La casetta nel bosco

Nel piccolo paesino di montagna non si parlava d’altro. Qualcuno era tornato ad abitare nella casetta del bosco. Lo giuravano Marco e Luca, lo avevano visto con i propri occhi: il fumo usciva dall’antico comignolo, le stanze erano illuminate e c’era una canzone che dagli spifferi delle porte rimbombava per tutto il bosco. Questa piccola dimora si trovava proprio vicino ad una delle catene montuose più basse della regione, tra l’estremità del bosco e le montagne: l’eco era assicurato. Per tutti i ragazzi del paese sembrava impossibile pensare che qualcuno fosse tornato a vivere in quel posto. Loro lo usavano alla sera per incontrarsi, per portare le prime fidanzatine, per giocare a nascondino. I ragazzi si erano addirittura inventati “il gioco della casa abbandonata”. Si trattava di una prova di coraggio che tutti i giovani maschi del paese avrebbero dovuto affrontare: passare un’intera notte, da soli, nell’abitazione. Era considerata la prova del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Se lo facevi non eri più un ragazzino, eri un uomo. “Chi potrà mai essere tornato a viverci? Il vecchio proprietario? Quel pazzo?” Elena stava riflettendo, mentre svogliatamente guardava fuori dal finestrino dell’autobus. “Ma poi chi lo ha detto che sia un pazzo? I soliti paesani. Quanto odio questo posto, queste persone così permalose, impiccione, false, così cattive. E poi se vogliamo essere sinceri, io in quella casetta ci vivrei. Eccome.” Sabrina entrò nell’autobus, sorrideva a tutti ma con occhi aguzzi controllava, commentava, si impietosiva, giudicava. Elena sperava di non incrociarla. Si era fermata a qualche metro da lei, si era aggregata ad un gruppo di ragazzi che stavano urlando, con la musica a tutto volume. “Quanto le piace che questi si fermino a guardarla, capirai che fortuna…” Di colpo si abbassò la musica, e le loro voci sovrastarono l’intero veicolo: si parlava della casetta nel bosco: “È tornato il pazzo, sì il pazzo cornuto”. E tutti a ridere a crepapelle. “Il vecchio ci vuole togliere la casa dei divertimenti ma io ci vado lo stesso, così magari becco la moglie…” “Tanto quella vuole stare con tutti tranne che con il marito”. Alcuni ridevano così tanto d’avere le lacrime agli occhi. Elena scese a caso, senza neanche vedere quale fosse la fermata. “Meglio a piedi piuttosto che con questa gente.” Pensava così mentre sorridendo salutava Sabrina, che, da dentro l’autobus, si sbracciava e le mandava dei baci. Tornando a piedi, guardava le persone. Le vedeva tutte così brutte, così indaffarate per impegni inutili, così tristi nonostante non sapessero nulla della vera tristezza. Empatizzava con loro, sperava di trovare qualcosa di interessante, ma, ai suoi occhi, tutto era diventato monotono, insignificante, e… triste. Vedeva amici che si sparlavano dietro, voltagabbana ovunque, coppiette che erano tutto meno che innamorate, ma sorridevano. Ma era normale, glielo avevano detto – Sei giovane, pensa a divertirti.-  “Ma perché devo fare cose per far vedere agli altri che sono felice, senza che lo sia io, per prima, davvero?” Allora si era fermata. Marcello la guardava da lontano. L’aveva sempre incuriosita quella ragazza così diversa dagli altri, chiusa nel suo mondo, lontana da tutto e da tutti. Ma lei, come al solito, neanche lo vedeva. O almeno, di questo lui ne era sicuro. Elena si fermò di colpo. Aprì la borsa e controllò di aver il libro con sé. “Io a casa non ci torno. Faccio un salto al solito posto.” Alzando lo sguardo aveva visto Marcello, gli aveva lanciato un sorriso, non troppo generoso, e si era voltata. Prima di imboccare la strada per arrivare in centro al paese, vi era questo piccolo sentiero che portava al bosco. C’era una pietra, abbastanza liscia, enorme, ruzzolata anni fa giù dalla montagna, vicino ad una quercia. Quello era “il solito posto”. Si metteva lì, sdraiata, con il costume, e leggeva per interi pomeriggi. Molte volte rimaneva fino alla sera tardi, senza badare ad inviti e richiami dei genitori. Ma questa volta la pietra ero occupata. Un signore, un bel signore, sulla cinquantina, a petto nudo, fumava un sigaro mentre canticchiava una canzone. Elena, con passo deciso, gli si avvicinò e con fare determinato chiese: “E tu chi saresti?” Il signore, che noi sappiamo chiamarsi Gianni, alzò leggermente la testa, per poi riabbassarla e dopo un lungo sospiro esclamare: “Sono il pazzo cornuto.” Elena controbattette senza timore: “Ah bene, piacere! Io sono la zitella pazza.” Gianni la scrutò, “Tu? Zitella? Ma se avrai 16 anni se va bene.” “Ne ho 20.” “Ah, capirai la differenza. E sei zitella perché sei pazza?” “No, sono pazza perché sono zitella.” “Allora non è tanto grave, se pensi che io sono pazzo perché sono cornuto!” Scoppiarono a ridere. “Ma tu non devi pensare a queste cose, a quello che pensano le persone di questo minuscolo paese. Tu devi aprire la mente, non devi pensare al paese, devi pensare al mondo.” Elena era incuriosita: “Io ho il mio mondo. Lo vedi? Eccolo qui!” La ragazza tirò fuori il suo libro. “Bene, molto bene. Il mio mondo invece lo puoi sentire, se rimani in silenzio.” Si ammutolirono. Ad un tratto si udì una canzone, o meglio una melodia, ma era molto bassa. “È la radio di casa mia e… sai che c’è? Ti ci porto, dai vieni. Ti devo spiegare una cosa.” I due si incamminarono, in totale silenzio. Elena teneva il libro con la mano destra e Gianni guardava il cielo. Man mano che si avvicinavano all’abitazione, il volume della musica aumentava. E ora che Elena si trovava dentro la casa, ne era già innamorata. Era piena di libri, piena: in cucina, in bagno, nel ripostiglio. E poi c’erano fogli sparsi ovunque, erano spartiti musicali. “Allora è vero che sei pazzo”. “Oh sì, lo sono.” La lasciò girovagare per la casa, e vedeva che le sue dita, ogni volta che toccavano una superficie, tenevano il tempo, battendo il ritmo su di essa. “Elena, vieni qui. Devo dirti una cosa importante.” Elena si sedette vicino al pianoforte, Gianni si era messo, invece, di fronte allo strumento. “Ora ti dico una cosa. E tu mi devi stare a sentire per bene. Il tuo mondo è la letteratura. Il mio mondo era Anita. Ci siamo conosciuti in Africa. Io avevo appena lasciato mia moglie. Ero un uomo distrutto. Vivevamo in paese, ci eravamo appena sposati quando ho scoperto tutta una serie di tradimenti che erano avvenuti sotto ai miei occhi, senza che me ne fossi accorto. Sai chi me lo disse, Anzi, chi me lo dissero? I nostri simpatici compaesani. Pensando che sapessi tutto, visto che i tradimenti erano avvenuti prima del matrimonio, me ne parlarono un giorno al bar, scherzando. Erano convinti che io ne fossi a conoscenza ma che l’avessi perdonata e che quindi in seguito ci fossimo sposati. Ero distrutto. E sai quella sensazione di rabbia così forte, così lacerante che si trasforma in una profonda delusione? Quella per cui tu torni a casa e non le dici nulla. Quella per cui non trovi un solo motivo per tornare a dormire con lei, anche solo per una notte. E allora sai che cosa ho fatto? Ho fatto una cosa che per loro era da pazzi. Me ne sono andato di casa. Senza dire una sola parola a nessuno. Sono fuggito, quella sera stessa. Non avevo neanche una valigia con me. Solo i documenti. E sono venuto in questa casetta nel bosco, che era di mio nonno. Al tempo era solo una stalla, e quindi non ci avevo mai portato nessuno. Ci trascorsi la notte. Il giorno dopo presi un aereo e andai in Africa. Possibile? Sì, perché in quanto medico ci ero già stato di recente per delle ricerche sperimentali che stavamo facendo in un villaggio. Ma non mi ero mai soffermato a conoscerne gli abitanti, ero sempre rimasto in ambulatorio, a studiare, a fare ricerca. Piansi per tutto il viaggio. Come atterrai, vidi arrivare verso di me questa donna. Era bellissima. Io, guarda Elena, non avevo mai visto una tale bellezza nei gesti, nel sorriso, negli occhi. Ma il suo punto forte era la simpatia, dote che non avevo mai considerato importante per una donna. Lei rideva, rideva sempre e di gusto. E io mi innamorai così, dopo due giorni che avevo lasciato casa. Io, guarda mi trema la voce parlarne, io devo ringraziare di essere un “pazzo cornuto” perché altrimenti non avrei trovato Anita, non avrei trovato la mia Africa, dove torno ogni anno, non sarei tornato qui, non avrei ristrutturato casa per farla diventare la nostra piccola dimora ogni volta che tornavamo dalle nostre missioni. Elena, quello che ti voglio dire, è che è importante avere un mondo proprio, ma è anche importante vivere in questo mondo, farlo tuo, vivertela appieno questa vita che tu hai il dono di poter osservare con occhi intelligenti, con astuzia, con sincerità, con bontà. Tieniti sempre un libro in mano, è giusto, ma mentre lo stringi, vai a scoprire il mondo. È inutile provare rancore verso questo posto. Pensa a me! Io non sarei mai dovuto tornarci! E invece ci ho fatto la mia casa e qui è dove ho accudito la mia Anita fino al suo ultimo respiro. E alla domanda che so già che mi farai: – Ma allora vai anche tu a riscoprire il mondo- , io ti rispondo che io l’ho già scoperto e l’ho già vissuto, dopo la morte di Anita sono stato via per anni, ma ora ho deciso di tornare. L’unica cosa che ora mi possa far star bene è stare qui a leggere, a suonare il piano e ad ascoltare la voce di Anita che canta. È lei che intona questa canzone. Senti che voce… Ma tu no. Tu devi guardare le cose in mondo diverso. Sei sveglia, sei in gamba e sei anche tu pazza! Hai tutte le carte in regola per metterti in gioco. Esci, scopri, impara e ama.” “Forse sono un po’ fifona.” “Ma va… sei solo giovane. Prendi questo e lì ci troverai tutto.” Detto questo Gianni si mise a suonare, a tempo con le canzoni di Anita. Elena prese il quaderno che le aveva dato e si mise a leggerlo vicino alla porta. Era il diario di viaggio di Gianni in Africa. Proprio mentre stava per iniziare la lettura vide un’ombra avvicinarsi. “Che ci fai tu qui?” era Marcello. Non si erano mai parlati. Elena rispose incuriosita “La vera domanda è che cosa ci fai tu qui.” Gianni urlava senza smettere di suonare: “Marcello sei tu? Elena ti presento mio nipote!” Elena sgranò gli occhi, Marcello non capì molto ma le chiese subito: “Quello è il diario dello zio? Ma com’è che a me non l’ha mai fatto leggere? Fammi vedere, posso?” E con la voce di Anita, la musica di Gianni, i due ragazzi si sedettero vicini e iniziarono a leggere insieme, ogni tanto guardandosi e sorridendo. Che strano il destino.

