La grande storiella di Giovanni Capra

Il 20 ottobre 2025, in un giorno nuvoloso, ho incontrato Giovanni Capra. L’incontro è stato molto emozionante: avevo di fronte a me uno degli ultimi IMI, militari italiani internati, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 preferirono la prigionia e il lavoro coatto all’arruolamento per Hitler o la Repubblica Sociale Italiana. 

La storia degli IMI, e quella di mio nonno, è stata raccontata sia tramite il podcast “IMI L’altra Resistenza” e sia tramite diverse puntate della newsletter “Diario Speranza”

In quei casi, però, le informazioni riguardanti la storia di mio nonno Carlo Bertotto come IMI provenivano dalle parole del suo diario di guerra e dalle lettere ritrovate. In questo caso, invece, abbiamo avuto la preziosa opportunità di sentire la storia di Giovanni Capra raccontata in prima persona. Con i suoi 101 anni, ci ha lasciato, con grande sforzo e preziosa lucidità, una testimonianza storica importante. Una fonte necessaria per comprendere ancora meglio cosa abbia significato diventare un IMI. 

La grande storiella di Giovanni

La vita fino all’armistizio

Mi chiamo Giovanni Capra, sono nato a Barbaresco, in provincia di Cuneo, il 9 dicembre 1924. Sono cresciuto durante il fascismo. Fin da piccolo sentivo ripetere: “Dio protegga il nostro Duce”. Anche il parroco ci diceva che Mussolini era stato mandato da Dio. Ci credevamo tutti. La mia infanzia non è stata facile. Ero il primo di cinque fratelli. Quando avevo quindici anni ho perso mia madre e, dopo la sua morte, mio padre ha iniziato a bere. Non si occupava più di noi come prima. Eravamo mezzadri e facevamo fatica a tirare avanti.

A diciotto anni mi chiamarono per il servizio militare, nella caserma di Alba. Mi ricordo che ci andai ad agosto. Poco prima che accadesse tutto. Mi trovavo in caserma il giorno della proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943. Ed è lì che mi catturarono. Ero poco più di un ragazzo, venivo dalla campagna, ero chiuso, inesperto, non capivo bene cosa stesse succedendo.

L’arresto e la deportazione

Arrivarono due moto-sidecar con quattro soldati tedeschi. Entrarono e ci ordinarono di deporre le armi, dicendo che saremmo tornati a casa. All’inizio eravamo felici della notizia. Ma poi abbiamo capito che non si metteva bene: volevo scappare. Uscii da una porta, avrei dovuto scavalcare il muro di recinzione. Ma lì vidi due morti. Mi impressionai troppo. Ho avuto paura e sono tornato indietro.

Quando siamo usciti dalla caserma, i tedeschi erano molti più di quattro. Avevano già saccheggiato tutto. Ci portarono verso un treno e ci caricarono su carri bestiame. Eravamo in cinquantaquattro nello stesso vagone, stipati. Con noi c’erano anche sacchi pieni di polvere gialla. Dato che il viaggio durò ben tre giorni, quando arrivammo in Prussia ce l’avevamo dappertutto.

Dal vagone, attraverso una fessura, avevo visto che eravamo arrivati a Trento. Quando il treno si fermò, sporsi la gavetta verso una donna per chiederle dell’acqua. Lei ce l’aveva lì, ma si rifiutò e si prese gioco di me. Come ci avvicinavamo alla Germania, venivamo maltrattati da tutti.

Dopo Trento arrivammo a Küstrin, in Prussia. C’era un grande campo di lavoro, lo Stalag III C. Mi ricordo che c’era un grande fiume e d’inverno faceva un freddo terribile.

La scelta di diventare IMI

Ogni mattina ci mettevano in fila e ci chiedevano se volevamo andare a combattere per i nazisti: “Non andate a difendere la Patria? Cosa aspettate?” Volevano che accettassimo, ma quasi nessuno lo fece. Ci tolsero tutto: i vestiti, ogni cosa. Ci diedero una divisa con scritto “Kriegsgefangener”, prigioniero di guerra. Fummo mandati in un campo e poi a lavorare in una cartiera lì vicino.

Scrivevo a casa, ma non ho mai saputo se le mie lettere siano arrivate. Io non ricevetti mai pacchi. Ogni tanto cercavo di recuperare qualcosa smistando quelli degli altri.

Nel lager c’erano prigionieri di tante nazionalità. Di notte sentivamo i bombardamenti continui. Cercavo riparo tra la cartiera e il fiume. Eravamo vicini al fronte. Dormivamo in baracche. C’erano anche donne prigioniere: ucraine, russe, ungheresi, alcune con bambini piccoli. Anche loro lavoravano come noi. Erano sporche, stremate. Non c’era acqua, non c’era niente. Mangiare era quasi impossibile: anche avere delle bucce di patate era una fortuna.

Le morti per tifo erano tantissime. I cadaveri spesso restavano lì, nella melma. Non venivano nemmeno seppelliti.

Guardando tra il reticolato vedevo punti da cui forse si poteva scappare. Ma poi? La terra era ghiacciata, c’erano venti gradi sotto zero. Non avevo vestiti adatti. Sono comunque scappato quattro o cinque volte. Ogni volta mi prendevano e mi punivano.

La crudeltà che ho visto è qualcosa che non si può immaginare. Ricordo un compagno siciliano, del ’22. Un giorno gli diedero una pastiglia e poi gli dissero che sarebbe morto. Lui urlava, piangeva. Non era vero: volevano solo divertirsi a vederlo soffrire.

