La grande storiella di Oriana Fallaci

Lettera a Oriana

Una presentazione veloce, le solite due righe biografiche sulla Fallaci, una citazione su Panagulis per dare un po’ di rosa all’articolo, rigorosamente in grassetto i titoli Lettera a un bambino mai nato e La rabbia e l’orgoglio e per concludere magari un bell’aforisma. Sarebbe perfetto, ci saremmo tolti il pensiero: “Anche quest’anniversario è andato, nessuno può dirci nulla, l’abbiamo ricordata.” Invece no. Non sarà un articolo anonimo, frettoloso, sterile. Sarà una lettera. Cara Oriana, sono nata nei tuoi anni di silenzio, di reclusione nel tuo appartamento di New York, quando l’alieno attaccava la tua vita e quando imperterrita continuavi a lavorare al “tuo Bambino”, una grande opera sulla storia della tua famiglia. Volevi capire, come sempre d’altronde, perché e come fossi nata, volevi capire la tua Storia, e per farlo bisogna essere un po’ delle eroine. Lo hai detto tu stessa: «Non dimenticate che ci viene sempre richiesto qualcosa di speciale in qualità di giornalisti. Coraggio e mancanza totale di timidezza, che è una caratteristica innata in ciascuno di noi. Quale uomo non è in fondo un bambino piccolo e quale donna non lo è. Ma quando dobbiamo fare questo lavoro dobbiamo essere coraggiosi se siamo corrispondenti di guerra, non dobbiamo essere timidi se andiamo a intervistare Mao Tse-tung, dobbiamo essere intelligenti anche se non abbiamo scoperto la teoria della relatività e dobbiamo capire l’anima di una persona anche se non abbiamo una laurea in psicanalisi, psichiatria o quello che è. Siamo dei ciarlatani? No, siamo degli eroi. Siamo degli eroi.»

Sei sempre stata una Penelope alla guerra, così si intitolerà il tuo primo romanzo, fin da quando alla tenera età di quattordici anni, con il nome di battaglia di Emilia, sfrecciavi con la tua bicicletta per aiutare i partigiani facendo la staffetta di città e di montagna e passando inosservata ai controlli nazifascisti con le tue innocenti trecce ancora da bambina. Ma l’animo era già da vera guerriera. Al liceo fondi un sindacato per gli studenti, US, Unione Studenti, per far sentire la tua voce. Giornalista già all’età di 17 anni per il «Mattino dell’Italia Centrale», lavori assiduamente e girovaghi con la tua bicicletta a caccia di notizie fresche: prima di cronaca nera, poi di ambito giudiziario, fino ad arrivare ai fatti di costume con quel tuo primo importante articolo, te lo ricordi?, sulle sfilate di Dior a Firenze. L’animo combattivo risorge con il licenziamento dal tuo primo giornale per quell’articolo sul comizio di Togliatti che non volevi comporre, in quanto non in linea con il tuo pensiero politico del tempo. (Le avevano infatti chiesto di scrivere un articolo satirico sul comizio di Togliatti ma lei, in quanto socialista, si rifiutò categoricamente preferendo quindi il licenziamento). E questo è solol’inizio di una lunga serie di atti di eroismo, come se una piccola Emilia fosse sempre rimasta in te.Allora non potevi sottrarti alla grande impresa, l’impresa che ti porterà a finire per sbaglio in un obitorio ed essere creduta morta dopo i massacri in Piazza delle Tre Culture in Città del Messico, nel ‘68. Quell’impresa che dall’anno prima ti aveva portato a scrivere lo straziante racconto della guerra del Vietnam: l’hai vissuto per noi, per potercelo raccontare e ne uscirà un capolavoro dal nome Niente e così sia. Così come quando nel ‘60 sei partita per conoscere la condizione della donna in differenti parti del mondo, e poi hai raccolto tutta la tua testimonianza nel rivoluzionario libro Il sesso inutile. Così come quando hai vissuto nelle varie sedi della Nasa per conoscere i personaggi di quella che sarà l’impresa storica dello sbarco sulla luna. Tutto riportato per noi, nell’avvincente libro Se il sole muore. Ci hai lasciato tanto, ma così tanto con Lettera a un bambino mai nato, per non parlare di tutto quello che hai fatto, sempre in nome di quell’Impresa, con la pubblicazione di Un uomo. Ci hai lasciato tanto, ma così tanto, quando ci hai fatto ragionare sul senso della vita con Insciallah nel 1990 e con la tua ultima trilogia, con quel grido verso un occidente addormentato in pieno stile fallaciano, come piace a te. Eppure tu lo hai fatto per noi, è vero, ma anche per te stessa, perché non avresti potuto fare altro nella vita, lo hai detto anche tu: “Quando avevo cinque-sei anni non concepivo nemmeno un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Il giornalismo all’inizio per me fu un compromesso, un mezzo per arrivare alla letteratura.”

