“Sembrava mio nonno, sembrava non avessi un padre. Mia madre, i miei compagni di scuola non l’hanno mai vista e scambiavano mio padre per mio nonno. Me la pesavo, perché boh mi dicevano: è arrivato tuo nonno. E poi erano tutti magri, io il solo cicciotello: capisci che sembravo sempre quello uscito male. Eh poi sì, c’è la questione della pelle. Sì, ma quella è roba classica, quasi banale. Non mi piace manco stare tanto a parlare di razzismo. Certo l’ho vissuto, anche da bambino: da piccolo, certe volte, mia mamma doveva portarmi via da certe situazioni, e io non capivo. Solo crescendo ho capito. E crescendo sono arrivato alla consapevolezza di dire: me ne sbatto.
Chi sei e qual è la tua grande storiella?
Io sono Momo, ho 21 anni, sono un ragazzo italo somalo. Sono nato a Torino, il 21 febbraio 2002 e la mia grande storiella è semplicemente quella di sentirmi diverso. Nasco da una mamma somala e un papà marocchino. Un anno e mezzo dopo la mia nascita si separano
e il fattore principale per cui si sono lasciati, è stato il non capirsi tra mio padre e mia madre: mio padre musulmano mega religioso; mia mamma molto più libera molto più serena, rispettosa della religione ma anche della sua libertà, come uscire di casa per fare le sue cose. Insomma, cose normali ma che mio padre non le concedeva di fare.
Mia mamma
Mia mamma arriva in Italia negli anni ‘90. Da quel momento gira per l’Europa, prima di decidere di stabilirsi qui. Arrivava da un paese con una lunga guerra civile. Sinceramente questo era il grave problema: ha fatto veramente fatica ad uscire. Ovviamente non poteva prendere un aereo diretto dalla Somalia e questo sembra una banalità, ma è quello che vediamo e viviamo ogni giorno. Mentre cercava di scappare, le hanno sparato a bruciapelo ad una spalla, le hanno lasciato una ferita importante, che spesso le fa male. Comunque è ruscita a scappare fino in Kenya, per poi raggiungere l’Italia. dopo aver girovagato per circa dieci anni per l’Europa, a Torino ha conosciuto mio padre.
Da piccolo cresco nel quartiere di San Salvario, dove ho frequentato le elementari e le medie. Mentre dalle superiori sono venuto a vivere in Barriera di Milano, un quartiere periferico di Torino.
Io mi sono veramente sentito bene qua. Forse mi posso dire di sentirmi a mio agio, anche non sono mai stato troppo giudicato in Barriera di Milano.
Barriera
Per descrivere Barriera di Milano, devi pensare a un grande continente. Cioè, secondo me non puoi pensarlo come un quartiere, ma un continente. Perché è grandissimo, è vasto, pieno di persone diverse, di tutte le etnie, e di tutte le tipologie di persone, capito?
Cioè puoi trovarti dal nigeriano che non sa niente, a quello che ha studiato una vita e magari è un dottore, capito? Cioè puoi trovarti un italiano che ha studiato anche lui per tutta una vita, ma non è arrivato da nessuna parte e puoi trovarti anche l’italiano che magari ha avuto un’eredità e si trova qua, capito? Ci sono mille, mille possibilità. Però la fortuna vuole che tutte queste diversità in questo quartiere riescono ad amalgamarsi perfettamente: io quando sento brutte storie, che provengono da qui, mi sembra sempre impossibile. Sì, certo ci sono, però non sono così tanta alla fin fine: secondo me vengono pesate di più quelle brutte che quelle belle. A me questo, questo quartiere, piace e merita molto di più.
Hai raccontato che il punto centrale della grande storiella è quella di non sentirti incompreso e di sentirti diverso: questo modo d’essere, qui in Barriera di Milano, si affievolisce, cambia?
Come ti dicevo, prima abitavo in San Salvario, che è comunque un quartiere multietnico, dove però le vivi le diversità. Io lì sapevo di essere visto prima di tutto come un marocchino. Che poi a pensarci bene, io mi sento molto più somalo che marocchino, nonostante mi piaccia anche il mondo marocchino. A dire la verità a me piace tutto il mondo, però capiamoci la sfortuna vuole che io cresco staccato da quella figura paterna che non ha mai voluto essere un padre, ok? Crescendo lo vedevo una volta al mese, ma va bene così. Il fattore di non avere un padre era pesante per me. Quando mi chiedevano chi fosse mio padre, da piccolo, per me era un disagio, era sentirmi diverso. Anche perché poi, un papà che mi ha voluto bene e mi ha cresciuto è arrivato. Un uomo italiano, nato nel 1941. Ma anche lì c’era del disagio. Iniziano a girare le classiche storie: “Ah ma lei sta con lui solo per i soldi” e tutte queste cose così, capito?
Lui era nato in piena Seconda Guerra Mondiale, in un paesino in Veneto, in una famiglia povera, ed era venuto in Piemonte a cercare il lavoro. Mia mamma l’ha conosciuta al mercato, in corso Palestro. Lui aveva una bancarella. Ed è stato lì per circa quindici anni, fino al 2005, alla nascita di mio fratello, cioè il figlio del mio papà Guerrino e di mia madre.
E le voci giravano e sapevamo di non essere ben visti neanche dalla famiglia di Guerrino, per esempio da sua figlia e dagli altri parenti. E quindi era sempre tutto pesante, pensante farlo vivere ad un bambino, perché inconsciamente, intanto, io elaboravo tutto.
Arrivo in Barriera all’inizio delle superiori, quando vado all’istituto professionale Bodoni Paravia dove studiavo grafica pubblicitaria: volevo entrare nell’ambiente della moda. Mi piace stilizzare al computer, mi piaceva vedere una mia idea che si realizzava. E faccio questa scuola per tre anni. E sfortuna vuole che arrivino gli anni del Covid.
Pandemia, una storiella assurda e la dispersione
Intendiamoci, io volevo andarci a scuola. Io volevo finirla, ma sono arrivato fino alla terza superiore e poi ho mollato. Ho mollato per dimostrare che potevo fare tutto da solo. Tra la seconda e la terza, durante l’estate, ho cominciato a lavorare.
Già prima avevo una bancarella di gioielli indiani al Baloon. Infatti questo anello ce l’ho da quando ho iniziato a lavoricchiare: i miei primi 20 euro li ho spesi per comprarmi questo anello. Ci tengo tantissimo. Lo metto tutti i giorni: mi fa sentire me stesso. Cioè mi lega, capito?
Quell’estate non volevo più fare il mercato e così ho iniziato a fare il porta a porta, pe runa compagnia. Ora, immagina: Porta a porta significa che io vengo da te. E spesso non mi aprivano nemmeno la porta. Mi ricorderò per sempre un episodio a San Mauro, qui vicino.
Entro in casa di questa signora anziana che aveva la badante. Convinco la signora a fare il contratto. Ad un certo punto arriva la chiamata al telefono di casa, la signora mi dice di rispondere: al telefono c’era la figlia che mi diceva che me ne dovevo andare. Evidentemente la badante l’aveva chiamata: “Tu te ne devi andare, chi sei? Sei un ladro te ne devi andare!” Boh, mi è salito un attimo un po’ di panico, però ho detto vabbè, amen. Cioè va bene, me ne vado subito, stia tranquilla. Non si preoccupi.
Metto giù il telefono, spiego alla signora che sua figlia fosse contraria e me ne vado. Chiamo allora il mio capo e gli racconto quello che era appena successo. Lui mi fa : “No, no, sei un coglione. Tu dovevi rimanere dove devi stare lì!” Io gli rispondo: “Ma se rimanevo lì e arrivava la polizia trovavano un ragazzo di colore, ancora minorenne, all’interno di un appartamento che sta facendo firmare il contratto a una signora! Ma ti rendi conto che casino?” Se non fossi stato di colore, l’avrei magari pure chiuso quel contratto.
Intanto è arrivato il 2020 e mio padre inizia a stare male. Era anziano e inizia ad avere problemi a livello polmonare. Ha avuto una brutta infezione ed è stato tipo ricoverato per un mese in ospedale pieno marzo 2020. In ospedale se lo prendono e non ci dicono più niente. Non lo abbiamo visto per un mese. L’avevano anche spostato in vari posti. Non lo si poteva andare a trovare, perché non ero considerato parente stretto. In pratica, perché non avevo il suo stesso cognome.