Un’altra volta vidi due russi che venivano puniti dentro una fossa. Il sangue scendeva. Io mi fermai a guardare e per questo fui punito. Dovevo sollevare un masso pesantissimo più volte. Pesavo quaranta chili. A un certo punto caddi e sentii sparare. Pensai avessero colpito me. Invece era un altro. Gli italiani mi riportarono in baracca perché non riuscivo più a reggermi.

Un’altra volta mi fermai a raccogliere delle bucce di patate. Le guardie mi picchiarono così forte alle gambe che vedevo i nervi. Non c’era nessuno a curarmi. Noi non avevamo il diritto alle cura dalla Croce Rossa, in quanto IMI.

La punizione peggiore fu dopo una fuga: mi chiusero per una notte intera, con venti gradi sotto zero, dentro una bara sospesa, insieme a un altro prigioniero. Sentivo il mio compagno, un bergamasco, prima piangere, poi pregare, poi non ho più sentito nulla. Io cercavo di scaldarmi come potevo. Al mattino, quando ci tirarono fuori, caddi a terra, stremato. Lui non lo vidi più. Capii che non ce l’aveva fatta.

Continuavo a scrivere a casa, ma non ricevevo niente. A Natale del 1943, un tedesco mi fece scaricare delle barbabietole. Ne presi una e lui fece finta di non essersene accorto o comunque non mi disse nulla. La portai in baracca e la dividemmo: una fetta a testa.

Lavoravo anche nel bosco a tagliare legna. A volte il soldato tedesco che ci controllava si distraeva con una ragazza del castello vicino: quei giorni erano migliori, potevamo rallentare e recuperare un po’ di forze.

Ogni tanto pensavo a tutto questo. Era assurdo. Ero cresciuto credendo nel Duce come in qualcosa di sacro. “Libro e moschetto, fascista perfetto”. E invece ci aveva portati all’inferno.

Il lungo e lento ritorno a casa

Quando finalmente uscii dal campo, camminai per ventisette giorni. Attraversai città distrutte. Cercavo disperatamente delle scarpe. Guardai anche sui cadaveri, ma non trovai nulla. Passai vicino a un campo di sterminio: vidi un mucchio di scarpe, ma erano tutte piccole.

Durante il ritorno, un compagno fu investito da un camion militare e morì. Lo seppellimmo in terra polacca. Mi unii a due veneti e seguimmo i russi. I treni erano distrutti, e quando ci salivamo non sapevamo mai dove ci portassero. Attraversavamo la Polonia. Trovammo ville enormi, abbandonate. I russi si fermarono prima di Varsavia e ci fecero lavorare.

Del ritorno a casa ricordo poco. Quando arrivai, non c’era nessuno ad aspettarmi. Pensando ai miei amici morti nella Resistenza, mi viene da dire che forse, se non fossi stato catturato, non sarei qui a raccontare. Ognuno ha il suo destino.

Mi sono poi sposato nel 1950. Sono rimasto sposato per sessantasette anni. Non ho avuto figli. Negli ultimi anni mi ha accudito mia nipote, Romina Ambrogio.

Il ricordo come impegno

Giovanni Capra è mancato il 10 marzo 2026. Lo vogliamo ricordare con le sue parole, con una storia che finalmente può essere conosciuta e riconosciuta; e con le parole della nipote Romina in questo articolo per il Corriere della Sera.

https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/26_marzo_11/il-destino-beffardo-di-giovanni-capra-morto-a-102-anni-deportato-dai-nazisti-nel-43-ottiene-un-risarcimento-ma-il-ministero-lo-976dede4-767a-475e-95ec-8d7b18e18xlk.shtml

Grazie a tutti voi, militari italiani internati, per la grande lezione di umanità e civiltà che ci avete insegnato.

IMI L’altra Resistenza

È un podcast disponibile su Spotify, Apple Podcast e Substack nella newsletter “Diario Speranza”. In sei puntata indaga la storia degli IMI, partendo da quella di Carlo Bertotto e del suo diario di guerra.

https://open.spotify.com/embed/episode/3l6iD2IWWMb0wCaMRaPNHB?utm_source=generator

Video di Rainews sulla storia di Giovanni Capra

https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2026/03/deportato-nei-campi-di-lavoro-nazisti-a-102-anni-litalia-fa-ricorso-contro-il-suo-risarcimento-8796ee67-daec-457f-98cf-b0b2f44613af.html

Alcuni libri che possono essere di interesse per vari approfondimenti

Danila Foglio, Claudia Fusi, Gianluigi Pelizzari “Il passo indietro. Storie degli Internati Militari Italiani di Bagolino e Ponte Caffaro (1943-1954)”, Ledizioni, 2025.

Enzo Nizza in Autobiografia del Fascismo, LaPietra, note storiche “Il venticinque luglio e l’otto settembre” di Ruggero Zangrandi. 

“Fra sterminio e sfruttamento, militari italaini e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945)” a cura di Nicola Labanca, Lelettere, 1992.

Corrado Teatini, Diario dell’Egeo, Rodi-Lero: agosto-novembre 1943, Mursia, Milano, 1990.

Silvia Pascale, Orlando Materassi: “Internati Militari Italiani, Una scelta antifascista”, Editoriale Programma, 2022. 


Silvia Pascale, Orlando Materassi, “Il lavoro forzato nel terzo Reich”, Editoriale Programma, 2023.

Pubblicato da Grandi Storielle

La tua grande storiella conta. Qui raccogliamo storie di personali normali, ma per questo non meno importanti di quelle delle persone note. Si vuole ritornare ad interrogare il sociale, quello vero, tramite le loro storie, anzi, le loro grandi storielle.

Rispondi

Scopri di più da Grandi Storielle 🖌📚

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere