La grande storiella di Isaac

Nel mese di luglio l’associazione Una mano per un sorriso – for children, alias Smiley Hand, ha inaugurato la nuova scuola media: Smiling Junior Seconday School Lucky-Summer. Un nuovo importante tassello che si va ad aggiungere a tutti quelli che ormai decorano il lungo percorso, e quindi la storia stessa dell’associazione.

Nel corso di questa grande storiella, verranno nominate due persone: Paola e Marta, rispettivamente presidente e vice-presidente di “Una Mano per un Sorriso – For Children”. Sono state tra le prime a partire per Korogocho, a Nairobi in Kenya, e a credere in un progetto che, all’epoca, era solo un’idea: portare istruzione e salvaguardia dei diritti dell’infanzia ai bambini di uno slum della periferia di Nairobi, all’ombra della più grande discarica a cielo aperto dell’Africa orientale. Fu lì, tra Korogocho, Dandora e Ngomongo, che iniziarono a costruire relazioni, fiducia e primi progetti concreti, a partire dal sostegno alla Smiling School di Ngomongo, una della scuole nido, dell’infanzia ed elementari del quartiere.

Da quel primo passo il progetto è cresciuto. È nata la Smiling School di Lucky-Summer, in cui erano presenti le classe medie, e lo Smiling Center, un centro polifunzionale con laboratori di informatica, spazi per le attività con i volontari e la possibilità di poter ricevere fisioterapia gratuita per i bambini, ogni venerdì mattina, nella stanza dedicata alla Smiling Clinic. A questo punto ci si potrebbe chiedere il senso di aver deciso di ricostruire la nuova scuola media, la cui inaugurazione è stata accennata all’inizio di questa introduzione. Qui le parole della Presidente Paola Viola, rilasciate in questa puntata della newsletter “Diario Speranza”

…la nostra storia non è mai stata fatta di scelte pianificate a priori, ma della capacità di affrontare le sfide che si presentavano.
Una volta completato lo Smiling Center, la nuova sfida era rappresentata dalla riforma del sistema scolastico keniano. L’obbligo scolastico veniva esteso fino alla nona classe, non più all’ottava, e questo significava che le scuole dovevano adeguarsi a nuovi programmi, nuove competenze e nuovi standard.
Per molte scuole degli slum e degli insediamenti informali, questo cambiamento ha rappresentato un’enorme difficoltà. Quasi nessuna disponeva delle risorse necessarie per soddisfare i nuovi requisiti obbligatori: laboratori di informatica, mense adeguate, spazi per i bambini, palestre, laboratori di chimica e scienze indispensabili per preparare gli studenti al passaggio alla high school.
Anche in questo caso abbiamo deciso di accettare la sfida. Abbiamo acquistato un altro piccolo terreno accanto alla vecchia Smiling School, demolito la struttura esistente e costruito una nuova scuola. Abbiamo quindi ripensato gli spazi disponibili integrandoli con ciò che ancora mancava. È una storia che parla di crescita e di capacità di prepararsi al cambiamento, per una comunità che ha saputo evolversi fino a essere pronta ad affrontare una nuova trasformazione.

Paola viola, Presidente di una mano per un sorriso – for children

Qui abbiamo deciso di farci raccontare la grande storiella di una delle persone che rende possibile, giorno dopo giorno, il proseguimento di questo bellissimo percorso fatto da tanti tasselli, o per usare le parole dell’associazione, fatto da “tanti passi alla volta”. Isaac Onyango Otieno è oggi insegnante alla Smiling School: la sua storia comincia lontano da qui, in un villaggio della regione di Nyanza, e attraversa proprio quegli stessi slum che oggi lo vedono, ogni giorno, dall’altra parte della cattedra. Il suo metodo di insegnamento mette al centro le storie dei suoi studenti ed è questo il successo del buon rendimento delle sue classi. Vi renderete voi stessi conto dell’incredibile talento di questo brillante ragazzo che non ama tanto insegnare quanto ama aiutare.

Mi chiamo Isaac Onyango Otieno e questa è la mia grande storiella.

Otieno è il mio cognome, il nome di mio padre. Onyango, invece, è un nome culturale che mi è stato dato in base al momento della giornata in cui sono nato. È una consuetudine diffusa soprattutto nella nostra cultura Luo. Sono nato in casa a Oyugis, un piccolo villaggio nella parte occidentale del Kenya, nella regione di Nyanza, vicino al Lago Vittoria.

A farmi nascere sono state le levatrici, come accadeva spesso nei villaggi, dove in ognuno di essi vi era sempre qualcuno adatto per il ruolo. Tra tutti i miei fratelli, sono l’unico nato in casa e anche l’unico nato nel nostro villaggio; gli altri sono nati nei dintorni o direttamente a Nairobi. Per questo, posso dire di essere quello che appartiene davvero a quella terra. Mio padre, intanto, si era già trasferito a Nairobi. Voleva prima sistemarsi, trovare un lavoro stabile e costruire qualcosa, per poi portare con sé tutta la famiglia. Io lo raggiunsi quando avevo appena nove mesi. Da allora, fino agli undici anni, ho vissuto nella capitale, tornando molto raramente nel mio villaggio.

Foto scattata all’interno della discarica di Dandora, nella sezione in cui viene lavata la plastica che si vuole riciclare. Foto di Paola Viola.

A undici anni, però, i miei genitori decisero di mandarmi in campagna a vivere con la mia nonna materna. Non era il mio villaggio d’origine, ma un altro della stessa zona. Non ho mai chiesto ai miei genitori perché avessero preso quella decisione, ma oggi credo di averne capito il motivo. Soprattutto in quegli anni, si preferiva mandare i figli maschi in campagna per allontanarli dalla vita della città e far conoscere loro un’esistenza diversa. A Nairobi, infatti, le attività criminali erano molto diffuse. Noi vivevamo nella baraccopoli di Kariobangi e ogni anno potevamo assistere a diversi casi di giovani uccisi dalla polizia o vittime della giustizia popolare, spesso a causa di rapine o episodi simili. Molti ragazzi iniziavano ad avvicinarsi alla droga e alle armi già intorno ai dodici o tredici anni. Per questo, tanti genitori sceglievano di mandare i propri figli in campagna, nel tentativo di tenerli lontani da quel tipo di ambiente. Sono abbastanza convinto che fosse anche questo il motivo per cui i miei genitori decisero di mandarmi da mia nonna. E, in effetti, quella scelta mi aiutò.

Quando arrivai in campagna iniziai la classe settima. L’anno successivo, ricevetti la notizia: anche un mio ex compagno di classe era stato ucciso dalla polizia. Era successo proprio in uno di quei posti dove andavamo a giocare. Per chi rimaneva in città, i genitori avevano un compito sempre più difficile: tenere costantemente sotto controllo i figli, perché il livello di criminalità era sempre più alto. Anche in campagna c’era criminalità, naturalmente, ma oltre ad essere a un livello estremamente inferiore, era anche più facile controllare gli spostamenti dei ragazzi.

Per me, vivere in campagna si rivelò utile anche per costruire un maggiore senso di responsabilità e un carattere più solido. Molti bambini non amano la vita rurale, perché si basa sui lavori manuali come coltivare o andare a prendere l’acqua. Quando vieni mandato lì, all’inizio può sembrare quasi una prigione, ora invece la valuto come una riabilitazione. In quei due anni migliorai fisicamente e maturai nel carattere e nel senso di responsabilità. Rimasi lì fino al termine della scuola e posso dire di essere uscito da quell’esperienza come una persona migliore. Anche mia nonna ebbe una grande influenza su di me, è una persona molto religiosa e la sua presenza mi ha aiutato in tanti modi.

Quando arrivò il momento di iniziare le superiori, dovetti aspettare circa due mesi per ragioni economiche. Non c’erano i soldi per pagare la retta. Avevo comunque ottenuto risultati abbastanza buoni: all’esame KCPE avevo preso 304 punti. Non era male. Molte persone avevano fatto meglio di me, lo so, ma con quel risultato avrei potuto sicuramente entrare in una buona scuola. Ancora una volta, però, sarebbero state le difficoltà economiche a determinare la scuola che avrei frequentato ma decisi comunque di fare del mio meglio. Agli esami finali del primo anno arrivai quinto. Al successivo arrivai primo. E per tutti i quattro anni successivi rimasi al primo posto, senza discussioni.

Ad oggi mi dico: bravo Isaac e mi do una pacca sulla spalla.

Tra Nairobi e la scuola

Per i quattro anni di superiori, frequentai questa scuola piccola, del livello più basso possibile, ma con un programma per gli studenti che arrivavano da lontano: una sorta di “collegio” per cui chi non poteva tornare a casa aveva la possibilità di dormire a scuola e io, quindi, vivevo lì.

Durante le vacanze brevi, rimanevo in campagna con i miei nonni; per quelle più lunghe, invece, tornavo in città dai miei genitori che si erano trasferiti dalla baraccopoli di Kariobangi al quartiere di Lucky Summer. Era un bel miglioramento ma la vita continuava ad essere difficile: è stato l’unico posto in cui mi è capitato di essere cacciato di casa, con forza.

Foto di Lucky-Summer dall’alto. Sullo sfondo la discarica di Dandora.

Credo che mio padre non riuscisse più a pagare l’affitto e avesse accumulato molti debiti. Un giorno il proprietario venne a casa, ci diede un avvertimento e poi prese un paio di divani e delle sedie e li mise fuori. Dopo qualche settimana tornò e portò fuori tutto. Non avevo nemmeno un telefono, quindi non potevo chiamare i miei genitori per raccontare quello che stava succedendo. Tutto, proprio tutto, era fuori. Fu un’esperienza molto dolorosa. Non potevo fare altro che sedermi per strada e aspettare i miei genitori che sarebbero tornati di sera. Quando arrivarono, dovettero togliere il lucchetto dalla porta e rimettere tutto dentro. Non so esattamente come riuscirono a sistemare la situazione, ma alla fine ci riuscirono.

Nel 2015 ci trasferimmo a Ngomongo e andammo a vivere in una casa di lamiera. Eravamo in sette: cinque figli e due genitori. Avevamo davvero pochissimo spazio. La cosa positiva era che io frequentavo le superiori e la scuola, come vi dicevo, era un collegio quindi per la maggior parte del tempo non ero a casa. Anche mia sorella frequentava una scuola con dormitorio. Durante le vacanze, però, era davvero dura, soprattutto quando pioveva pensavo: «Perché sono venuto qui?».

Studente della Smiling School sorride nel tragitto verso casa. Foto Paola Viola

Trascorsi i quattro anni delle superiori in collegio, continuando a fare avanti e indietro tra la campagna e la città, terminai la scuola nel 2017 e tornai definitivamente a Nairobi. Paola e Marta erano ormai arrivate qui da molto tempo. Io non le avevo mai incontrate, forse soltanto durante le vacanze. So che erano già arrivate quando vivevamo ancora a Lucky Summer, perché un giorno la nostra sorella più piccola, Naomi, tornò a casa cantando una canzone divertente. Quando chiesi a Paola da dove l’avesse tirata fuori, mi disse: «Sì, gliel’ho insegnata io». Avevo anche visto alcuni video dei miei fratelli che cantavano con Paola nella vecchia scuola. Paola era già lì, era già in contatto con il direttore scolastico Abraham. Nel frattempo, era stata costruita la cucina della scuola. Io e due miei fratelli dormivamo proprio lì, nella cucina della scuola di Ngomongo, che era stata divisa in due: da una parte si cucinava, dall’altra era stato ricavato un piccolo dormitorio per i ragazzi. Non c’eravamo soltanto noi ma anche altri due ragazzi di Korogocho che non avevano un posto dove stare.

Credi che vivere all’interno della scuola abbia influenzato la tua passione per l’insegnamento?

Non credo. Mi piace pensare che la mia passione nell’insegnare sia quasi “una benedizione” di mia nonna. Nello stesso giorno in cui sono nato, è morta una sua amica che faceva l’insegnante. Secondo le credenze della tradizione, la reincarnazione è reale. Io non credo davvero alla maggior parte di queste cose, ma, considerato quello che è successo e le cose che mi sono state raccontate, sono quasi costretto a pensarci. Mia nonna mi chiamava «insegnante», fin da quando ero piccolo. E continua a chiamarmi così ancora oggi.

Io, però, non avrei mai immaginato che sarei davvero finito per insegnare. Odiavo l’idea dell’insegnamento. Ma dopo le superiori, mi hanno chiesto di andare ad aiutare nella scuola di Ngomongo. Al tempo era ancora piccola, e così mi sono ritrovato ad insegnare anche a mio fratello, che oggi va all’università. All’inizio non prendevo l’insegnamento troppo sul serio. Pensavo: «Do semplicemente una mano, magari guadagno qualche soldo e poi, quando sarà il momento, andrò all’università». Ma poi continuavo ad insegnare.

Insegnavo, insegnavo, insegnavo.

Isaac insegna in una classe nella scuola di Ngomongo.

E, forse proprio per quella “benedizione” di mia nonna, lentamente questa cosa è entrata dentro di me. Non me l’aspettavo, ma con il tempo ho iniziato a creare un legame con gli studenti e soprattutto a capire il loro passato, perché è lo stesso che ho vissuto io a Korogocho, a Kariobangi, a Ngomongo. La vita nello slum è dura, ma tu non te ne accorgi. Te ne rendi conto più tardi. Da adulto pensi: «Come abbiamo fatto a sopravvivere a tutte queste cose?». Avevamo pasti davvero poveri. Magari per un’intera settimana mangiavamo poco e sempre uguale. Ma allora non sembrava preoccuparmi affatto. Ho iniziato a pensarci soltanto quando sono diventato più grande.

Diventare insegnante

Così, mentre insegnavo, alcuni di quei ricordi hanno iniziato a riaffiorare e questo mi ha spinto a impegnarmi ancora di più per aiutare gli studenti, per dare loro un’istruzione migliore e opportunità migliori.

Dietro al mio lavoro ci sono notti insonni, sacrifici e risorse personali. Non lo dico per motivare gli altri, anche se potrebbe farlo, ma più ne parlo, più questo mi motiva a continuare a lavorare. Ho cominciato a insegnare senza niente. Non sono un insegnante formato ma mi sento di essere un insegnante per natura. Sono riuscito a ottenere risultati eccezionali, a costruire caratteri eccezionali, anche migliori di quelli di persone formate per fare esattamente questo lavoro. È davvero difficile. Molte persone cercano di dirmi: «È abbastanza. Prenditi una vacanza. Vai a riposarti». Ma credo che la passione diventi sempre più forte.

Isaac che insegna durante una lezione di informatica

Ho incontrato molti studenti che vivono a Korogocho e a Ngomongo e che affrontano diverse sfide: problemi di salute, problemi mentali e tante altre difficoltà. Quando parliamo e condividiamo le nostre esperienze, magari riusciamo a risolvere sia i problemi della classe, sia quelli che esistono fuori dalla classe. Questo mi fa sentire il bisogno di continuare ad aiutarli, di continuare a spingerli avanti e dare loro tutte le risorse che ho. Perché conosco esattamente il tipo di vita che stanno vivendo. È quasi la stessa vita che vivevo io un tempo. Ed è questo che mi fa andare avanti. Se vedo che esiste un’opportunità o un obiettivo che possono raggiungere attraverso l’istruzione, il talento o qualsiasi altro mezzo etico, voglio davvero vedere quel sogno diventare realtà.

Per questo continuo a incoraggiarli, motivarli e insegnare. In realtà, nelle mie lezioni insegno per circa il 10% del tempo. Per il 90% parlo con loro. Non succede necessariamente durante la lezione, ma soprattutto la sera, quando siamo tranquilli e possiamo parlare. Parliamo molto. Non costringendoli a imparare, ma aprendo loro una porta e anche gli occhi, sono loro stessi a vedere le opportunità e, a quel punto, diventa tutto più facile.

Alcune cose non sono cambiate: odio insegnare; mi piace soltanto aiutare e quindi se aiutare significa insegnare, allora così sia.

L’università e il ritorno alla scuola

Nel 2018 ho iniziato l’università, sempre in una zona rurale. Ho frequentato la Maseno University, l’unica università sull’Equatore, dove per quattro anni ho studiato per la mia laurea in Basic Science e General Science, concentrandomi su fisica, matematica e chimica. Ovviamente, quando tornavo a Nairobi, continuavo a insegnare, come già facevo alle superiori.

Ho poi frequentato una seconda volta l’università, per due anni, per studiare Project Management. Questo percorso mi ha dato moltissimo, perché mi ha aiutato a capire come le poche risorse che abbiamo possano essere utilizzate per creare opportunità più grandi, per costruire la nostra visione e per un futuro più luminoso. Mi ha aiutato anche a capire meglio il mio ruolo nello Smiling Center e mi renderà un manager migliore in futuro. Intanto dal 2021 ero stato ufficialmente reintegrato nella Smiling School come insegnante.

Una scuola che apre porte

Sono convinto che la nascita della Smiling Junior Secondary School a Lucky Summer aprirà davvero molte porte.

Quando incontro uno degli studenti che ha frequentato la vecchia Smiling School e ha dato i primi esami nazionali qui, mi continua a dire quanto siano fortunati gli studenti di oggi per le risorse e le strutture che hanno. Ed è vero. All’epoca, la scuola di Ngomongo non aveva nemmeno l’elettricità. Studiare era molto difficile. Lo stesso vale per il tipo di vita che vivevo io: non era affatto facile avere accesso alle risorse che l’associazione mette oggi a disposizione. E non parlo soltanto delle risorse materiali. Parlo anche del tipo di conoscenze a cui gli studenti vengono esposti.

Anche oggi, nella situazione attuale, ci sono scuole negli slum che non hanno le stesse risorse e forse nemmeno lo stesso curriculum che abbiamo qui per dare possibilità di crescita a questi bambini. Alcuni studenti non hanno mai messo mano su un computer. Qui, invece, abbiamo bambini che fanno blog quasi ogni venerdì. Scrivono, fanno fotografia, disegnano, immaginano. Alcuni sanno usare le macchine fotografiche meglio di me. Se avessi avuto un’opportunità del genere, credo che avrei potuto fare molto meglio anche nei miei esami nazionali. La mancanza o l’insufficienza di risorse limita soprattutto le capacità degli studenti. Per quanto tu possa essere bravo, se non hai risorse, sarà davvero difficile riuscire a esprimere tutto il tuo potenziale.

Una delle classi della nuova scuola

Per questo sono davvero felice che gli studenti che abbiamo oggi stiano ricevendo questa opportunità. E prego che la utilizzino davvero, davvero bene.

Oggi insegno matematica, scienze, Kiswahili, studi sociali, pre-technical, agricoltura, religione, arte e artigianato e inglese. E continuo a imparare dai miei studenti. Uno dei più grandi insegnamenti che mi hanno dato è la pazienza. Bisogna essere davvero pazienti perché alcune cose richiedono tempo: vedere lo sviluppo di uno studente, il passaggio da capacità semplici a capacità più complesse. La pazienza è una parte molto importante della strategia e con il tempo, tutto trova il proprio posto. Stare in una classe e cercare di nutrire la mente e il modo di pensare in una persona, richiede che tu ti sieda e proceda lentamente.

Isaac incontra i genitori degli studenti nel nuovo ufficio della scuola

Credo che un’altra parola importante sia passione. Ma anche la resilienza, che imparo dai ragazzi.

Questa è la mia grande storiella: un passo alla volta, un sorriso alla volta.

Pubblicato da Grandi Storielle

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