Sei scrittore, prima che giornalista. Guai a definirti scrittrice. Te lo sei anche fatto incidere sulla lapide: ORIANA FALLACI, SCRITTORE. Vivevi quello che scrivevi e vivevi per quello che scrivevi. Su ogni esperienza professionale lasciavi brandelli di anima. Ogni intervista, ogni avvenimento, ogni racconto diventava un fatto personale. Il centro dell’intervista eri tu, tu personalmente. Arrivavi con mille rabbie e dubbi e volevi risposte, le esigevi come chiunque si ritenga giornalista dovrebbe fare. Anzi dovrebbe essere. Ed ecco quindi la grande Impresa: scrivere la storia nel suo divenire e da testimone diretto. Io ti ammiro come giornalista e in quanto giornalista come scrittore. Il tuo è un giornalismo affascinante, estremamente narrativo, letterario. Ma c’è un elemento che lo rende unico, inimitabile eppure professabile come modello: era soggettivo. Il centro eri tu, quell’articolo era irripetibile perché non era giudizio ma esperienza, non era commento ma vissuto. Vivevi per scrivere, scrivevi quello che vivevi. Un connubio, un’osmosi, un intreccio atomico, inscindibile. Roba che se ti vengono a cambiare una parola, litighi con l’uomo della tua vita, prendi le valigie e lasci la Grecia. D’altronde, chiunque farebbe così per i propri figli. All’inizio del terzo anno universitario, i miei compagni si iniziavano a chiedere quale potesse essere l’argomento della loro tesi di laurea. Io non me lo sono mai chiesto. Non mi sono neanche mai chiesta perché avessi deciso di leggere Insciallah in quarta superiore, non mi sono mai chiesta perché dalla libreria uscissi sempre con un tuo libro. Io non mi sono mai dovuta porre alcun tipo di domanda, di problema: sei sempre stata tu a venire da me. Io non ti ho mai cercata, giuro. Anche perché non fa bene, non ti migliora la giornata. Ti tira dei cazzotti al fegato da far uscir fuori tutta la bile. È feroce quanto seducente. E se non è giornalismo questo, mi chiedo cosa lo sia. Ma sento il dovere di parlare di te, dei tuoi figli. Sento che lo debba fare come se fosse un dovere civile, un wake up al giornalismo di oggi, sento di doverlo fare per principio. Ed è scomodo, lo so. È scomodo perché nessuno ne vuole più parlare, veramente. Sei diventata un mito e un mostro. Ora ti si odia o ti si ama, e si decide in maniera manichea ma senza conoscerti veramente. Eroina o fanatica. Da che parte stai? Ma le hanno lette le interviste con la storia? Le hanno lette le interviste con il potere? Ti innalzano e glorificano come l’autrice italiana più letta al mondo, che non aveva paura davanti ai potenti, colei che amava andare controcorrente ma da sola e poi non si fa nulla per la sua memoria? Per i suoi figli? Basta solo utilizzarla nei talk show nei palinsesti pomeridiani, quando non si sa più chi citare a sproposito quando si parla di terrorismo? Lo dico chiaro e tondo, io non ci sto. Io voglio parlare di te come giornalista e quindi come scrittore, voglio leggere ogni singola riga scritta e studiata e accudita con un labor limae inimmaginabile. Io voglio sapere, voglio conoscere di più e voglio scrivere, ho tanta voglia di scrivere. Ho una voglia matta e instancabile di risorgere quel tuo modello e farlo mio. E quindi insisterò fino a quando qualcuno capisca che lo faccio soprattutto per TE. Per dirti ancora una volta, GRAZIE.

Oriana e Pasolini

Oggi non parlerei molto di Oriana Fallaci, lei non me ne vorrà, perché sa perfettamente che oggi si può solo parlare di lui, del suo amico.

Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina.

