Gli scrittori della Porta Accanto

Qual è la grande storiella del vostro progetto?

 “Gli scrittori della porta accanto” è un gruppo quasi interamente al femminile: Valentina Gerini, Stefania Bergo, Tamara Marcelli, Ornella Nalon, Davide Dotto e Silvia Pattarini. Abbiamo iniziato a collaborare insieme verso la fine del 2014 e nel 2015 è nato il sito. Ci siamo conosciute grazie ai nostri libri, leggendoci a vicenda per caso e grazie ai social network. Inizialmente il sito è nato come un blog in cui postare delle recensioni dei nostri libri o dei libri di altri autori. La redazione si trova in Italia, anche se non vi è una vera e propria sede, poiché siamo sparsi un po’ ovunque, per esempio io sono in Toscana e la mia collega Stefania Bergo è in provincia di Rovigo. All’interno di questo progetto, ognuno di noi ricopre un ruolo diverso: Stefania Bergo si occupa principalmente della grafica, io mi occupo dei social, del marketing, dei corsi e delle pubblicazioni dei nostri libri. Ornella Nalon si occupa della comunicazione della posta (tutto quello che é mail), Silvia Pattarini si occupa delle interviste agli autori, Tamara Marcelli della poesia e Davide Dotto dell’editing. Inoltre, io, Valentina Gerini, e Stefania Bergo, abbiamo aperto una sessione dedicata ai viaggi nel blog, in quanto fortemente interessate a questo ambito. Allo stesso tempo, chi è appassionato di cucina, parlerà di cucina e cosi via. Nel tempo il sito si é evoluto e si è soprattutto ingrandito, infatti oggigiorno abbiamo molti collaboratori anche dall’estero: dalla Francia o dall’Australia. Da questo punto di vista, siamo molto internazionali.

Perché questo nome?

Quando abbiamo deciso di aprire la collana editoriale, e dovevamo quindi trovare una descrizione che rappresentasse la collana, abbiamo scritto: “Siamo scrittori per passione, della porta accanto per non mettere troppo spazio tra noi e i nostri lettori, siamo la vicina di casa, il cassiere del supermercato, la giornalista, l’ingegnere, la guida turistica, l’insegnante, l’artista, il medico. Gente comune con storie fuori dal comune da raccontare”. In questo modo, si crea un ambiente più conviviale, poiché la descrizione “della porta accanto” dovrebbe dare l’impressione che quel gruppo di persone è “alla mano”, è “il vicino di casa”: sempre pronto ad aiutarti con la differenza che questo vicino di casa ha una particolarità, ha delle storie da raccontare.

Di cosa vi occupate più precisamente?

Sul sito pubblichiamo costantemente articoli e recensioni. Si spazia dalla letteratura, ai viaggi, all’ attualità, al cinema e al teatro. Abbiamo il sito, che noi chiamiamo “web magazine culturale”, ed esso racchiude un po’ tutto ed è la piattaforma in cui pubblichiamo. Oltre a questo, curiamo la collana editoriale, anch’essa chiamata “Gli scrittori della porta accanto” con la quale pubblichiamo libri: li riceviamo, li selezioniamo, facciamo editing e ci dedichiamo alla grafica. È necessario sottolineare, però, che non siamo una casa editrice a pagamento. Ci occupiamo inoltre dei servizi editoriali, come l’intervista all’autore che vuole visibilità, con i quali ci manteniamo insieme ai corsi online (nati durante il lockdown), come il corso di swahili (fatto esclusivamente in beneficienza) o di inglese o di yoga. Paghiamo il docente e quello che rimane viene investito nel sito o nella grafica. Infine c’è l’associazione, l’involucro che racchiude tutto.

La particolarità di questo progetto sta inoltre nel fatto che abbiamo quasi tutte un’età diversa, che va dai trenta ai sessant’anni e questo fa si che ci sia uno scambio continuo e soprattutto una condivisione di esperienze diverse.

Cos’è per voi la scrittura?

“La scrittura è un’espressione di se stessi, molto spesso si scrive per esprimere qualcosa, perché non è detto che poi tu venga letto da qualcuno”. Penso che questa sia una definizione di scrittura condivisa da tutto il gruppo. Da appassionate scrittrici siamo appassionate lettrici, queste due cose vanno di pari passo. Mentre un lettore può leggere e basta, uno scrittore non può non essere un lettore. Io, personalmente, non mi sento né più scrittrice né più lettrice, sono entrambe nello stesso modo.

Valentina Gerini

In particolare tu, Valentina, di cosa ti occupi all’interno del progetto?

All’interno del progetto io mi occupo dei social, principalmente di Instagram. Mi dedico della comunicazione con gli autori della nostra collana editoriale e di tutti i corsi che offriamo. Li creo, li seguo e li porto avanti. Tengo inoltre le fila dell’associazione  e della parte amministrativa. Infine, sono una delle fondatrici e anche la vice-presidente. Quello che conta all’interno del gruppo è soprattutto il lavoro di squadra.

La nostra decima storiella inizia con: “É il grande dilemma dei giovani. Partire rimanere. Viaggiare o restare”. Dato che ti occupi anche di viaggi e organizzi corsi di lingua online, come quello di swahili per viaggiatori, cosa ne pensi?

Innanzitutto il mio consiglio è quello di “partire”, sempre. Ed è quello che ho fatto io quando ero giovanissima, perché il mio sogno era proprio quello di andare in giro e trovare un lavoro che mi permettesse di viaggiare. Sono partita a vent’anni, facendo l’assistente turistica, un lavoro che mi portava a cambiare meta ogni sei mesi. Successivamente, sono diventata accompagnatrice turistica: ho continuato a viaggiare, ma ad un certo momento della mia vita sono tornata a casa. La mia passione del viaggio è nata quando ero ancora una ragazzina, quando iniziai a sentire che il posto in cui mi trovavo mi stava stretto. C’è chi sta bene nel posto in cui é nato, io invece dovevo vedere, dovevo esplorare questo modo così magnifico. Quindi il consiglio che do sempre ai giovani è di “prendere e andare”, perché quando ritorni, ritorni sicuramente diverso e migliore. Ti accorgi inoltre che il mondo non finisce al confine del tuo paese, ma che c’è altro. Le realtà nel mondo sono infinite e il viaggio ti permette di capire e ti apre la mente. Del viaggio ne ho fatto una vera e propria professione. Poi parallelamente ho portato avanti questo progetto che mi ha salvata durante il lockdown, dato che non si poteva viaggiare.

Cosa é il viaggio per te e in che modo ti senti cambiata?

Il viaggio per me è esperienza, non necessariamente deve essere sempre un viaggio diverso. Molto spesso a me piace tornare nei posti già visitati, poiché c’è sempre qualcosa da scoprire ancora o qualcuno da trovare. A me il viaggio ha fatto capire che il mondo non gira intorno a me, non gira solo intorno al mio paesino, ma che là fuori c’è tanto da scoprire. Mi ha resa più aperta. “Io penso che la decisione di viaggiare sia stata la scelta più bella che io abbia mai preso, sono quello che sono oggi, grazie a quella decisione”. Viaggiando ho incontrato quello che è mio marito oggi, nato in Repubblica Dominicana e ora ho una figlia italo-dominicana. “Io devo tutto ai viaggi”.

Ora che hai una famiglia, riesci comunque a viaggiare? E soprattutto, hai mai sentito il bisogno di fermarti?

Sì, ho sentito il bisogno di fermarmi perché ero un po’ stanca, soprattutto perché viaggiavo per lavoro e non ero io a scegliere le destinazioni, anche se quelle che mi sono state assegnate non erano niente male: sono stata a Zanzibar, a Santo Domingo, in Grecia, ecc… posti paradisiaci. Ad un certo punto, però, ho sentito il bisogno di decidere per me stessa. In quel caso mi sono fermata, cercando una soluzione che potesse essere il viaggio, ma in un posto scelto da me. E soprattutto, in quel momento avevo proprio bisogno di casa. Non é detto, però, che uno debba rimanere nello stesso posto per sempre: “io sono un po’ un’anima in pena, nel senso che oggi sto bene qui e domani invece voglio andare da un’altra parte, quindi ora come ora non mi sento ancora nel posto definitivo, nel senso che non sono sicura di passare qua il resto della mia vita”. Con una famiglia è più complicato viaggiare, per esempio non posso andare via sei mesi come facevo prima, ma si può viaggiare lo stesso. Io ho viaggiato molto con mia figlia da sola, per esempio con lei sono stata a Zanzibar, in Portogallo, a Londra. É un altro modo di viaggiare: più responsabile e meno improvvisato, ma come vedete si può fare.