The house in the woods

In the small mountain village, people where only talking about one thing. Someone had returned to live in the little house in the woods. Marco and Luca swore they had seen it with their own eyes: the smoke was coming out of the old chimney, the rooms were lit up and a song was echoing throughout the forest. This small dwelling was located right next to one of the lowest mountain chains in the region, between the edge of the forest and the mountains: the echo was assured.

For all the boys in the village, it seemed impossible to think that anyone had ever lived there again. They used it in the evenings to meet, to bring their first girlfriends, to play hide-and-seek. The boys had even invented the ‘abandoned house game’. It was a test of courage that all the young men in the village would have to face: spending a whole night alone in the house. It was considered the test of the passage from adolescence to adulthood. If you did this you were no longer a boy, you were a man.

“Who could have come back to live there? The former owner? The madman?” Elena pondered as she looked quietly out the bus window. “Besides, who said he was crazy? The usual villagers. How I hate this place, these people who are so fake, so mean and who talk too much. If I have to tell the truth, I would really like to live in this little house”. 

Sabrina got on the bus, smiled at everyone and, with her sharp eyes, she checked, commented, pitied and judged. Elena hoped she wouldn’t run into her. She had stopped a few metres away, had joined a group of young people who were shouting and the music was out loud. Suddenly, the music lowered and their voices filled the whole vehicle: they were talking about the little house in the woods: “The madman is back, yes, the crazy cuckold”. And everyone laughed loudly. “The old man wants to take away the pleasure house. I do not care, I am going anyway, so maybe I will catch his wife…”, “She wants to be with everyone except of her husband”. Some were laughing so hard that they had tears in their eyes. Elena got off, without even seeing which stop it was. “Better to walk alone than to be with these people,” she thought, smiling and waving at Sabrina, who was waving and blowing kisses at her from the bus. As she retraced her steps, she looked at the people, she saw them all so ugly, so busy with useless tasks, so sad not knowing true sadness. She empathized with them and hoped to find something interesting, but to her everything had become dull, meaningless and sad. She saw friends talking behind each other’s backs, renegades everywhere, couples who were not in love but still smiled. That was normal, she had been told, “you are young, so have fun!”. “Why should I do things to show others that I am happy, when I am not? So she had stopped. Marcello watched her from a distance. He had always been curious about this girl who was so different from the others: locked up in her own world, far from everything and everyone. Anyway, as usual, Elena did not even looked at him. At least he was sure of that. She opened her bag and checked that she had the book with her. “I am not going home. I want to go to my usual place”.

She looked up and saw Marcello, gave him a forced smile and turned around. Before going to the centre of the village, there was this little path that led into the woods. There was a smooth and huge stone rolled into the mountain years ago, near an oak tree. It was the “usual place”. She would lie there in her swimwear and would read for the whole afternoon. She often stayed until late in the evening, despite invitations and calls from her parents. But this time the stone was busy. A gentleman, a handsome man in his fifties, shirtless, was smoking a cigar while singing a song. Elena approached him with a determined step and asked, “Who are you? The man, whose name is said to be Gianni, raised his head slightly, then lowered it again and, after a long sigh, exclaimed: “I am the crazy cuckold”. Elena replied fearlessly: “Oh well, nice to meet you! I am the crazy old spinster”. Gianni looked at her: “You? An old spinster? You must be sixteen, if that is possible. “I am twenty”. And you, are you a spinster because you are crazy? “No, I am crazy because I am a spinster. “Then it is not so bad, if you think I am crazy because I am a cuckold! They burst out laughing. “Anyway, you must not think about these things, about what people in this little village think. You must have an open mind, you do not have to think about the village, you have to think about the world beyond this village. Elena was intrigued, “I already have my own world. Don’t you see it? Here it is! The girl took out her book. “As far as I am concerned, you can only hear my universe through the silence.” Silence. Suddenly, there was a song, or rather a melody, but it was very low. “It’s the radio in my house and… you know what? I’ll take you there, come on. I have to explain something to you. The two of them walked away, in total silence. Elena held the book in her right hand and Gianni looked up at the sky. As they approached the house, the volume of the music increased. And now that Elena was inside the house, she was already in love with it. Lots of books, lots: in the kitchen, in the bathroom, in the storeroom. And then there were papers scattered everywhere: sheet music. “So it’s true that you’re crazy. “Oh yes, I am. He let her walk around the house, and he could see that her fingers, every time they touched a surface, kept time, tapped the rhythm on it. “Elena, come here. I have something important to tell you. Elena sat down next to the piano, Gianni sat in front of the instrument instead. “Now I’m going to tell you something. And you have to listen to me. Your world is literature. My world was Anita. We met in Africa. I had just left my wife. I was a broken man. We were living in the village, we had just got married when I discovered a whole series of betrayals that had taken place before my eyes, without my knowing it. Do you know who told me? Don’t you know? The villagers.