L’intera vita di Pasolini potrebbe considerarsi come la sua opera più riuscita, e si tratta inevitabilmente di una sorprendente, provocatoria e fragile tragedia. Dal 1963 in poi, potremmo suddividere la vita di Pasolini in due parti: la prima rivendica la denuncia, la resistenza al potere, la voglia di buttarsi nella lotta in difesa della sua Italietta, potremmo quindi dire essere una prima parte costruttiva; poi arriva l’estate del 1971, e vi è un crollo di certezze. Tutto ormai è omologato, non serve più combattere. Con un processo di decostituzione della sua opera, che è la vita, Pasolini si ripiega su di sé, con nuove poesie e l’inizio di un’opera frammentaria e incompiuta. Non abbandona le critiche nei confronti della società, ma sono ormai cause perse, constatazioni a posteriori di una sottomissione omologante, che da martire ha cercato di condannare fino alla fine.

Pasolini aveva creduto molto nella sua lotta, considerando l’azione come vita. Aveva girato La Rabbia, uno spaccato sulla realtà di quei tempi, presentata da differenti punti di vista sociali e geografici, con il commento talvolta poetico e talvolta severo del critico Pasolini. Aveva voluto proteggere e indagare l’Italia “dell’età del pane” con Comizi d’amore. Aveva dato parola ad un’Italia intera, con interventi di Oriana Fallaci, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti fino a quelli delle timide ragazze siciliane e dei contadini della Romagna. Pasolini guarda alla realtà come un linguaggio da decodificare, un linguaggio che inizia ad essere, però, comandato, assoggettato. In Nuova poesia in forma di rosa, si dice essere “un non addetto ai lavori” della nascita di questo nuovo corso della storia. Si rende conto che tutto stia cambiando, e si rende conto che stesse scomparendo l’idea dell’uomo: « Piansi a quell’immagine che in anticipo sui secoli vedevo scomparire dal nostro mondo.» Pasolini sente tutta la sua impotenza in un’ondata di Potere, che ingloba tutte le individualità, facendo credere loro di elevarle ad un nuovo modello di libertà, che diventerà, invece, per loro, la nuova e moderna prigionia. C’è però ancora un tentativo, e ne parla nello “stesso petalo” della rosa, definita da lui come vana, che è un ritorno al passato. Per dire addio a questa figura dell’uomo: «Adoperai cursus del Vecchio Testamento, calchi neo-novecenteschi, e profetai, profetai una nuova Preistoria.» Ecco allora Pasolini che si immerge nella letteratura antica con Edipo Re e Medea ma prima ancora Nel Vangelo secondo Matteo.

”Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco,(…) mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”

E si sente questo suo bisogno, si sente una ricerca di vitalità nella trilogia, che non a caso è proprio definita Trilogia della vita, nei primi anni ‘70. Rifugiandosi nelle storie conosciute da Boccaccio, alle Mille e una notte fino a Chaucer, si cerca una via di fuga dal potere omologante, si cerca di provocare, di far ridere, far riflettere, di vivere come in un sogno. Ma è proprio durante la realizzazione della Trilogia della vita che la vera opera di Pasolini, vale a dire la sua stessa vita, inizia a cambiare. Sembra esserci un punto di non ritorno quando nell’estate del 1971 Ninetto Davoli, attore, collaboratore e amico di Pasolini, si fidanza e decide di sposarsi. Ninetto Davoli è la personificazione dell’Italietta, della spontaneità della vita, dell’innocenza del mondo paleocapitalistico, era l’amore platonico e ideale per Pasolini. Nonostante tutta la realtà si stesse omologando, la vera e propria dimostrazione di quanto già da tempo Pasolini analizzava e denunciava si è concretizzata realisticamente solo con l’abbandono di Ninetto. «Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o cose simili. Tutto mi è crollato intorno.» Si arriva quindi alla parte decostruttiva dell’opera di Pasolini. Ci si avvicina alla tragedia:

”Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.