Quando sei partita a vent’anni, qual era la tua idea di viaggio?

 All’avventura: “quello che non sai cosa andrai a fare”. Sono poi partita per lavoro non sapendo nemmeno di preciso in cosa consistesse quell’attività, sapevo si trattasse di turismo, ma io non ero mai stata in un villaggio turistico. Tutti i miei viaggi sono quindi sempre stati così, all’avventura e alla scoperta dell’ignoto, fino all’arrivo di mia figlia, quando sono diventata più responsabile. Viaggiando, inoltre, ho stretto molte amicizie, di conseguenza posso nominare un posto del mondo e dire “forse lì ho qualcuno”. Ogni stagione mi ha regalato un’amicizia importante.

Se siete interessati a questo progetto, ecco a voi i link:

La grande storiella di Leo Club Italia

Anna Leone é una studentessa fuorisede di 19 anni e in questo articolo ci presenterà l’associazione “Leo Club Italia”, più precisamente il club di Fossano, una cittadina piemontese in provincia di Cuneo. Anche la storia di questo club é bella da leggere e degna di essere raccontata.

Anna é venuta a conoscenza dell’associazione circa quattro anni fa tramite una sua amica, anche lei una socia del club. All’inizio Anna vedeva questo progetto come qualcosa di molto tranquillo, come un “nuovo gruppo di amici” che si trovavano per fare qualcosa insieme. In realtà, é stata la base della sua crescita e del suo cambiamento: “l’associazione mi ha dato una nuova visione sul mondo: erano per me gli anni della crescita, questa esperienza mi ha davvero formata e continua tutt’ora a farlo. Sarei completamente diversa se non fossi entrata nei leo”.

Per quanto riguarda il tema “amicizia”, all’interno dell’associazione hai stretto amicizie forti?

Sí, assolutamente. Ho avuto l’opportunità di conoscere moltissime persone nuove, anche perché é un’associazione che vede persone tra i 18 e i 30 anni. Siamo tutti più o meno coetanei, ma vi é comunque una grande differenza tra un diciottenne e un trentenne, di conseguenza il dialogo e il confronto mi hanno permesso di acquisire nuovi comportamenti e conoscere valori o modi di pensare diversi dal mio. Ed é proprio questa la parte che mi ha arricchito maggiormente e nel tempo si sono create delle amicizie fortissime. All’interno del club, ci sono inoltre persone con interessi o stili di vita completamente diversi, ma ció che li accomuna é questo: “la volontà di fare del bene in qualsiasi sfaccettatura”.

 Qual é la differenza tra “Leo Club” e “Lions”?

Il Lions Club International esiste da molto più tempo rispetto al Leo Club Italia. Il Lions é nato nel 1917, mentre la nostra associazione intorno agli anni sessanta. La differenza sostanziale tra i due é l’età: i “leo” vanno dai 12 ai 30 anni, mentre il Lions accoglie membri dai trent’anni in su. Nella pratica, inoltre, le differenze sono tante: per esempio, il Lions é quasi sempre un’istituzione e ha più disponibilità economiche e soprattutto più contatti e più esperienza. In ogni caso, Leo Club e Lions Club collaborano notevolmente tra di loro e hanno un rapporto di grande intesa. Per quanto riguarda la realtà di Fossano, il Lions é molto aperto e giovane come mentalità, e non é scontato, dato che si trovano ancora Lions Club in cui possono entrare solo uomini.

Uno scambio tra Leo e Lions

Di cosa si occupa il Leo Club in modo specifico?

Il nostro motto é “servizio” in senso lato, vale a dire ovunque ci sia bisogno, i leo sono presenti. ll Leo Club si occupa infatti di più settori ed é formato da numerose aree: l’area giovani, che propone attività che coinvolgono bambini e adolescenti, l’area internazionale (grazie al Lions che continua gli scambi giovanili) o l’area comunità che riguarda soprattutto il sociale, e molte altre ancora. Ogni area propone delle attività, che vengono chiamate “service”. Il club é gestito da un direttivo formato da un Presidente, un Segretario e un Tesoriere. Inoltre, ogni club fa riferimento ad un distretto e questi distretti sono sparsi ovunque in Italia. All’interno del club tutti si occupano della stessa attività, mentre all’interno del distretto ci sono delle persone di riferimento, gli officers ( per esempio si ha un office dell’area fame o dell’area attività), che danno delle indicazioni più precise ai club sulle attività che potrebbero svolgere.

E tu Anna, di cosa ti occupi nello specifico?

All’inizio sono entrata nel club come socio e, in un secondo tempo, sono venuta a conoscenza della realtà distrettuale. Il nostro distretto comprende il Basso Piemonte, quindi la provincia di Cuneo e una parte di quella di Torino e la Liguria di ponente. Sono stata officer di un service introdotto da due anni e proposto dal Leo Club di Fossano, il service si chiama “Leo for Women”. A partire da un femminicidio che aveva sconvolto la cittadina di Fossano, avevamo pensato di proporre un’attività in merito, da qui l’idea del service. Io mi ero inoltre candidata come referente ed ecco la mia ascesa all’interno del distretto: ora ricopro il ruolo di segretaria distrettuale. É un incarico importante, la quantità di lavoro da svolgere é ingente, ma é molto gratificante e soprattutto sono onorata di essere stata scelta.

Campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne

Secondo te é importante informare i giovani sull’esistenza di questa associazione?

Sí, secondo me é molto importante informare i giovani sull’esistenza del Leo Club Italia. Molto spesso si pensa alle associazioni di volontariato come a delle associazioni mirate ad una causa specifica, quindi in alcuni casi manca l’interesse verso quel tipo di tematica o semplicemente non tocca da vicino. Il Leo Club, invece, é aperto a qualsiasi tipo di attività e a qualsiasi settore. Inoltre, la realtà di club e di ristretto arricchisce molto la persona in sé, dato che si entra a far parte di un gruppo. Entrando in questo tipo di associazione si cresce grazie alle numerose sfide che si devono affrontare. Tutto questo, se vissuto come gruppo, diventa un vero e proprio stimolo, un percorso di crescita e molte volte si trova anche l’amore!

Una particolarità del progetto che preferisci o che più ti sta a cuore?

Ogni club, a seconda delle idee e dei soci, declina a modo proprio le attività. La particolarità risiede nel fatto che tutti possono lavorare su un’unica area, come per esempio l’area giovani, e dare vita ad iniziative diverse tra loro. Non si hanno attività imposte, ogni club puó agire in modo differente: per una stessa causa troviamo molteplici iniziative.

Dato che oggigiorno il tema ambiente é molto dibattutto, che cosa mi sai dire a proposito di quest’area?

Le attività dell’area ambiente si sono intensificate soprattutto negli ultimi anni. L’attuale presidente distrettuale sta lavorando molto sui diciassette obiettivi dell’agenda dell’ONU 2030, quindi cerchiamo di rincondurre le varie attività a questa meta. Abbiamo, per esempio, creato dei libricini che, attraverso delle storielle semplici, cercano di sensibilizzare i bambini al tema ambientale e ogni anno raccogliamo i tappi e li doniamo a Candiolo. Ogni settimana, inoltre, cerchiamo di dare consigli su come vivere in modo ecosostenibile tramite una rubrica sui social. Infine, l’anno scorso abbiamo indetto un mini concorso nelle scuole elementari in cui si chiedeva ai bambini di creare delle piccole opere con la plastica riciclata. Quest’anno il distretto ha regalato ad ogni socio un albero su treedom con lo scopo di far conoscere questa idea e diffonderla. Come puoi vedere, l’area ambiente si sta sviluppando sempre di più.

In che modo Leo Club Italia é legato al viaggio?

É il Lions Club ad occuparsi principalmente degli scambi giovanili, noi li aiutiamo se hanno bisogno di sostegno. Per esempio, il club di Fossano é molto legato a questa sezione, poiché la maggiorparte dei soci di Fossano hanno partecipato agli scambi giovanili. Ci sono tantissimi modi per collegare i leo al viaggio, per esempio le riunioni vengono orginizzate un po’ in tutta Italia e quindi ci si puó spostare. Inoltre, i leo non esistono solo in Italia, ma in tutto il mondo, proprio come i Lions ed é soprattutto questa la loro dimensione internazionale.

Con che parola definiresti il “Leo Club Italia”?

Mi viene in mente la parola “divertimento”, poiché tutte le attività a livello del club finiscono sempre per essere un momento di condivisione e negli anni si sono create delle dinamiche di gruppo davvero molto belle.

Quali sono i tuoi piani futuri legati al club?