E ritornava sempre la stessa storia: io mi sento suo figlio, io sono suo figlio, ma per gli altri no. Non vengo visto tale. Sta roba era proprio sfaso.
Mio padre esce ed inizia un periodo di malessere continuo. Arriviamo così all’estate del 2021. Era un periodo travagliato, dove io facevo fatica a stargli vicino perché proprio stava male. La scuola voleva che io continuassi a seguire le videolezioni, però io stavo da mio padre, e se c’era bisogno gli davo una mano. Continuavo a dire: “Io vorrei fare lezione, recupererò.” Loro mi dicevano di no, che dovevo fare delle presenze, che avevo già troppe ore di assenza. Mi contattavano anche i miei compagni di classe, mi chiedevano di provarci ancora. Io mi ero stufato di quel mondo della scuola dove ero giudicato in una maniera sbagliata. Io sono stato visto come un fancazzista, uno che non aveva voglia di fare nulla, semplicemente mi applicavo dove mi andava: se non mi interessa un determinato ambito non mi impegno, però se devo farlo lo faccio e amen. Ma io sapevo di essere tacciato come uno scansafatiche, mi dicevano che andavo lì solo per scaldare il banco. Subito queste parole sembravano quasi fortificarmi, e invece dopo un po’ mi ritrovavo completamente abbattuto. E così all’inizio dell’anno scolastico del 2021 ho detto basta, non non posso andare lì e stare male, cioè ogni giorno era un litigio continuo e a me sta roba ha iniziato troppo a pesare. Chiedo a mia mamma di aiutarmi a trovare un lavoro.
Call center
A diciotto anni, finisco al call center: mi metto lì e lavoro, lavoro, lavoro e lavoro. Non andando più a scuola, il lavoro era il mio unico obiettivo.
Soprattutto avendo un papà così anziano, che vedevo che si spegneva ogni giorno, io lavoravo sempre di più.E l’età è proprio una brutta bestia. Io ho un rapporto con il tempo molto strano: ho molti ricordi falsati, penso di avere ormai sempre vent’anni, non voglio ricordare determinate cose, non mi piacciono i legami con il passato e il tempo lo voglio considerare per me, voglia che sia una roba molto mia, non voglio che sia una linea, capito?
Dopo quattro mesi mi danno una promozione. Io guadagnavo 400 euro al mese più provvigioni per ogni contratto o conferma ordini di un e-commerce. Perciò ogni conferma di un ordine consegnato al cliente, per me era un più un tot. Per un periodo arrivavo anche a 1000-1200 euro al mese, che comunque per un ragazzo di 18 anni dici è buono.
Quando mi danno la promozione mi spostano al reparto, dove mi occupavo anche del post-service: una volta consegnato il pacco, se non viene ritirato dal cliente, io ti chiamo per fartelo arrivare. Per questo motivo mi devo presentare. Naturalmente io mi chiamo Mohamed, un nome molto comune nella nella comunità araba. Mi hanno obbligato a cambiare il mio nome: mi chiedevano di chiamarmi Leonardo. Giacomo, Francesco, nomi italiani. Cioè a me sta roba, non non mi rispecchia. La roba che mi obbligavano inizia a pesarmi.
Mio papà
Mio padre intanto peggiorava, e la mia stessa capa, la capa del reparto, mi dice di stare a casa, che mi capiva, che anche lei aveva perso suo padre di recente. Allora mi prendo delle vacanze, vado a staccare un po’ la testa nelle Marche e a Gallipoli.
Finisce di nuovo in ospedale. Da lì, da quel luglio, non esce più.
Mi ricordo di quando ci hanno chiamato. Era un mercoledì ed erano le sette di mattina.
Ero andato a trovarlo tutti i giorni, tranne il giorno prima, quando avevo deciso di tatuarmi una parola che per me è molto importante, in mezzo al petto: le parole love e alone, scritto nella stessa parola. Proprio perché, gira e rigira, il mio amore me lo devo ridare da solo.Il giorno dopo mio padre è venuto a mancare. Arrivo in ospedale dove c’è anche l’ex moglie, i cugini e mia sorellastra, la figlia di Guerrino.
Quando passa la salma, quando il dottore arriva, si dirige direttamente verso la parte bianca della famiglia. Mentre vedo il medico che sta per andare verso l’ex moglie, mia mamma scatta in avanti e va a baciare mio padre. Non è stato bello.
Poi ognuno vive il lutto a modo suo.
Io non giudico, tornassi indietro, penso farei come mia madre. Perché quella è stata l’ultima volta in cui l’ho visto. Quello che sono ora è solo grazie a lui. Penso a tutte le volte che mi ha detto: “Ma che cazzo dici, svegliati! Esci da questo tunnel!” Lui voleva che me la vivessi meglio. “Non farti questi pensieri stupidi. Tanto tutti vivimo le stesse cose, viviamo gli stessi sentimenti, tutti viviamo la nostra vita a modo nostro. Cioè tu non devi farti problemi di quello che pensano quegli altri, tanto tu sai cosa sei.” Queste parole continuavo a bombardarmi il cervello. Anche quando ero tornato al call center e non avevo voglia di lavorare,
Quando viene a mancare mi prendo il mio periodo di lutto obbligatorio, torno a lavorare primi di ottobre. Penso sia stato uno dei periodi più brutti, ma proprio più brutti del mio cervello. Guardavo ‘sto schermo, con gli occhi semi-chiusi e dicevo basta. Io non voglio più farlo questo, ma intanto continuavo con gli stessi gesti, usavo sempre le stesse frasi, tutte le classiche cazzate che ho imparato a dire.
Esco dal call center con questa scena penosa di loro che mi dicevano che non avevo voglia di lavorare. Dopo un anno che io lavoro qua dentro, non puoi dirmi che non non ho voglia di lavorare, cioè sono il più giovane qua dentro ho fatto tutto quello che dovevo fare nelle maniere più giuste e corrette del mondo, dove per periodi facevo anche di più. Stacco le cuffie, prendo il mio zaino e me ne vado. Boh, da quel giorno non ho più messo piede dentro quel posto. Tu mi conosci, sai come lavoro, sai quello che ho passato, e mi butti via come carta straccia.
Bazzico vari lavoretti, da un call center al buttafuori. Dopo un anno dove ho fatto tantissimi lavori, riprovo in un call-center che dava anche una formazione retribuita, pensavo allora che fosse un’azienda seria. Come metto i piedi dentro, mi tornano in mente i flishback di me a 17 anni, quando facevo i contratti. Comunque ci provo.
Faccio due settimane e capisco proprio che non è il mio. Lì per fortuna conosco Ale, diventiamo amici. colui che fa le foto per questo podcast.
Siamo al novembre del 2022, e mi arriva la proposta di diventare barista nello stesso locale dove avevo fatto il buttafuori. Ci lavoro tutt’ora e mi sta piacendo tantissimo, tanto da volerci investire anche in un bel progetto: mi piacerebbe fare un corso importante a livello internazionale, poter andare anche all’estero a lavorare. Sto anche riprendendo la mia vecchia passione e sto facendo grafiche personalizzate, per una compagnia di cover di cellulari. Tipo questa cover a specchio, l’ho fatta io.
Conclusione: ad oggi, come ti senti?
Allora diciamo ho capito che prima di partire dagli altri devo partire sempre da me stesso. Io non sono perfetto, lo dico subito, cerco sempre di essere molto onesto con me stesso.
Però sai adesso, arrivo alla fine della giornata e dico : “Ok, mi piace quello che ho fatto, sono soddisfatto, sono a posto con la mia coscienza.” Sul fatto di venir giudicato, ho capito che devo sbattermene perché tanto il pensiero altrui ci sarà sempre, e questo è vero, ma è anche vero che dipende sempre da quanto peso decido di dargli. Dipende molto da me, capito?
Naturalmente devo saper dare peso, a tutto, nella giusta maniera. Non prendere le cose sottogamba, però, allo stesso tempo, ho 21 anni, posso godermi ancora molte cose capiamoci, cioè, non devo farmi troppi anche pensieri pesanti, capito?
E questa è la mia grande storiella. Grazie