Le poesie dell’Hobby del sonetto assumono un vero e proprio valore intimistico. La vita e la poesia sono ormai indissolubili nella grande opera della vita di Pasolini: il ripiegamento su di sé porta ad un duro sfogo della sua situazione emotiva, segnata dall’abbandono e dalla disperazione. Pasolini crede di essersi svegliato come da un sogno, e di realizzare veramente la dura realtà. Nonostante il dolore, il suo viaggio per la vita continua, rifugiandosi in quello che sapeva fare meglio: scrivere. Non si fa piegare dal Potere, neanche questa volta, cercando continue strade di liberazione dal suo comando, fino ad arrivare alla più grande vittoria. Potrebbe sembrare una sconfitta, ma quello che lui fa il 15 giugno del 1975 è un vero e proprio atto eroico contro quello che lui definisce il regime fascista, vale a dire la società dei consumi: l’abiura della Trilogia della vita. È ormai solo, apocalittico e corsaro, ripensa a sé e alla sua vita, ed essendo questa un’opera d’arte, la scrive. Con Petrolio, Pasolini parla di sé attraverso la figura di Carlo. Il testo è destrutturato in diversi appunti di vita, di pensieri e di scenari. L’esperienza della scrittura diventa esperienza di vita e non più di vitalità. Una vita della quale vorrebbe liberarsi, come afferma nell’appunto 99, idea che viene ripresa parlando di questa sua ultima opera come di un testamento. La morte lo affascina, Oriana Fallaci dirà addirittura che lui fosse innamorato della morte. D’altronde se rimaneva sempre valido il suo pensiero per cui: «La morte non è più nel non poter comunicare ma nel non essere compresi», il fascino per essa diventava ora totale. La risposta è tanto poetica quanto pragmatica: la nostra vita, in quanto mortale, deve diventare un’opera d’arte e quindi immortale. È vero, un’opera può essere conservata, al contrario della vita. Essa infatti non si può modellare all’infinito, ma come afferma lo stesso Pasolini, dev’essere pensata attraverso il filtro del montaggio cinematografico e considerando il taglio del montaggio come la morte. Però la vita può essere continuamente modificata fino a quando è vissuta: ci possono essere cambi di scena, di personaggi, ribaltamenti nella trama. L’invito è quello di vivere al massimo e al meglio, di fare un capolavoro cinematografico. E allora, non si potrà avere la certezza che essa sia immortale, ma si saprà che avrà, sempre dentro di sé, una grande potenzialità di immortalità, una grande potenzialità di salvezza per l’eternità. Pasolini, con la sua grande opera d’arte, è sopravvissuto a quel 2 novembre del 1975. È sopravvissuto alla morte dimostrandoci che l’arte e la vita come capolavoro possano essere veramente eterne. E la sua tragedia, infatti, è per sempre.

Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”.

E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. —-

In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”.

Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”

Le parti in corsivo sono riprese dalla lettera scritta da Oriana Fallaci e pubblicata nella rivista L’ Europeo, in memoria di Pier Paolo Pasolini. Roma, 16 novembre 1975

Un Uomo e il suo alitaki

La folla al suo funerale lo urla: Zi, Zi, Zi! Vive, vive vive!

E così dovrebbe continuare ad esistere quella storia, la storia di un uomo raccontata da suo fratello, si definivano infatti fratelli, dal suo alitaki, che in greco significa “ragazzino”, dal suo Uomo, secondo la definizione che è lui stesso a dare alla fine della loro prima intervista.

«Alekos, cosa significa essere un uomo?»

«Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se. E per te cos’è un uomo?»

«Direi che un uomo è ciò che sei tu.»

L’ Uomo in questione è Alessandro Panagulis, protagonista dell’omonima opera scritta dal suo alitaki, da suo fratello, dalla sua compagna di vita, Oriana Fallaci. Colei che facendo l’unica cosa che sapeva fare, cioè scrivere, come diceva lei, raccontava la Storia di un Uomo, eternizzandola per sempre. Oriana ha sempre considerato le sue opere scritte come fossero suoi figli. Mi piace pensare che l’opera Un uomo sia il figlio che non hanno mai avuto, quel figlio che ha evidentemente i tratti del padre ma anche le sembianze della madre.

D’altronde, quando Oriana era riuscita a far pubblicare il libro di poesie di Alekos, qui in Italia, con la prefazione del loro amico Pier Paolo Pasolini, e glielo aveva lasciato sul letto dove stava dormendo, dice di averglielo ritrovato tra le braccia, una volta ritornata nella camera: «Come se, invece che un libro, fosse un bambino.»