Mi piacerebbe avere il ruolo di presidenza. Attualmente, peró, il mio più grande obiettivo é quello di far conoscere la realtà del Leo Club di Fossano e soprattutto di passare questo messaggio: “dove c’é bisogno, noi ci siamo”.

La realtà dei leo é ovunque, per esempio quando mi sono spostata da Fossano a Trento, il mio primo pensiero é stato controllare se a Trento ci fosse un Leo Club: “se vivo in questa casa e se conosco questo ambiente, é grazie ad un leo che mi ha dato il contatto”. Nel periodo di quarantena, inoltre, si sono tenuti dei “webinar”, delle riunioni online per tutti i Leo Club italiani. Ogni domenica era un appuntamento fisso e un modo per conoscere persone nuove, nonostante la distanza.

La realtà di questo club si puó quindi riassumere con tre parole: comunità, condivisione e amicizia. É un modo di crescere insieme e di fare esperienza anche stando all’interno della propria città.

Un ringraziamento speciale ad Anna Leone per questa intervista.

Se siete interessati a questa realtà, ecco a voi i link per la pagina Facebook: Leo Club Fossano e Provincia Granda | Facebook e Instagram: Leo Club Fossano (@leoclubfossanoeprovinciagranda) • Photos et vidéos Instagram

Morena Bergia

Viviamo in positivo

Ecco a voi un altro tipo di esperienza “degna” di essere raccontata. Nel 2016 Veronica Correndo entra a far parte dell’associazione ConiVIP e in questa intervista spiegherà su cosa verte la clownterapia.

Che cos’è l’associazione ConiVIP?

VIP ITALIA, “Viviamo In Positivo”, è una federazione che propone un tipo di terapia medica alternativa, chiamata clownterapia o associazione dei “nasi rossi”. Ogni sede ha il nome della propria città, per esempio Vip Cuneo, Vip Alba o Vip Bra. In modo particolare, Veronica fa parte di ConiVIP, Vip Cuneo. L’obiettivo principale di questa associazione è quello di effettuare servizi negli ospedali, per esempio ConiVIP è associato al Santa Croce, al Carle e al Regina Margherita. Oltre alle attività negli ospedali, la federazione si occupa anche dei servizi extra nelle RSA, nei campeggi estivi e all’estate ragazzi. Tutti gli anni a maggio viene organizzata la giornata del naso rosso (GNR) nelle diverse piazze d’Italia. A Cuneo viene svolta in via Roma; a Livorno, dove Veronica è stata anche volontaria, in Terrazza Mascagni, sul mare. La federazione propone inoltre altri progetti. Ogni progetto è capitanato da uno staff nazionale che si interfaccia con il direttivo nazionale il quale, a sua volta, prende decisioni per la federazione. Il primo è il progetto missione di volontariato. VIP ITALIA si occupa di pagare una parte del viaggio al volontario, mentre il resto è sotto la responsabilità di quest’ultimo. Le destinazioni principali sono la Bolivia, Palermo, l’Albania o la Colombia. Oltre a questo, troviamo il progetto scuole. Quest’ultimo consiste nel mandare nelle scuole alcuni clown specializzati che hanno il compito di promuove un progetto continuativo con la stessa classe ed esso può durare da cinque- sei mesi a un anno intero.

Quando si è iscritta Veronica a questa associazione?

Veronica si è iscritta nel 2016 e, per entrare a far parte dell’associazione, si deve seguire un corso di tre giorni chiamato “corso base”. Il corso di clownterapia è stato il suo regalo dei diciotto anni. Durante il corso, inoltre, si deve scegliere il nome clown che non deve essere un nome banale. Sua cugina, quando era piccola, non riusciva a dire Veronica, chiamandola affettuosamente Gonga. Da qui il nome clown di Veronica, Gonga. Le persone che fanno parte dell’associazione molto spesso si conoscono solo con il nome clown. Possiamo quindi definire Gonga il secondo nome di Veronica.

Qual è la differenza tra allenamento e servizio?

La clownterapia si compone di due attività principali: gli allenamenti e i servizi. L’allenamento è una formazione sia come clown sia come persona. Si tratta di una vera e propria crescita: uno dei valori VIP è “uniti per crescere insieme”, crescere come gruppo: “non si tratta solo di mettere un naso rosso di plastica, ma è molto di più, è un naso che si ha dentro”. L’allenamento può essere più attivo, poiché si apprendono nuove attività, o più emozionale ed è spesso basato sull’improvvisazione. Ogni allenamento affronta un tema diverso e, generalmente, si svolgono lavori di gruppo per aprirsi agli altri e conoscerli più profondamente. Ci sono infine anche corsi finanziati da Vip Italia con dei formatori esterni: chi viene per fare giocoleria, chi per fare corsi di magia, chi per i corsi di improvvisazione. A questi vanno aggiunti corsi più specialistici, per esempio Veronica partecipò due anni fa ad un corso di formazione per riuscire a fronteggiare anche le parti più delicate del loro lavoro, per essere pronti ad affrontare i reparti più difficili e le situazioni più spiacevoli. Gli allenamenti sono quindi attività in preparazione ai servizi. Per quanto riguarda i servizi in ospedale, possono essere svolti in una sala condivisa con tutti i bambini, come nel caso dell’esperienza di Veronica a Livorno, oppure si accede direttamente alla stanza del paziente. Per entrare nelle stanze, è necessario consultare prima un infermiere, poiché possono esserci dei pazienti in isolamento o dei malati terminali. Al Carle si può entrare nei reparti di geriatria, medicina interna, oncologia e pneumologia. Il Santa Croce, essendo più grande, offre una scelta più ampia di reparti, tra cui pediatria, neurologia e ginecologia. Il Regina Margherita accoglie ConiVIP due sabati al mese come ospiti e in questo ospedale si ha a che fare con i bambini. I servizi vengono svolti in reparti molto delicati come trapianti, immunodeficienza, oncologia, rianimazione, ma anche in reparti come sala gessi o pronto soccorso. Di solito a Cuneo si è tra gli otto e i dieci clown, mentre a Torino sedici o diciassette. Normalmente si è in due durante il servizio e, riguardo alle coppie, c’è una sorta di gerarchia da rispettare: il clown appena entrato nella fondazione si deve formare, è una sorta di “tirocinante”, quindi non lo si può lasciare da solo. Deve essere affiancato da qualcuno definito l’“angelo”. La figura dell’angelo è una figura che “protegge” il tirocinante durante il suo servizio e il primo anno è di tirocinio. L’angelo ha una responsabilità enorme, perché si deve sempre affiancare all’altro. Se, per esempio, quest’ultimo è in crisi, è l’angelo che deve capirlo e deve cercare di metterlo a proprio agio. I servizi non sono mai preparati, a meno che non sia uno spettacolo. È tutta improvvisazione. Si entra nella stanza e si agisce di seguito. È necessario essere molto versatili in questo tipo di volontariato. Molto spesso è la persona che sta vicina al paziente che ha più bisogno dell’aiuto dei clown, di conseguenza tutti devono essere coinvolti. Bisogna guardare ogni paziente allo stesso modo, i pazienti sono tutti uguali, non esistono distinzioni. I servizi variano in base alla fascia di età: con i bambini si improvvisa molto, è semplice farli felici. Con gli adolescenti si va piuttosto sulle freddure, con gli adulti si fanno magie o trucchi di carte e con gli anziani si parla. Una volta terminato il servizio, è gratificante lasciare un ricordo che può spaziare da un foglietto con scritto “viviamo in positivo, sorridi” a una molletta con attaccata una coccinella.

Quali sono i reparti più difficili da gestire?

“Quando si ha servizio nei reparti più delicati e difficili, si è sempre un po’ agitati”. È necessario, però, non farsi prendere dal panico perchè più si è agitati, più il paziente lo percepisce e non si pone in maniera partecipativa. In quell’istante bisogna “viversi il momento, carpe diem”, non devono esistere le paranoie. Vediamo ora alcune esperienze di Veronica. Un giorno le era stato affidato un servizio a centro ustioni e, qui, trovò una bambina di quattro anni con mano e braccia amputati, poiché la sorella, per sbaglio, le versò una pentola di acqua bollente. Come gestire il servizio? Non era possibile utilizzare gli oggetti, la comunicazione era impossibile, perché non parlava italiano, quindi si poteva solo comunicare con i gesti. Tuttavia, quando Veronica venne a conoscenza della sua passione per la musica, le diede delle maracas e la bambina inizio a suonarle sotto le ascelle. Un altro giorno a Veronica venne affidato il reparto di fibrosi cistica, dove nelle stanze, a prescindere dal COVID-19, bisogna indossare mascherina, guanti e cappa, poiché i pazienti sono immunodepressi. Non potendo portare microbi all’interno, non si possono neanche portare oggetti. Oppure, se si porta un gioco, una volta uscito dalla stanza non può più essere utilizzato. Di conseguenza, senza oggetti, bisogna giocare con le parole e avere una persona collaborativa al proprio fianco. Infine, un altro reparto difficile è oncologia, soprattutto emotivamente. Il primo reparto in cui Veronica ha fatto servizio è stato proprio questo, all’inizio è un vero e proprio trauma, poiché il bambino più piccolo aveva 16 mesi. Ci sono inoltre episodi e persone Veronica porterà sempre con sé, come nel caso di una bambina francese di undici anni. Quel giorno, mentre i clown stavano giocando con le bolle, incontrarono la mamma della bambina in bagno. In questi reparti difficili si tende spesso ad utilizzare la magia della bolla: si fanno tante bolle, il paziente sceglie quella che più gli piace ed esprime un desiderio. Dalla bolla si fa in seguito uscire una biglia con il desiderio concretizzato. La mamma è scoppiata a piangere e tutto ciò che i clown hanno potuto fare è stato abbracciarla.