They thought I knew everything, since the betrayals had taken place before the wedding, they told me about it one day in the bar, joking. They were convinced that I knew about it but that I had forgiven him and we got married afterwards. I was devastated. You know that feeling of anger so strong, so heartbreaking that it turns into deep disappointment? When you come home and say nothing to her. Where you can’t find a single reason to sleep with her again, even for one night. So you know what I did? I did something crazy. I left the house. Without saying a word to anyone. I ran away that night. I didn’t even have any luggage with me. Just my papers. And I arrived at this little house in the woods, which belonged to my grandfather. At that time it was just a barn, I had never taken anyone there. I spent the night there. The next day I got on a plane and went to Africa. Is this possible? Yes, because as a doctor I had been there a few years ago for some experimental research we were doing in a village. But I never had time to get to know the people, because I was always in the clinic, studying, doing my research. I cried the whole way. Suddenly, when I landed, I saw this woman coming towards me. She was beautiful. I – I look at Elena – had never seen such beauty in her gestures, her smile, her eyes. But her strong point was her friendliness, a talent I had never considered important for a woman. She laughed, she always laughed in fun. And that’s how I fell in love, two days after I left home. I, my voice trembles when I talk about it, I have to thank for being a “crazy cuckold” because otherwise I wouldn’t have found Anita, I wouldn’t have found my Africa, where I come back every year, I wouldn’t have come back here, I wouldn’t have renovated the house to make it our little “home” after every mission. Elena, what I want to tell you is that it is important to have a world of your own, but it is also important to live in this world, to live it fully. Enjoy this life, you have the gift of observing it intelligently, with insight, with sincerity, with kindness. Always take a book with you, it’s true, but while you have it, go out and discover the world. There’s no point in resenting this place. Think of me. I should never have gone back. Instead, I made my home here and it was here that I took care of my Anita until she couldn’t breathe. And to the question that I know you will ask me: “So you will also rediscover the world”, I will tell you that I have already discovered and experienced it, after Anita’s death I went away for years, but now I have decided to return. The only thing that makes me feel good now is to be here reading, playing the piano and listening to Anita’s voice singing. She sings this song. Listen to her voice… But this kind of life is not for you yet. You have to look at things in a different way. You are smart, you are clever and you are crazy! You have everything you need. Go out, discover, learn and love. “Maybe I’m a bit of a wimp. “Not at all… you’re just young. Be aware of that and you’ll find everything there. With that, Gianni started to play, in rhythm with Anita’s songs. Elena took the notebook he had given her and read it by the door. It was Gianni’s travel diary from Africa. Just as she started to read, she saw a shadow approaching. “What are you doing here? It was Marcello. They had never spoken. Elena answered curiously: “The real question is what are you doing here? Gianni shouted without stopping: “Marcello, is that you? Elena, this is my nephew”. Elena’s eyes widened, Marcello didn’t understand much, but immediately asked: “Is that my uncle’s newspaper? But how come he never let me read it? Let me see, shall I? And with Anita’s voice and Gianni’s music, the two children sat down next to each other and started to read together, looking at each other from time to time, smiling. Ah, how crazy fate is.

La petite maison dans les bois

Dans le petit village de montagne, on ne parlait que de cela. Quelqu’un était revenu vivre dans la petite maison dans les bois. Marco et Luca ont juré qu’ils l’avaient vu de leurs propres yeux : la fumée sortait de la vieille cheminée, les pièces étaient éclairées et une chanson, s’échappant des portes, résonnait dans toute la forêt. Cette petite maison était située juste à côté d’une des chaînes de montagnes les plus basses de la région, entre la lisière de la forêt et les montagnes : l’écho était assuré. Pour tous les garçons du village, il semblait impossible de penser que quelqu’un était revenu y vivre. En effet, ils utilisaient cette maison-là le soir pour se rencontrer, pour amener leurs premières petites amies ou pour jouer à cache-cache. Les garçons avaient même inventé le « jeu de la maison abandonnée », c’était une épreuve de courage que tous les jeunes hommes du village devaient affronter : passer une nuit entière seuls dans la maison. Cette épreuve était considérée comme le passage de l’adolescence à l’âge adulte. Si tu la réussissais, tu n’étais plus un garçon, tu étais un homme.

« Qui aurait pu revenir vivre là-bas ? L’ancien propriétaire ? Le fou ? » Elena réfléchissait en regardant tranquillement par la fenêtre du bus. « D’ailleurs, qui a dit qu’il était fou ? Les villageois habituels. Comme je déteste cet endroit, ces gens si susceptibles, si faux, si méchants et qui bavardent trop. En vrai, moi je voudrais vivre dans cette petite maison ! ».  

Sabrina est montée dans le bus, a souri à tout le monde et, d’un regard aiguisé, a vérifié, commenté, plaint et jugé. Elena espérait qu’elle ne la croiserait pas. Elle s’était arrêtée quelques mètres plus loin, rejoignant un groupe de garçons qui criaient, musique à fond.  « Comme elle aime que ceux-ci s’arrêtent et la regardent, vous verrez comme elle a de la chance… ». Soudain, la musique a baissé, et leurs voix ont envahi tout le véhicule : ils parlaient de la petite maison dans les bois : « Le fou est de retour, oui, le cocu fou ». Et tout le monde a ri bruyamment. « Le vieux veut enlever la maison de plaisir mais j’y vais quand même, alors peut-être que j’attraperai sa femme… », « Elle veut être avec tout le monde sauf son mari ». Certains riaient tellement fort qu’ils avaient les larmes aux yeux. Elena est descendue au hasard, sans même voir de quel arrêt il s’agissait. « Mieux vaut marcher seule qu’être avec ces gens-là », pensa-t-elle en souriant et en faisant signe à Sabrina, qui, depuis l’intérieur du bus, lui faisait signe et lui envoyait des baisers. En revenant sur ses pas, elle regarda les gens, elle les voyait tous si laids, si occupés à des tâches inutiles, si tristes en connaissant pas la vraie tristesse. Elle avait de l’empathie pour eux et espérait trouver quelque chose d’intéressant, mais, à ses yeux, tout était devenu terne, insignifiant et triste. Elle a vu des amis parler dans le dos des autres, des renégats partout, des couples qui étaient tout sauf amoureux et qui souriaient. Mais c’était normal, on lui avait dit, « tu es jeune, amuse-toi bien ! ». « Pourquoi devrais-je faire des choses pour montrer aux autres que je suis heureuse, sans que je le sois vraiment ? ». Elle s’était donc arrêtée. Marcello l’a observée de loin. Elle avait toujours été curieuse de cette fille si différente des autres, enfermée dans son propre monde, loin de tout et de tous. Mais elle, comme d’habitude, ne l’a même pas vu. Au moins, il en était sûr. Elle a ouvert son sac et a vérifié qu’elle avait le livre avec elle. « Je ne rentre pas chez moi. Je veux aller à mon endroit habituel. »