Oriana lo affermerà più volte: prima di tutto, Alekos era un poeta. «Il suo eroismo era la conseguenza del suo essere poeta, o una coerenza col suo essere poeta.» Perché era un eroe? Non la conoscete questa storia? Non mi sorprende, non mi sorprende per nulla. Sai quanti Alekos o quanti Mosé ( ribelle messicano che una volta catturato dalla polizia non confessò niente nella prigione militare, dopo gli scontri in Piazza delle tre Culture in Messico dove rimase ferita con tre colpi d’arma da fuoco anche la stessa Oriana) ci sono nel mondo di cui non si sa nulla? È la storia di un Uomo. Nell’eccezione che dice lui. Un Uomo che non si piega al regime dei colonnelli, che mette in atto, fallendo, un attentato a Papadopoulos, il dittatore del tempo, il 13 agosto 1967. È la storia di un Uomo che viene imprigionato, seviziato, condannato a morte. Un Uomo, che si ribella anche in prigione, che dopo vari tentativi di fuga riesce a scappare per poi essere tradito da chi credeva essere suo amico, tornando così in carcere. Un Uomo, che per continuare a lottare, ed ecco perché Oriana collega il suo eroismo al suo essere poeta, scrive con il sangue le sue poesie, visto che non gli lasciavano neanche una penna dopo essere riuscito a scavare una buca, per fuggire, con il solo uso di un cucchiaino.

Ho dato voce ai muri

gli ho dato voci

perché mi facciano un po’ di compagnia

I secondini cercano e ricercano

dove ho trovato la tinta

I muri della cella

tengono il segreto

i mercenari frugano e rifrugano

E lo stesso non trovano la tinta

Non gli è venuto in mente

di frugarmi le vene.

Un Uomo, che viene liberato grazie ad un’amnistia generale da parte del dittatore e quasi non gli va di uscire di prigione perché vuole continuare a lottare, ha capito di essere un simbolo. Un Uomo, che ha subito ogni tipo di tortura e di tentativi di omicidio. Un Uomo, che dopo essere uscito di prigione, il 23 agosto 1973, incontra Oriana Fallaci, alla quale racconta tutto. Un Uomo, che per aver continuato a lottare e a denunciare, muore. Perché questa è la fine di tutte le tragedie più belle che siano mai state scritte. Perché questo è il finale di tutti gli eroi, che con il lugubre canto del cigno lasciano la scena tra le lacrime del pubblico. Tra le lacrime di quella folla, che urla Zi, zi, zi! Vive, vive, vive!

«Nel 1968 Alessandro Panagulis fu condannato a morte per aver cercato la libertà, nel 1976 Alessandro Panagulis è morto per aver cercato la verità ed averla trovata.» È la storia di un eroe. Forse la vera e unica figura eroica che rimarrà sempre tale secondo il giudizio di Oriana Fallaci. Forse perché, da un lato, assomigliava tanto al suo babbo, militante della Resistenza: aveva lottato contro una dittatura, era stato catturato e nonostante le torture non aveva parlato, stava combattendo in nome della libertà, della verità. «Il babbo venne torturato per diversi giorni, assieme agli altri, e più volte minacciato di fucilazione.» Quando uscimmo, io chiesi a mia madre: «Perché, mamma, lo hanno picchiato a quel modo?». E mia madre rispose: «Perché tuo padre fa politica. Perché cerca di rendere questo mondo un po’ più decente, un po’ più dignitoso, un po’ più sopportabile.»

Forse perché, dall’altro lato, assomigliava tanto a sua mamma. Se vegliare su sua madre malata la porta a scrivere «vedere questa creatura che ti ama, che ami, soffrire crocifissa come un Cristo crocifisso… »; vedere per la prima volta Alekos, l’aveva portata a scrivere: «Quel giorno aveva il volto di un Gesù crocifisso dieci volte…»

 Rimangono dei modelli per lei, grandi uomini. «La virilità non dipende dal sesso. Dio cosa darei per essere un grand’uomo.» È quindi la storia di un Uomo che incontra un altro Uomo. È la storia di un Uomo che incontra un alitaki, che è vero, vuol dire ragazzino, ma significa anche monello, significa anche Oriana. È la storia di una grande storia d’amore destinata per l’eternità. E questo è dimostrato dai loro bambini: la raccolta di poesie di Alekos, Vi scrivo da un carcere in Grecia e il libro Un uomo di Oriana. Lo dimostra anche un bigliettino piccolo che dice così: S’agapò tora kai t’asagaò pantote. Ti amo e ti amerò per sempre.

E ogni volta che penseremo alla libertà, al suo valore, al diritto ma anche al dovere che abbiamo nei suoi confronti, ci sembrerà di sentire quella voce seducente e gutturale che era solita dire, quando Oriana gli rispondeva al telefono: «Sono io, sono me!» E ogni volta che troveremo un Alekos o un Mosé, ricordiamoci di questa storia, diamo loro la libertà di lottare, di scriverla questa storia degli uomini che per quanto sia dolorosa è bella da morire, nel vero senso della parola.