Che cosa ti lascia questo tipo di volontariato?

La clownterapia ha permesso a Veronica di vedere la vita e le sue difficoltà da un nuovo punto di vista. “È un dare e ricevere continuo ed è più ricevere che dare”. L’obiettivo della clownterapia è quello di portare un po’ di spensieratezza e di gioia nell’animo di persone che stanno vivendo un periodo difficile in ospedale: da quelli che hanno una gamba rotta a quelli che stanno combattendo contro una malattia molto più grave e impegnativa. Con questo tipo di volontariato si vivono delle emozioni fortissime. I pazienti, a loro volta, lasciano tanto: per esempio per l’anziano da tempo solo, il fatto di poter raccontare le sue memorie passate, è per lui motivo di grande gioia e la cosa più bella che gli potesse capitare.

Si possono avere legami con il paziente una volta fuori dall’ospedale?

No, è necessario mantenere un rapporto distaccato con i pazienti per evitare di affezionarcisi troppo. Ci sono stati casi di persone che si sono, per esempio, affezionate a bambini che sono venuti a mancare, di conseguenza tali persone, non reggendo un peso così grande, prendevano la decisione di abbandonare l’associazione. Per esempio, se un paziente vuole fare una foto con i clown, bisogna usare il suo telefono personale, per evitare di lasciare contatti.

Come funziona il progetto missione?

Per partecipare ad una missione, il clown deve essere ben formato. La missione viene organizzata durante tutto l’anno e si ha un capo missione, un VCM (volontario clown missione), una formatrice e un VCM una volta tornati dalla missione per immagazzinare tutto quello che si è vissuto. Veronica vorrebbe partire prima in Italia e poi all’estero. Le missioni durano una o due settimane, a seconda dei posti in cui si va: in Albania e a Palermo una settimana, mentre in Perù due settimane. Secondo Veronica, la missione è un’esperienza da provare, poiché si creano rapporti forti e indelebili, fatti di condivisione di scene bellissime, come di scene bruttissime. Sicuramente, dopo aver vissuto una missione di questo genere, il modo in cui si guarda il mondo cambia completamente.

Un ringraziamento a Veronica Correndo per la sua intervista

Morena Bergia

Jardim Denise

Una storia degna di essere raccontata e bella da leggere.

“Avevamo ancora tanto amore da dare e l’asilo di Capo Verde è stata l’opportunità perfetta”. Nel 2002, Anna e Lorenzo sono partiti per un’esperienza completamente nuova a Fogo, un’isola di Capo Verde. Il Jardim Denise è nato per ricordare Denise, la figlia di Anna e Lorenzo. Denise era una ragazza di 21 anni che studiava Psicologia all’Università di Torino e la cui vita si è fermata nel 2001 all’età di 21 anni a causa di un incidente stradale. Immergetevi ora in un racconto di pura bellezza, di coraggio e di amore infinito.

Che cos’è Jardim Denise?

Il Jardim Denise è un asilo su due piani: il primo piano corrisponde alla scuola materna e accoglie gli alunni dai tre ai sei anni, mentre al secondo piano si trova l’asilo nido con i bambini da zero a tre anni. Ospita circa sessantacinque bambini, quattro maestre, una coordinatrice e una cuoca. Gli alunni ricevono anche il pranzo, che consiste in un piatto unico, equilibrato tra proteine, ferro e carboidrati. Inizialmente, la parte superiore non era adibita ad asilo nido, ma serviva come appoggio alla comunità locale, dove si incontravano per la preghiera o dove si riuniva la gioventù francescana. L’orario dell’asilo si divide in due turni poiché, secondo le regole, non si possono tenere più di venticinque bambini per aula, di conseguenza si ha quello del mattino dalle 8 alle 12 e quello del pomeriggio dalle 14 alle 18 circa. Le famiglie pagano una tassa di cinque euro al mese per ogni bambino che frequenta il Jardim Denise, in questo modo sono motivate a mandare con più costanza i loro figli all’asilo. Purtroppo, però, non tutti possono permetterselo e, in caso di difficoltà, sono Anna e Lorenzo che pagano per loro, cosicché tutti abbiano la stessa opportunità. I lavori all’interno dell’asilo sono iniziati nel 2002 e l’inaugurazione è avvenuta nel 2003. Una volta arrivati a Capo Verde, Anna e Lorenzo sono stati accolti da un frate, Padre Federico, che si trova sull’isola ormai da quarant’anni. È stato lui a portarli all’interno dell’asilo che, prima di diventare il “Jardim Denise”, sembrava una cantina diroccata e, per questo motivo, veniva chiamato “l’asilo dei poveri”. Grazie all’intervento di Anna e Lorenzo, i bambini che frequentavano quell’asilo sono finalmente al pari degli altri, non c’è più un asilo dei poveri e, soprattutto, non ci sono più distinzioni di classe, dato che i bambini sono tutti uguali. Infine, questa struttura è l’unica ad avere dei giochi: tre scivoli, delle giostrine e dei cavallini, il tutto portato dall’Italia, insieme ai vestiti per i bimbi che vengono divisi per taglia, età e sesso.

Come funzionano le donazioni?

Il Jardim Denise nonostante non riceva, in quanto associazione privata, ingenti donazioni ha comunque un’importante rete di piccoli donatori perchè, come dice Anna, “gli italiani sono molto
generosi”. Le offerte arrivano dagli amici, dai volontari, dalle scuole, o anche dagli sposi. Con queste offerte si aiutano innanzitutto i bambini, in seguito quello che rimane viene investito nell’asilo. Per quanto riguarda, invece, i lavori di ristrutturazione e di ampliamento del Jardim Denise, essi sono a carico di Anna e Lorenzo. Sono stati loro, inoltre, ad aver portato l’acqua una volta arrivati a Fogo, essenziale per l’asilo, così come la luce.

Perché Capo Verde?

La scelta di Capo Verde è stata dettata dal caso. Un sabato pomeriggio Lorenzo, tornato dal lavoro, accese il televisore e vide un documentario che parlava di Capo Verde, in particolare di un ospedale in costruzione che aveva bisogno di tecnici volontari. Nel frattempo, era arrivato loro un invito a partecipare ad una riunione ad Alba. In quel periodo, Anna e Lorenzo cercavano in tutti i modi un’evasione, cercavano di fuggire dai ricordi. Sembrava che più lontano si andasse, meno il dolore venisse percepito, anche se si sa che il dolore rimane sempre lì. Arrivarono quindi ad Alba, ad una riunione di viaggi. Lorenzo, interessato a Capo Verde, chiese qualche informazione in più. Il signore che gli stava parlando ad un certo punto gli domandò che lavoro facesse e, una volta scoperto il mestiere di Lorenzo, gli disse: “Vuoi partire domani mattina?” e così Lorenzo capì di star parlando con il responsabile dell’ospedale di Fogo in persona. Lorenzo accettò subito l’offerta e, dopo circa venti giorni, il tempo di fare i passaporti, partirono per questa nuova avventura.

Pian piano iniziarono i lavori dell’asilo, grazie anche all’aiuto del personale dell’ospedale in cui stavano lavorando e della gente locale. Il progetto è stato accolto magnificamente dai locali, soprattutto dagli anziani, felicissimi di vedere i loro nipoti crescere in un ambiente così bello e pieno di gioia come quello del Jardim Denise.

