La grande storiella di Esa

Questa non è una semplice grande storiella. Ha una caratteristica tutta sua. È bifronte. È una storia con due facce, con due vite. Ci sono quindi due nomi e due date di nascita. Exaucè Roga Muana, 3 agosto 1998; Esa Abrate, 14 febbraio 2007. Il giorno di San Valentino. Il giorno dell’amore, ma quello scelto. Exaucè ha vissuto fino a sei anni e mezzo in Francia. Terzo di tre figli, da parte di mamma, che perde quando ha solo qualche mese di vita, ma suo unico figlio illegittimo: Â«Non era una cosa che doveva succedere, mettiamola così». Va prima a vivere da zii, poi da amici di famiglia. Â«Il compagno di mia mamma, invece, che teneva anche i fratelli, non mi voleva con loro. Forse per orgoglio, forse per cultura. Sono stato fino ai 6 anni a Parigi, poi ogni tanto in Belgio a salutare i miei fratelli. E inoltre ero un po’ maltrattato. A 6 anni mio padre mi riconosce e vengo in Italia. E anche lui, inizialmente, non riusciva a prendersi cura di me come voleva. Ero sempre a casa da solo e mi picchiava. Un po’ di casini: per esempio, non potevo mai uscire se non per andare a scuola. Non esisteva andare al parchetto con i genitori e andare con i bambini a giocare. Poi a 7 anni vado in Istituto a Cuneo. Nel frattempo gli orfanotrofi chiudono per legge, e allora vado in una casa famiglia per qualche mese, e ad  8 anni e mezzo vengo adottato ancora da un’altra famiglia. Sono nato due volte. Quando la mia famiglia Abrate mi ha scelto, sono diventato Esa.»

Com’è stato il periodo nell’orfanotrofio?

Quell’anno in istituto è stato tosto. Eri insieme ad altri bambini che erano appena arrivati e dopo un mese venivano già adottati, o tornavano addirittura dalle loro famiglie biologiche, e questo ti creava disagio.

Ti sentivi quello non scelto.

In “Nato due volte” dico proprio la frase: “Il giorno prima piangi e pensi non ti voglia nessuno” perché io mi sentivo così. Io ero già grande, era difficile trovare un’adozione. Per fortuna ci sono delle famiglie che hanno un gran coraggio, come i miei genitori. Tra me e loro ci sono 40 anni di differenza.

Ma c’è ancora molto della prima vita in te? Cosa c’è di Exaucè in Esa?

Sento di avere una doppia identità. La prima la sto riscoprendo: tutta la mia “africanità” la sto conoscendo solo adesso. Ed è una cosa importante culturalmente, soprattutto per un africano. C’è un momento in cui noi diciamo che Mamma Africa chiama sempre. C’è un momento in cui uno deve capire da dove arriva. Ho in progetto di andare in Congo, sia per una questione personale che artistica. Ogni tanto, quando artisticamente mi sento più bloccato, è perché sento che sto scrivendo con il 50% di me stesso.

Quando scopri la musica e la tua passione per la musica?

Questa è una cosa che credo di dire per la prima volta. Io pensavo che la musica fosse arrivata a caso nella mia vita. Mi ricordo che dicevo a mia mamma: “Mamma io ho la musica in testa”. Questa è sempre stata la mia versione fino ad oggi. Ho poi scoperto, conoscendo la mia famiglia biologica, e arrivando quindi a conoscere la mia parte africana, che in realtà mia mamma cantava sempre, cantava tanto e bene. Era la solista del coro della chiesa quando era ancora in Africa. Mio padre biologico, qualche mese fa, mi ha detto: “Tu non lo sai, ma tuo zio canta e suona la chitarra!” Io non lo sapevo:  le radici alla fine tornano sempre, nel nostro caso sono tornate grazie all’arte e di questo sono contento.

Qual è stato il primo singolo?

Il primo singolo che ho fatto uscire si chiama Eleven ed è anche stato il primo lavoro con il mio produttore Etta Matters ed è un altro Esa: cantavo in inglese e rappavo in francese. E parlava della mia storia.

Esa e Etta Matters, per leggere la grande storiella di Etta clicca qui: La grande storiella di Etta Matters

Gli ultimi singoli, invece, come DimmiCi sto male, si allontanano dal passato per parlare di nuovi sentimenti, nuove passioni e amori.

Io penso che nella vita nulla vada dimenticato. Se avessi il potere di tornare indietro e di scegliere delle cose, io rifarei tutto nello stesso modo. Tutto quel percorso mi ha permesso di essere la persona che sono oggi. Non parlo così tanto del mio passato, della mia storia, perché non credo ci sia bisogno di farlo. Nel momento in cui hai un trascorso sentito, vero, nella musica si sente.

“Mi hai insegnato il piacere di riuscire ad amare anche me”Dimmi, Esa Abrate

La frase è di libera interpretazione: può riguardare una relazione, per esempio, ma io, quando la canto, penso a mia mamma. È stata mia madre adottiva ad insegnarmi quanto sia bello potersi amare. 

“Continuiamo a farci male anche senza stringere” può avere molti riferimenti alla tua storia.

Esatto e secondo me, questa è una cosa importante. Ognuno può interpretare come vuole.

Cosa hai pensato quando sei entrato ad Amici?

Avevo ragione io.

Qual Ã¨ stata l’esibizione più bella?

Per la gente e per i miei seguaci, Impossible, della seconda puntata. Per me, Papaoutai: è un pezzo che ha un grande significato per me. Ho vissuto la stessa storia di Stromae, in un altro modo, ma l’ho vissuta. È un pezzo incredibile, in francese, che è la mia lingua madre, tanto è che lo porto ad ogni concerto che faccio.

Con Amici di colpo hai una visibilità pazzesca. Nel caso specifico di questa edizione eravate perennemente sotto i riflettori, anche nella casetta. È stata una delle caratteristiche che ha fatto funzionare bene il format, e inoltre c’era la gara inediti. Ma poi è sempre complicato, quando tutto finisce, riuscire a ricostruire una vita nella “normalità”. Come hai vissuto il post?

Il post, inizialmente, è stato traumatico. Ero chiuso dentro la casetta da 4 mesi e mezzo quasi cinque, senza vedere nessuno. Quando sono uscito, ho subito percepito che qualcosa stava cambiando: per esempio, la gente mi fermava per strada. Quello non è stato traumatico perché fa piacere, è bello e fa parte del tuo lavoro, di quello che hai scelto di essere. La normalità, là, era sentire le telecamere che ti ronzavano intorno; andare a dormire e vedere la lucina dietro al vetro; non sapere se fossi ancora lì il giorno dopo; non sapere oltre alle lezioni cosa sarebbe successo.. Quella era diventata una normalità. Una volta uscito, c’erano momenti in cui la gente mi parlava ed io ero proprio in un altro pianeta.

Che cos’è stato Amici?

Una grande scuola e un grandissimo programma, per la parte che viviamo noi. Quando sono entrato lì dentro ho preso molto seriamente la scuola: dovevo studiare. Ho imparato tantissimo, avevo la possibilità di lavorare con i migliori vocal coach e con le migliori attrezzature. Sono entrato in un modo e ne sono uscito in un altro, come artista e cantante.

Qual è la novità di questo singolo? Cosa ti ha portato a scriverlo e quale vuoi che sia il messaggio che rimanga a chi lo ascolta?

Come mai Ã¨ una canzone matura. Qui cerco di esprimermi con un nuovo modo di scrivere. Si rifà a Dimmi, è una sua evoluzione. Infatti, hanno molte cose in comune: la scelta degli strumenti, la scelta di come la canto. Soprattutto nel primo ritornello, ci sono delle cose che richiamano quello che avevo fatto in Dimmi, ma in una chiave più matura anche nella scrittura. In questo caso ho voluto proprio parlare di quella che secondo me è la vera concezione dell’amore. Gli scontri, le discussioni, per poi fare pace e decidere di restare. Questa è la parte importante, e bisogna parlarne. L’abbraccio dopo aver risolto è ancora più vero, l’amore diventa ancora più forte. Quell’abbraccio, quel momento lì, è il momento più bello dell’amore. Ho voluto parlare di questo.

È bello perché è reale. Nella società dell’estetica per eccellenza, è bello parlare dei momenti brutti, perché siamo umani, abbiamo pensieri diversi, siamo adulti, e la parte meno esteticamente interessante rimane invece quella vitale del rapporto.

Mi sento molto tranquillo nel fare uno spoiler. In Come mai c’è un momento del pre-ritornello in cui io dico: “Farti male, io lo so fare bene.” Noi sappiamo come ferire l’altra persona. C’è anche quest’ aspetto del rapporto d’amore, perché non parlarne? In questi giorni ci pensavo e mi sono reso conto che questo viene accennato anche in “Mi fai impazzire” di Sfera e Blanco.

Venerdì 14 gennaio un altro desiderio sarà exaustè, o meglio exaucé, che significa “esaudito”, da qui il suo nuovo nome e la sua nuova vita, quella di Esa e del suo nuovo pezzo: “Come mai”.

La grande storiella di Destinazione Cop

Destinazione Cop è un piccolo collettivo di quattro giovani con background diversi, ma con un grande denominatore comune: l’attivismo. A partire da un anno prima della Cop, Lorenzo Tecleme, voce di questa intervista, Sofia Pasotto, Luigi Ferrieri Caputi e Giovanni Mori, vedendo quanto il “clima” in generale, e i negoziati internazionali per il clima fossero tendenzialmente poco coperti dai media italiani, hanno pensato “Sai cosa c’è? Lo facciamo noi.” Questo gruppo di ragazzi è riuscito, io mi sto ancora chiedendo come, ad entrare, per il giornale Domani, all’interno della Cop, partecipando a quella che verrà sicuramente ricordata come una delle Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tra le più importanti nella storia. Questa è la grande storiella di Destinazione Cop.

«Abbiamo incominciato a collaborare con un quotidiano, Domani. Da allora abbiamo raccontato per dieci mesi tutte le notizie e le anticipazioni sulla Cop: dalla preCop di Milano fino a Glasgow per Cop26. Siamo andati e tornati in treno, per motivi climatici e per mandare un messaggio importante.» E sapete con chi erano in treno? Proprio con Giorgio Brizio, ritrovate la sua grande storiella qui: https://grandistorielle.com/2021/11/08/la-grande-storiella-di-giorgio-brizio/

«Ci siamo autofinanziati e arrivati là abbiamo cercato di fare comunicazione in tutti i modi possibili e inimmaginabili: dal podcast alle storie su Instagram, cercando di raccontare nel nostro meglio come sia andata e come non sia andata questa Cop26.» https://www.editorialedomani.it/podcast/buongiorno-glasgow-podcast-cop26-destinazione-cop-clima-yti0c2ud

Avete iniziato ad informare mesi prima della Cop. Come avevate capito che questa Conferenza avesse una speciale importanza? Forse perché quella dell’anno scorso era saltata a causa del Covid? O per la pubblicazione dell’IPCC di quest’estate? (Ipcc, gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, ha pubblicato quest’anno un report allarmante sull’emergenza climatica.)

Prima ancora. C’era una serie di coincidenze per cui Cop26, a prescindere dal fatto che capitava in un momento storico, si fosse già guadagnata una riga nei libri di Storia. Innanzitutto, sarebbe dovuta avvenire a 5 anni dagli Accordi di Parigi, in realtà sono sei a causa della pandemia: era quindi il primo check up degli accordi quinquennali, che andavano aggiornati. È un momento cruciale, dove ci si chiede: “Abbiamo rispettato i vecchi accordi? Quali sono quelli nuovi? Già questa era LA notizia. E poi c’è l’emergenza climatica. Questo è il decennio del clima. In questo decennio noi capiamo se stiamo sotto 1.5, o se andiamo oltre. Questa Cop è più politica che tecnica. A prescindere dall’esito era importantissima.

Partirei dal risultato per andare a ritroso. Avevo scritto un articolo, https://generazionemagazine.it/cop26-accordo-compromesso/ ,  in cui dicevo che forse più di “accordo” fosse giusto parlato di “compromesso”. Possiamo dire che ci sono stati dei passi avanti su molte cose, su altre si è stati molto più timidi e il fatto che solo adesso si sia arrivati a concludere quella che fosse l’agenda dei trattati di Parigi fa capire quanto siamo comunque indietro. Quindi, domanda delle domande, sei abbastanza soddisfatto oppure no? Qual è il punto più importante raggiunto e qual è invece la grande sconfitta?

Soddisfatto no. Siamo tornati tutti molto tristi, l’ultimo giorno, dopo aver seguito certo non con piacere quella seduta finale drammatica, con il pianto di Sharma e l’imboscata finale dell’India.

Britain’s President for COP26 Alok Sharma (L) reacts as he makes his concluding remarks during the COP26 UN Climate Change Conference in Glasgow. Picture: Paul Ellis / AF. – Sharma con la sua ormai celebre frase “I am deeply sorry” nel messaggio conclusivo di Cop 26,si rammarica per la modifica proposta dall’India e accettata all’ultimo sull’uscita del carbone.

Andiamo con ordine.

Le aspettative.

Partiamo da uno slogan delle piazze: Mind the gap, che fa il verso a quello che viene detto nella metropolitana in Inghilterra. Ricorda la distanza intesa fra il binario e il vagone; qui, invece, ricorda lo iato tra le ambizioni dei temi sul tavolo e ciò che chiede l’ultimo rapporto Ipcc. Anche se si fossero raggiunti i migliori risultati possibili alla Cop26, comunque era troppo poco. Lo dico per dare le proporzioni. Quindi anche una Cop andata benissimo, non sarebbe stata abbastanza. Quali erano le aspettative? Per quanto affermato durante la Precop, e dalle stesse parole di Sharma, erano 3 gli obiettivi.

1 CARBONE

Primo obiettivo era l’accordo per uscire dal carbone. Nessuno sperava una cosa troppo vincolante, ma quantomeno che si volesse uscire e che si indicasse una data, preferibilmente entro il 2050.

2 100MLD

Dodici anni fa erano stati promessi 100mld da parte dei paesi ricchi per finanziare la transizione nei paesi in via di sviluppo. Sarebbero dovuti arrivare l’anno scorso e non sono mai arrivati. Fino a qualche mese lo si diceva abbastanza a voce alta, lo dicevano i leader, lo diceva Kerry, che questo era l’anno dei 100 mld.

3 CHIUSURA DEGLI ACCORDI DI PARIGI

L’ articolo 6. Trasparenza: come riportare in tabelle uguali e in maniera univoca il conteggio delle emissioni e il mercato del carbonio, su cui si sta litigando dal 2015.