BIBLIOGRAFIA:

Le citazioni sono tratte dalle seguenti opere:

Cristina De Stefano, Oriana. Una donna, Milano, Rizzoli, 2014.

Oriana Fallaci, Il coraggio che ci serve, Milano, Rizzoli, 2016.

Oriana Fallaci, Intervista con la storia, Milano, Rizzoli, 1981.

Oriana Fallaci, Solo io posso scrivere la mia storia. Autoritratto di una donna scomoda, Milano, Rizzoli- Ed. speciale per Corriere della Sera, 2019.

Oriana Fallaci, Un uomo, Milano, Rizzoli, 2014.

Alexandros Panagulis, Vi scrivo da un carcere in Grecia. Memorie di un partigiano contro la dittatura dei Colonnelli, Roma, Pgreco, 2017.

La grande storielle d’amicizia tra Riccardo Nencini e Oriana Fallaci.

Riccardo Nencini non è solo un senatore, non è solo il Presidente del Partito Socialista Italiano, non è solo uno storico ed uno scrittore, ma è anche un amico di Oriana Fallaci.  Lo è tutt’ora, altrimenti non le avrebbe regalato, visto che proprio oggi sarebbe stato il suo compleanno, un’intera trilogia: da Morirò in piedi, a Il fuoco dentro, fino alla pubblicazione, nel 2021, di A Firenze con Oriana Fallaci. Ci siamo sentiti qualche giorno fa, entrambi eravamo in macchina e avevamo tanta voglia di chiacchierare su Orianache oggi compierebbe 92 anni.

Dal libro Morirò in piedi, il primo della trilogia che Lei ha scritto su Oriana Fallaci, afferma che il vostro primo incontro sia avvenuto al telefono nell’ottobre del 2002, in vista del Social Forum.

RICCARDO. Esatto.

Fin da quella prima chiamata, Oriana aveva dimostrato il lato più pungente e determinato del suo carattere, che è anche quello che ha sempre voluto mostrare in pubblico. Le volevo chiedere come sia stato conoscerla sotto un altro punto di vista, quello umano. Com’è stato scovarne i lati più intimi e introspettivi, scoprendo in lei un’amica e non la persona di successo?

È stata una rivelazione. Una r-i-v-e-l-a-z-i-o-n-e. Una donna sola, profondamente sola… si sentiva che le mancava un figlio. Via via che il legame si è stretto, lei si è aperta moltissimo, fino a rendere reciproche le confessioni. Pensa che un giorno mi ha addirittura cucinato un ottimo castagnaccio. Io ne sono un gran goloso, e arrivò a cucinarne uno che era fantastico. Sai posso dire che siamo diventati amici per un lungo periodo e che mi manca molto.

Immagino, manca anche a me, ed io non l’ho mai conosciuta.

Carattere eh, carattere spinoso. Pungente e spinoso. Alle volte proprio del filo spinato, però quando entravi sotto pelle, era una persona che pretendeva molto ma dava moltissimo.

Come la definirebbe come giornalista, come scrittore e, infine, come amica?

( breve silenzio. ) Incominciamo come giornalista: creativa, pungente, provocatoria, volutamente provocatoria. Come scrittrice aveva uno stile purissimo, che aveva limato e costruito dopo anni di tentativi. Me la immagino alla scrivania: lei, il Dizionario dei sinonimi e contrari, il Devoto-oli e il bianchetto per correggere. Uno stile purissimo, immediatamente identificabile come suo. Quando la leggi dici subito: “È Fallaci!” E poi direi anche multiforme perché passa da Un cappello pieno di ciliege, che è un bel romanzo, davvero un bel romanzo, a libri molto più veloci, a saggi, a reportage di guerra, anche quelli sono innovativi rispetto alla tradizione dell’inviato di guerra. Come amica, beh come tutti gli amici cari, coinvolgente. Coinvolgente, piena di premure.

La parte che mi ha sempre colpita, sempre del suo libro Morirò in piedi, è la visita alla Torre dei Mannelli insieme con Oriana Fallaci. Avrebbe voluto trascorrere lì gli ultimi giorni della sua vita, guardando la cupola della sua Firenze. Lei si rende conto che è uno delle poche persone al mondo ad averla vista piangere?

Penso di sì. Sorridendo. Sì, l’ho vista piangere e piangeva davvero. Era il ritorno alle origini, alla Resistenza.