La lingua

A Capo Verde si parlano il portoghese e il creolo capoverdiano. In generale, le persone locali preferiscono utilizzare il creolo, anche in situazioni formali. Per quanto riguarda il volontariato, non è necessario conoscere questa lingua, come testimoniano i due volontari: Emanuele e Lorenzo. Una volta arrivati sull’isola, si imparano le parole dai bambini oppure delle frasi quali “non farlo”, “stai attento” e “vieni qua”. Con i bambini ci si può benissimo far capire con i gesti. Non è quindi un requisito specifico sapere il portoghese per andare là, ma se si conosce la lingua è più semplice instaurare un dialogo con la gente locale.

Qual è la particolarità di questo progetto?

Secondo l’esperienza dei volontari, la particolarità di questo progetto sta nella sua piccola dimensione. È come essere in una grande famiglia: si discute, si parla e si chiacchiera. Al Jardim Denise non si è solo un numero, si lascia una traccia di sé. Due sue caratteristiche sono quindi la familiarità e la condivisione: alla sera ci si ritrova a tavola insieme, ci si racconta le avventure e le emozioni provate durante il giorno. Chiunque scelga di andare al Jardim Denise, lascia qualcosa di sé: dal disegno che rimane sulle pareti dell’asilo alle esperienze con i bambini. I volontari ricevono e, allo stesso tempo, lasciano molto. Il Jardim Denise può essere dunque definito come “una casa piena di ricordi di tutte le persone che sono passate”. Ci sono stati gruppi di ragazzi volontari che non si conoscevano a Fogo e, quando sono tornati in Italia, a distanza di tempo, si sono sposati e si ritrovano ancora per occasioni come matrimoni o battesimi. Questo dimostra che, oltre
all’esperienza arricchente del volontariato, si instaurano delle bellissime amicizie. Un’altra particolarità del Jardim Denise è infatti la profondità delle relazioni che si creano. C’è quindi un fortissimo senso di comunità, di amicizia e di rispetto.

Che tipo di volontariato offre il Jardim Denise?

Il volontariato, come il progetto in generale, è fatto di piccole cose. Ogni volontario è libero di gestire la propria giornata: c’è chi dipinge, chi aiuta i bambini, chi fa la spesa. Con i bambini si gioca e si fanno attività, come la danza e il canto. Tutto si basa molto sull’improvvisazione, è il volontario che deve mettersi in gioco, è molto semplice far felici i bambini, l’importante è dar loro attenzione e amore. Normalmente, a parte quest’anno a causa del COVID-19, i bambini vengono anche portati in gita con i volontari e si allestiscono dei teatrini. I bambini capoverdiani sono inoltre molto generosi, per esempio quando viene data loro la merenda, ne offrono sempre un pezzo agli altri.

Riguardo, invece, alla spesa, si può andare al mercato e quella è anche un’occasione per fermarsi a parlare con la gente del posto e mangiare un piatto tipico. I volontari che scelgono il Jardim Denise hanno inoltre “vitto e alloggio”. C’è un locale su due piani annesso all’asilo: al primo piano si trova la cucina e al secondo piano, la camera da letto. La camera consiste in uno stanzone con dei letti al suo interno e lì dormono i volontari.

Per concludere, l’esperienza di volontariato al Jardim Denise è bella perché è vissuta con tranquillità e con libertà. Ognuno è libero di gestire la propria giornata.

Curiosità

Il primo anno che hanno aperto l’asilo, c’era una bellissima bambina bionda che si chiamava Denise, quando era piccola, Anna le diceva sempre: “Se non avessi mamma e papà qua, ti porterei in Italia”. All’età di quindici anni, la bambina non dimenticò quelle parole e disse ad Anna: “Ti ricordi quello che mi avevi detto da piccola all’asilo? Che mi avresti portata in Italia”. Questo esempio mostra come i bambini non si dimenticano né le persone né le esperienze vissute. Alla fine, questa bimba partì per gli Stati Uniti con il padre.

Al compleanno, la prima fetta di torta viene data alla persona che uno reputa più importante. Un bambino di nome Sandro la diede a Lorenzo.

Qual è il ruolo della donna a Capo Verde?

La società capoverdiana è una società matriarcale. La donna ha un ruolo centrale, è il fulcro della famiglia. È la donna che sceglie l’uomo ed è la donna che lavora. Se si apre il portafoglio di un uomo di cinquant’anni, si troverà la foto della mamma, perché spesso i papà sono assenti. Questo è semplicemente il loro tipo di cultura.

“Noi abbiamo dato tanto e abbiamo ricevuto il doppio, quando dai, ricevi”. Ricevere in senso umano, non materiale. Quando si ha un grande dolore, la visione del mondo cambia. I bambini di Capo Verde hanno dato ad Anna e Lorenzo la forza di continuare: nei momenti bui la possibilità di ripensare ai bei momenti trascorsi all’asilo o alle risate dei bambini era un incentivo per alzarsi al mattino, andare a lavorare e vedere il mondo con occhi diversi.

Un ringraziamento speciale ad Anna e Lorenzo Maccagno e ai due volontari, Emanuele e Lorenzo, per l’intervista.

Il centro della storia

“Il vero segreto è quello di non sentirsi al centro di ogni storia. Ogni tanto, questa non ci appartiene nemmeno, non ne abbiamo capito la trama, il finale, l’inizio, ma ce ne vogliamo comunque impossessare. Perché ci hanno insegnato che noi siamo il centro di tutto e che ci meritiamo solo il meglio da questa vita. Alla fine, sai cosa importa realmente? Creare la tua storia, senza impossessarsi di quella degli altri. Non essere al centro di ogni situazione, ma essere al centro della tua storia. Guarda, io non so dirti cosa accadrà dopo, non so dirti se voleremo in cielo, se diventeremo mangime, se saremo angeli o diavoli. Non so dirti se effettivamente fossimo cenere e che cenere dovremo tornare ad essere. Non lo so. So soltanto che possiamo essere protagonisti della nostra storia, ora. Non solo: possiamo essere i narratori della nostra storia. Ci hanno insegnato così tanto a confrontarci, misurarci, equipararci agli altri, che stiamo creando tanti brevi copia-incolla di storie già sentite, e quindi di vite già vissute. E allora cambia la tua storia, fai qualcosa per te, senza doverlo dire a nessuno. Riscrivi delle pagine che avevano già il timbro di qualcun altro o di qualcos’altro. Smettila di pensare che la storia di un altro sia più interessante della tua. Smettila di credere nella quantità ma punta solo alla qualità, perché ricorda, ricorda questo: i libri che rimangono non sono necessariamente quelli che hanno venduto di più, ma sono quelli che sono entrati nel cuore dei lettori o nella loro mente per la qualità della scrittura, della trama, del finale. Ecco, io non so dirti molto di più. Quello che ho imparato è che il tempo è un bene prezioso che non ci meritiamo, perché non sappiamo come gestirlo. Crediamo che riempirlo sia l’unico modo giusto per maneggiarlo, quando, in realtà, il tempo dovrebbe essere solo un mezzo per un altro obiettivo: il tempo di studiare per arrivare a un traguardo; il tempo della fatica per arrivare alla meta; il tempo di innamorarsi per vivere poi l’amore; il tempo di capire per poter agire; il tempo di maturare per poter sbocciare. Datti tempo, prenditelo questo tempo e non perderlo. Siamo abituati a quella frase che dice “Non bisogna perdere tempo” io la sostituirei con quella che dice “Bisogna prendersi tempo”. Il tempo come mezzo per prendersi cura. Cura dell’amicizia, di una pianta, di uno studio, dei propri bambini, di un insegnamento, di una serata, di un paesaggio. Prendersi del tempo, come mezzo per non perderlo mai più, per non perdere più di vista la nostra storia, rendendola il best-seller che non oggi, non domani, ma ancora tra cento e mille anni sarà letto in continuazione. Non riempire le pagine di approvazione momentanea da parte del lettore, ma riempirle di bellezza in potenziale, che poi, il lettore che vorrai tu saprà comprendere e amare. Non serve arrivare a tutti basta arrivare a qualcuno.”