Abbiamo raggiunto solo il numero 3. Questo era l’obiettivo su cui c’era più ottimismo fin dall’inizio. Tutti volevano chiuderlo, il punto era solo trovare il come.

E per gli altri? Cosa si è raggiunto per il punto 1, il carbone,  e il punto 2, i 100 miliardi?

1) C’è stato un primo accordo collaterale per cui molti paesi escono entro il 2040 ma è debole: non c’è la Cina, non c’è l’India… e la formula finale è debolissima.

La formula della prima bozza diceva: uscire dal carbone. Senza date. Si è poi arrivati alla formula phase down invece che phase out: molto debole.

L’ultima modifica voluta dall’India, all’ultimo momento, (ecco spiegate le parole che avete visto prima sotto l’immagine di Sharma), ha previsto l’uso di phase DOWN, RIDURRE, al posto di phase OUT, che significa ELIMINARE il carbone.

2) I 100 mld non sono stati raggiunti. Dicono forse l’anno prossimo.

Il passo in avanti più importante?

Accelerazione dei tempi delle trattative. C’è un target mai visto entro il 2030, che è interessante: -45% delle emissioni a livello globale in nove anni. Ma non solo, l’anno prossimo a Cop27, ci vediamo con gli NDC, piano quinquennale per la riduzione delle emissioni, aggiornati. Ogni paese devo riaggiornare il suo NDC con il suo obiettivo, in rapporto al 2030. Già l’anno prossimo si deve decidere qualcosa. 

Com’era la giornata tipo di un corrispondente all’interno della Cop?

La Cop è una grande città: ci sono eventi più importanti ed eventi collaterali. Serve tempo per farsi un’idea di quello che sta succedendo. La parte più difficile è capire quello che sta avvenendo, per poterlo raccontare. Hanno emesso 40.000 pass: eravamo decine di migliaia di persone, spalmati in diversi ambienti, in diversi incontri. E poi ci sono gli imprevisti: la conferenza drammatica di Johnson; la conferenza congiunta America – Cina. E quindi ogni momento è una scommessa. Devi scommettere su quale sia l’evento che vale la pena seguire. Devi scommettere su quando ti conviene stare al tuo desk a lavorare e quando andare a seguire. È importante fare squadra.

I membri del collettivo Destinazione Cop

Parliamo dei tuoi orari, sono curiosa.

L’ultimo giorno abbiamo dormito là. Arrivavamo mattina presto a seconda di quando si pubblicava il podcast e quanto ritardava l’autobus, e ce ne andavamo quando era finito tutto.  

“Buongiorno Glasgow” il vostro podcast giornaliero, lo registravate di notte?

Idealmente volevamo registralo alle 18, montarlo alle 19. In realtà ci siamo riusciti due volte. Il più delle volte era registrato e montato di notte e qualche volta addirittura la mattina all’alba.

Il momento più emozionante da seguire da dentro?

Parto con uno da fuori: la marcia. Noi ci siamo concentrati molto sui negoziati perché era quello per cui siamo nati: raccontare i meccanismi dall’interno che avrebbero portato agli accordi finali. Abbiamo comunque scelto di raccontare molto bene le manifestazioni. La seconda marcia è stata impressionante, per la varietà di persone e la quantità, dato il periodo di pandemia. Non se l’aspettava nessuno, neanche gli organizzatori. Quello è stato emozionante.

Dentro, il penultimo giorno, la discussione non verteva intorno al carbone. È stata una sorpresa che all’ultimo ci si scontrasse su quello. L’ultimo giorno si litigava sul loss and damage: il meccanismo di risarcimento per cui i paesi ricchi e più responsabili delle emissioni pagano i danni ai paesi più poveri che subiscono di più i danni causati dal cambiamento climatico. A capitanare era il G77 e dall’altra c’erano USA ed Europa. Un momento veramente emozionante è stato quando il presidente del G77 ha fatto la conferenza stampa in mezzo al corridoio, urlando ai giornalisti presenti che Stati Uniti e Ue stavano facendo fallire Cop 26. È una frase fortissima da dire l’ultimo giorno ufficiale in un contesto così misurato. Abbiamo visto delegati africani uscire in lacrime dalle sale dei negoziati. Il giorno molto emotivo si è risolto con un nulla di fatto.

«Ci aspettavamo buone notizie sul Loss and Damage ne sono arrivate di cattive sul carbone.»

Ha avuto abbastanza risonanza questa manifestazione esterna, quella del 6 novembre, enorme rispetto all’aspettative, anche all’interno della Cop?

Fino ad un certo punto. Era ancora un momento di ottimismo nei negoziati, era la fine della prima settimana. Era appena arrivata una serie di annunci che faceva ben sperare: patto sul carbone, sulla deforestazione e altri…I delegati erano di buonumore e, anzi, a qualcuno dava anche un po’ fastidio, non la protesta in sé, ma il tono molto critico della protesta. Fuori c’era incredibile sfiducia nella Cop.

Greta Thunberg con il celebre blah blah blah aveva già ridicolizzato la Cop prima che avesse luogo, portando una maggiore attenzione sulla conferenza grazie al messaggio che aveva lanciato da Milano. Il sottotesto era dettato da una sfiducia iniziale, e anche noi lettori ( ed elettori ) eravamo più critici sotto alcuni aspetti.

C’è molta strategia in questo. Tu alzi le aspettative. C’era moltissima disillusione fuori. Si diceva: “Noi non ci aspettiamo niente da questa Cop. Poi se esce qualcosa di buono bene”. Questo ha però comportato che non ci sia stata “la botta emotiva” finale, perché dal momento in cui non c’erano aspettative non c’è stato, di conseguenza, neanche quel momento di delusione.

L’Italia ha fatto una bella o una brutta figura alla Cop 26?

L’Italia ha fatto una cosa che sa fare molto bene: non si è fatta notare. Ha avuto il suo momento di gloria nella giornata meno importante fra tutte: quando Cingolani ha annunciato lo youth4climateforever, nel giorno del corteo, vale a dire il giorno in cui i giornalisti non c’erano. Non abbiamo brillato nel mettere fondi, ci sono stati degli aumenti ma è ancora tutto sulla carta. Ma siamo stati tirati per la giacchetta in diversi accordi.

Va detta una cosa a nostra discolpa se vuoi: l’Europa non si è fatta notare. Non si è fatta notare come Unione Europea ma anche come singoli stati.

Il ricordo che ti porterai sempre dietro di questa Cop?

Una serie di incontri che ho fatto. Tra le persone che ho conosciuto, c’era una ragazza cilena sui 19 anni, attivista. Era là come delegata, o meglio come osservatore. Interessante rivedersi con una della tua età, chiacchierando vengono fuori racconti incredibili, come quando mi ha detto: «A casa nostra non arriva l’acqua.» Ed io: «Come non arriva l’acqua?» «Non arriva perché c’è l’Enel, che è la più grande azienda energetica in Cile, che ha fatto la diga.»

Quello che manca è quello che vuoi raccontare tu della vita – ndr. ( io lo definisco giornalismo sociale) – : finisci a passare così tanto tempo a parlare di geopolitica, dei grandi, di strategie e compromessi, che poi hai poco tempo per raccontare la materialità, l’umanità. Aver qualcuno che ti racconta questo aneddoto ti riporta alla realtà ed è il più bel ricordo.

Grandi storielle di giovani in politica

La grande storiella di Giovanni Crisanti

 Ha molto senso iniziare a parlare di politica partendo da una città e da un suo cittadino. Centro e insieme oggetto della politica è la Ï€ÏŒÎ»Î¹Ï‚, la vita nella città e della città: la vita del cittadino. E oggi parliamo con un cittadino che si è fatto carico di questa piccola parolina greca, quando ha deciso di tesserarsi per la prima volta nel suo partito, nel 2017; quando ha scritto il suo primo libro, Battiti; quando si è candidato all’Assemblea Capitolina nelle elezioni amministrative di Roma. Parliamo oggi della Grande Storiella di Giovanni Crisanti.

Si parte dal suo primo libro, Battiti, l’armonia del cambiamento, un libro che raccoglie delle domande che Giovanni si è posto sulla (debole) relazione tra i giovani e la politica. Il messaggio che vuole lanciare riprende in un qualche modo l’incipit di quest’intervista: tutti noi, ogni giorno, in quanto cittadini, facciamo politica.

L’idea di fondo è che tutti facciamo politica nel nostro quotidiano. Ma poi c’è chi vuole fare della politica, la propria missione di vita. Quando c’è stato questo passaggio dalla politica indiretta e quotidiana alla politica come unico obiettivo, per te?

Direi che sia avvenuto in una lunga transizione iniziata al quinto liceo, con la rappresentanza d’Istituto, e il primo anno di università. Mi ero già avvicinato alla politica: in occasione del referendum costituzionale, mi è stato chiesto di seguire una parte social del mio partito, il PD, per i giovani. Ho viaggiato in giro per le città, con l’allora segretario Renzi. Ho iniziato a far politica anche perché c’era lui come Segretario e poi Presidente del Consiglio. Dinamico, con una visione molto chiara e riformista, progressista.

E ora?

È stata sicuramente una figura cruciale, determinante ed importante per me ma anche per il Paese: il suo governo ha fatto dei passi avanti, dal mio punto di vista, su diritti civili, posti di lavoro, sulla scuola, sulla cultura. Adesso ha preso una strada che non condivido.

Hai deciso di candidarti con il PD, che ha vinto al ballottaggio. Come hai raccontato anche tu, hai raggiunto più di 1200 preferenze. Purtroppo, non è bastato. Nel frattempo, l’idea è quella di studiare e mettere in pausa la politica?

Ho sempre studiato e fatto politica. Penso che lo studio sia fondamentale per comprendere la realtà e fare delle previsioni. Se non si legge quello che succede non lo si può, di conseguenza, neanche governare. Non ho paura a dire che anche i politici debbano investirci tempo e coraggio nel portare avanti più cose insieme, soprattutto quando si è giovani.

Una chiave per comprendere questa realtà prevede la teoria ma anche la pratica, lo slancio propositivo: decidere di capirla ma al tempo stesso migliorarla, cambiarla. Immagino che questa sia la base da cui è nata l’asSociata. Ce ne vuoi parlare?

L’asSociata nasce nell’ottobre del 2018, con il suo primo evento, ovviamente organizzato con mesi di anticipo. È stato un duro lavoro all’inizio: trovare una sala, trovare uno sponsor, chiamare ogni singola associazione romana. È stato un lavoro gigantesco che ho fatto con amici di università. L’asSociata nasce dal fatto che noi, come generazione nuova, non sentiamo spesso un richiamo e una rappresentanza nei partiti. Allo stesso tempo, non vogliamo creare un partito alternativo ma uno spazio in cui dialogare e cercare di costruire delle proposte, anche dialogando con chi la pensa in maniera diversa da noi. In questo modo, creiamo una leadership di pensiero e di azione che poi ognuno rappresenterà nel proprio ambito politico ideale. L’obiettivo è quello di mettere a rete i ragazzi, con le associazioni e con le istituzioni.

Il dialogo sarà con tutti i partiti?

È nato come un dialogo aperto, nel frattempo siamo cresciuti, io allora avevo 19 anni, ora ne ho quasi 23. Abbiamo deciso di dichiarare che siamo un gruppo riformista e progressista, schierato quindi non con partiti, ma in un campo che va dal centro e guarda a sinistra. Si dialoga anche con gli altri, ai nostri eventi sono venuti tutti, tranne gli estremisti, né da una e né dall’altra parte.

Città e cittadino: l’essenza della politica come abbiamo visto fino adesso. Avete già fatto delle proposte per la vostra città, Roma?

Abbiamo già portato diverse proposte. Un piccolo esempio? L’illuminazione di un campo da basket qui in zona Flaminio, frequentato da molti giovani. Crediamo che lo sport sia occasione di socialità e di salute fisica e mentale. E ora stiamo chiedendo di rinnovarlo, credo ci riusciremo. 

Abbiamo una nostra visione della città. Per esempio, della sua mobilità, che condivideremo con il sindaco; una visione sulle case popolari e l’edilizia residenziale pubblica che noi abbiamo chiamato circolare: cercare di proporre un modello virtuoso e sostenibile a partire dall’edilizia pubblica residenziale con pannelli solari, aree verdi, collegamenti diretti con la città. C’è un progetto sotto questo aspetto e credo che con l’assessore attuale riusciremo a dialogare benissimo. E riscriveremo nuovi obiettivi futuri.

Qual era, tra le tue varie proposte in campagna elettorale, quella più importante per te?

Il punto principale era lo sport. Le aree sportive all’aperto e poi al chiuso quando necessario. Dopo l’esperienza Covid, ci siamo resi conto essere necessarie per creare socialità e quindi anche sicurezza di rimbalzo, e una salute sia fisica ma non solo per i giovani, anche per gli anziani, sia mentale. Abbiamo proposto una serie di riqualificazioni di aree sportive che già ci sono e la costruzione di nuove.

Ho proposto la creazione di due spazi di incontro sociale: uno per giovani che vogliono avviare attività di impresa, start-up, che possano dialogare anche con le università, con i creditori e gli investitori; il secondo, con giovani artisti che vogliono fare musica, teatro, dipingere ed esibire le opere, un luogo dove poter fare spettacoli e creare una rete che faccia sistema. Questi non sono progetti che muoiono con il mio fallimento con la candidatura, ma con cui lavoreremo con l’associazione e seguirò anche in prima persona nel partito.

Certo, anche perché la fiducia che hai raccolto era dovuta a queste proposte che sono piaciute. Durante la tua campagna hai avuto modo di osservare questa scollatura ormai evidente tra la popolazione e la politica? Hai fatto molta campagna per strada, che è una cosa che non va quasi più di moda. Com’erano le reazioni?

La campagna per strada non va di moda perché non porta voti. Li porta se devi fare una campagna nazionale, d’opinione, ma se devi prendere il voto di preferenza, è difficile. Mi ha permesso di rendermi conto di quello che succede in città e in territori diversi, mentre chi sta solo sui social, e io ci stavo tanto, non se ne rende conto. C’è una scollatura evidente: io avevo capito benissimo che l’affluenza sarebbe stata così bassa, addirittura sotto il 50%: uno su due che beccavo mi diceva che non avrebbe votato.

Da cosa è portata?

A Roma abbiamo avuto Alemanno, poi la parentesi di Marino, che non ha ingranato per questioni note, e, infine, Raggi: tre amministrazioni che non vengono ricordate come virtuose. La città sta messa male. E i cittadini si sono stancati di votare senza trovare nulla in cambio.