In questo modo mi posso collegare all’ultimo libro della trilogia, chiedendole come definirebbe il rapporto di Oriana Fallaci con Firenze, da lei considerata come città “per intero”, rispetto a New York, che aveva definito “città-mia per metà”. A pagina 123 afferma: “Firenze non l’ha amata davvero”.

No, mai. Era un rapporto bastardo, perché lei l’ha sempre amata e Firenze l’ha sempre vista in cagnesco.

E infatti mi ha colpito molto il suo racconto dei funerali. Lei lo diceva: “Prima che essere italiana, sono fiorentina”, mai mi sarei immaginata un trattamento del genere.

Eravamo una quindicina forse? Forse un po’ meno. Mazzi di fiori direi una manciata.

Sono un po’ preoccupata. Quest’anno saranno vent’anni dall’attento alle Torri gemelle e io so perfettamente che si tornerà a parlare “male” di Oriana. Non male perché vengano riprese le sue parole in senso critico, ma male perché saranno trattate senza il giusto giudizio. Nel suo colloquio con Oriana Fallaci lei afferma che un punto debole delle varie dichiarazioni che aveva fatto nella sua trilogia fosse la posizione della Chiesa Cattolica, da lei considerata come unico pilastro per combattere questa invasione che avrebbe trasformato l’Europa in Eurabia e …

Ci fu un po’ di scontro anche con me su questo punto perché non appoggiavo questa sua profezia, che infatti non si è realizzata. Però lei deve tener conto, mi ricorda il suo nome, che io uso spesso quando parlo? Carola, okay, Riccardo. Carola devi tener conto di una cosa decisiva. Oriana è una donna. È la prima donna che entra in una redazione di un giornale negli anni ’50, non ce n’erano; è la prima inviata di guerra, non ce n’erano; quindi per essere accettata, deve scrivere in maniera diversa. Questo suo scrivere in maniera puntuta, provocatoria di proposito, lei me lo diceva ogni tanto, è un modo per farsi ascoltare. Di alcune esagerazioni lei ne era consapevole, perfettamente consapevole. Ma erano esagerazioni che lei reputava necessarie, proprio perché era una donna che era entrata nella redazione e poi buttata fuori, era inviata di guerra con tutti uomini, doveva fare uno sforzo superiore come darsi uno stile, anche provocatorio, per essere ascoltata.

Non capisco perché non si riesca mai a contestualizzare, come si fa per ogni altro autore: bisogna, infatti, contestualizzare per comprendere in quale momento della vita scriva determinate asserzioni e quale fosse il periodo storico, quale fosse il suo passato. Lei era stata a contatto con i terroristi, era una delle poche, forse, a sapere totalmente di cosa si stesse parlando.

Certo, certo, era stata in Libano. Aveva toccato con mano.

E in più ha anche detto delle verità, tra le tante provocazioni più o meno legittime, come il fatto che avrebbero colpito anche in Europa, che al tempo sembrava un’assurdità, e invece non era poi così assurdo.

Esatto, esatto.

La cosa che mi dispiace molto è che Oriana sapeva di non essere capita e che non sarebbe stata capita, lo aveva anche scritto. Si rinchiudeva nel suo appartamento e si prendeva cura dei suoi figli, che sarebbero appunto i suoi libri, e tra l’altro Lei, Riccardo, ne parla nel libro Morirò in piedi, quando dice che tenendo gli occhi sui fogli di Un cappello pieno di ciliege, li guardava come se fossero un neonato.

È vero! È assolutamente vero! Io ne sono la prova. Poco prima di morire, quando io andai a trovarla a casa del medico che la curava, vidi una pila di carta e le chiesi: “Oriana lì che c’è?” E ci misi una mano sopra. ( Ridiamo e inizia una perfetta imitazione scherzosa, ma neanche troppo, di Oriana ) “Riccardò, lascia stare eh, vaffanculo eh!” Allora io dico: “Ma cos’è? È l’ultimo libro allora questo, fammi vedere il titolo!” “Sì, ti faccio vedere il titolo… non ci penso nemmeno.” Ci mise sopra una mano e siccome era semicieca e aveva quindi bisogno di un contatto fisico, con una mano aveva la mia mano, e con l’altra proteggeva il manoscritto. Poi, ad un certo punto, siccome con le due mani impegnate non si trovava bene, prese un libro e ce lo mise sopra.

Doveva essere sicura di proteggerlo.

