Esiste una strada a Roma, ricolma di aranci. Chissà chi, un bel giorno, forse dal municipio di riferimento della zona, ha deciso di piantare una fila di aranci lungo il marciapiede, per riportare del verde e dell’arancione nel quartiere. Nel corso del tempo, gli alberi sono cresciuti rigogliosamente. Quando sta per arrivare l’inverno, la pianta si colora e sembra quasi soprassedere sullo sporco e bucherellato marciapiede che l’affianca.
Vicino alla schiera di aranci, c’è una scuola elementare. È la scuola di Vale e Ale, loro preferiscono essere chiamati per soprannomi. Vale e Ale si sono conosciuti il primo giorno di scuola di quest’anno, all’inizio della quarta elementare. La loro amicizia è salda perché perfettamente equilibrata: Vale è una chiacchierona, racconta a voce alta tutto anche quello che le passa per la testa; Ale rimane quasi sempre muto. Gli insegnanti parlano di mutismo selettivo, ma non riuscendo a parlarne con i genitori, che puntualmente non si presentano ai colloqui, non sanno a chi raccontare la loro diagnosi. Vale è sempre raggiante, stimolata da genitori che le fanno fare attività di canto, ginnastica artistica e pianoforte tutti i pomeriggi; Ale, invece, potrebbe giocare per tutto il resto del suo tempo libero solo con una piccola macchinina rossa, che ha trovato nell’ultimo ovetto Kinder regalatogli dalla sua compagna di scuola.
I genitori di Ale lavorano tutto il giorno, senza interruzioni. Per questo motivo, la babysitter che guarda Vale passa a prendere anche Ale, quando escono da scuola, e lo riaccompagna a casa. Ogni volta, durante il tragitto, la babysitter e i due bambini costeggiano gli aranci. Vale e Ale si divertono a schivare le arance già cadute sul marciapiede e lasciate marcire lì. Per la prima volta da quando si sono conosciuti, Ale si rivolge alla babysitter e con un italiano incerto le chiede: “Di chi sono questi alberi?” La ragazza risponde che sono di tutti. Ale sembra entusiasta della risposta.
Il giorno dopo, mentre si dirige verso scuola, sempre accompagnato dalla babysitter di Vale, chiede se può prendere un’arancia dall’albero, per la merenda. Gli viene risposto di sì. Durante la ricreazione, l’arancia viene utilizzata come ostacolo che la sua macchinina deve superare. Ci gioca per oltre dieci minuti e solo negli ultimi secondi la sbuccia e se la mangia. Buonissima.
Inizia così un nuovo rituale: ogni giorno, Ale tiene da parte la piccola merendina che la mamma gli aveva preparato, preferendo catturare un’arancia dagli alberi della via per andare a scuola. Così, giorno per giorno, la sfida si fa sempre più difficile: bisogna andare sempre più in alto per accaparrarsi il premio. Anche Anna, la babysitter, si diverte a questa sfida quotidiana e non fa mai mancare il suo aiuto per raccogliere l’arancia che Ale indica con la manina.
Si stavano divertendo come matti, perché Anna era scivolata su un’arancia lasciata marcire sul marciapiede che non aveva visto, quando la proprietaria del negozio di fronte all’arancio preso di mira quel giorno non è uscita dalla porta, urlando: “ Una vergogna! Vi dovreste vergognare: cosa insegnate ai bambini? Insegnate a rubare? Che rubare è giusto?” Anna, incredula per l’attacco ricevuto, ribatte prontamente: “Non stiamo facendo nulla di male signora.” “Ah no? State rovinando il paesaggio. Queste arance non si devono mangiare, servono come allestimento. E poi, con tutto il rispetto, ho visto crescere questa bambina, Valentina, e so perfettamente di chi è figlia, di una famiglia che certo non deve rubare per campare…” Anna, a questo punto, stringe i due bambini quasi per proteggerli e senza battere ciglio, risponde: “Sapete cosa le dico? Le dico che avete appena fatto una bella figuraccia. Questo è un bene pubblico, quindi è per tutti! Le arance, cara signora, almeno che lei non abbia il dono della pittura e sappia dipingerle, non servono come allestimento ma per mangiarle, per dare vita. Infatti quelle dipinte sa come si chiamano? Natura morta, mica viva. Poi, visto che lei sprizza di lezioni di civiltà questa mattina, mi può dire perché davanti al suo negozio ci sia sempre questo disastro per terra? Se vuole glielo spiego io. Perché le sue cara arance, dal momento che non sono parte di un allestimento ma sono semplicemente dei frutti, non venendo raccolte per essere mangiate, quando cadono creano questa bella distesa marcia proprio davanti al suo negozio. E quindi? Chi sarebbe l’incivile? Noi o lei che lascia che tutto questo bene venga sprecato? Arrivederci.”
Si volta verso i due bambini e ordina loro di prendere due arance da portare a casa. “Prendila anche tu Vale, alla mamma farà piacere.”
Così, dopo la scuola, i due bambini tornano nello stesso palazzo. Vale prende l’ascensore per andare nell’attico dell’ultimo piano insieme alla babysitter; Ale, invece, si ferma al pianoterra, dove sua mamma lavora come portinaia da quando sono arrivati dalla Romania. Al portone le dice di avere un regalo per lei: fa scivolare la sua manina nella tasca e tira fuori una piccola arancia.