Il problema più grave che speri che Gualtieri riesca ad affrontare, non dico risolvere, ma almeno ridurre?

I due problemi fondamentali rimangono i rifiuti e i trasporti. Una città sporca e indecorosa, una città dove i trasporti non funzionano, comporta un peggioramento della vivibilità: i tuoi se ne vanno e da fuori non arriva nessuno.

Puoi spiegare il vero grande problema dei rifiuti?

Roma non ha gli impianti per smaltire i rifiuti. Nessun sindaco si è mai preso la responsabilità di costruirne perché sono impopolari. Ogni tot tempo dobbiamo rinnovare degli accordi per pagare per vendere i nostri rifiuti, per appaltarli, a regioni o città o stati stranieri. Questo comporta che vi siano dei periodi, in cui non sappiamo dove farli sostare. E abbiamo un problema simile con Atac: i mezzi non funzionano perché sono vecchi, non ci sono le infrastrutture. Di conseguenza, in un contesto così scomodo, i lavoratori sono meno incentivati a lavorare in un certo modo, così come i colleghi in Ama: faccio il netturbino, raccolgo i rifiuti e poi non so dove metterli… Richiediamo di fare la differenziata e poi non so dove mettere la carta. Perché lo dovrei fare bene?

I giovani che sono entrati nel consiglio comunale riusciranno a cambiare qualcosa?

Credo che abbiano la voglia e la capacità di mettercela tutta per portare un incentivo. È importante che continuino ad ascoltare le voci esterne: Roma la risolvi anche copiando quello che fanno fuori.  Per farlo bisogna ascoltare e studiare.

Domanda classica per ogni giovane italiano. Perché decidi di rimanere in Italia? Di rimanere a Roma?

Principalmente perché mi piace. Non sono uno di quelli che dice che si debba rimanere in Italia per forza, per fare del bene al tuo Paese. Io sono nato nel mondo e nel mondo posso vivere dove mi pare e ho il diritto di farlo. Siccome siamo particolarmente fortunati perché viviamo in un paese oggettivamente bello, allora sarebbe carino che fosse anche ben amministrato e ben gestito, frequentato da persone che ci si impegnano.

Ma alla fine, la vera risposta rimane tutta in quella piccola parolina che lo accompagna da sempre: πόλις.

La grande storiella di Carlotta di Casoli

Candidata per le elezioni amministrative di Vasto, attivista per Nonunadimeno, Carlotta ha le idee chiare e non ama scendere a compromessi. Per questo motivo la sua grande storiella è posta fra quella precedente che tratta di politica, https://grandistorielle.com/2021/12/04/la-grande-storiella-di-giovanni-crisanti/; e la prossima, che racconterà di attivismo e della Cop26. Ma ora diamo spazio a lei, alla grande storiella di una giovane donna che si affaccia al mondo della politica e domina quello dell’attivismo per se stessa, per me, per voi, e per tutte quelle che ancora non credono nella causa. Lei combatte anche per voi.

«Nonunadimeno ha sicuramente rappresentato una tappa fondamentale nel mio percorso transfemminista. Ho iniziato con la partecipazione alle manifestazioni di rilevanza nazionale, l’8 marzo e il 25 novembre, e ora che sono qui, a Roma, dove mi ci dedicherò con un impegno più continuativo, con assemblee settimanali cittadine, per inserirmi nel collettivo nazionale.»

Quand’è che si passa dal credere un po’ in una causa, come quella contro la violenza sulle donne e di genere, ad essere attivisti? Molti, per fortuna, sono sensibili all’argomento, però, solo per alcune, avviene il passaggio importante dall’essere sensibile al fare attivismo.

Direi che dipende dal tuo senso di giustizia e di empatia. Direi che dipende da quante volte hai abbassato la testa. C’è un punto di rottura: un punto in cui dici basta.

Quando è successo per te?

Ho vissuto due separazioni. La seconda è stata quella più incisiva anche dal punto di vista del mio attivismo: una presa di coscienza di me stessa e del mondo in cui ero immersa. Il passaggio all’attivismo non è immediato. Deve lievitare qualcosa, e lo senti piano piano crescere e, spesso, o comunque nel caso del transfemminismo, si accompagna quasi sempre a molta rabbia. Perché non credo ci siano donne che non abbiano subito violenza nella loro vita. C’è solo una diversa capacità di prenderne coscienza, non è facile. Noi viviamo in una società patriarcale: è questa la grande premessa. Spesso le donne ne sono complici perché nascono in famiglie che, nella maggior parte dei casi, insegnano loro ad essere comparse, contorno della vita di un uomo, discrete, a sorridere, essere belle, curarsi: anche questa è violenza. L’obiettivo intrinseco è il compiacimento dell’uomo accompagnato dal silenziamento dell’opinione sociale. Penso alle piccole realtà, come può essere quella di Vasto: “Non fare questo altrimenti chissà cosa dice la gente”. Non fare per non far dire.

“Devi essere quello che vuoi essere. Siamo tutte parte di una società, di un mosaico. Siamo tessere, ognuna è lì per dare il suo contributo e unite possiamo creare i capolavori che siamo abituate a vedere nei musei.”

Nell’immaginario collettivo sembriamo tutti essere contro la violenza sulle donne. Sembra quasi retorica ma i fatti la contraddicono. Se guardiamo i dati fino ad oggi, nel 2021 è morta una donna ogni tre giorni. Per ora vengono considerati femminicidi, e quindi violenza di genere, circa 96 uccisioni di queste. Ma io credo che vi sia sempre, in maniera intrinseca, una violenza di genere: sapere di essere più forte dell’altro sesso e quindi poter usare questa premessa come base per sferrare una violenza, non necessariamente legata unicamente al suo genere. Eppure quando se ne parla in giro sembra che la pensiamo tutti nello stesso modo.

Il femminismo è un po’ una moda. Le persone che si dicono favorevoli alla lotta della violenza maschile sulle donne non hanno ben chiaro quello che stanno dicendo, neanche la portata della questione. L’attivismo deve farsi carico dell’informazione e di fare informazione in un certo modo, soprattutto in quest’Italia in cui la stampa generalista non riesce a fare il suo lavoro come dovrebbe.

Non riesce a raccontare un femminicidio con le parole giuste. 

Interrogarci sulle competenze delle persone che ci informano e ci governano non è un discorso populista. Bisogna iniziare a parlare delle cose in maniera corretta.

E seria.

Bisogna saper comunicare, colmare alcune lacune evidenti e mi auguro che questo non avvenga interpellando uomini, etero e cis ma parlando direttamente con le donne, ben venga se di minoranze etniche. È un problema intersezionale. Bene alla lotta al maschilismo, al sessismo, al patriarcato insieme alle altre lotte che vanno ad intrecciarsi con questa. Noi donne bianche, etero cis, non godiamo di un privilegio; ma in quanto bianche, eterosessuali e cis sì, abbiamo dei privilegi rispetto ad altre donne. E allora io donna con privilegi devo chiedermi: la persona diversa da me come vive la sua vita? Sta bene? Sto lottando anche per te.

È intersezionale, come dici tu e tocca tutte le classi sociali, ovviamente in maniera diversa.  Ma è anche vero che la lotta sociale nasce sempre dal basso, che vive in maniera vivida e lampante ogni tipo di discriminazione, tra cui quelle di genere.

C’è un punto di svolta per tutte.

Sei entrata anche tu, nel mondo della politica, come candidata a Vasto. Hai mai ricevuto giudizi e problemi di sessismo nel momento della tua candidatura e durante la campagna elettorale?

Sì. Ma credo che l’unica che fosse in grado di rendersene conto fossi io. Sei un’alternativa, non sei la protagonista. Se il piano B. Le donne raramente hanno la possibilità, nelle piccole realtà, di emergere per il fatto di essere delle donne meritevoli. Non voglio essere fraintesa, ma la sensazione che ho avuto è di essere in qualche modo d’accompagnamento, non da parte di persone della mia lista, “Filo Comune”, ma nel sistema. È stata una bella esperienza davvero. Ma devo dire che anche il mio atteggiamento è stato in qualche modo passivo. Mi sono resa conto che sentirmi dire certe cose abbia giocato in maniera sfavorevole sulla mia capacità di impormi, sulla mia autorevolezza, ed è una cosa che mi ha spiazzata. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che io, proprio io che mi faccio promotrice di queste battaglie, mi potessi trovare in quella condizione. Allora, se io che faccio del transfemminismo la mia missione mi trovo ad essere soggiogata da questo scherzo patriarcale, pensa a tutte quelle donne che non ne sono consapevoli.

Qual è quella cosa che manca ed è fondamentale in questo momento per l’eliminazione contro la violenza contro le donne? L’ Inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di genere, per la prima volta dà dei dati scientifici: una base sicura su cui partire per analizzare il fenomeno. E i dati sono assurdi: per il biennio preso in analisi, 2017-2018, aveva denunciato solo il 15%; più del 60% non aveva esternato a nessuno il fatto di aver subito violenza. Come se fosse una colpa. Ci sono stati dei miglioramenti, come l’eliminazione del rito abbreviato e l’introduzione del Codice Rosso. Ma qual è il tassello che manca, di questo famoso mosaico?

Alla manifestazione ho letto una cosa che è stata poi graffitata credo in piazza Vittorio, Smash the patriarchy is selfcare. Noi donne dovremmo pensare di più a noi stesse, al nostro benessere. Dobbiamo saper prendere coscienza di quello che siamo come individui, dei nostri bisogni, senza sentirci colpevoli di quei bisogni.

Il sesso non è visto come bisogno fisiologico. È sempre qualcosa che per la donna è opinabile. Freud avrebbe da ridire, ma secondo me la liberazione sessuale della donna è importante perché è il contatto più intimo che la donna ha con se stessa. Quando intavoliamo provocazioni al mondo conservatore, bigotto, ci stiamo riappropriando di noi stesse, una parte di noi che ci hanno sempre privato.

Documento redatto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

Possiamo dire allora che il tassello che manca, oltre ad una corretta educazione per gli uomini, sia una corretta ri-educazione per le donne?

Assolutamente sì. Le parole chiave sono: famiglia ed educazione sessuale a scuola.

Torniamo alla tua candidatura. Qual era la proposta a cui tenevi di più? È una domanda che ho fatto anche a Giovanni Crisanti.

La creazione di centri di aggregazione pubblici, alcune zone rosa ad uso e consumo unico delle donne.

In Italia penso sia il bar il luogo di aggregazione pubblica per eccellenza.

Esatto! L’individualismo, che è il male del secolo, ha portato ad un isolamento tale per cui le persone non si conoscono. Non conoscendosi, non c’è dialogo e non si crea una collettività. La mancanza di coesione a livello cittadino è dipesa da una mancanza di incontro e cooperazione. La creazione di centri di aggregazione laici sono essenziali in questo momento storico, per recuperare socialità.

Quindi la creazione di spazi comuni, pubblici, sociali e laici.

Ti faccio un esempio. Io donna musulmana migrante devo avere la possibilità di poter interagire con la società che mi sta attorno. Non voglio andare in parrocchia perché non mi rappresenta, ma ho bisogno di un luogo pubblico, che mi metta in comunicazione con gli altri, che non sia il mio luogo di lavoro. Bisogna ricreare le basi per una nuova concezione di vita sociale, perché questo porterebbe benefici, in tutti gli ambiti della vita pubblica.

Sarebbe uno di quei risultati intersezionali.

Non c’è vicinanza con la politica. Bisogna ripartire dalla socialità, per una nuova partecipazione ed  un nuovo interesse tutti i giorni. La politica non è altro che un attivismo quotidiano: i miei problemi diventano problemi di tutti.

E questo è un altro punto in comune con Giovanni Crisanti: la percezione del distacco tra elettori ed eletti, l’idea che tutti i giorni facciamo politica. Cosa spinge un giovane, magari attivista, a rimanere in Italia?

L’amore per questo Paese. Non mi vedrai da nessun’altra parte. È la mia casa e bisogna assumersi le proprie responsabilità da cittadini. Facciamolo insieme.

PS: per approfondire i dati dell’inchiesta sopracitata, avevo scritto un articolo per la testata Generazione Magazine, lo lascio qui. https://generazionemagazine.it/di-genere-in-italia-si-muore/

La grande storiella di Giorgio Brizio

 Ho incontrato Giorgio dopo aver letto il suo libro. Per fortuna. Dico per fortuna perché non sarei stata abbastanza preparata prima. Lo dico con sincerità. “Non siamo tutti sulla stessa barca” è un libricino che non ti apre ma ti spalanca gli occhi. Perché ti dice cose che non sapevi? Anche. Direi perché ha la capacità di mostrarti gli innumerevoli problemi del nostro tempo con parole disarmanti. Schiette. Senza retorica e senza pietosismi. È un libro di dati, di fatti e di esperienze. È un libro che nasce dal passato recente per accelerare verso un futuro incerto ma non per questo necessariamente peggiore. È un libro che lancia delle sfide e tu, caro lettore o cara lettrice, riga dopo l’altra, ti ritroverai pian piano pronto e pronta ad accettarle e affrontarle, anche tutte.

Il punto centrale, il punto dal quale Giorgio vuole sempre partire quando si presenta, sono le sue origini. «Sono mezzo siciliano, dico questo perché mi sta particolarmente a cuore quello che succede nel Mediterraneo centrale, la frontiera più letale del pianeta, cioè il posto dove migrando muoiono più persone e credo che questo ci debba scuotere». Si parla di posti lontani, si racconta giustamente in maniera dettagliata quello che è successo in Afghanistan «ma poi il posto della terra dove migra la maggior parte delle persone è proprio davanti ai nostri occhi, sotto casa nostra». Giorgio non sopporta l’informazione sbiadita, quella approfittatrice, e cerca, toccando due temi molto complessi e vasti, come quello della migrazione e della crisi climatica, di non cadere nella retorica dei “tuttologi”. «Tutti sono diventati di colpo esperti di Afghanistan, tutti “tuttologi”. Io dico invece di dare spazio a quelle realtà che conoscono veramente la situazione, che in Afghanistan ci sono da tempo. Diamo voce ad una realtà come Emergency, cerchiamo testimonianze reali.»

Partiamo dall’informazione. Mi interessa analizzare come siano stati raccontati fino ad ora le migrazioni, da quelle economiche e quelle climatiche, e la crisi climatica. Francesca Mannocchi giustamente affermava che noi non abbiamo neanche raccontato l’Afghanistan, non abbiamo neanche raccontato Kabul, abbiamo raccontato 500 mt di aeroporto: quello è stato il nostro racconto. Anche se abbiamo raccontato così male e così poco, perché è stato più un ricorso all’emotività rispetto ai dati, ai fatti, l’attenzione su questo paese è rimasta alta. Questo dimostra la necessità di tenere la luce accesa su questi argomenti, come hai deciso di fare con la crisi climatica e le migrazioni.

«Il focus che ho voluto dare per le due tematiche è il Mediterraneo, che è vicino e che dobbiamo tenere sotto controllo anche per gli accordi che abbiamo firmato. Per quanto riguarda l’informazione, credo ci siano delle tendenze collettive. Sicuramente i media italiani, rispetto a quelli francese e tedeschi, sono molto indietro per quanto riguarda il racconto della crisi climatica. Anche in queste settimane, che abbiamo visto bombe d’acqua su Catania, si continua a parlare di maltempo. È difficile attribuire ad un singolo evento la causa della crisi climatica, ma bisogna guardare alla tendenza: non è importante l’acqua altissima a Venezia, ma il fatto che negli ultimi anni sia capitato più volte.

Sappiamo raccontare e abbiamo saputo raccontare meglio la migrazione. Per fortuna abbiamo eccellenti giornalisti da Mannocchia a Scavo, da Caponnetto a Scandura. Il mare è un posto molto poco vivibile, rischia sempre di diventare un deserto mediatico: un deserto blu, ma anche un cimitero senza tombe e senza nomi.

Quello che mi ha colpito quando sono salito su una di quelle barche che salvano vite è che quello non fosse il loro primo compito. Avrebbero solo dovuto testimoniare, esserci dove non c’era più nessuno. Essere lì a raccontare quello che accadeva. Quindi i primi anni, quando c’era ancora un po’di recezione da parte delle autorità e le autorità avevano ancora un po’ di pudore a rispettare gli accordi, la presenza di una ONG metteva molta pressione al paese in questione. Il primo ruolo è sempre stato quello di testimoniare di esserci e poi, solo perché non c’era più nessuno a farlo, hanno cominciato a soccorrere.»

Non siamo tutti sulla stessa barca

Allora partiamo parlando del Mediterraneo e poi arriviamo alla crisi climatica. Nel libro affermi che il Mediterraneo è passato da punto di incontro, fra diverse civiltà e diversi continenti, a diventare la più grande fossa comune. Vorrei che ci raccontassi sia la tua esperienza un po’ indiretta, visto che hai avuto la possibilità di salire su una di queste barche che salvano vite, e spiegare per quale motivo questo libro non soltanto debba essere letto per sapere qualcosa in più, ma possa anche salvare della vite.

«Grazie intanto. Quando si parla di Mediterraneo, non solo non sappiamo dare dei nomi, ma non sappiamo neanche dare dei numeri. Questo non ci deve lasciare pietrificati, al contrario. Credo che finché ci sarà anche un piccolo margine per salvare delle persone, dovremo continuare a lottare, combattere e battere i pugni.  Anche a livello europeo. Nell’agosto del 2019, ero a Marina di Modica, uno dei punti più sud della Sicilia. Continuavo a sentire le notizie della Open Arms bloccata da cica 16-17 giorni al largo delle coste italiane senza la possibilità di sbarcare. Questa cosa mi colpiva incredibilmente, in un modo che ora non so descrivere. Io potevo farei i miei compiti, io potevo entrare in casa con l’aria condizionata, io potevo mangiare brioches alla ricotta di qualsiasi tipo, mentre delle persone, che avevano vissuto tutto quello che ormai sappiamo, perché sappiamo cosa sia la Libia, ormai non abbiamo scuse, sappiamo che ci sono dei veri e propri campi di concentramento e spesso finanziati da istituzioni europee occidentali, erano a pochi kilometri da me.  L’Italia è molto lenta a recepire la storia, io credo che prima o poi qualcuno ci chiederà conto di questi anni, di quello che è successo, di come sia stato possibile che il Mediterraneo sia diventato il confine più letale del mondo, senza che nessuno facesse niente. È come se continuasse a morirci gente davanti alla porta di casa.

Allora ho preso il telefono, ho registrato un video, in cui dicevo che questa fosse una pazzia, che noi da terra eravamo vicini a questi soccorritori ed esso, come le cose più naturali e meno programmate che ho fatto, è rimbalzato in rete, è divenuto virale.»

Io lo avevo visto e non ci conoscevamo ancora.

«Volevo che il libro fosse più di un oggetto. Ho deciso di donare a Mediterranea e Resqpeople. Io credo che le vite in mare debbano essere salvate e credo che le uniche realtà che purtroppo ancora lo fanno siano loro. Penso che possiamo avere idee diverse sui flussi migratori, sulla politica, non credo che possiamo avere una visione diversa sulla questione che le vite in mare debbano essere salvate. Non sono disposto a mediare su questo. Chi dice che le persone devono morire in mare dice stronzate. Su questo dobbiamo trovare un comune denominatore anche con le forze politiche che troviamo più avverse, costruire un dialogo serio, e andare verso alcune soluzioni, nel libro ne parlo.»

Perfettamente d’accordo. Questo è un libro dove si parla di problemi, ma si parla anche di soluzioni. Se il primo capitolo fa una sfilza di dati molto difficili da digerire sulla crisi climatica, oltre al dato, che sarebbe la parte di sapienza, c’è una parte di saggezza che invece è data dall’azione, dalla soluzione. E la cosa che mi piace di questo libro è che la soluzione viene raccontata con semplicità. La cosa che mi piace è far passare il messaggio che poi fare veramente qualcosa sia facile.  Siamo sommersi molte volte da dati così negativi, schiacciati da una situazione che non pensiamo di meritarci, perché non è dipesa da noi. Come affronti questa “ecoansia” che si è scoperto essere molto presente fra i giovani e poi ci puoi spiegare come sia anche semplice, oltre che giusto, fare attivismo.

Non ho mai vissuto in maniera serena l’ecoansia. Le prime persone che hanno formato Fridays For Future conoscevano già molto bene questa crisi e si sentivano sole. Non riuscivano a capire come fare. Quando quell’idea di aggregazione, di scendere in piazza è cominciata a manifestarsi, si è arrivati al punto che tante persone che si sentivano sole hanno capito che ci fossero tante persone che come loro erano sole in questa battaglia. Tante persone hanno cominciato a seguire quello che faceva Greta, che si è ispirata a Jamie Margolin, che vive a Seattle, la quale nel suo libro dice di essersi ispirata ad un’altra persona: è una catena. Difficile dire dove sia iniziato più facile dire dove siamo finiti. Loro già sapevano di questa emergenza, io no. Non avevo capito la portata di questo problema, che poi non è un problema, è IL problema. Quando parliamo di emergenza climatica, parliamo di emergenza sociale, economica, politica, umanitaria, ambientale, in parte anche sanitaria. Ho capito con Fridays quanto questa emergenza vada a toccare la vita delle persone. È un’emergenza intersezionale.

Cosa è cambiato?

Dato effettivo: niente. Se andiamo avanti così, cioè come oggi, continuiamo ad emettere. Non stiamo diminuendo, stiamo aumentando. La direzione opposta.

C’è stata, però, una rivoluzione narrativa. Anni fa non avremmo avuto queste consapevolezze. “Abbiamo portato l’elefante nella stanza”, siamo riusciti a cambiare il focus. Il clima è stato il tema centrale del G20. Alla Cop26 c’è chiunque: leader, re e regine, influencer, attori. C’è una nuova sensibilità che va incanalata. Tante cose sono cambiate ma la strada è ancora lunga.

Siamo soddisfatti del G20 e cosa aspettarci da Glasgow?

Non siamo soddisfatti dal G20. Tutti insieme a dire che dobbiamo stare sotto 1.5 gradi di aumento della temperatura che ormai è praticamente infattibile perché siamo a 1.2-1.3… Non solo questi accordi non sono vincolanti, ma inoltre non ci sono scadenze di nessun tipo quindi ENTRO o ATTORNO a metà secolo, danno idea di quanto sia vago l’accordo di questi 20 paesi che, da soli, sono responsabili dell’85% delle emissioni globali. Cosa aspettarsi dalla Cop? Siamo arrivati alla 26esima perché le 25 precedenti sono fallite. Pensateci: come se dovessimo andare in vacanza con gli amici e ci becchiamo 25 volte senza accordarci. Stanno uscendo cose interessanti, ci sono mobilitazioni e le Cop sono delle possibilità per far aggregare le persone. Se il cambiamento non avverrà nelle stanze del potere, potrà avvenire fuori.

Volevo concludere con l’ultimo capitolo di questo libro. “Una barca che ci salvi tutti” ci dà un po’ di speranza e hai scoperto che transizione ecologica Ã¨ l’anagramma di sognatori eccezionali, questo è l’augurio per poter sognare in grande e osare sempre. Ma soprattutto per lottare, per accettare queste sfide, d’altronde qualcuno diceva: Â«L’ambientalismo senza lotta sociale è giardinaggio.»

La grande storiella di The climate route

Quest’idea prende vita in una notte insonne. Prende forma nella mente di un certo signor Alberto, chissà, forse ricordandosi della sua partecipazione alle manifestazioni del clima. Forse proprio pensando a sua figlia, al suo incoraggiamento a partecipare a Fridays For Future. Forse già immaginando di parlarne con Giorgio, che poi lo avrebbe comunicato a Luca, e, infine ad Andrea. Era un’idea azzardata, forse impossibile. “La prima cosa che ho pensato è stata: facciamolo, ma ci vogliono almeno venti persone. Senza di queste non inizio.” A parlare è Luca, uno dei fondatori del progetto, circa un anno dopo la sua nascita. Come potete aver immaginato, l’idea è diventata realtà. Grazie a 20 euro spesi sui social, e grazie a qualche annuncio, si arriva ad una cinquantina di collaborazioni. Luca è stato accontentato, si può partire, l’idea prende un nome che viene in mente proprio a lui. Ecco a voi la grande storiella di The climate route.

Come tutti i viaggi che si vogliono rispettare, bisogna partire dalla meta: lo stretto di Bering, vale a dire il punto di contatto tra il continente euroasiatico e quello americano, in particolare nell’area Čukotka. Il popolo ciuckci vive da sempre sul ghiaccio, sul permafrost. “Chi meglio di loro può dimostrare gli effetti del cambiamento climatico? Quando si scioglierà il ghiaccio, li crollerà letteralmente la casa”. Ma un vero viaggio che si rispetti è un viaggio che ti fa riscoprire ancora di più le tue origini. Il viaggio parte, infatti, nel maggio del prossimo anno, proprio da un altro ghiacciaio, qui in Italia, condannato alla sua completa fusione: La Marmolada. È un giro su sé stessi, è un viaggio circolare: “Per cercare di dimostrare quanto il cambiamento climatico ci renda tutti interconnessi: sia perché le azioni svolte qui possono avere effetti con persone dall’altra parte del mondo e viceversa; sia per ragionare su una questione che mi preme molto: chi ha più strumenti per sopravvivere avrà la vita facilitata anche per fronteggiare il cambiamento climatico, i più fragili faranno più fatica. Il nostro obiettivo è quello di dimostrare, attraverso un viaggio di circa 18000 km, come siamo tutti interconnessi nonostante le diverse culture, le diverse posizione geografiche e i diversi stili di vita.” E per questo ci sono già delle tappe prestabilite.

Un cammino che inizia dalla Marmolada, nel maggio del 2022 , fino ad arrivare allo stretto di Bering.

Saranno circa 3 mesi e mezzo di viaggio, cercando di utilizzare solo mezzi sostenibili, per quanto sarà possibile, e a piedi, come per attraversare, per esempio, l’Altai Tavan Bogd National Park. E il periodo scelto non è causale: da maggio fino a fine agosto. Bisogna infatti ricordare che in queste zone le estati sono ghiacciate, soltanto in questi mesi diventano percorribili.  â€œAvremo i giorni contati.”

Ci racconti una tappa sicura del percorso e del perché l’abbiate scelta?

“Porta dell’inferno, Turkmenistan. Scavando per un pozzo, si è trovata un’enorme riserva naturale. Quest’ultima viene perforata e oramai da 50 anni si autoalimenta. Immaginati un buco nel terreno che si autoalimenta. È il simbolo dell’impatto dell’uomo sulla terra, il simbolo di come l’attività antropica possa impattare il terreno.”

Ma le tappe prevedono di tutto, dal fuoco si passa ai ghiacciai secolari del Parco Altai in Mongolia, per poi passare al mare.

“Con l’aumento delle temperature, il mar Caspio è destinato ad una costante perdita di biodiversità, condannando così un’economia locale che va a morire. Le popolazioni di tutti quei paesi che finiscono per -stan non solo stanno già provando gli effetti del cambiamento climatico, ma stanno già cercando di contenerli e di resistere loro. Quello che vogliamo fare è documentare storie di speranza, mostrare come l’umanità, se riuscisse a cooperare, potrebbe ancora farcela.”

D’altronde l’ultimo IPCC lo dice chiaramente: il cambiamento climatico è sempre esistito ma questa volta, e solo questa volta, la sua causa è antropica. E per questo che bisogna ripartire dalle persone per un cambio di rotta. E loro partiranno circa in dodici, con la regista di fama internazionale Lia Beltrami e la sua troupe, per la realizzazione di un documentario, con attivisti giovani, una guida, qualcuno maggiormente addetto alla logistica, altri a gestire i social per poter interagire durante il viaggio stesso e, infine, una persona che dovrà curare l’aspetto scientifico della spedizione. Uno degli obiettivi è quello di accumulare materiale che si ponga da base per fare ricerca scientifica dopo.

Quando uno ha un’idea, un progetto nuovo, è perché c’è una mancanza. Cos’è mancato fino ad ora?

“Parecchio. Siamo convinti che la lotta al cambiamento climatico sia la vera battaglia del nostro tempo e che noi siamo l’ultima generazione che possa fare veramente qualcosa.  Abbiamo questa responsabilità sociale e civile per noi e per le future generazioni. Per fare in modo che avvenga un cambiamento reale, più persone possibili devono conoscere il problema, per questo vogliamo creare materiali che permettano di comunicare direttamente con le persone e per far capire cosa sia VERAMENTE nei fatti e nella realtà questo cambiamento climatico. Crediamo ci siano stati errori nel modo di comunicarlo, con una narrativa sempre catastrofista, e sappiamo per certo che questo porta al disinteresse. Ti senti schiacciato. Noi vogliamo trattare temi in modo propositivo e il più possibile positivo.”