Avrebbe voluto dirgli tutte queste cose. Lui, il fratello maggiore. Sposato, con figli, con una casa con un mutuo da pagare, con le difficoltà del lavoro, con la malattia della moglie, con i debiti e le preoccupazioni, glielo avrebbe voluto urlare questo monologo. Sarebbe andato davanti a lui, e con fare gentile ma allo stesso tempo austero e rispettabile, gli avrebbe cambiato la vita per sempre. Poi, però, aveva alzato lo sguardo. Suo fratello Riccardo, di ben quindici anni in meno di lui, rimaneva con gli occhi semichiusi, appoggiato al tavolo. Triste, insoddisfatto, gli aveva appena detto che la sua vita non aveva senso. E allora lui voleva proprio farglielo questo discorsetto, voleva proprio dirglielo che non avesse ancora capito nulla, e che anzi era un bell’ingrato a pensarla così. Ma poi si fermò. Ripensò all’inizio del suo monologo tanto ragionato, e comprese che fosse lui stesso a non aver capito nulla. Perché lui, nel profondo del cuore, sapeva di voler essere al centro della storia anche questa volta. Sapeva che stava per diventare il protagonista di una storia che non era sua. Ammaliato dall’idea della figura del fratello maggiore, premuroso e maturo, che va in soccorso del fratello, gli avrebbe fatto un gran bel monologo, ma che in realtà non lo avrebbe in alcun modo aiutato. Riccardo si sarebbe solo sentito ancora una volta da meno. E allora quel bel monologo iniziale non lo fece, non lo fece per nulla. Dalla sua bocca uscì soltanto: “Non serve arrivare a tutti basta arrivare a qualcuno. A me tu arrivi sempre, quindi se hai voglia di parlarne io sono qui. Guardami, parlami.”

Riccardo gli raccontò tanto, gli mostrò i suoi pensieri, i suoi ragionamenti. E suo fratello capì che il suo monologo iniziale fosse ben fatto, ma che non era nulla in confronto al monologo che gli stava facendo suo fratello. Quel giorno capì, lui per primo, che essere al centro della propria storia, senza impossessarsi di quella degli altri, vuol dire, ogni tanto, saper fare un passo indietro.

The heart of a story

The real secret is not to feel at the heart of every story. Sometimes, this one does not even belong to us, we did not understand the plot, the ending or the beginning. Nevertheless, we still want to take over it. This is because we have been taught that we are the centre of everything and that we deserve only the best from this life. In the end, do you know what really matters? Creating you own story without taking over the others’ life. You do not have to be at the heart of every situation, but at the heart of your own story. Listen, I cannot tell you what will happen next, I cannot tell you whether we go to heaven, whether we become animal feed, angels, or devils. I cannot tell you whether we become ashes. I do not know. All I know is that we can be the main characters of our own story now. Even more: we can be the narrators of our own story. We have been taught so much to compare and measure ourselves to the other people, that we are creating so many short copy-paste of stories we have already heard, and therefore lives we have already lived. Then, change your story, do something for you without having to tell anyone. Rewrite the pages which have already been written by others. Stop thinking that someone else’s story is more interesting than your own. Stop believing in quantity, be focused on quality, because I want to remind you of this: the books we remember are not necessarily the ones that have sold the most, but the ones which have entered the readers’ hearts or minds because of the quality of the writing, the plot and the ending.

I cannot tell you much more. What I have learnt is that time is a precious gift that we do not deserve, because we do not know how to manage it. We believe that filling it up is the only right way to handle it. Actually, time should only be a means to reach another purpose: time to study in order to reach a goal; time to struggle in order to reach an objective; time to fall in love in order to then experience love; time to understand in order to act; time to mature in order to blossom. Give yourself time, take this time which only belongs to you and do not lose it. We are used to that quote which says Do not waste your time. I would replace it with another one saying Take your time. Time as a therapy and as a means of caring. Taking care of friendships, of a plant, of a study, of one’s children, of a teaching, of an evening, of a landscape.

Take your time, do not lose sight of it again, do not lose sight of your story again. On the contrary, make it the best-seller that will be read over and over again a hundred and a thousand years from now. Do not fill the pages with momentary approval from the reader, but fill them with beauty, which the reader will then understand, and with love. There is no need to reach everyone, just reach someone.

His older brother would have loved to tell him all these things. He was married, with children, with a mortgage to pay, with all the obstacles of his job, with his wife’s illness, with debts and worries. This is why he would have shouted this monologue at him. He would have stood in front of him, with a gentle but at the same time austere and respectable manner, he would have changed his life forever. Then, he had looked up. His brother Riccardo, fifteen years younger than him, stood with half-closed eyes, leaning against the table. Sad, dissatisfied, he had just told him that his life had no meaning. As a consequence, he really wanted to give him this little speech, he really wanted to tell him that he had not understood anything yet, and that it was not good to think so. At that moment, he stopped. He thought back to the beginning of his well-reasoned monologue and realized that it was him who had understood nothing. Deep in his heart, he knew that he wanted to be at the centre this time too. He knew he was about to become the protagonist of a story that was not his own. Fascinated by the idea of being the older, caring and mature figure coming to his brother’s rescue, he would have given him a great monologue which could not help Riccardo in the end. He would have felt inferior once again. Therefore, he put aside that initial monologue. All that came out of his mouth was: “You do not need to get to everyone, you just need to get to someone. You always get to me, so if you want to talk about it, I am here. Look at me, talk to me”.

Riccardo spoke with him, showed him his thoughts and his reasoning. His brother understood that his initial monologue was efficient, but that it was nothing compared to the monologue his brother was giving him. That day he realized that to be at the centre of one’s own story, without taking over the one of others means, every now and then, knowing how to take a step backwards.

Le centre de l’histoire

« Le vrai secret est de ne pas se sentir au centre de chaque histoire. Parfois, elle ne nous appartient même pas, nous ne comprenons pas son intrigue, sa fin, son début, mais nous voulons quand même en être les protagonistes. En effet, on nous a appris que nous sommes le centre de tout et que nous ne méritons que le meilleur de cette vie. En fin de compte, savez-vous ce qui compte vraiment ? Créer sa propre histoire, sans reprendre celle des autres. Ne pas être au centre de chaque situation, mais être au centre de sa propre histoire. Je ne peux pas te dire ce qui va se passer après, je ne peux pas te dire si nous allons voler vers le ciel, si nous allons devenir du fourrage, si nous allons être des anges ou des démons. Je ne peux pas te dire si nous serons réellement des cendres et quelles cendres nous deviendrons. Je ne sais pas. Je sais seulement que nous pouvons être les protagonistes de notre propre histoire maintenant. Et ce n’est pas tout : nous pouvons être les narrateurs de notre propre histoire. On nous a tellement appris à nous comparer, à nous mesurer avec les autres, qu’à la fin nous avons créé de petits copier-coller d’histoires que nous avons déjà entendues, et donc de vies que nous avons déjà vécues. Alors changez votre histoire, faites quelque chose pour vous, sans avoir à le dire à personne. Réécrire des pages qui ont déjà été marquées par quelqu’un d’autre ou quelque chose d’autre. Arrêtez de penser que l’histoire de quelqu’un d’autre est plus intéressante que la vôtre. Cessez de croire à la quantité, mais ne visez que la qualité, car n’oubliez pas ceci : les livres qui restent ne sont pas nécessairement ceux qui se sont le plus vendus, mais ce sont ceux qui sont entrés dans le cœur ou l’esprit des lecteurs en raison de la qualité de l’écriture, de l’intrigue, de la fin. Ici, je ne peux pas vous en dire beaucoup plus. Ce que j’ai appris, c’est que le temps est un bien précieux que nous ne méritons pas, car nous ne savons pas le gérer. Nous pensons que le remplir est la seule bonne façon de le gérer, alors qu’en réalité, le temps ne devrait être qu’un moyen pour atteindre une autre fin : le temps d’étudier pour arriver à un but ; le temps de travailler pour arriver à ce but ; le temps de tomber amoureux pour ensuite vivre l’amour ; le temps de comprendre pour agir ; le temps de mûrir pour s’épanouir. Donnez-vous du temps, prenez ce temps et ne le perdez pas. Nous sommes habitués à cette phrase qui dit “il ne faut pas perdre de temps”, je la remplacerais par “il faut prendre le temps”. Le temps comme moyen de prendre soin de soi. Prendre soin de l’amitié, d’une plante, d’une étude, de ses enfants, d’un enseignement, d’une soirée, d’un paysage. Prendre le temps comme un moyen de ne plus jamais le perdre de vue, de ne plus jamais perdre de vue notre histoire, d’en faire le best-seller qui, non pas aujourd’hui, non pas demain, mais encore dans cent et mille ans, sera lu et relu. Ne remplissez pas les pages avec l’approbation momentanée du lecteur, mais remplissez-les avec la beauté potentielle, que le lecteur comprendra et aimera ensuite. Il n’est pas nécessaire d’atteindre tout le monde, il suffit d’atteindre quelqu’un.”

Il aurait aimé lui dire toutes ces choses. Lui, le frère aîné. Marié, avec des enfants, avec une maison dont il faut payer l’hypothèque, avec les difficultés du travail, avec la maladie de sa femme, avec les dettes et les soucis, il aurait voulu lui crier ce monologue. Il l’aurait précédé et, d’une manière douce mais en même temps austère et respectable, il aurait changé sa vie pour toujours. Mais ensuite, il a levé les yeux. Son frère Richard, de quinze ans son cadet, se tenait debout, les yeux mi-clos, appuyé contre la table. Triste, insatisfait, il venait de lui dire que sa vie n’avait pas de sens. Et donc il voulait vraiment lui faire ce petit discours, il voulait vraiment lui dire qu’il n’avait encore rien compris, et qu’il était en fait bien ingrat de le penser. Mais ensuite, il s’est arrêté. Il repense au début de son monologue raisonné et se rend compte que c’est lui-même qui n’a rien compris. Parce que lui, au fond de son cœur, savait qu’il voulait être au centre de l’histoire cette fois-ci aussi. Il savait qu’il était sur le point de devenir le protagoniste d’une histoire qui n’était pas la sienne. Fasciné par l’idée de la figure du frère plus âgé, attentionné et mature venant au secours de son frère, il lui aurait fait un grand monologue, mais qui en réalité ne l’aurait aidé en rien. Richard se serait seulement senti une fois de plus inférieur. Donc ce joli monologue initial, il ne l’a pas fait, il ne l’a pas fait du tout. Tout ce qui est sorti de sa bouche, c’est : “Vous n’avez pas besoin d’atteindre tout le monde, vous avez juste besoin d’atteindre quelqu’un. Tu m’atteins toujours, alors si tu veux en parler, je suis là. Regarde-moi, parle-moi.”

Riccardo lui a dit beaucoup de choses, lui a montré ses pensées, ses raisonnements. Et son frère a compris que son monologue initial était bien fait, mais qu’il n’était rien comparé au monologue que son frère lui faisait. Ce jour-là, il a compris, lui, qu’être au centre de sa propre histoire, sans s’approprier celle des autres, c’est, de temps en temps, savoir prendre du recul.

O centro da história

“O verdadeiro segredo é não se sentir no centro de cada história. Por vezes, nem sequer nos pertence, não compreendemos o enredo, o fim, o início, mas ainda assim queremos estar no centro do mesmo. Porque nos foi ensinado que somos o centro de tudo e que só merecemos o melhor desta vida. No final, sabe o que realmente importa? Criar a sua própria história, sem se apoderar da dos outros. Não estar no centro de todas as situações, mas estar no centro da sua própria história. Olha, não te posso dizer o que vai acontecer a seguir, não te posso dizer se vamos voar para o céu, se nós vamos tornar em forragem, se vamos ser anjos ou demónios. Não posso dizer-vos se éramos realmente cinzas e que cinzas nós deveríamos tornar novamente. Não sei. Só sei que agora podemos ser os protagonistas da nossa própria história. Não só isso: podemos ser os narradores da nossa própria história. Foi-nos ensinado tanto a compararmo-nos, a medirmo-nos, a equipararmo-nos aos outros, que estamos a criar tantas réplicas de histórias que já ouvimos, e portanto de vidas já vividas. Portanto, muda a tua história, faz algo por ti, sem teres de contar a ninguém. Escreva novamente as páginas que já tinham o carimbo de outra pessoa ou outra coisa qualquer. Para de pensar que a história de outra pessoa é mais interessante do que a tua.

Para de pensar na quantidade, mas visa apenas a qualidade, porque lembra-te disto: os livros que ficam não são necessariamente os que mais venderam, mas são os que entraram no coração dos leitores ou nas suas mentes graças à qualidade da escrita, da trama, do final. Aqui, não te posso dizer muito mais do que isso. O que aprendi é que o tempo é um bem precioso que não merecemos, porque não sabemos como o gerir. Acreditamos que preenchê-lo é a única forma correcta de lidar com ele, quando, na realidade, o tempo deve ser apenas um meio para outro fim: tempo para estudar a fim de chegar a um objectivo; tempo para se esforçar a fim de chegar ao objectivo; tempo para se apaixonar a fim de depois viver o amor; tempo para compreender a fim de agir; tempo para amadurecer a fim de florescer. Dá-te tempo, toma este tempo e não o percas. Estamos habituados a essa frase que diz “não se deve perder tempo”, substituí-la-ia por aquela que diz ” é preciso tirar tempo”. O tempo como meio de cuidado. Cuidar da amizade, de uma planta, de um estudo, dos próprios filhos, de um ensino, de uma noite, de uma paisagem. Levar tempo como meio de nunca mais perder de vista, de nunca mais perder de vista a nossa história, tornando-a no best-seller que não hoje, não amanhã, mas ainda daqui a cento e mil anos será relida constantemente. Não encher as páginas com a aprovação momentânea do leitor, mas enchê-las com a beleza potencial, que o leitor então compreenderá e amará. Não há necessidade de chegar a todos, basta chegar a alguém”.

Ele gostaria de lhe ter dito todas estas coisas. Ele, o irmão mais velho. Casado, com filhos, com uma casa com uma hipoteca para pagar, com as dificuldades do trabalho, com a enfermidade da sua mulher, com dívidas e preocupações, ele teria querido gritar-lhe este monólogo. Teria ido antes dele, e com uma forma suave mas ao mesmo tempo austera e respeitável, teria mudado a sua vida para sempre. Mas depois tinha olhado para cima. O seu irmão Riccardo, quinze anos mais novo do que ele, estava de pé com os olhos meio fechados, encostado à mesa. Triste, insatisfeito, tinha acabado de lhe dizer que a sua vida não tinha sentido. E assim ele queria realmente fazer-lhe este pequeno discurso, queria realmente dizer-lhe que ainda não tinha percebido nada, e que na realidade era bastante ingrato por pensar assim. Mas depois ele parou.

Pensou no início do seu bem argumentado monólogo, e percebeu que era ele próprio que nada tinha compreendido. Porque ele, no fundo do seu coração, sabia que também desta vez queria estar no centro da história. Ele sabia que estava prestes a tornar-se o protagonista de uma história que não era sua. Fascinado pela ideia da figura do irmão mais velho, carinhoso e maduro que vinha em socorro do seu irmão, ele ter-lhe-ia dado um grande monólogo, mas que na realidade não o teria ajudado de forma alguma. Riccardo só se teria sentido uma vez mais inferior. Então, aquele belo monólogo inicial que ele não fez, ele não o fez de todo. Tudo o que lhe saiu da boca foi: ‘Não precisas de chegar ao coração de todos, só precisas de chegar ao coração de alguém’. Tu chegas sempre ao meu, por isso se quiseres falar sobre isso, eu estou aqui. Olha para mim, fala comigo”.

Riccardo contou-lhe muito, mostrou-lhe os seus pensamentos, as suas argumentações. E o seu irmão compreendeu que o seu monólogo inicial estava bem feito, mas que não era nada em comparação com o monólogo que o seu irmão lhe estava a dar. Naquele dia ele percebeu que estar no centro da sua própria história, sem se apropriar da dos outros, significa, de vez em quando, saber dar um passo atrás.

Im Mittelpunkt der Geschichte

Das eigentliche Geheimnis besteht darin, dass wir uns nicht in jede Geschichte hineinversetzen können. Manchmal gehört diese Geschichte nicht einmal uns, wir haben die Handlung, das Ende oder den Anfang nicht verstanden. Trotzdem wollen wir sie in die Hand nehmen. Das liegt daran, dass man uns beigebracht hat, dass wir der Mittelpunkt von allem sind und dass wir nur das Beste in diesem Leben verdienen. Weißt du überhaupt, worauf es am Ende wirklich ankommt? Die eigene Geschichte zu gestalten, ohne das Leben der anderen zu übernehmen. Du musst nicht im Mittelpunkt jeder Situation stehen, sondern nur im Mittelpunkt deiner eigenen Geschichte. Hör zu, ich kann dir nicht sagen, was als nächstes passiert, ich kann dir nicht sagen, ob wir in den Himmel kommen, ob wir zu Engeln, Teufeln oder Asche werden. Ich weiß es nicht. Ich weiß nur, dass wir jetzt die Hauptfiguren unserer eigenen Geschichte sein können. Mehr noch: Wir können die Erzähler unserer eigenen Geschichte sein. Man hat uns so sehr gelehrt, uns mit anderen Menschen zu vergleichen und zu messen, dass wir so viele kurze Kopien von Geschichten erschaffen, die wir bereits gehört haben, und damit auch Leben, die wir bereits gelebt haben. Ändere doch einfach deine Geschichte, tu etwas für dich selbst, ohne es jemandem erzählen zu müssen. Schreib die Seiten neu, die bereits von anderen geschrieben wurden. Hör auf zu denken, dass die Geschichte eines anderen interessanter ist als deine eigene. Hör auf, an die Quantität zu glauben, konzentrier dich auf die Qualität und denk daran: Die Bücher, an die wir uns schlussendlich erinnern, sind nicht unbedingt die, die sich am meisten verkauft haben, sondern die, die aufgrund der Qualität des Schreibens, der Handlung und des Endes in die Herzen und Köpfe der Leser gelangt sind.

