dillo a me, togliti questo peso.”
E lei rientra nel suo turbinio di emozioni, sprofonda nei suoi pensieri ma ora sa di non essere sola. Guarda la sorella, il modo in cui è seduta, la luce della candela che le colpisce solo una parte del corpo: sarebbe un quadro perfetto. E così, mentre le sembra di precipitare nella sua malinconia, prende il regalo. “Non ti provare a muovere eh”. E inizia a disegnarla.