Anche perché non c’è modo migliore di dare speranza se non nel fare qualcosa. E in parte sta già funzionando.

“Per questo abbiamo creato un’associazione. Abbiamo creato una realtà che vuole continuare a lavorare anche per future spedizioni su base nazionale e locale.”

Anche perché si chiama “the climate route”, ma la route la puoi inventare ogni volta.

“Ne abbiamo già in mente almeno altre due. C’è tanto da fare, e il cambiamento climatico è una realtà che colpisce tutto il mondo. Se riusciremo a portare a termine questo progetto e le persone decideranno di supportarci, andiamo avanti. Poco prima di Natale partirà un crawdfunding per stimolare le persone a partecipare, a sentirsi parte di un progetto. Vorremmo creare una community che ci segua e ci sostenga al di là dell’aspetto economico.”

Perché è una missione da fare proprio nel 2022? Perché ora?

“Per dare un segnale forte, appena possibile, dopo la pandemia. Per dare un segnale di rinascita. Questa pandemia ha messo un po’ in secondo piano l’urgenza della crisi climatica quando in verità la pandemia covid è totalmente interconnessa al cambiamento climatico. Non è che una delle tante conseguenze del nostro modo di vivere, perché è una pandemia che viene dagli animali, ed è quindi anche dovuta agli allevamenti strutturati in un certo modo, alla distruzione degli ecosistemi, ed è stato dimostrato. E poi c’è un secondo aspetto a cui tengo molto: è un’opportunità. Anche di lavoro. In un periodo difficile come questo non è scontato creare un’opportunità, qualcosa in cui credere. Io per primo l’ho sempre detto: in un periodo in cui ero in difficoltà anche personale, il fatto di fare questo progetto mi ha motivato. La riunione settimanale di the climate route diventava anche un momento di libertà, di soddisfazione e di investimento.”

Alcuni membri dell’associazione durante una loro spedizione per l’Italia.

Ed è giusto parlare di investimento, perché, come afferma Luca, non si può uscire dalla crisi climatica senza una rivoluzione culturale, e per fare la rivoluzione bisogna crederci e investirci.

“Ho sempre cercato la battaglia per cui spendermi, per cui vivere. Con quella per l’ambientalismo l’ho trovata”.

La grande storiella di Escucha Colombia

Se vi dico “Colombia” cosa vi viene in mente? Sì, lo immaginavo. Non di certo la musica e la cultura del posto. Nonostante gli accordi di pace del 2016, le guerriglie continuano, una nuova ondata di proteste agita il paese, si sta calcolando una nuova accelerazione del processo di deforestazione locale. Come afferma il giornale Repubblica, al confine tra le regioni di Antioquia e Chocóavere il controllo del territorio significa avere a disposizione le piantagioni di coca e i corridoi del narcotraffico, oltre a ricavare risorse dalle estorsioni. https://www.repubblica.it/esteri/2021/09/15/news/continental_breakfast_lena_el_pais_colombia_nella_foresta_delle_mine_maledette-317786725/

Ma la Colombia non è solo questo, è molto altro. Per far emergere la sua vera anima, bisogna conoscerla, ascoltarla e migliorarla. Questo è quello che hanno in mente gli ideatori di quella che può essere considerata una vera e propria “missione” turistica. Sì, è proprio il caso di parlare di missione, per intendere l’iniziativa Escucha Colombia, un progetto di turismo comunitario nel cuore della Colombia. Zaino in spalla e conosciamo i nostri compagni di avventura, Andrea Zana, che avevo già intervistato, La grande storiella di una viaggiatrice autentica – Grandi Storielle , e Joaquin Angulo.

Andrea Zana, di origine italiana, e Joaquin Angulo, di origine colombiana, frequentano il master alla Sorbona di Parigi in turismo internazionale. Insieme hanno ideato Escucha Colombia.

Vorrei partire dal titolo di questa spedizione turistica, perché l’ho trovato molto interessante. ESCUCHA: la scelta di questa parola vuole sottintendere un modo di fare turismo diverso, e non quello classico, un po’ invasivo e di consumo? COLOMBIA: ci spiegate la scelta non solo di questo paese ma soprattutto della regione molto particolare che sarà la meta del vostro viaggio?

Andrea Zana: Partiamo allora dalla Colombia, o ancor meglio dalla regione di Joaquin, Los Montes de Maria, che non vedo l’ora di conoscere dal vivo! Escucha perché lungo questo percorso, che abbiamo creato individuando degli attori locali in linea con la nostra filosofia, vi è un vero e proprio valore sociale e musicale. La gaitas Ã¨ soltanto uno dei generi musicali tipici della Colombia, bastano soltanto alcune note per far venire voglia di viaggiare! E poi Escucha vuol intendere anche l’ascolto di quelle persone che spesso non hanno voce in capitolo nelle comunità rurali e che noi vogliamo aiutare attraverso il turismo comunitario. Ciò significa concepire il turismo come vettore di pace e scambio culturale. 

Vediamo allora le varie tappe del viaggio! Siamo curiosi!

Allora chiudiamo gli occhi e immaginiamo di sentire la musica, le onde del mare…

Il viaggio comincia a Cartagena, uno dei principali poli turistici del paese. Ci interessa per scoprire il lato nascosto della città, visitando alcuni quartieri meno turistici per far sì che ci sia un contatto ancor più stretto con la comunità locale al di fuori dei sentieri battuti.

Poi ci spostiamo verso l’interno del paese in due villaggi rurali: San Jacinto e Ovejas, la città natale di Joaquin dove vive tutta la sua famiglia. Qui ci sarà un focus particolare sulla musica del gaitas, infatti ogni anno vi è un festival nazionale di musica del gaitas che attira appassionati di musica da ogni angolo della Colombia.  

Possiamo dire che questa tappa mostra concretamente il vero senso della spedizione cioè quello di ascoltare la Colombia, di “Escucha Colombia”

A. Esatto! Anche perché per noi la musica è parte del patrimonio immateriale capace di unire le comunità del nord della Colombia che sono state per anni vittime dei conflitti armati legati alle Farc. (ndr. per Farc si intendono le forze armate rivoluzionarie della Colombia.) Vi è quindi un lavoro importante sull’immaginario del luogo. In primis con la popolazione locale per capire il passato che li caratterizza e preservarne la storia, ma poi anche con i turisti per far sì che conoscano e apprezzino le infinite bellezze e i paesaggi rurali di questa regione.

San Jacinto, invece, è un villaggio con una forte anima artigianale. Il nostro viaggio qui ci darà l’occasione per incontrare gli artigiani del posto, costruire strumenti musicali con il loro aiuto e conoscere il loro savoir-faire nella produzione delle amache, simbolo di San Jacinto. 

Continuiamo poi al parco d’avventura Roca Madre per praticare vari sport outdoor come il trekking, la speleologia e il kayak. La prossima destinazione è la fattoria Altamira, dove scopriremo le varietà di fauna e flora locali in un vero paradiso naturale. 

L’ultima tappa è Rincon del Mar. Un’oasi di pace per godersi un po’ i colori magici dei Caraibi. Qui potremmo fare dei tour in mezzo alla mangrovia per conoscere l’ecosistema del bosco secco tropicale, partecipare a lezioni di yoga o fare snorkeling nelle acque cristalline.

Quindi questa spedizione diventa sinonimo non solo di turismo sostenibile ma anche, e forse soprattutto, di turismo comunitario perché si basa su un’idea di fondo che prevede la convivenza con una comunità. L’idea di vivere con loro.

A. Esatto. L’intera offerta turistica è pensata interamente in stretta collaborazione con la comunità locale. Si incontra la comunità e si capisce chi voglia cominciare a lavorare nel turismo (come guide, cuochi o autisti per esempio), quali siano i migliori periodi per visitare la zona, le esperienze da proporre ai viaggiatori, i prezzi giusti da fissare…

Possiamo dire che diventa un viaggio con un doppio profitto, sia per il turista che per i locals. Immagino che la regione non abbia molti turisti e sarebbe quindi un modo per riqualificarla. Rispetto alla capitale, per esempio, vi sono meno turisti?

A. Praticamente nessuno. Anche per questo ci interessa questa zona, che noi crediamo avere una grande potenzialità. Ci permette di lavorare da zero su tutti i vari ambiti: da quello economico per aiutare l’economia locale e l’inserimento sociale, a quello ambientale con una certa sensibilizzazione dei turisti e degli abitanti sul riciclaggio, le risorse idriche, passando per la dimensione sociale, attraverso la valorizzazione della cultura e delle tradizioni.  

Certo, è un’idea con profitti che vanno dal sociale, all’economico, fino a quello ambientale. E vorrei soffermarmi su questo punto. Una delle tappe principali del vostro viaggio prevede l’esplorazione dell’area della regione maggiormente colpita dalla deforestazione a causa dei conflitti armati. Mi sembra di intravedere in questa scelta anche un invito a viaggiare in maniera diversa ed ecosostenibile. Mi fa molto piacere fare questa intervista proprio oggi, 29 luglio 2021, che è l’Earth Overshoot day, il giorno in cui in tutto il mondo abbiamo esaurito le risorse che la Terra può autoprodurre in un anno. Questa spedizione vuole essere un incentivo per pensare al viaggio in maniera diversa, viaggiando nel rispetto di una crisi che è ormai evidente in tutto il mondo?

A. Sicuramente. Il settore turistico conta per circa l’8% delle emissioni carbone totali nel mondo e il turismo responsabile inteso come eco-turismo, volunteering etc… resta l’1% del settore. Questo significa che c’é ancora tanto lavoro da fare. Pensiamo che la crisi sanitaria con la quale ci siamo dovuti confrontare, abbia aiutato a riflettere molto su quali siano i benefici del viaggio concepito in maniera consapevole. Escucha Colombia, per esempio, ha una missione ecologica precisa: le emissioni legate al trasporto aereo e stradale sono compensate con dei finanziamenti a vari progetti sul posto, non solo di riforestazione ma anche di educazione, salute e cultura. E l’intero prezzo del viaggio si basa proprio su questo principio.

Ormai sono talmente evidenti gli effetti di questa crisi mondiale, che ho trovato molto importante la vostra scelta di sensibilizzare i turisti attraverso “missioni” sul campo. In questo modo, si ha la possibilità di toccare con mano il problema, portando in auge un nuovo modo di viaggiare, attraverso il turismo responsabile. E allora, visto che vogliamo diventare turisti responsabili anche noi da casa, come possiamo aiutarvi?

A. Manca ancora un po’ di tempo prima di potervi dire ’’Venite in Colombia insieme ad Escucha Colombia!’’. Ma per ora abbiamo lanciato un crawdfunding in collaborazione con GlobeDreamers, una piattaforma che finanzia viaggi ad alto valore sociale in varie parti del mondo. Per tutti coloro che vorranno aiutarci, si possono fare delle piccole donazioni ed è spiegata in dettaglio ogni tappa del progetto. Il crawdfunding ci serve per il nostro viaggio in Colombia ad inizio dicembre dove andremo all’incontro degli attori che abbiamo individuato (associazioni, ostelli, guide…) che si impegnano in maniera particolare a preservare l’habitat naturale e le comunità nella regione de Los Montes de Maria.

Ovviamente seguiteci sui social perché vi porteremo in viaggio insieme a noi condividendo foto, video e storie che vi trasporteranno lontano! Dopo questi 15 giorni per testare l’itinerario, l’idea è di stare qualche mese laggiù per vivere una vera immersione, per creare delle connessioni e per arricchirsi umanamente. Questo è per noi un augurio per poter costruire un modello di turismo diverso, migliore, più rispettoso.

Vorrei concludere con due domande più personali. Non so se Joaquin se la senta di rispondere in italiano, ma in ogni caso scegli tu come preferisci! La bellezza di Grandi Storielle è anche data dal fatto di essere composta da diverse lingue, quindi vai pure a tuo piacimento! Cosa significa per te non solo tornare in Colombia, ma tornarci con questo progetto: tornare quindi arricchito ma anche capace di arricchire il tuo paese.

J. Rispondo in spagnolo. Nuestro objetivo es lo de ayudar a las comunidades de esta región, de darles un mejor futuro después de los terrores de las guerras. Y ahora el proyecto empieza a prender forma y estoy muy contento de poder aportar algo de positivo a mi sociedad de origen. Eso es posible también gracias a la Francia y a Andrea que tanto me ha ayudado.

Il nostro obiettivo sin dall’inizio era quello di aiutare le comunità locali in questa regione, di dar loro una seconda possibilità dopo il terrore della guerra. E ora mi rendo conto che piano piano il progetto prende forma, mi rende così felice saper di poter apportare qualcosa di positivo nella mia società di origine, anche grazie alla Francia, grazie ad Andrea che mi ha fatto crescere tanto.

C. Bene, anzi gracias! E invece Andrea, sai che mi piace molto la definizione che hai dato a te stessa e anche al tuo blog, “authentic traveland”, un’autentica viaggiatrice. Ti volevo chiedere perché per te questo è da considerarsi come un viaggio autentico.

A. Un viaggio autentico, forse il più autentico di tutti perché si tratta di fare qualcosa di grande, qualcosa di bello, di andare incontro alla comunità locale vivendo insieme a loro, portando qualcosa che viene dal cuore. Inoltre mi sto sognando questo viaggio da quando abbiamo avuto i primi spunti sul progetto: leggo libri, guardo film, è come se lo stessi preparando da tempo… Viaggiare in maniera autentica significa entrare in punta di piedi in una destinazione, capirne le dinamiche, le abitudini. Ed è bello pensare che un giorno potremo proporre ai viaggiatori che amano questo tipo di esperienze di viaggiare insieme a noi.

Perché tutto questo ha importanza? Perché partire da qui, per arrivare ai villaggi sperduti della Colombia? Perché bisogna creare, progettare, sognare in grande per cambiare le cose. Vogliamo vedere qualche dato interessante? Secondo il WWF, negli ultimi 30 anni abbiamo perso in media una superficie di foresta tropicale pari a 12.000 kmq all’anno, con qualche picco di 28.000kmq.

Ecco perché bisogna ringraziare Andrea e Jaoquin. Perché da una piccola idea può nascere qualcosa di grande, e questo Ã¨ solo l’incipit della storia. E quando ci rifaranno quella stessa domanda: “Se vi dico ”Colombia”, cosa vi viene in mente?” Noi sapremo raccontarla in un modo nuovo, perché grazie ad Escucha Colombia, avremo imparato ad ascoltarla.

La grande storiella di Jean-Claude Rodney

Prima settimana di agosto. Si vola in Puglia, una regione che mi ha sempre affascinato. Dopo una serie di giri lungo tutta la valle d’Itria, arriviamo a casa di Domenico Modugno: Polignano a Mare. Così, passeggiando per le vie, in cerca di ombra, mi imbatto in Jean-Claude. No, non è un mio amico, o almeno, non lo era ancora. Mentre vado in un locale a mangiare, continuo a pensare a lui, a quel pittore, e a quelle opere coloratissime che risaltavano appoggiate sui muri bianchi della città. Decido di tornare indietro.

Jean-Claude è di Haiti. Arrivato cinque anni fa, non ha mai lasciato troppo a lungo la sua nuova casa, di cui è innamorato: Bari.

Perché sei venuto in Italia?

Mi piace il viaggio. Sono venuto subito a Bari. Ho continuato a viaggiare, ma Bari è sempre rimasto il mio punto di riferimento.

Questa tua arte, quella della pittura, è nata qui in Italia o dipingevi anche prima?

No, dipingevo già ai Caraibi. Poi sono venuto in Italia, ho continuato a dipingere. Ho vissuto a Bari per molto tempo, dopo sono andato via: Milano, Firenze…

E quindi hai viaggiato per la nostra penisola. E dove andavi continuavi a dipingere?

Sempre.

Quindi anche a Milano e a Firenze, sceglievi una strada e incominciavi a dipingere così, in mezzo alle persone?

Sì, sempre. Certe volte mi metto vicino ad un museo e la gente così vede i quadri e piace tantissimo. Poi vado in Spagna e in altri posti ma torno sempre a Bari. Poi ho deciso di venire qui a Polignano. Ci vengo tutti i giorni.

Sempre in questa via?

Sì, sempre. Quando sono arrivato ho cercato un posto tranquillo e sono ormai due anni che vengo qui.

Dipingi sempre paesaggi e persone del tuo paese d’origine, Haiti?

Sì, sempre. Anche quando sono andato negli altri paesi. Anche quando ero a Santo Domingo o a Cuba, io ho sempre fatto quadri su Haiti.

Così come fai qui. Quando e come hai imparato a dipingere? Hai fatto tutto da solo?

Avevo quattordici anni, ho fatto tutto da solo. Ho creato un mio stile.

Dipingi sia a colori e sia in bianco nero. Tra le due possibilità quale preferisci?

Mi piace di più con i colori, anche alle persone che passano piace di più. È più bello, più “esaltato”.

Quando inizi a dipingere hai già in mente il quadro finito, o cambi idea in corso d’opera?

Io cambio continuamente, devo fare qualcosa che mi piace. Di solito penso a persone o paesaggi che conosco bene e poi cambio.

L’Italia ti piace?

Sì, sono qui perché mi piace tanto.

Ad Haiti sei più tornato?

Sì, tre anni fa. E ora non so.

E poi adesso la situazione interna è abbastanza delicata dopo l’uccisione del vostro presidente.

Sì, è un bel casino. Un giorno voglio tornare, è il mio paese.

Infatti lo ritrai ovunque, sei innamorato del tuo paese.

Sì. Haiti. Scrivo sempre: Jean-Claude, Haiti. Alla gente piace, a me piace.

Ti fermi ancora un po’ qui o hai già in mente altri viaggi? Non è che ci lasci?

Ride. No io vi lascio ma poi torno sempre. Torno sempre a Bari ma mi piacerebbe andare a Parigi.

Bello. Ci sono tanti artisti di strada lungo la Senna che dipingono tutto il giorno come fai tu. Ti piacerà.

Voglio andare a provare. È bella la vita se tu giri, più esperienza, più capisci il sistema delle persone, così puoi cambiare. Ma se tu non giri e non conosci, non cambi. Rimani uguale perché sei abituato. Se conosci diverse culture fai difficoltà ma migliori, sempre. Abbiamo bisogno di capire come vivere anche sempre in modo diverso, sennò è un casino perché sei triste e sempre arrabbiato.

Quanto sei felice di vivere della tua arte? Non tutti fanno quello che amano nella loro vita.

Sì è il mio lavoro. È tutto quello che voglio e che so fare. Io vivo grazie a questo.

Fammi vedere il tuo quadro preferito.

Eccolo qui. Mi piace tanto con il campo di zucchero e tutte donne che lavorano. È bello perché c’è il verde sul verde.

Ho lasciato tutto come mi ha detto lui. Nonostante qualche imprecisione, il messaggio è chiaro. Così chiaro che qualcuno lo aveva già scritto… “Viaggiate che poi se non viaggiate diventate razzisti…”

La grande storiella di Avocado in riviera

Posso sicuramente scommettere che un qualsiasi turista, andando in Liguria, possa immaginarsi, che so io, di mangiare un buon pesto, una buona focaccia o del buon pesce. Ma sono sicura che rimarrebbe stupito nel vedere tutto un terreno, a Ospedaletti, che per intenderci sta a meno di 6km da Sanremo, colmo di alberi di avocado. E invece, ve lo garantisco, è tutto vero. Questa è la grande storiella di Umberto e Cristina che, grazie ad un padre dal pollice verde invidiabile, e tanti giri in Spagna, per tutta la costa del Sol, nel 2003, hanno preso, totalmente a caso, una pianta di avocado. Da lì, grazie all’aiuto della nonna, che aveva fatto altri piantini, che erano stati poi innestati, sono nate altre tre o quattro piante, sempre della stessa varietà. Ora sono circa sette quelle grosse: quattro della varietà Hass e tre della varietà Fuerte.

Umberto: Fino allo scorso anno li mangiavamo noi o li regalavamo. E mangiavamo veramente tanto avocado: erano tredici piante più piccole e sette grosse.

Chi ha avuto l’idea di fare una vera e propria produzione da vendere?

Umberto: Molti ce lo consigliavano. Ma l’idea vera e propria si è consolidata in quarantena. Avevo finito gli studi, lavoravo con mio padre e un po’ come te, per Grandi Storielle, per non abbattermi dal periodo che stavamo vivendo, un giorno mi sono messo quasi per caso a disegnare un logo e a creare la pagina, senza dire niente a nessuno. Poi, la cosa è rimasta ferma per un po’, anche perché al tempo non avevo nulla da vendere. Ne avevamo giusto venduti cinquanta, ma quasi per caso, e solo ad un euro l’uno.

Regalati praticamente.

Cristina: Sì, ma era per provare.

E ha avuto successo.

Umberto: Sì. E a settembre io ho comprato altre piante, con l’aiuto di mio padre e di un francese.

Un francese??

Cristina: Sì, Claude. Devi sapere che abbiamo una piccola casa al mare che gli affittiamo. E lui adora la costa azzurra e la costa ligure confinante e così, parlandoci e chiacchierandoci, mio padre gli aveva parlato del nostro terreno e della coltivazione e lui aveva deciso di dare una mano. È un tipo particolare ed ha vissuto in Israele, terra dell’avocado per eccellenza. E pensa che ci ha pure piantato una pianta d’avocado israeliano!

Nonostante allora l’aiuto di questo simpatico Claude, ogni quanto scendete?

Cristina: Nostro padre circa due volte al mese. Per esempio adesso è giù. E quando scendiamo, in generale, raccogliamo solo l’avocado che ci hanno richiesto o che siamo sicuri di consumare.

Torniamo quindi alla storia. Lo scorso autunno vengono piantate altre piante, ma non era ancora attiva nessuna idea di vendita?

Umberto: C’era già la pagina. Ma poi avrei iniziato a lavorare, non sapevo bene come fare. In ogni caso le ho piantate e si iniziava ad avere un’idea di vendere avocado. Credo che sia stato questo pensiero ad avermi portato a comprare altre piante.

Cristina: Da lì in avanti ci siamo un po’ attivati a pensare a come poterli vendere: dal prezzo, alla gestione della vendita. Abbiamo iniziato, quindi, a farci domande su come impostare la pagina, alla creazione di pacchetti per venderli. E all’inizio ci sembrava tutto complicatissimo.

Voi coltivate in Liguria, ma distribuite soprattutto in Piemonte, per ora. Quindi avete un corriere?

Cristina: Questo fa già capire molte cose: i corrieri siamo noi. E per ora non siamo ancora attrezzati per spedizioni distanti da casa nostra, nonostante ci siano arrivate richieste anche dalla Lombardia e dal Veneto.

Quest’idea mi piace. Mi piace l’idea che vi prendiate il tempo per capire come gestire in modo intelligente anche la spedizione, per esempio. Sappiamo infatti che vi sia stato, negli ultimi anni, un boom di richieste per questo frutto. È una vera e propria moda. Ne parla molto bene e con grandi criticità la blogger ggalaska in questo articoloin cui definisce l’avocado come l’oro verde del nostro tempo e tratta delle problematiche collegate alla coltivazione intensiva di questo frutto.

https://ggalaska.it/oro-verde-la-guerra-per-lavocado/embed/#?secret=fVG3cJVomCOro verde: la guerra per l’avocado. Autrice: Giorgia Pagliuca, conosciuta come GGalaska.

Umberto: Ne siamo ben consapevoli. Ha portato per esempio il problema del disboscamento oppure lo sfruttamento della coltivazione che riempie le tasche dei Narcos.

Quindi trovo che la vostra proposta sia anche etica e vada in contrapposizione rispetto all’avocado che troviamo in alcuni supermercati, che hanno una provenienza improbabile, che costa poco ma che, diciamolo, molte volte non è neanche buono.

Umberto: Molte persone che ci hanno contattato lo fanno per una questione etica.

Cristina: Ormai sono sempre di più le persone attente a questo punto di vista. E ovviamente preferiscono la nostra offerta, rispetto a quella che arriva dal Messico e dal Brasile. Sicuramente anche per il viaggio che fanno e per i prodotti che danno al frutto.

Umberto: E poi a Ospedaletti riescono a essere coltivati, perché il terreno è pietroso ma molto fertile. Calcola che se le temperature vanno sottozero anche solo per una notte c’è il rischio che la pianta muoia. Infatti d’inverno, quelle piccole le copriamo con il velo da sposa.

Cristina: In Liguria è ancora poco sviluppata la coltivazione degli avocado, anche per la questione delle temperature. Infatti, in Italia, le coltivazioni di avocado si trovano quasi tutti al Sud, come in Puglia, Calabria e Sicilia, dove c’è un clima mite e caldo.

Quindi potreste essere tra i primi in questa zona e potreste coprire richieste da parte del nord Italia. E da voi quanto costa un avocado?

Cristina: C’è stato un grande dibattito. Noi siamo sempre abituati ad averlo in casa. E non avendolo mai comprato, non ci capacitavamo di venderlo a prezzi alti. E poi era il primo anno… Non sapevamo bene… E quindi abbiamo deciso, per ora,  2 euro ad avocado.

Umberto: Che a noi sembrava già tanto, non avendoli mai comprati.

Cristina: Ma tutti ci dicono di alzare i prezzi, che in molti supermercati li trovi sempre a due euro.

Sicuramente per il servizio a domicilio, si potrebbe chiedere di più. Voi li portate proprio a casa delle persone che fanno richiesta, giusto?

Cristina: Sì, mi accordo direttamente con il cliente. A proposito, domani mi tocca andare a Torino, devo chiamare quelli che hanno fatto richiesta.

Umberto: Noi raccogliamo una volta al mese e poi, in base al raccolto, riscriviamo a tutti quelli che hanno fatto richiesta, per portare il prodotto a domicilio. Ora con il covid, sono tutti a casa ma poi… E infatti adesso..

Scoop?

Cristina: Ahahah, sì abbiamo una novità. A Chieri, il Wine Cavour ha proposto di creare un “menù avocado”. Volevamo fare una giornata di inaugurazione ma, vista la situazione, ora è impossibile. I due proprietari, molto giovani, hanno messo su questo locale da poco e tengono molto alla ricerca e alla qualità del prodotto. Si interessano a piccole realtà della nostra zona, specialmente se gestite da giovani.

Per ora Avocado in riviera rimane un secondo lavoro? Diventerà qualcosa in più? O semplice passione?

Cristina: Per il momento non potremmo neanche permettercelo come unico lavoro!

Umberto: Chissà, magari quando cresceranno quelle che ho piantato.. però credo rimanga una passione… ma chi lo sa. Io per ora sono anche un po’ spaventato. L’altra mattina ne abbiamo raccolti più di trecento, con solo quattro piante.

Cristina: Manodopera, per ora tutto gratis ovviamente eh!

Umberto: Quando avremo molte più piante come faremo? A me ogni tanto spaventa. E poi perdiamo anche molto tempo nella raccolta.

Cristina: -Quello è abbastanza grande?- – Quello lo lasciamo ancora un po’?- Sappiamo  che quelli piccoli potrebbero diventare ancora più grandi. Abbiamo una particolare attenzione.

Umberto durante la raccolta dell’avocado.

Mi hanno poi spiegato tutto: come cresce il fiore, quando fa i primi frutti e che per molto tempo rimangono perfetti sulla pianta per mesi: dall’inverno fino a giugno senza marcire, perché l’avocado finisce la sua maturazione quando lo raccogli. E allora mi è sembrato giusto chiedere se avessero mai provato un avocado, comprato al supermercato.

Umberto: Io no.

Cristina: Ah sì una volta mio padre perché ne aveva preso uno gigante. Non abbiamo mai fatto il confronto, effettivamente. La prossima volta proviamo, entrambe le varietà. Fuerte è più delicato e Hass più consistente, vediamo se anche al supermercato è così.

Comunque è un’attività che ha la possibilità di esistere per tutta la vostra vita?

Umberto: Mio padre ha la passione vera, però è una cosa che è capitata e che abbiamo capito che valeva la pena valorizzare. Fa piacere perché ha delle potenzialità e ci permette di conoscere altre realtà simili alla nostra.

Certo che ha del potenziale, anche economico. Se vai in giro, un semplice avocado toast lo paghi anche dieci euro. E poi siete nel boom della moda.

Cristina: Esatto è questo il punto. Ci siamo ritrovati in questo boom, in cui l’avocado va tantissimo, con tanto avocado coltivato per passione al mare e così abbiamo deciso di iniziare!

Però ecco quando parlavo di un possibile secondo lavoro, pensavo a questa coltivazione che Umberto ha deciso di aumentare e alle possibili richieste anche in tutto il Nord Italia!

Cristina: Sì. Abbiamo tante nuove piante che hanno dall’uno ai tre anni, che crescono e tra poco faranno i frutti. Quando andranno in produzione… potremmo venderli  non più ai privati ma magari a locali oppure botteghe, ma è ancora tutto da decidere.

Tutta la famiglia partecipa alla produzione e a questa nuova attività?

Umberto: Sì, tutto parte da mio padre. Lui è veramente appassionato, guarda anche documentari sull’avocado, ci dedica molto tempo. Nostra mamma, ogni tanto, ci riserva qualche consiglio da buona agronoma quale è. Ma dal momento che facciamo tutto tramite Instagram, siamo io e Cristina a gestire la raccolta e la vendita. 

Ecco, a proposito, come va questo rapporto tra fratello e sorella?

Umberto: Tutto sommato andiamo d’accordo, ma abbiamo le nostre litigate eh!

Cristina: Eh sì, all’inizio dovevamo fare le foto, seguire la pagina Instagram, è stato faticoso, non sapevamo bene. E poi era un periodo complicato. Io stavo scrivendo la tesi, Umbi stava cambiando lavoro. Pensa che la prima litigata, questa te la devo proprio raccontare, era dovuta al fatto che avessimo deciso di valutare insieme le prime prenotazioni che ci arrivavano su Instagram. Umbi era andato a dormire ma io ero troppo eccitata e quindi ho continuato a leggere i messaggi che stavamo ricevendo e avevo risposto. Ma lui mi ha subito beccata, cavolo! E mi ha bloccato l’accesso alla pagina fino al mattino seguente!

Questa cosa mi ha fatto molto ridere. Ma credo in realtà di aver capito il perché: mi piace quest’idea che rimanga “tutto in famiglia”, con una gestione ancora provvisoria, possiamo dire, assolutamente genuina, in tutte le sue declinazioni. Cristina è sempre raggiante quando ne parla e dedica tempo e passione per tutta la parte grafica e “social” del progetto. E inoltre è stata proprio lei a trovare il nome per questa attività! Umbi, credo sia proprio un po’ appassionato. Alla fine le piante nuove le ha prese lui, il logo lo ha fatto lui, lavoro ne ha sicuramente messo, aiutato anche da quello che mi sembra essere un gigante buono francese dal nome Claude.

La grande storiella di Radicalging

Parliamo di due ragazzi, Marco e Davide che, da un’amicizia su facebook e tante passioni in comune, decidono di scrivere e creare la loro Grande Storiella, che ha come titolo: Radical Ging. Davide continuava a dire che avrebbe voluto aprire un blog, e così, dopo molto tempo, Marco lo ha creato di nascosto, senza dirgli nulla.

Marco: Ho aperto le pagine social e il blog. Ho fatto qualche foto e quando poi ci siamo incontrati gli ho detto: -Ecco qua, ho aperto tutto.-

Parto con una domanda che ho fatto a tutti gli altri ragazzi e ragazze che ho intervistato. Credete che questo blog sia un’esperienza letteraria, culturale, di un periodo o un’esperienza di vita che proseguirà in futuro con le vostre carriere?

M. Sicuramente cambierà, come ogni cosa. Come vedi è tutto sempre in trasformazione: a seconda di come cambiano gli strumenti, cambia la comunicazione che fai, quindi darti una risposta definitiva è un po’ difficile. Certo è che è uno zoccolo duro, una base che ci sarà sempre.

Davide: Idealmente mi piacerebbe portarlo avanti ancora a lungo, cambiando forma e magari anche piattaforma. E vediamo cosa ci riserva il futuro.

Parliamo di questa nuova figura nel mondo letterario. Come valutate il ruolo del bookinfluencer?

D. Anche in questo caso dipende, secondo me, perché esistono bookinfluencer molti diversi fra loro e che quindi hanno approcci diversi: chi fa solo vedere i libri nelle storie, chi ci mette di più la faccia, chi si appoggia, come noi, al profilo instagram come strumento per arrivare al blog. Altre figure, che sono quelle diventate più famose ultimamente, si appoggiano solamente su instagram per discutere di libri, in questo caso si parla di bookstagrammer invece che di bookinfluencer. Non so molto giudicare questa figura, in realtà non mi considero neanche tale… ride.

Come si instaura il rapporto tra le case editrici e il bookinfluencer?

D. Dal punto di vista delle sponsorizzazioni, le case editrici iniziano a contattarti dal momento in cui hai un seguito molto grande, per lo meno sopra i 10k, cosa che ti consente per altro di utilizzare lo strumento dello swipe up ed inserire nelle storie i link che potranno quindi essere raggiunti direttamente dalla storia stessa.

M. Con sponsorizzazione si intende che ti pagano, che ricevi dei soldi eh.

D. Sì. A volte possono anche esistere nella ‘‘nanosponsorizzazioni’’, è successo anche a noi qualche volta. Ma sono meno frequenti nel tempo. Mentre il rapporto tra case editrici e il bookinfluencer più piccino può nascere o perché richiede dei libri alla casa editrice, oppure proprio perché quest’ultima ha scoperto il tuo profilo e le piace il tuo modo di raccontare i libri.

M. Possiamo dire che bookinfluencer sia il termine del macrogruppo, che contiene varie figure come il bookstagrammer, booktuber e il bookblogger. Noi ovviamente ricopriamo due di queste figure. Bookinfluencer vuole semplicemente dire che parli di libri su internet, dando consigli. Per quanto riguarda le case editrici, anche noi quando avevamo superato i 1000 followers avevamo fatto varie richieste, che hanno portato, per esempio, alla collaborazione con Fazi editore. Molte volte hanno proprio bisogno di questa nostra figura perché, soprattutto in Italia, le case editrici fanno fatica a stare dietro ai social. Credo che vengano ancora visti come strumenti frivoli.

Foto di un post della pagina Radical Ging

Sì, anche secondo me vi è ancora una fetta della rappresentanza culturale italiana che considera i social come un mezzo un po’ ‘basso’ per arrivare al lettore, quando invece devo dire che, soprattutto da quando ho aperto il blog, ho scoperto come si possano presentare contenuti molto validi anche sui social. Ma passiamo ad un’altra domanda: in Italia, per quale motivo, secondo voi, si legge ancora così poco, nonostante i diversi mezzi che si hanno a disposizione? Le statistiche purtroppo parlano chiaro…

M. C’è un forte classismo all’interno della compagine dei lettori e questo è innegabile. Questo classismo, a volte, è veritiero, altre volte soltanto di riflesso. Tanta gente non si avvicina alla lettura sia per un motivo strutturale, infatti durante la crescita la lettura non diventa un punto importante per la formazione, e le statistiche, come dici tu, parlano chiaro: si legge molto da bambini e si inizia a perdere la passione per la lettura verso l’età delle medie; sia perché un libro è meno fruibile di una serie di netflix. Il libro richiede attenzione, più tempo, e una volta che ci si avvicina alla lettura si riscontrano molte barriere. La lettura è un muscolo, dev’essere allenato e pian piano ti rendi conto che quello che leggi non deve per forza piacere a tutti, e lì impari che il bello della lettura è leggere quello che vuoi, senza pregiudizi. Bisogna superare quel punto, io rivendico il diritto di leggere ogni tanto qualcosa di più popolare anche perché tutta la letteratura è intrattenimento, alta o bassa che sia.

D. Le motivazioni sono tante e complesse, legate sicuramente allo stato della cultura italiana. Sono in parte d’accordo sul tipo di comunicazione inter-nos che si riscontra in certi ambiti culturali. Ogni tanto sembra quasi che gli scrittori, alcuni, non scrivano tanto per i lettori quanto più per gli altri scrittori o per certi circoli. Tutto insieme fa.

E voi invece cercate di avvicinare, chi vi segue, alla lettura. E lo fate attraverso consigli e recensioni. Trovo ci sia molta responsabilità nell’atto di recensire un libro. Voi come vi preparate a questo compito?

D. Abbiamo due approcci diversi.

Io, in fase di lettura, non annoto nulla. Marco ride perché devi sapere che c’è sempre una discussione su questo aspetto. Raccolgo i miei pensieri alla fine della lettura e, prima di iniziare a scrivere, faccio una bella ricerca sia sull’autore, sia su eventuali interviste rilasciate sul libro da recensire e altre opere. Solo dopo butto giù il testo.

Davide e Marco

M. Ma in realtà è quasi uguale ora che ci penso. Io rivendico il diritto di sottolineare a matita i libri. Per il resto è fondamentale il background dell’autore o dell’autrice. Invece, quando facciamo i post di approfondimento, per altri autori, come Agatha Christie, lì si va anche a cercare quello che abbia portato l’autore a scrivere quel determinato libro. Quindi si prendono in analisi la biografia, le interviste di altre persone su quell’autore lì e altre informazioni ancora. Ti faccio un esempio, come faccio a fare un articolo su Natalia Ginzburg solo leggendo Lessico famigliare?

E poi vi è la parte soggettiva. Giusto?

M. Noi non ci sbilanciamo molto. All’inizio, forse, il taglio era più personale, anche quando scrivevamo i post e ricordate: iniziare con un avverbio è una delle cose più brutte e io lo faccio quasi sempre. (Ridiamo.) E poi impari e cambi. Nelle storie, invece, ci possiamo sbilanciare, il mezzo mi permette un discorso più personale.

Certo. Possiamo dire che per la storia, che ha una durata minima, solo 24h, ci si può sbilanciare maggiormente, quanto scritto rimane e quindi dev’essere più ponderato.

M. Esatto. E poi noi non dividiamo la recensione in trama, stile, personaggi ma facciamo un unico discorso. E, infine, cosa importante, non diamo voti.

Come vi comportate quando dovete recensire un libro che non vi è piaciuto?

M. Raramente leggiamo libri brutti, anche perché le stesse case editrici ci propongono libri che sanno essere di nostro interesse. Anche quando magari non ci convincono, non sono comunque libri assolutamente brutti quindi si trova sempre qualcosa da dire. Mi è capitato una volta, che un libro fosse così brutto da fermarmi, fare delle storie in cui dicevo di aver interrotto la mia lettura per una serie di motivi. Perché spendere energie per parlare male di qualcosa? Poi ovviamente noi vogliamo solo dare dei pareri ma bisogna sempre ricordarsi che ogni esperienza di lettura è diversa.

È importante da ricordare che tutto quello che scrivi ha un peso, ma questo non significa che si debba rimanere in quella zona grigia, per cui dici tutto e dici niente.

E voi per questo vi siete sempre contraddistinti. Per esempio, vi siete battuti molto per prendere le difese di M. Il figlio del secolo di Scurati. Ci sono state critiche a non finire per alcuni errori grossolani che stonavano con l’intero impianto del libro, che è storico, ma voi ci avete messo la faccia e lo avete difeso, assumendovi questa responsabilità.

M. Ha fatto un gran parlare per un solo motivo: parlava di Mussolini. Era il libro del momento e sembrava che tutti si dovessero per forza schierare. Io lo avevo letto prima che uscissero tutte le polemiche, quindi scrissi l’articolo prima e poi lo modificai con una postilla per dire la mia opinione. M. Il figlio del secolo porta comunque come scritta romanzo, e quindi lui ha vinto. Noi la faccia, l’abbiamo messa, tanti altri no.

M. Il figlio del secolo.

Sono stati in quella famosa zona grigia di cui parlavi prima…

M. Esatto. Qui vedi chi lo fa per passione e chi no.

Mi ricordo che in quel caso siete stati veramente bookinfluencer, perché per esempio, parlo per me, mi avete influenzato a leggerlo proprio alla luce di questo vostro modo di difendere e di presentare questa lettura.

Molti lo hanno comprato perché ne avevamo parlato anche noi, però mi sento anche di dire che sia semplice quando si hanno titoli del genere.

Mi permetto di farti una domanda più personale, Davide, e ti voglio chiedere come sia essere un influencer timido. Come hai vissuto il fatto di doverti esporre, anche come bookstagrammer oltre che bookblogger, facendo i conti con la tua, per me bellissima, timidezza?

È stato un percorso di crescita personale. All’inizio non mi facevo mai vedere e scrivevo solo articoli. Poi però ho cercato di reinventarmi in un modo più trasversale e quindi partecipando anche alla comunicazione. Comunque solo ora mi faccio vedere un po’ di più e con più naturalezza. Per me il piacere più grande rimane nella scrittura degli articoli, ma mi metto in gioco, il percorso di crescita è infinito.

Come siete riusciti a far incastrare queste due personalità così diverse in una collaborazione così bella?

D. Siamo molto diversi ma quasi sempre in sintonia a livello di lettura e di scrittura. Abbiamo, spesso, opinioni divergenti non tanto negli articoli quanto per i post e le foto per i social.

Pero c’è sintonia nella scrittura e nella lettura che sono i due aspetti più importanti. Per esempio vi piace il modo che ha l’altro di recensire?

M. Davide è più bravo, io faccio più errori. Ma è vero, vi è sintonia per le cose importanti, come i libri da leggere.

D. Anche se c’è un titolo che interessa più uno che all’altro, è la persona interessata che lo recensisce. Comunque facciamo un Brainstorming e lavoriamo insieme sul testo.

Qual è stato il vostro più grande momento di gioia e quale quello di maggior difficoltà con Radical Ging?

M. Non ho mai vissuto un momento difficile con Radical Ging. Momento più bello, ti devo per forza dire l’intervista con Roberto Saviano per la Radical Book Fair.

D. Per me è stato difficile fare interviste in diretta per la Radical Book Fair, lo ammetto. Il momento più bello è sicuramente stato seguire tutta la rassegna stampa quando facevamo i cinque giorni del Salone del Libro di Torino.

Locandina dell’evento Radical Book Fair, organizzato da Radical Ging lo scorso maggio.

Non posso non concludere un’intervista a due bookinfluencer senza chiedervi un libro da consigliare così, a bruciapelo.

M. Sto rileggendo Il giardino dei Finzi-Contini. Ãˆ un libro che bisogna leggere per avere quella nostalgia di una cosa che non hai mai vissuto e che ti fa rendere conto che sei fortunato di non aver vissuta. E poi Bassani è Bassani!

D. Io direi La città dei vivi di Nicola Lagioia perché c’è il crime, ci sono casi reali, studiati con molto rispetto. E poi è Einaudi, è Nicola Lagioia, insomma tante cose belle.

Tante cose belle come quelle che creano ogni giorno nel loro profilo instagram e soprattutto nel loro blog. Vi è effettivamente qualcosa di radical nel loro modo di farci entrare a contatto con il mondo editoriale e della letteratura contemporanea e non. Radical perché, come avrete intuito, non hanno paura di esporsi, puntando sempre alla qualità. Vi starete chiedendo, per chi non li conoscesse, cosa sia quella Radical Book Fair, di cui ha parlato Marco a proposito di Saviano. Andate nel loro blog per scoprirlo, vi è proprio una sezione apposita e, che dire, speriamo la possano ripetere, così da poterla scoprire o riscoprire insieme.

