Una domenica come le altre


di Carola Speranza

Lingua / Language

ItalianoEnglishPortuguês

La televisione rimaneva accesa nonostante il divano vuoto. Anita, sul balcone, urlava al telefono e gesticolava, come a dimostrare la sua innocenza, anche fisicamente, ad una persona di fronte a lei. Tra un singhiozzo e l’altro, continuava a ripetere che era arrabbiata anche lei, che le dispiaceva molto. Le doveva credere, glielo avrebbero giurato. Tra un pensiero e una giustificazione arrancata sul momento, aveva abbassato la voce. Ora diceva solo: «Sì, è vero. Sì, mi avevi avvertita mamma, scusa.» Valerio, al tavolo del soggiorno, dava le spalle al televisore, puntando il suo sguardo all’orologio appeso vicino alla libreria. Ad un orecchio arrivavano i titoli del telegiornale. All’altro orecchio, le urla della moglie, prima; il bisbigliare sommesso, dopo. Le lancette sembravano rallentate, affaticate anche loro dal tempo trascorso in settimana. Con uno sforzo quasi inimmaginabile, finalmente, la lancetta dei minuti completa il giro. Sono le due in punto, è ora. Valerio si alza, prende il giubbotto, e nell’arco di qualche secondo il cane, chiamato Mammut per la sua stazza fuori dal comune, gli gironzola tra le gambe, scodinzolando. Valerio gli attacca il collare, si volta per guardare oltre alla vetrata, vede Anita piangere e, sbuffando, apre deciso la porta e la sbatte. È arrivata la sua ora d’aria. Giù per le scale, pensa quanto abbia fatto bene a rifiutare categoricamente il pranzo dalla suocera. Arrivato al secondo piano, si chiede da quanto tempo non abbia nemmeno più il desiderio di toccare sua moglie. Al piano terra, ha realizzato la fine prossima del suo matrimonio, l’umiliante contratto di lavoro che ha appena accettato per far contenta la moglie e la suocera (di quel matrimonio che sta per finire) e del fatto che comunque, in fondo, tutto questo non gli crei gran fastidio. Arrivato al cancello del condominio, ha realizzato che no, non solo tutto questo non gli dà gran fastidio: di tutto questo non gliene frega nulla. Un cenno al vicino, un sorriso ad un altro passante con il cane, seguito dal momento di imbarazzo mentre i due animali si annusano a vicenda.  E poi si arriva al parco, puntuale, come ogni domenica, alle due e un quarto. Seduto sulla solita panchina, lanciando la solita pallina rossa. L’idea del cambiamento lo innervosisce; l’idea di sua moglie che mugugna in balcone, lo irrita; l’idea di un lavoro sgradevole, lo fortifica nella sua indifferenza più totale. Con gli occhi puntati su Mammut, Valerio rimane pensieroso, annoiato. «Lei ha proprio un bel cane, lo sa?» Il giovane ragazzo spalanca un sorriso aspettando qualche tipo di frase di ringraziamento. Valerio alza le spalle e un po’ sorridendo ribatte: «Mah è un cane normale». Il giovane inizia a giocarci. Valerio guarda divertito. Il ragazzo gli si siede poi accanto. Tira fuori il cellulare, e segue le notizie. Con il pollice e l’indice zooma sullo schermo, balbettando qualche frase tipo: «Fammi un po’ vedere come siamo messi…» per poi ammettere a voce più alta: «Questa non è una domenica come tutte le altre eh.» Valerio si volta: litigata con la moglie, passeggiata con il cane, malessere. Forse si riferisce al tempo? Eppure, è una giornata primaverile in piena linea con la stagione. Questa è esattamente una domenica come tutte le altre, per lui. Deve solo sbrigarsi a tornare a casa prima dell’inizio delle partite di calcio.  «Lei è già andato?» Valerio realizza in quel preciso momento. 

«No, non ci vado mai. Tanto non cambia mai nulla.»

«Forse è perché lei non ci va.»

«Lei, invece? Ci è andato?»

«Ah no, neanche io».

«Vede, allora siamo uguali». 

«Non credo. Quando dopo anni, riuscirò a ricevere la mia tessera elettorale e sarò riconosciuto cittadino italiano, non mancherò ad un solo appuntamento, perché avrò giurato di essere fedele a questa Repubblica».

Valerio non parla, guarda fisso e intanto perde il fischio di inizio della partita della sua squadra. Quella non è una domenica come tutte le altre. Quella è la domenica in cui un uomo che non voleva andare a votare ed un uomo che non poteva andare a votare sedevano, nel parco, in centro città, su una panchina che almeno quella domenica, in quella ricorrenza, sarebbe dovuta rimanere vuota. 

Altre grandi storielle