Elle a levé les yeux et a vu Marcello, lui a adressé un sourire, forcé, et s’est retournée. Avant de prendre la route vers le centre du village, il y avait ce petit chemin qui menait dans les bois. Il y avait une pierre, bien lisse, énorme, roulée dans la montagne il y a des années, près d’un chêne. C’était « l’endroit habituel ». Elle s’allongeait là dans son maillot de bain et lisait pendant des après-midis entiers. Elle restait souvent jusqu’à tard dans la soirée, malgré les invitations et les appels de ses parents. Mais cette fois, la pierre était occupée. Un monsieur, un beau monsieur, la cinquantaine, torse nu, fumait un cigare en chantonnant une chanson. Elena s’est approchée de lui d’un pas déterminé et a demandé : « Qui êtes-vous ? ». Le monsieur, dont on sait qu’il s’appelle Gianni, lève légèrement la tête, puis la baisse à nouveau et, après un long soupir, exclame : « Je suis le cocu fou ». Elena a répondu sans crainte : « Ah bon, ravie de vous rencontrer ! Je suis la vieille fille folle ». Gianni l’a scrutée : « Toi ? Vieille fille ? Tu dois avoir seize ans, si c’est possible ». « J’ai 20 ans ». « Ah, tu sais faire la différence. Et tu es vieille fille parce que tu es folle ? ». « Non, je suis folle parce que je suis vieille fille ». « Alors ce n’est pas si mal, si tu penses que je suis fou parce que je suis cocu ! ». Ils ont éclaté de rire. « Mais tu ne dois pas penser à ces choses, à ce que pensent les gens de ce petit village. Il faut avoir un esprit ouvert, il ne faut pas penser au village, il faut penser au monde qu’il y a au-delà de ce village ». Elena était intriguée, « Mais moi j’ai déjà mon propre univers. Vous ne le voyez pas ? Le voici ! ». La fille a sorti son livre. « Très bien. En revanche, en ce qui me concerne, tu peux entendre mon univers que à travers le silence.” Ils se sont tus. Soudain, il y a eu une chanson, ou plutôt une mélodie, mais elle était très basse. « C’est la radio de ma maison et… tu sais quoi ? Je t’y emmène, viens. Je dois t’expliquer quelque chose ». Les deux s’éloignent, dans un silence total. Elena tenait le livre dans sa main droite et Gianni regardait le ciel. Alors qu’ils s’approchaient de la maison, le volume de la musique augmentait. Et maintenant qu’Elena était à l’intérieur de la maison, elle en était déjà amoureuse. Plein de livres, plein : dans la cuisine, dans la salle de bain, dans le cellier. Et puis il y avait des papiers éparpillés partout : des partitions. « Alors c’est vrai que tu es folle ». « Oh oui, je le suis ». Il l’a laissée se promener dans la maison, et il pouvait voir que ses doigts, chaque fois qu’ils touchaient une surface, gardaient la mesure, tapaient le rythme sur celle-ci. « Elena, viens ici. J’ai quelque chose d’important à te dire ». Elena s’est assise à côté du piano, Gianni s’était plutôt assis devant l’instrument. « Maintenant, je vais te dire quelque chose. Et tu dois m’écouter. Ton univers est la littérature. Mon univers était Anita. Nous nous sommes rencontrés en Afrique. Je venais de quitter ma femme. J’étais un homme brisé. Nous vivions dans le village, nous venions de nous marier quand j’ai découvert toute une série de trahisons qui s’étaient déroulées sous mes yeux, sans que je le sache. Tu sais qui me l’a dit ? Tu ne le sais pas ? Les villageois. Ils pensaient que je savais tout, puisque les trahisons avaient eu lieu avant le mariage, ils m’en ont parlé un jour au bar, en plaisantant. Ils étaient convaincus que j’étais au courant mais que je lui avais pardonné et que nous nous étions mariés après. J’étais dévasté. Tu connais ce sentiment de colère si fort, si déchirant qu’il se transforme en une profonde déception ? Quand tu rentres à la maison et tu ne lui dis rien. Où tu ne peux pas trouver une seule raison de recoucher avec elle, même pour une seule nuit. Alors tu sais ce que j’ai fait ? J’ai fait quelque chose de fou. J’ai quitté la maison. Sans dire un mot à personne. Je me suis enfui cette nuit-là. Je n’avais même pas de valises avec moi. Juste mes papiers. Et je suis arrivé à cette petite maison dans les bois, qui appartenait à mon grand-père. À l’époque, ce n’était qu’une grange, je n’y avais jamais emmené personne. J’y ai passé la nuit. Le lendemain, j’ai pris un avion et je suis parti pour l’Afrique. Est-ce possible ? Oui, parce qu’en tant médecin, je m’y étais rendu il y a quelques années pour des recherches expérimentales que nous faisions dans un village. En revanche, je n’avais jamais eu le temps de faire connaissance avec les habitants, car je restais toujours dans la clinique, à étudier, à faire mes recherches. J’ai pleuré tout le long du chemin. D’un coup, en atterrissant, j’ai vu cette femme venir vers moi. Elle était belle. Moi – je regarde Elena- je n’avais jamais vu une telle beauté dans ses gestes, son sourire, ses yeux. Mais son point fort était son amabilité, un talent que je n’avais jamais considéré comme important pour une femme. Elle riait, elle riait toujours en s’amusant. Et c’est ainsi que je suis tombé amoureux, deux jours après avoir quitté la maison. Moi, ma voix tremble quand j’en parle, je dois remercier d’être un « fou cocu » parce que sinon je n’aurais pas trouvé Anita, je n’aurais pas trouvé mon Afrique, où je reviens chaque année, je ne serais pas revenu ici, je n’aurais pas rénové la maison pour en faire notre petit « chez nous » après chaque mission. Elena, ce que je veux te dire, c’est qu’il est important d’avoir un univers que à toi, mais il est également important de vivre dans ce monde, de le vivre pleinement. Profite de cette vie, tu as le don de l’observer de façon intelligente, avec perspicacité, avec sincérité, avec bonté. Prends toujours un livre avec toi, c’est vrai, mais pendant que tu le gardes, pars à la découverte du monde. Il est inutile d’en vouloir à cet endroit. Pense à moi. Je n’aurais jamais dû y retourner. Au lieu de cela, j’ai fait ma maison ici et c’est là que j’ai pris soin de mon Anita jusqu’à ce qu’elle ne puisse plus respirer. Et à la question que je sais déjà que tu vas me poser : « Alors tu vas aussi redécouvrir le monde », je te dirai que je l’ai déjà découvert et expérimenté, après la mort d’Anita, je me suis éloigné pendant des années, mais maintenant j’ai décidé de revenir. La seule chose qui me fait du bien maintenant, c’est d’être ici à lire, à jouer du piano et à écouter la voix d’Anita chanter. Elle chante cette chanson. Ecoute sa voix… Mais ce type de vie n’est pas encore pour toi. Toi, tu dois regarder les choses de façon différente. Tu es intelligente, tu es maline et tu es folle ! Tu as ce qu’il faut pour te faire remarquer. Sors, découvres, apprends et aimes ». « Peut-être que je suis un peu mauviette ». « Pas du tout… tu es juste jeune. Aies conscience de cela et tu trouveras tout là-bas ». Cela dit, Gianni a commencé à jouer, en rythme avec les chansons d’Anita. Elena a pris le carnet qu’il lui avait donné et l’a lu près de la porte. C’était le journal de voyage de Gianni en Afrique. Au moment où elle commençait à lire, elle a vu une ombre s’approcher. « Que fais-tu ici ? ». C’était Marcello. Ils ne s’étaient jamais parlé. Elena a répondu avec curiosité : « La vraie question est de savoir ce que toi, tu fais ici ». Gianni a crié sans s’arrêter : « Marcello, c’est toi ? Elena je te présente mon neveu ! ». Les yeux d’Elena se sont élargis, Marcello n’a pas compris grand-chose mais lui a demandé immédiatement : « C’est le journal de mon oncle ? Mais comment se fait-il qu’il ne m’ait jamais laissé le lire ? Laisse-moi voir, puis-je ? ». Et avec la voix d’Anita et la musique de Gianni, les deux enfants se sont assis l’un à côté de l’autre et ont commencé à lire ensemble, se regardant de temps en temps, en souriant. Ah, comme le destin est fou.

A casinha no bosque

Na pequena aldeia de montanha, não se falava noutra coisa. Alguém tinha regressado a morar na casinha no bosque. Marco e Luca juraram que o tinham visto com os seus próprios olhos: saía fumo da velha chaminé, os quartos estavam iluminados e havia uma canção, levada pelo vento, que ressoava por toda a floresta. Esta pequena casa estava situada mesmo ao lado de uma das cordilheiras mais baixas da região, entre a borda da floresta e as montanhas: o eco estava assegurado. Para todos os rapazes da aldeia parecia impossível pensar que alguém tivesse regressado naquele sítio. Utilizavam-no à noite para se encontrarem, para trazerem as suas primeiras namoradas, para brincarem às escondidas.  Os rapazes tinham mesmo inventado o “jogo da casa abandonada”. Era uma prova de coragem que todos os jovens da aldeia teriam de enfrentar: passar uma noite inteira sozinhos em casa. Era considerado o teste da passagem da adolescência à idade adulta. Uma vez feito isto, tornava-se adultos.

“Quem poderia ter voltado para viver lá? O antigo dono? Aquele louco”? Elena estava a reflectir enquanto olhava indiferente pela janela do autocarro. “Mas então, quem disse que ele era um louco? Os aldeões habituais, claro. Como odeio este lugar, estas pessoas tão sensíveis, intrometidas, falsas, tão más. Além disso, se quisermos ser honestos, eu viveria naquela casinha”.