Ecco tutto, ecco a voi la Grande Storiella di Radical Ging.

La grande storiella di Etta Matters

In ogni intervista voglio raccontare una grande storiella di giovani, che stanno costruendo il proprio sogno. Dopo aver indagato l’artehttps://grandistorielle.com/2020/11/17/la-grande-storiella-di-fiori-di-mandorlo/ , e il mondo dei viaggihttps://grandistorielle.com/2020/12/08/la-grande-storiella-di-una-viaggiatrice-autentica/ , entriamo ora in quello della musica. Ma proprio mentre stavamo per incominciare la nostra intervista arriva una chiamata importante. Ma non vi svelo ancora nulla; andiamo con ordine e partiamo dalle origini con Emanuele Cotto, in arte Etta Matters.


Non essendo una scelta scontata, ti chiederei come ti sia venuto in mente di fare il producer. Per il mondo della musica, si pensa di più alla figura del cantante o del deejay e invece perché proprio il produttore musicale?
Mi fa strano pensare adesso a come le cose si siano sviluppate. La vera idea infatti, all’inizio, era proprio quella di fare il deejay. Mi sentivo un po’ il capo del mondo, avevo sicuramente un’autostima molto più alta di quella che ho adesso. Andavo a ballare e mi dicevo: ‘‘Ma sai che sta roba qua potrei farla meglio…’’ Così, tra i 15 e i 16 anni, sono entrato in quel mondo e ho iniziato a capire alcune dinamiche che mi hanno proprio spinto a fare il deejay. Ora mi metto un cartellino qui, si indica il petto ridendo, â€˜â€˜Ora faccio il deejay.’’ A quel punto, però, quando mettevo un pezzo degli altri, iniziavo a pensare a come lo avrei modificato, come lo avrei, magari, migliorato, affinché suonasse e desse un effetto del tutto diverso. E allora mi sono informato su come funzionassero le modifiche ai pezzi, e ho iniziato, in modo molto molto lato, a fare delle piccole produzioni, per le quali, quando le ascolto ora, mi prendo in giro. A quel tempo ero gasatissimo, le pubblicizzavo in giro, ma in realtà ci ho messo un po’ a fare le prime cose di cui andare fiero.


E ti ricordi la prima volta?
La prima volta in un club avvenne in pieno inverno, a gennaio, al Centralino, a Torino. Stavo malissimo: avevo mal di pancia dall’ansia, ma era andata veramente bene. E questo mi aveva gasato molto e mi sentivo già conosciuto ma in realtà la vera competizione, che a Torino è a un livello veramente altissimo penso a Gabry Ponte, o Gigi D’Agostino, o Eiffel 65, non la conoscevo per nulla. E c’è sempre stato questo grande divario tra la competizione molto alta e quella che potremmo definire più amatoriale. Ecco, in quest’ultima io andavo alla grande. Io mi sentivo il più bravo. Ma poi inizi a conoscere, a vedere la musica a Milano, a Roma, a Mantova, ad uscire dalla tua cerchia e capisci di non essere l’unico ‘‘fenomeno’’ ecco.

Etta Matters nei panni del deejay.


Quando c’è stato il passaggio da deejay a produttore?
Era poco dopo, a 17 anni ho iniziato a scaricare qualche software per provare a produrre qualcosa.


Possiamo dire che sia stata l’esigenza di mettere qualcosa di tuo, una tua prospettiva e personalizzazione al pezzo musicale che ha fatto fare questo cambiamento?
Assolutamente sì. Da deejay non puoi cambiare un pezzo e poi non avevo i mezzi e la tecnica per farlo. Però mi sono messo all’opera, ho studiato molto, ho sperimentato, cosa che continuo a fare sempre. Mi mangio tutorial ogni volta che posso. Sai quando dicono: ‘‘Stai attento che su youtube perdi tempo perché ti escono i vari video suggeriti ed entri in un loop da cui non riesci piu ad uscire?’’ Ecco io non vedo l’ora di entrarci, perché è proprio quel tempo che mi insegna.


E mentre provavi a produrre quei primi pezzi che tu definisci ‘ascoltabili’ hai anche incominciato un’universita che non c’entra assolutamente nulla con questa tua passione.
Esattamente. Ho iniziato Scienze strategiche. Ovviamente avevo provato a buttare lì l’idea di fare solo musica, ma non sono stato molto supportato. Da un lato mi chiedevo chi me lo facesse fare, ma comunque da un punto di vista culturale sono contento di aver fatto l’università e di aver studiato. Ci sono stati diversi esami che mi sono piaciuti molto, come antropologia culturale o psicologia, e ne sono uscito con un bel novanta e lode, come dico io, per scherzarci su.


E come concigliavi il dovere con la passione? Perché quando dico che voglio diventare giornalista, mi dicono – Ah, ma devi fare subito qualcosa- e io ho sempre detto che voglio fare le cose fatte bene, una alla volta. Però effettivamente non è facile gestire le due cose o no?
È abbastanza impossibile se vuoi che entrambe vengano bene. Ma non c’era nulla da fare, comunque la musica era troppo importante per me, era la mia strada. Studiacchiavo, e poi magari stavo in studio fino alle 2 di notte. Mi annullavo come persona per giornate intere, non guardavo il telefono, ero totalmente preso dalla musica, dalla mia musica.


Da produttore qual è stata la prima soddisfazione importante?
Allora partiamo dal presupposto che sono una di quelle persone che si gode le cose per quei quattordici secondi.


E dai facciamo almeno un minuto!
Ride, e allora dai facciamo un minuto. Ma dopo un minuto sai, voglio fare subito altro, voglio arrivare a qualcosa di diverso. Ma forse la prima grande soddisfazione è stata quando effettivamente io, avendo finito l’università e collaborando già da tempo con diversi artisti, ( ecco questa risposta l’ho lasciata esattamente come me l’ha detta, giusto per far capire che chiacchiera talmente tanto che riesce a fare digressioni più lunghe della risposta. Forse sono stata battuta. ) … e su quello devo dire che sono sempre stato bravo a fare contatti e, come ti dicevo, a baccagliare artisti, cioè quasi flirtare con loro per collaborarci. Per esempio il primo colloboratore per cui sono diventato produttore è stato Itto. Io ci ho proprio quasi flirtato online, ride, e proprio grazie a questa capacità di fare contatti stavo collaborando con dei ragazzi di Alba, e abbiamo fatto uscire il pezzo WHAT WE DO e per la prima volta sono entrato in una classifica.

What we do.


E cosa hai provato?
La vera vittoria di quel pezzo è stata far capire ai miei genitori, così come alle persone che mi stavano intorno, che non stavo scherzando, che ero serio e deciso quando parlavo di voler fare musica dal mattino alla sera.


E dopo questa prima pubblicazione è cambiato anche qualcosa con gli amici?
Sì a livello di percezione. Ho sempre avuto la paura che gli altri mi attribuissero meno di quello che effettivamente facevo, tipo sindrome del fratello minore, no? Dopo quella pubblicazione, pensavo: ‘‘Finalmente lo hanno notato tutti.’’ E poi in realtà, concretamente, non sono cambiate così tante cose a livello professionale, per molto tempo..


Beh fino a poco tempo fa direi…
Esatto, fino a due mesi fa.


E il momento più brutto e demotivante?
Per quanto riguarda la carriera e mettici le virgolette, ( ma io non le metto perché è giusto parlare di carriera ) l’inizio è stato difficile, complicato. Ero nei giri giusti, ma non avveniva molto. Sai a me piace ‘essere il più scemo della stanza’, mi piace essere in una stanza con persone che ne sanno molto piu di me. Ero un po’ il cigno nero, il brutto anatroccolo.


Ma che si trovava nel posto giusto come infatti dice quella citazione: ‘‘Se sei la persona più intelligente della stanza, sei nella stanza sbagliata.’’
Volevo avere persone da cui prendere qualcosa, da cui imparare. Facevo parte di questo gruppo, in cui vedevo che tutti erano più bravi di me, che tutti stavano iniziando a fare cose e io rimanevo fermo, anche se lavoravo tantissimo rimanevo ‘‘l’amico di quelli bravi’’.


E quest’anno, questo 2020 che ci lasciamo alle spalle com’è andato ?
Quest’anno ho sicuramente vissuto il periodo più brutto a livello personale ma ho fatto cento passi in avanti in quello lavorativo. È paradossale, lo so. Iniziando a lavorare con artisti, ti trovi a fare studio session con più persone, dove ognuno dice la propria opinione, dove si crea un clima di collaborazione, di stimoli. Questo periodo di quarantena mi ha fatto fare un gran passo indietro, tornando a fare musica da solo, come quando facevo dance, all’inizio, nella mia cameretta.


Quanto è importante il ruolo del producer nella creazione di una canzone? Anzi andiamo ancora più indietro, partiamo proprio dalla domanda base. Chi è e che cosa fa un produttore musicale?
Il produttore è lo stilista che decide come vestire un brano. Tendenzialmente adesso, a causa dell’evoluzione della musica, lo streaming e altre cose che richiedono un ritmo frenetico, la figura dell’ adattatore, così come quella dei musicisti, del fonico, del tecnico di studio, di chi masterizzava, o di chi remixava, sono tutte presenti in quella del producer. Quindi è veramente diventato uno stilista, che a tutti gli effetti dice: ‘‘Io voglio quei polsini in modo diverso, tipo di lana’’ e allora va a procurarsi il materiale e lo adatta al modello. Così io magari in un pezzo mi dico: ‘‘Ci vedo una chitarra che fa una determinata cosa’’ e devi avere tutto in testa quello che deve succedere.

Etta Matters nel suo studio


Non essendo tu un musicista, possiamo dire che quello che porti di nuovo è proprio la tua prospettiva sul pezzo in questione. Lo rendi un po’ tuo.
Il mio gusto. Sicuramente c’è una differenza tecnica tra me e chi era musicista prima di fare il produttore ma che ormai è ininfluente. E molti mi dicono che il fatto di arrivare dalla dance, per quanto limitante per alcuni aspetti, mi ha portato ad avere un certo tipo di orecchio e così riesco a proporre pezzi che possono piacere a molti, o comunque mi hanno sempre detto così. Molti mi dicono di rimanere così.


Forse perché paradossalmente la tua inesperienza tecnica su alcuni punti, fa rimanere il pezzo più originale, autentico.
Più che altro rimango semplice, con idee semplici. Esempio, per una canzone di Itto, ho registrato il rumore della pioggia e l’ho messo come sottofondo.


Arriviamo al presente, a questo bellissimo presente, cosa mi puoi dire?
Le cose per me sono cambiate da quando Esa e Deddy sono entrati nel programma di Amici. Avevo prodotto qualche loro pezzo e li ho conosciuti entrambi questo scorso anno. È stato abbastanza inaspettato, li abbiamo accompagnati al primo provino ma senza aspettative, nonostante ci fossimo comunque preparati tanto. Ho sempre creduto che entrambi avessero qualcosa che comunque anche a distanza di anni sarebbe emerso.


Parliamo di Deddy, di questo ragazzo scoperto per caso da un tuo socio, mentre suona il pianoforte al jazz club di Torino.
Sì storia pazzesca. Questo mio socio porta Deddy in studio e quando apre le note dell’iphone, vedo che aveva circa novanta canzoni tutte già scritte. Pensa che scrive da quando ha dodici anni circa. Capii subito che fosse necessario portare a fondo uno di questi pezzi, e così abbiamo fatto con FORTI E FRAGILI.


E ora parliamo invece della produzione dei brani di Esa come Eleven, Nato due volte e… Prego rispondi pure.
E niente, era Esa che lo chiamava. Sembrava quasi fatto apposta. E allora ho stappato due birre, e mi sono vista la grande storiella di Emanuele Cotto, per gli amici Meme, e per lavoro Etta Matters. L’ho vista in quella chiamata, la gioia, la soddisfazione. Non c’era quasi più bisogno di nessuna domanda, ha finito lui l’intervista, parlando del suo amico, fratello, collaboratore, Esa.
Con lui mi sono trovato benissimo. Voce pazzesca, cantava in quattro lingue, ho capito che era un’esplosione, a partire dalla sua storia, che ho incoraggiato a mettere in musica con NATO DUE VOLTE. Da produttore ho capito che dovevo prendere tutto questo casino fenomenale e farne della buona musica, e così è nato anche ELEVEN, che trovo molto emozionante con questo racconto del suo rapporto con il padre.


Parliamo del nuovo pezzo, prodotto da te, parliamo di DIMMI.
DIMMI nasce tempo fa. Volevamo creare pezzi da un minuto come contenuto su instagram, ed era il primo che scriveva interamente in italiano. Non era pensato per essere una hit, o un singolo da portare in una gara, ma come un semplice contenuto. In generale non davo indicazioni sul testo, mi occupavo dell parte musicale. In questo caso ho dato anche suggerimenti sulle pause, su quella ripetizione nel ritornello, di-dimmi. Il corpo completo del pezzo era pronto a fine quarantena, ma non ultimato. Ai primi di novembre, quando si aveva il sospetto che potesse entrare nel programma, abbiamo finito la produzione. Nelle ultime settimane, in chiamata, alla sera, mi lasciava una lista di cambiamenti da fare e il giorno dopo gli mandavo il pezzo con le correzioni, e così ci siamo messi a rifare alcune cose, come i cori, a cui hanno collaborato alcuni ragazzi di Amici, quasi tutti!

Il cantante Esa e il producer Etta Matters


Finisco con una domanda che mi ronza da un po’ nella testa. Visto che hai detto che la figura del producer è come quella dello stilista, secondo te fare il producer può essere considerata arte?
Sì. Credo ci sia molta più arte in un sacco di lavori di quella che effettivamente vediamo. C’è arte un po’ in tutto per me, anche nel movimento delle mani di un dottore. Il produttore quando sente qualcosa se lo deve disegnare in testa, come un artista. E poi pensa che io da piccolo volevo fare lo stilista!


E lo sei diventato, uno stilista musicale. Abbiamo fatto quest’intervista poco prima dell’uscita di DIMMI, che ora è su tutte le piattaforme, o, per rimanere in tema, su tutte le vetrine. Partecipate
anche a voi questa prima sfilata, che sono certa essere la prima di molte altre. Congratulazioni allo stilista musicale Etta Matters.