Sì, ed era quello. Era già “finito”, come sarebbe stato poi pubblicato.

Ci ha lasciato tantissimo, è stata, per me, il primo modello della donna moderna, che non dipende da nessuno, totalmente libera, tanto nella vita privata, come testimoniato dal suo primo romanzo Penelope alla guerra, quanto anche professionalmente, basta leggere una sua qualsiasi intervista, in cui non segue minimante le convenzioni del tempo. Mi chiedo e vorrei ragionare con lei, sul motivo per cui tutta questa parte del suo lavoro non sia rimasta nella memoria collettiva, perché quando si parla di lei, lo si fa ricordando solo questi ultimi anni e perché anche…

Perché è stata politicizzata. Perché certa cultura di una certa sinistra italiana ha preferito dimenticare il buono per inchiodarla alla croce della trilogia. Ne Il fuoco dentro c’è una serie di revisioni da parte di chi fu più duro nel 2001 verso di lei. Feci un lavoro di ricerca, e tra l’altro chi cambiò opinione lo fece, come avviene per molta parte della intellighenzia di certa sinistra italiana, senza fare nemmeno penitenza… Si cambia opinione e ciao.

E questo non avviene solo nell’ambito politico, ma l’ho percepito anche nell’ambito accademico. Non viene riconosciuta come scrittore, da studiare, su cui fare ricerca. Se parliamo di Pasolini, faccio questo paragone giusto perché era suo amico, va bene. Lei, no.

Guarda Carola, ho fatto uscire il mio ultimo libro per Mondadori, Solo, su Matteotti. Io sono un riformista, un vecchio socialista turatiano, il libro ha avuto delle ottime recensioni. L’unico giornale che non ha recensito perché si parla della storia Vera di quegli anni è Repubblica. Stessa storia di Oriana, stessa. Tu porti le carte, i documenti, e niente. N-I-E-N-T-E. Con carte e documenti mai citati prima. Oriana vive la stessa cosa. Lei lo diceva sempre riguardo a Tiziano Terzani. Avevano pensato di scrivere un libro assieme, lo sai questo?

No. Ma credo che quasi nessuno lo sappia.

Dovevano scrivere un-libro-insieme! ( è compiaciuto ) Avevano già preso accordi per scrivere un libro a quattro mani!

E sarebbe stato molto interessante quel libro, molto interessante.

“Hai capito Riccardo? Hai capito?” (imitazione di Oriana perfetta ) “Questo ha sempre detto una valanga di cazzate”, perché devi sapere che Oriana parlava un ottimo italiano ma nei rapporti a due parlava come una portuale livornese… Allora le chiedo: “In che casi Oriana?” “Come in che casi? Tutti! È stato in Cambogia ha detto che Pol Pot era un ganzo, ha fatto due milioni di morti, è stato in Cina e…” E aveva ragione lei… Cazzo, se aveva ragione Carola aveva ragione da vendere.

Se fosse ancora qui con noi, L’Oriana, nata il 29 giugno del 1929, cosa le regalerebbe per questo compleanno?

Guarda le regalerei il mio nuovo libro Solo, sai perché? Perché è il libro che ho scritto come probabilmente avrebbe voluto lei. Ti spiego perché, Carola. Un giorno, ci fu una discussione. Io stavo scrivendo un romanzo medievale, L’imperfetto assoluto, e sai che lei aveva “il pallino” che non si potesse usare la stessa parola per almeno quattro pagine etc? Ecco, bene. Io le dissi che il termine città, in Medioevo, si dice solo “città”,  non c’è un sinonimo. E lei mi rispose: “Ce l’hai un lavoro?” E io dico: “Sì, ce l’ho un lavoro”. E lei dice: “Beh, perfetto, meno male, almeno non scrivi”. E li finì. Lei era fatta così. Ma anche in questi colloqui, quando parlavamo così, lei mi ha insegnato moltissimo e Solo e anche in parte Il fuoco dentro hanno raccolto qualcosa delle sue indicazioni e del suo insegnamento.

Qual è l’insegnamento più importante?

Fatti capire. Se scrivi ti devono capire, chi legge deve capire.

Alla fine è l’unica cosa che conta.

Grazie Riccardo, grazie Oriana.

Pubblicato da Grandi Storielle

Siamo sei ragazze, Carola, Celia, Hannah, Livia, Morena e Sara che si sono conosciute in Erasmus a Chambéry e hanno ora deciso di mettere a disposizione la loro piccola ma grande arte per tutti.

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