Sabrina entrou no autocarro, sorriu para todos, mas com os olhos afiados controlava, comentava, julgava. Elena esperava não se cruzar com ela. Tinha parado a alguns metros de distância dela para depois se juntar a um grupo de rapazes que gritavam, com música aos berros. “Ela gosta muito de receber a atenção deles… grande coisa!” De repente a música recusou, e as suas vozes dominaram todo o veículo: falavam da casinha no bosque: “O louco está de volta, sim, o cornudo maluco”. E todos começaram a rir-se em voz alta. “O velhote quer roubar a nossa casa de diversão, mas eu vou na mesma, talvez eu encontre a mulher dele!”… “Ela quer estar com todos menos com o seu marido”. Alguns riam-se tanto que tinham lágrimas nos olhos. A Elena saiu ao acaso, sem sequer ver qual era a paragem. “Melhor a pé do que com estas pessoas”. Pensou assim enquanto sorria e saudava para Sabrina, que, de dentro do autocarro, agitava os braços e mandava-lhe beijos. Ao voltar para trás, a Elena olhou para as pessoas. Viu-os a todos tão feios, tão ocupados com tarefas inúteis, tão tristes apesar de nada saberem de verdadeira tristeza. Empatia com eles, esperava encontrar algo interessante, mas, aos seus olhos, tudo se tinha tornado monótono, insignificante e… triste. Ele viu amigos a falar pelas costas um do outro, casais que estavam tudo menos apaixonados, mas sorridentes. Mas isso era normal, tinha-lhe sido dito – és tão jovem, diverte-te! – “Mas porque tenho de fazer coisas para mostrar aos outros que sou feliz, sem eu ser feliz primeiro, a sério?” Por isso, ela tinha parado. Marcello observou-a à distância. Ele sempre teve curiosidade sobre aquela menina que era tão diferente das outras, fechada no seu próprio mundo, longe de tudo e de todos. Mas ela, como de costume, nem sequer o viu. Pelo menos, ele tinha a certeza disso. Elena parou subitamente. Abriu a sua mala e verificou que tinha o livro com ela. “Eu não vou para casa. Vou para o meu lugar habitual”. Olhando para cima, viu Marcello, mostrou-lhe um sorriso, não muito generoso, e virou-se. Antes de tomar a estrada para o centro da aldeia, havia este pequeno caminho que conduzia ao bosque. Havia uma pedra, bastante lisa, enorme, rolada pela montanha há anos atrás, perto de um carvalho. Esse era “o lugar habitual” dela. Deitava-se ali com o seu fato de banho e lia durante tardes inteiras. Muitas vezes ficava até tarde da noite, independentemente dos convites e lembretes dos seus pais. Mas desta vez a pedra estava ocupada. Um senhor, um senhor bonito, nos seus cinquenta anos, sem camisa, fumava um charuto enquanto cantarolava uma canção. Elena aproximou-se dele com um passo determinado e perguntou: “Quem é você?” O senhor, que sabemos chamar-se Gianni, levantou ligeiramente a cabeça, para depois a baixar novamente e após um longo suspiro exclamou: “Eu sou o cornudo maluco”. Elena respondeu sem medo: “Ah bem, prazer em conhecê-lo! Eu sou a solteirona louca”. Gianni examinou-a, “Tu? Solteirona? Mas mal tens 16 anos”.  “Eu tenho 20 anos”. “Ah, grande diferença. Agora diz-me, és uma solteirona porque és louca?” “Não, sou louca porque sou uma solteirona”. “Então não é assim tão mau, eu sou maluco porque sou um cornudo!”  Eles desatam a rir. “Mas não tens de pensar nestas coisas, no que as pessoas nesta pequena aldeia pensam. Tens de abrir a tua mente, não tens de pensar na aldeia, tens de pensar no mundo”. Elena ficou intrigada: “Tenho o meu próprio mundo. Está a vê-lo? Aqui está!” A rapariga tirou o seu livro. “Bom, muito bom”. O meu mundo, por outro lado, pode ouvi-lo se permanecer em silêncio”. Ficaram em silêncio. De repente, ouviu-se uma canção, ou melhor, uma melodia, mas era muito baixa. “É o rádio da minha casa e… sabes que mais? Eu levo-te lá, anda. Tenho de te explicar uma coisa”. Os dois saíram, em silêncio total. Elena segurava o livro na mão direita e Gianni olhava para o céu. O volume da música aumentava à medida que se aproximavam da casa. Uma vez lá dentro, Elena apaixonou-se completamente pela casinha. Estava cheia de livros: na cozinha, na casa de banho, na arrecadação. E ainda havia papéis espalhados por todo o lado, eram partituras musicais. “Então é verdade que está louco”.”Oh sim, claro!”.  Deixou-a vaguear pela casa, e viu que os seus dedos, cada vez que tocavam numa superfície, mantinham o tempo, tocando o ritmo nela. “Elena, vem cá. Tenho algo importante para te dizer”. Elena sentou-se ao lado do piano enquanto Gianni sentou-se em frente ao instrumento. “Agora vou contar-te uma coisa. E tens de me ouvir como deve ser. O teu mundo é literatura. O meu mundo era Anita. Encontrámo-nos em África. Eu tinha acabado de deixar a minha mulher. Era um homem despedaçado. Vivíamos na aldeia, tínhamos acabado de casar quando descobri toda uma série de traições que tinham ocorrido diante dos meus olhos, sem eu o saber. Sabes quem me disse?  Os nossos simpáticos aldeões. Pensando que eu sabia tudo, já que as traições tinham ocorrido antes do casamento, falaram-me disso um dia no bar, enquanto brincavam. Estavam convencidos de que eu sabia disso, mas que a tinha perdoado e que portanto nós tínhamos casado depois. Fiquei devastado. E sabes aquele sentimento de raiva tão forte, tão dilacerante, que se transforma numa profunda desilusão? Aquele para o qual se chega a casa e não se lhe diz nada. Aquele em que não se consegue encontrar uma única razão para dormir com ela novamente, nem mesmo por uma noite. Então sabes o que eu fiz? Fiz algo que eles pensaram ser uma loucura. Saí de casa. Sem dizer uma palavra a ninguém. Fugi nessa mesma noite. Eu nem sequer tinha uma mala comigo. Apenas os meus documentos. Assim vim para esta pequena casa no bosque, que pertencia ao meu avô. Na altura era apenas uma estrebaria, por isso nunca tinha lá levado ninguém. Passei lá a noite. No dia seguinte apanhei um avião e fui para África. Será isso possível? Sim, porque, como médico, eu tinha estado lá recentemente para alguma pesquisa experimental que estávamos a fazer numa aldeia. Mas nunca tinha passado tempo algum a conhecer os habitantes, tinha ficado sempre na clínica, a estudar, a fazer pesquisas. Eu chorei durante toda a viagem.  Ao aterrar, vi esta mulher a vir na minha direcção. Era belíssima. Olha, Elena, eu nunca tinha visto tanta beleza nos gestos, no sorriso, nos olhos. Mas o ponto forte dela era a simpatia, um talento que eu nunca tinha considerado importante para uma mulher. Ela ria, ria-se sempre e com gosto. E foi assim que me apaixonei, dois dias depois de sair de casa. Eu, a minha voz ainda treme a falar sobre isso, devo estar grato por ser um “cornudo maluco” porque de outra forma não teria encontrado Anita, não teria encontrado a minha África, onde volto todos os anos, não teria voltado aqui, não teria reestruturado a casa para torná-la a nossa casinha cada vez que voltávamos das nossas missões. Elena, o que te quero dizer é que é importante ter um mundo próprio, mas também é importante viver neste mundo, torná-lo próprio, vivê-lo plenamente, esta vida que tens o dom de poder observar com olhos inteligentes, com astúcia, com sinceridade, com bondade. Tenha sempre um livro na mão, está certo, mas enquanto o segura, vá e descubra o mundo. É inútil ficar ressentido com este lugar. Olha para mim, por exemplo. Teoricamente, eu nunca deveria ter voltado. Em vez disso, fiz aqui a minha casa e foi aqui que cuidei da minha Anita até ao seu último suspiro. E à pergunta que já sei que me vais fazer: ‘Mas então tu também, porque é que não vais descobrir o mundo?’, vou dizer-te que já o descobri e experimentei, depois da morte de Anita estive fora durante anos, mas agora decidi voltar. A única coisa que me faz sentir bem agora é estar aqui a ler, a tocar piano e a ouvir a voz de Anita a cantar. Ela canta esta canção. Ouve a sua voz… Mas não tu. Tu precisas de ver as coisas de uma forma diferente. Tu és inteligente… e tu também és louca!  Tens o que é preciso para descobrir o mundo lá fora. Saia, descubra, aprenda e ame”. “Talvez eu seja um pouco covarde”. “Nem pensar… és apenas jovem. Leva isto e encontrarás aí tudo”. Dito isto, Gianni começou a tocar, no tempo com as canções de Anita.  Elena pegou no caderno que ele lhe tinha dado e leu-o junto à porta. Era o diário de viagem de Gianni na África. Quando ela estava prestes a começar a ler, viu uma sombra aproximar-se. “O que fazes aqui?” Era Marcello. Nunca tinham falado um com o outro. Elena respondeu curiosamente: “A verdadeira questão é o que fazes tu aqui”? Gianni gritou sem parar de tocar: “Marcello és tu? Elena, apresento-te o meu sobrinho”! Os olhos de Elena alargaram-se, Marcello não entendeu muito mas perguntou-lhe imediatamente: “É o diário do tio? Mas como é que ele nunca me deixou lê-lo? Deixe-me ver, posso?” E com a voz de Anita e a música de Gianni, os dois rapazes sentaram-se um ao lado do outro e começaram a ler juntos, olhando um para o outro e sorrindo ocasionalmente. Como é estranho o destino.

Die kleine Hütte im Wald

Im kleinen Dorf in den Bergen ging es um nichts anderes mehr: jemand war in die Hütte im Wald zurückgekehrt. Marco und Luca schworen, es mit eigenen Augen gesehen zu haben: es kam Rauch aus dem alten Schornstein, die Zimmer waren mit Musik erfüllt, die sich von den Türen nicht aufhalten ließ und durch den ganzen Wald erklang. Die kleine Hütte befand sich genau an der Waldgrenze am Fuße des naheliegenden Berges, das Echo der Musik war also kein Wunder. Die Leute aus dem Dorf konnten sich kaum vorstellen, dass tatsächlich jemand dorthin zurückgekehrt war. Normalerweise diente das Haus als Treffpunkt, an dem man Verstecken spielte oder sich heimlich mit seinem Freund oder seiner Freundin traf. Die Jungs hatten sogar das sogenannte „Spiel der verlassenen Hütte“ erfunden. Es handelte sich dabei um eine Mutprobe, der sich alle jungen Männer des Dorfes stellen mussten: man sollte eine ganze Nacht alleine im Haus verbringen. Bestand man diese Mutprobe, wurde man von da an als erwachsener Mann angesehen.

„Wer könnte nur dort eingezogen sein? Der letzte Hausbesitzer? Der Verrückte?“ Elena grübelte vor sich hin, während sie ihren Blick aus dem Busfenster schweifen ließ. „Aber wer sagt eigentlich, dass er wirklich verrückt ist? Wahrscheinlich haben die Dorfbewohner das wieder nur erfunden. Ach, wie ich diesen Ort hasse, diese scheinheiligen, falschen Menschen, die gemein sind und Gerüchte in die Welt setzen. Ich könnte mir tatsächlich vorstellen, dort oben in der kleinen Hütte zu wohnen!“

Da sah sie, dass Sabrina in den Bus einstieg, allen zulächelte und mit einem scharfen Blick die neuesten Geschehnisse kommentierte, beurteilte und sich lustig machte, so wie alle anderen auch. Elena hoffte, dass sie sie nicht bemerken würde. Sabrina war ein paar Meter weiter weg stehen geblieben, um sich einer Gruppe Jungs anzuschließen, die fast schreien mussten, um ihre eigene laute Musik zu übertönen. „Wie sie sich nur für jene interessiert, die ihr nachlaufen…“, dachte Elena kopfschüttelnd. Plötzlich wurde die Musik ganz leise und die Stimmen der Gruppe hörte man im ganzen Bus: sie sprachen von der kleinen Hütte im Wald: „Der Verrückte ist zurück, ja, der Betrogene Verrückte.“ Sie konnten sich nicht mehr halten vor Lachen. „Der Alte will sein Vergnügungshaus abreißen, aber ich geh trotzdem hin, wer weiß, vielleicht finde ich dort seine Frau…“, „Sie will bei jedem sein, außer bei ihrem Ehemann.“. Manche lachten so sehr, dass sie Tränen in den Augen hatten. Elena hatte genug. Sie stand abrupt auf und stieg bei der nächsten Haltestelle aus, ohne darauf zu achten, wo sie sich befanden. „Besser alleine zu Fuß laufen als mich mit diesen Leuten abzugeben.“, dachte sie wütend und winkte mit einem aufgesetzten Lächeln Sabrina zu, die ihr vom Inneren des Busses winkte und ihr Küsse zuwarf. Sie konzentrierte sich auf ihre Schritte und dachte über diese Leute nach, die wohl nichts Besseres zu tun hatten, als sich über andere lustig zu machen. Sie hatte Mitleid mit ihnen und hoffte, dass sie irgendwann etwas Interessanteres finden würden – in ihren Augen jedoch war alles stumpf, unbedeutend und traurig geworden. Sie hatte Freunde hinter dem Rücken der anderen sprechen gehört, Menschen, die über ihre Nachbarn und Familienmitglieder schimpften, Pärchen, die lächelten und Hand in Hand spazierten, obwohl sie alles andere außer verliebt waren. Aber das wäre normal, hatte man ihr gesagt: „Du bist jung, hab doch Spaß!“ „Aber wozu soll ich anderen zeigen, ach wie toll doch mein Leben ist – ohne dabei wirklich glücklich zu sein?“ Sie hatte also aufgegeben, nach Antworten zu suchen.

Marcello beobachtete sie aus der Ferne. Er hatte sich schon immer für dieses Mädchen interessiert, das so anders war als alle anderen. Sie war wie in ihrer eigenen Welt, weit weg von allem und jedem. Sie hatte ihn natürlich, so wie jedes Mal, nicht einmal wahrgenommen. Dachte er zumindest. Sie öffnete ihren Rucksack, um nachzusehen, ob sie ihr Buch dabeihatte. „Ich gehe nicht sofort nachhause, sondern schaue noch kurz an meinem Lieblingsort vorbei.“ Sie hob den Blick und sah Marcello, der ihr kurz aufmunternd zulächelte und sich blitzartig umdrehte.

Bevor man der Straße Richtung Stadtzentrum folgte, bog dieser kleine Weg ab, der in den Wald führte. Dort gab es einen großen Stein, der schon seit Jahren an der gleichen Stelle lag, direkt neben einer riesigen, alten Eiche. Das war ihr Lieblingsort. Sie legte sich dort meistens auf den Stein und verbrachte ganze Nachmittage damit, ihre Bücher zu durchschmökern. Manchmal blieb sie sogar bis spät am Abend, trotz der besorgten Anrufe ihrer Eltern. Aber dieses Mal kam es anders – der Stein war bereits besetzt. Ein gutaussehender Mann, um die 50 Jahre alt, saß mit nacktem Oberkörper auf dem Stein. Er starrte in die Ferne, rauchte eine Zigarre und sang dabei ein Lied. Elena ging mit bestimmtem Schritt auf ihn zu und fragte: „Wer sind Sie?“ Der Mann, von dem man weiß, dass er Gianni heißt, hob leicht den Kopf, senkte ihn wieder und, nach einem langen Ausatmen, rief er glucksend: „Ich bin der Betrogene Verrückte!“ Elena antwortete, ohne einen Hauch von Angst: „Ah, Sie sind das also. Freut mich, Ihre Bekanntschaft zu machen! Ich bin das alte, verrückte Mädchen.“ Gianni sah sie forschend an: Du? Du bist doch gerade mal 16 Jahre alt.“ „Ich bin 20.“ „Ist doch fast dasselbe. Und du bist das alte Mädchen, weil du verrückt bist?“ „Nein, ich verrückt, weil ich das alte Mädchen bin.“ „Na dann ist das doch gar nicht so schlimm, wenn du denkst, dass ich verrückt bin, weil ich der Betrogene bin!“ Sie mussten lachen. „Ich hoffe du glaubst nicht daran, was die Leute im Dorf erzählen. Man muss aufgeschlossen sein, man darf nicht nur an das Leben im Dorf denken, man muss die ganze Welt miteinbeziehen, die es außerhalb dieses Dorfes gibt.“ Elena wurde neugierig: „Keine Angst, ich habe mein eigenes Universum. Sehen Sie? Das hier.“ Sie nahm das Buch aus ihrer Tasche. „Sehr gut. Was mich dahingegen betrifft, mein Universum kann man nur durch die Stille wahrnehmen.“ Sie wurden still und plötzlich hörte man ein Lied, oder eher eine Melodie, die sehr leise war. „Das ist der Radio von meinem Haus und… weißt du was? Ich zeig’s dir, komm mit. Ich möchte dir etwas erzählen.“

So folgten sie dem Weg, während sie, ohne zu sprechen, der Musik lauschten. Elena hielt ihr Buch in der rechten Hand und Gianni starrte in den Himmel. Als sie dem Haus näherkamen, wurde die Musik immer lauter. Und sobald Elena einen Schritt über die Türschwelle machte, war sie bereits in das Haus verliebt. Es war voll mit Büchern: in der Küche, im Badezimmer, im Wohnzimmer, ja sogar im Keller. Und dann waren überall Schriftstücke verstreut: Partitionen.

„Es ist also wahr, dass du verrückt bist.“ „Oh ja, das ist es.“ Er ließ sie sein Haus bestaunen. Sobald ihre Finger eine Oberfläche streiften, klopfte sie den Rhythmus der Melodie nach. „Elena, komm her. Ich muss dir etwas Wichtiges sagen.“ Elena setze sich neben das Klavier, Gianni nahm davor Platz. „Hör gut zu. Dein Universum ist die Literatur. Mein Universum war meine liebe Anita. Ich habe Anita in Afrika kennengelernt, kurz nachdem ich meine Frau verlassen habe. Ich war ein zerbrochener Mann. Ich hatte mit meiner Frau in diesem Dorf gelebt, wir hatten gerade geheiratet, als ich herausfand, dass sie mich bereits seit längerer Zeit betrogen hatte. Wer denkst du, hat es mir gesagt? Unsere lieben Dorfbewohner natürlich. Sie dachten, ich wüsste Bescheid, da sie bereits vor unserer Hochzeit etliche Liebhaber hatte. Sie waren überzeugt, dass ich es wissen müsste und ihr wohl dafür vergeben hätte. Ich war am Boden zerstört, als ich die Wahrheit herausfand. Kennst du dieses Gefühl von Wut, das so stark ist, dass es sich einfach nur in tiefe Enttäuschung verwandelt? So bin ich nachhause zurückgekehrt, ohne auch nur irgendetwas zu sagen. Ich konnte keine Nacht mehr an ihrer Seite verbringen, also weißt du, was ich gemacht habe? Ich habe etwas gemacht, das wohl alle für verrückt hielten. Ich habe mein Zuhause verlassen. Ohne jemandem Bescheid zu geben. In jener Nacht bin ich abgehaut, ohne Koffer, nur mit den nötigsten Dokumenten. Ich bin zu diesem Haus gekommen, das mir mein Großvater vererbt hat. Damals war es nur eine Scheune, weshalb ich es nie jemandem gezeigt habe. Ich habe eine Nacht dort verbracht, am nächsten Morgen bin ich ins Flugzeug nach Afrika gestiegen. Da ich Arzt bin, konnte ich dort leicht Arbeit finden und vielen Menschen helfen.

Die ganze Reise lang habe ich geweint. Als wir gelandet sind, ist diese Frau auf mich zugekommen. Sie war beeindruckend. In meinem ganzen Leben habe ich noch keine so schöne Frau gesehen – ihre Bewegung, ihr Lächeln, ihre Augen. Aber ihre eigentliche Stärke war ihre Freundlichkeit, eine Qualität, die mir früher bei Frauen gar nicht aufgefallen ist. Sie konnte über sich selbst lachen und amüsierte sich dabei. Und so habe ich mich zum ersten Mal richtig verliebt, zwei Tage nachdem ich mein Haus verlassen hatte. Meine Stimme zittert noch immer, wenn ich von ihr spreche. Ich bin dankbar, der Betrogene Verrückte zu sein, denn ansonsten hätte ich niemals Anita getroffen, ich hätte niemals mein Afrika gefunden, wohin ich jedes Jahr zurückkehre, ich wäre niemals hierher zurückgekommen, ich hätte nicht nach jedem Einsatz die Hütte renoviert und ein neues Zuhause daraus gemacht. Elena, was ich dir sagen möchte, ist, dass es wichtig ist, sein eigenes Universum zu besitzen, aber auch, dass es wichtig ist, in dieser Welt zu leben, voll und ganz. Du hast die Gabe, dieses Leben mit klugen Augen, mit scharfem Sinn, mit Ehrlichkeit und Gutmütigkeit zu betrachten. Hab immer ein Buch dabei, aber während du bei dir trägst, vergiss nicht, die Welt außen zu entdecken. Es macht keinen Sinn, diesem Ort die Schuld zu geben. Denk an mich. Ich bin niemals direkt dorthin zurückgekehrt. Anstelle dessen habe ich mir hier mein Haus gebaut, wo ich mich um meine Anita gekümmert habe, bis sie ihren letzten Atemzug nahm. Und als Antwort auf die Frage, die dir wahrscheinlich auf der Zunge liegt: ‚Also wirst auch du die Welt wiederentdecken?‘, sage ich dir, dass ich sie bereits entdeckt habe. Nach Anitas Tod war ich jahrelang weit weg, habe aber beschlossen, zurückzukehren. Das Einzige, das mir im Moment guttut, ist an diesem vertrauten Ort zu sein, zu lesen, Klavier zu spielen und Anitas Stimme zuzuhören. Sie singt dieses Lied. Hör doch zu…

Aber du musst die Dinge anders als ich und als all diese Menschen angehen. Du bist schlau, neugierig und ein bisschen verrückt – so hast du alles, was es braucht. Geh hinaus in die Welt, entdecke Neues, höre niemals auf zu lernen und liebe mit Leidenschaft.“ „Vielleicht habe ich zu viel Angst davor.“ „Nein, du bist nur jung. Sei dir bewusst über all das, was ich dir gesagt habe und du wirst dein Glück finden.“ In dem Moment fing Gianni an, die Lieder von Anita mit dem Klavier zu begleiten. Elena nahm das Buch, das er ihr gegeben hatte und begann zu lesen. Es war Giannis Reisetagebuch aus Afrika. Genau in dem Moment, als sie zu lesen begann, sah sie jemanden näherkommen. „Was machst du denn hier?“ Es war Marcello. Noch nie zuvor hatten sie miteinander gesprochen. Elena antwortete durcheinander: „Die eigentliche Frage ist, was du hier machst!“ Gianni, ohne sein Klavierspiel zu unterbrechen, rief: „Marcello, bist du das? Elena, ich stelle dir meinen Neffen vor!“ Elena machte große Augen, Marcello verstand nicht wirklich, was vor sich ging, aber fragte sogleich: „Ist das das Tagebuch meines Onkels? Warum hat er es mich niemals lesen lassen? Darf ich es sehen?“. Und mit Anitas Stimme und Giannis Klavierspiel im Hintergrund setzten sich die beiden nebeneinander und begannen zu lesen, während sie sich ab und zu ein Lächeln zuwarfen. Ach, das Schicksal…

La casita en el bosque

En el pequeño pueblecito de montaña no se hablaba de otra cosa. Alguien había vuelto a vivir en la casita del bosque. Marco y Luca juraron que lo habían visto con sus propios ojos: el humo salía de la antigua chimenea, las habitaciones estaban iluminadas y una canción retumbaba por todo el bosque, llevada por el viento. Esta pequeña casita estaba justo al lado de una de las cordilleras más bajas de la región, entre el final del bosque y las montañas: el eco no podía faltar. A todos los chicos del pueblo les parecía imposible pensar que alguien hubiese vuelto a vivir en ese lugar. Ellos solían ir por la noche, lo usaban como lugar de encuentro, para llevar a sus primeras novias o para jugar al escondite. Además, se habían inventado incluso ‘’El juego de la casa abandonada’’. Consistía en una prueba de valor a la que todos los chicos del pueblo tenían que enfrentarse: pasar una noche entera, solos, en ese hogar. Lo consideraban la real transición de la adolescencia a la madurez. Si conseguías hacerlo ya no eras un niño, eras un hombre.
‘’¿Quién podría haber vuelto a vivir ahí? ¿El viejo dueño? ¿Ese loco?’’. Elena se quedó pensando mientras miraba por la ventanilla del autobús, con indiferencia. ‘’Además, ¿quién dice que está loco? Los típicos paisanos. Odio este sitio, estos hombres tan irritables, chafarderos, falsos, tan malos. Por cierto, sinceramente yo sí que viviría en esa casita. Claro que sí. ‘’ Sabrina entró en el autobús, sonreía a todo el mundo pero con los ojos afilados vigilaba, hacía comentarios, juzgaba. Elena quería pasar de ella. Se había parado cerca de ella, se había unido a un grupo de chicos que gritaba, con la música a tope. ‘’Como le gusta que la miren, vaya suerte eh..’’. De repente bajó el volumen de la música y sus voces eran las únicas que se oían en todo el autobús: estaban hablando de la casita en el bosque: ‘’El loco ha vuelto, sí, el loco cornudo’’. Todos se rieron. ‘’Ese viejo nos quiere quitar nuestra casa de diversión y de ocio, pero yo iré igualmente, puede que encuentre a su mujer..’’ ‘’Total, ella quiere estar con todos menos con su marido’’. Algunos de ellos lloraban de la risa. Elena bajó del autobús, sin saber en qué parada se encontraba. ‘’Mejor ir andando que con esta gentuza.’’ Esto era lo que pensaba, mientras sonreía y saludaba a Sabrina, que desde el autobús le hacía señas y le mandaba besos. Caminando, miraba a la gente. Veía a todos tan feos, tan ocupados con asuntos inútiles, tan tristes a pesar de no saber nada de la verdadera tristeza. Se identificaba con ellos, deseaba encontrar algo interesante, pero veía todo monótono, insignificante y… triste.
Veía amigos que hablaban mal los unos de los otros, continuas traiciones, parejitas que no estaban ni enamoradas, pero sonreían. Pero era normal, se lo habían avisado – Eres joven, pasatelo bien.- ‘’Entonces, ¿por qué tengo que mostrar al mundo que soy feliz, si yo, en verdad, no lo soy realmente?’’. Entonces se paró. Marcello la miraba desde lejos. Siempre había tenido curiosidad por esa chica tan diferente a los demás, encerrada en su mundo, lejos de todo y de todos. Pero ella no lo veía, como siempre. O por lo menos, él pensaba eso. Elena de repente se paró. Abrió el bolso y se aseguró de tener su libro con ella.
‘’Yo no voy a volver a casa. Me paso por el lugar de siempre.’’ Levantando la mirada vio a Marcello, le sonrió, sin más, y se dio la vuelta. Antes de ir por la calle que llega hasta el centro del pueblo, existía este pequeño camino que llegaba al bosque. Había una piedra bastante lisa, muy grande, que cayó de la montaña y llegó a un árbol. Ese era el ‘’lugar de siempre’’. Se tumbaba ahí, con el bañador y se quedaba leyendo toda la tarde. Muchas veces se quedaba hasta la noche, sin preocuparse por quejas y llamadas por parte de los padres. Pero esta vez esa piedra estaba ocupada. Un señor, un señor muy guapo, de unos

50 años, sin camiseta, fumaba un cigarro mientras tarareaba una canción. Elena, con paso firme, se acercó y segura de sí misma preguntó: ‘’¿ Y tú quién eres?’’
El señor, que nosotros sabemos que se llama Gianni, levantó la cabeza, para luego volver a agacharla y después de un largo suspiro exclama: ‘’ Soy el loco cornudo’’. Elena rebatió sin miedo: ‘’Ah, bueno, encantada. Yo soy la solterona loca’’. Gianni la miró, ‘’¿Tu, soltera? Si tienes 16 años.’’ ‘’Tengo 20.’’ ‘’Ah, vaya diferencia. ¿Y estás soltera porque estás loca?’’ ‘’No, estoy loca porque estoy soltera.’’ ‘’Entonces no es tan grave, si piensas en que yo estoy loco porque me han puesto los cuernos.’’ Los dos se ríen. ‘’Pero tú no pienses en eso, en lo que los demás piensan en este pueblo tan pequeño. Tu tienes que abrir la mente, no pienses en el pueblo, piensa en el mundo entero.’’ Elena tenía curiosidad: ‘’Yo tengo mi mundo, ¿no lo ves? Aquí está.’’ La chica sacó su libro. ‘’Bien, muy bien. Si te quedas en silencio, mi mundo se puede oír.’’ Los dos dejaron de hablar. De repente se escucha una canción, o mejor dicho una melodía, pero no muy fuerte. ‘’Es la radio de mi casa… ¿Y sabes qué? Vamos a ir, vamos ven. Te tengo que explicar una cosa.’’ Los dos se pusieron de camino, en silencio absoluto. Elena tenía cogido su libro con la mano derecha y Gianni miraba al cielo. A medida que se acercaban a la casa, el volumen de la música aumentaba. Y ahora, que Elena estaba dentro de la casa, ya estaba enamorada de ella. Estaba llena de libros, llena: en la cocina, en el baño, en el armario. Y luego habían hojas esparcidas por todas partes, eran partituras. “Entonces es verdad que estás loco”. “Sí, lo estoy.” La dejó vagar por la casa, y vió que sus dedos, cada vez que tocaban una superficie, llevaban el tiempo, pulsando el ritmo sobre ella. “Elena, ven aquí. Tengo que decirte algo importante.’’ Elena se sentó al lado del piano, Gianni se sentó en frente. “Te diré algo. Y tienes que escucharme bien. Tu mundo es la literatura. Mi mundo era Anita. Nos conocimos en África. Yo acababa de dejar a mi esposa. Era un hombre roto. Vivíamos en el pueblo, nos acabábamos de casar cuando descubrí toda una serie de traiciones que habían ocurrido ante mis ojos, sin que me diera cuenta. ¿Sabes quién me lo dijo? ¿O mejor, sabes quiénes me lo dijeron? Nuestros simpáticos paisanos. Pensando que era consciente de todo, ya que las traiciones ocurrieron antes de la boda, me lo contaron un día en el bar, bromeando. Estaban convencidos de que yo lo sabía, pero que la había perdonado y que luego nos íbamos a casar igualmente. Estaba destrozado.
¿Y sabes esa sensación de rabia tan fuerte, tan desgarradora que se convierte en una profunda decepción? Aquella por la que vas a casa y no le dices nada. Aquella por la que no encuentras una sola razón para volver a dormir con ella, aunque sea por una noche. ¿Y entonces sabes lo que hice? Hice algo que para ellos era una locura. Me fui de casa. Sin decir una palabra a nadie. Me escapé esa misma noche. Ni siquiera tenía una maleta conmigo. Sólo los documentos. Y vine a esta casita en el bosque, que era de mi abuelo. En ese momento era sólo un granero, y por lo tanto nunca había traído a nadie. Pasé allí la noche. Al día siguiente cogí un avión y me fui a África. ¿Es posible? Sí, porque como médico, estuve allí hace poco en una investigación experimental que estábamos haciendo en un pueblo.
Pero nunca me había quedado a conocer a los habitantes, había estado siempre en la clínica, estudiando, investigando. Lloré durante todo el viaje. Cuando aterricé, vi a esta mujer venir hacia mí. Era tan guapa. Mira Elena, yo nunca había visto tal belleza en los gestos, en la sonrisa, en los ojos. Pero su punto fuerte era la simpatía, un don que nunca había considerado importante para una mujer. Ella reía, reía siempre a carcajadas. Y así me enamoré: después de dos días de irme de casa. Yo, mira me tiembla la voz mientras hablo, tengo que agradecer ser un “loco cornudo” porque si no no habría conocido a Anita, no habría conocido a mi África, donde vuelvo cada año, no habría vuelto aquí, no habría

reformado nuestra casa para convertirla en nuestro pequeño hogar cada vez que volvíamos de nuestras misiones. Elena, lo que te quiero decir es que es importante tener tu propia realidad, pero también es importante vivir en este mundo, hacer que sea tuyo, disfrutar al máximo esta vida que tienes el don de poder observar con ojos inteligentes, con astucia, con sinceridad, con bondad. Ten siempre un libro en la mano, eso es justo, pero mientras lo aguantas, ve a descubrir el mundo. Es inútil guardar rencor por este lugar. ¡Piensa en mí! ¡Yo nunca pensé que iba a volver! Y en cambio, hice mi casa y aquí es donde cuidé a mi Anita hasta que dejó de respirar.
Y a la pregunta que ya sé que me harás: – Entonces vete tú también a redescubrir el mundo- yo te contesto que yo ya lo he descubierto y ya lo he vivido, después de la muerte de Anita he estado lejos durante años, pero ahora he decidido volver. Lo único que me hace sentir bien es estar aquí leyendo, tocando el piano y escuchando la voz de Anita cantando. Ella es la que canta esta canción. Escucha esa voz… Pero tú no. Tienes que mirar las cosas de manera diferente. ¡Eres inteligente, capaz y tú también estás loca! Eres la indicada para ponerse en juego. Sal, descubre, aprende y ama.” “Quizás soy un poco cobarde.” “Pero qué dices… eres joven. Coge esto y allí lo encontrarás todo.” Dicho esto Gianni empezó a tocar, a tiempo con las canciones de Anita. Elena cogió el cuaderno que le había dado y se puso a leerlo al lado de la puerta. Era el diario de viaje de Gianni a África. Justo cuando estaba a punto de comenzar la lectura vió una sombra acercarse. “¿Qué haces aquí?” era Marcello. Nunca se habían hablado. Elena respondió intrigada: “La verdadera pregunta es qué haces tú aquí.” Gianni gritaba sin parar de tocar: “¿Marcello, eres tú? ¡Elena te presento a mi sobrino!” Elena abrió los ojos, Marcello no entendió mucho pero le preguntó enseguida: “¿Ese es el diario de mi tío? ¿Cómo es que nunca me dejó leerlo? Déjame ver, ¿puedo?” Y con la voz de Anita, la música de Gianni, los dos chicos se sentaron juntos y empezaron a leer juntos, de vez en cuando mirándose y sonriendo. Qué extraño es el destino.

Pubblicato da Grandi Storielle

Siamo sei ragazze, Carola, Celia, Hannah, Livia, Morena e Sara che si sono conosciute in Erasmus a Chambéry e hanno ora deciso di mettere a disposizione la loro piccola ma grande arte per tutti.

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