Viel mehr kann ich dir nicht sagen. Was ich gelernt habe, ist, dass Zeit ein kostbares Geschenk ist, das wir nicht verdienen, weil wir nicht wissen, wie wir damit umgehen sollen. Wir glauben, dass der einzig richtige Weg mit ihr umzugehen ist, sie zu füllen. In Wirklichkeit sollte die Zeit nur ein Mittel sein, um einen anderen Zweck zu erfüllen: Zeit zum Lernen, um ein Ziel zu erreichen; Zeit zum Kämpfen, um einen Plan umzusetzen; Zeit, um sich zu verlieben, um dann Liebe zu erleben; Zeit zum Verstehen, um zu handeln; Zeit zum Reifen, um zu erblühen. Gib dir Zeit, nimm dir diese Zeit, die nur dir gehört, und verlier sie nicht. Wir sind an das Zitat gewöhnt, in dem es heißt: Vergeude nicht deine Zeit. Ich würde es durch ein anderes ersetzen: Nimm dir Zeit. Zeit als Therapie und als Mittel der Fürsorge. Sich um Freundschaften kümmern, um eine Pflanze, um ein Studium, um die eigenen Kinder, um eine Lehre, um einen Abend, um eine Landschaft.

Nimm dir Zeit, verlier sie nicht wieder aus den Augen, verlier deine Geschichte nicht wieder aus den Augen. Im Gegenteil, mach sie zu einem Bestseller, der auch in hunderten und tausenden Jahren noch gelesen werden wird. Füll die Seiten nicht mit der momentanen Zustimmung des Lesers, sondern füll sie mit Schönheit und Liebe, die der Leser dann verstehen wird. Man muss nicht jeden erreichen, man muss nur jemanden erreichen.

Sein älterer Bruder hätte ihm all diese Dinge gerne erzählt. Er war verheiratet, mit Kindern, hatte einen Kredit aufgenommen, um das Haus zu bezahlen, mit all den Hindernissen seiner Arbeit, mit der Krankheit seiner Frau, mit Schulden und Sorgen. Deshalb hätte er ihm diesen Monolog gerne entgegengeschrien. Er hätte vor ihm gestanden, mit einer sanften, aber gleichzeitig strengen und respektvollen Art, er hätte sein Leben für immer verändert.

Dann hatte er aufgeschaut. Sein fünfzehn Jahre jüngerer Bruder Riccardo stand mit halbgeschlossenen Augen an den Tisch gelehnt. Traurig, unzufrieden, hatte er ihm gerade gesagt, dass sein Leben keinen Sinn habe. Deshalb wollte er ihm eigentlich diese kleine Rede halten, er wollte ihm sagen, dass er noch nichts verstanden hatte und dass es nicht gut war, so zu denken. In diesem Moment hielt er inne. Er erinnerte sich an den Anfang seines gut begründeten Monologs und erkannte, dass er es war, der nichts verstanden hatte. Tief in seinem Herzen wusste er, dass er auch dieses Mal im Mittelpunkt stehen wollte. Er wusste, dass er im Begriff war, zum Protagonisten einer Geschichte zu werden, die nicht seine eigene war. Fasziniert von der Vorstellung, die ältere, fürsorgliche und reife Figur zu sein, die seinem Bruder zu Hilfe kommt, hätte er ihm einen großen Monolog gehalten, der Riccardo ohnehin nicht helfen konnte. Er hätte sich wieder einmal minderwertig gefühlt. Deshalb schob er diesen anfänglichen Monolog beiseite. Alles, was aus seinem Mund kam, war: “Du musst nicht an jeden herankommen, du musst nur an jemanden herankommen. Du kommst immer zu mir, also wenn du darüber reden willst, bin ich da. Sieh mich an, sprich mit mir.”

Riccardo sprach mit ihm, zeigte ihm seine Gedanken und seine Überlegungen. Sein Bruder verstand, dass sein anfänglicher Monolog zwar effizient war, aber nichts im Vergleich zu dem Monolog, den sein Bruder ihm hielt. An diesem Tag wurde ihm klar, dass man, wenn man im Mittelpunkt der eigenen Geschichte steht, ohne die der anderen zu übernehmen, hin und wieder einen Schritt zurückgehen kann.

El centro de la historia

‘’El verdadero secreto es el de no sentirse el centro de cada historia. A veces esta historia ni
siquiera nos pertenece, no hemos entendido la trama, el final, el comienzo, pero aún así
queremos apoderarnos de ella. Nos enseñaron que somos el centro de cualquier cosa y que
solo merecemos lo mejor de la vida. Al final, ¿sabes qué es lo que realmente importa?
Crear tu propia historia, sin apropiarse de la de los demás. No estar en el centro de cada
situación, sino estar en el centro de tu historia. Mira, yo no sé decirte qué pasará después,
no sé decirte si volaremos al cielo, si nos convertiremos en alimento, si seremos ángeles o
diablos. No puedo decirte si en realidad éramos cenizas y que cenizas tendríamos que
volver a ser. No lo sé. Todo lo que sé es que ahora podemos ser los protagonistas de
nuestra historia. No solo eso: podemos ser los narradores de nuestra vida. Nos han
enseñado siempre a confrontarnos, a medirnos, a equipararnos a los demás, que al final
estamos creando tantas copias de historias ya conocidas y, por lo tanto, de vidas ya vividas.
Entonces cambia tu historia, haz algo por ti, sin tener que decírselo a nadie. Reescribe
páginas que ya tenían el sello de otra persona o de otra situación. Deja de pensar que la
historia de otro es más interesante que la tuya. Lo importante no es la cantidad, es la
calidad, porque recuerda, recuerda esto: los libros que quedan no son necesariamente los
que más se han vendido , sino los que han entrado en el corazón de los lectores o en su
mente por la calidad de la escritura, de la trama, del final.
No sé decirte mucho más. Lo que he aprendido es que el tiempo es un bien preciado que no
nos merecemos, porque no sabemos cómo manejarlo. Creemos que llenarlo es la única
manera correcta de usarlo, cuando, en realidad, el tiempo debería ser solo un medio para
lograr otro objetivo: el tiempo de estudiar para llegar a una meta; el tiempo de enamorarse
para luego vivir el amor; el tiempo de comprender para poder actuar; el tiempo de madurar
para poder florecer. Tómate tu tiempo y no lo pierdas. Estamos acostumbrados a esa frase
que dice “No hay que perder el tiempo”, yo la sustituiría por la que dice “Hay que tomarse
un tiempo”. El tiempo como medio para cuidar. Cuidar de la amistad, de una planta, de los
estudios, de los hijos, de una enseñanza, de una tarde, de un paisaje. Tomarse un tiempo,
como medio para no perderlo nunca más, para no perder de vista nuestra historia,
convirtiéndola en el best-seller que igual no hoy, ni mañana, pero dentro de cien mil años
será leído continuamente. No llenes las páginas de aprobación momentánea por parte del
lector, más bien llénalas de belleza, porque luego el lector que tú quieras sabrá comprender
y amar. No importa llegar al corazón de todos, sino saber llegar al corazón de alguien.”


Quería decirle todas estas cosas. Él, el hermano mayor. Casado, con hijos, con una casa,
con una hipoteca que pagar, con las dificultades del trabajo, con la enfermedad de la mujer,
con las deudas y las preocupaciones, le habría querido gritar este monólogo. Quería
ponerse cara a cara con su hermano y, siendo amable pero al mismo tiempo serio y
respetable, iba a cambiar su vida para siempre. Pero entonces levantó la mirada. Su
hermano Riccardo, quince años más joven que él, estaba con los ojos medio cerrados,
apoyado en la mesa. Triste, insatisfecho, acababa de decirle que su vida no tenía sentido.
Entonces él quería tener esta conversación con él, quería decirle que aún no había
entendido nada, y que era un desagradecido por pensar eso. Pero luego se calló. Volvió a
pensar en el comienzo de su monólogo tan sensato, y comprendió que era él mismo quien
no había entendido nada. Porque él, en lo profundo de su corazón, sabía que quería estar
en el centro una vez más. Sabía que iba a ser el protagonista de una historia que no le
pertenecía. Atraído por la idea de la figura del hermano mayor, cariñoso y maduro, que va al
rescate de su hermano, le habría hecho un gran monólogo, pero que en realidad no le
habría ayudado de ninguna manera. Riccardo solamente se habría sentido inutil otra vez.
Entonces, prefirió no hacer ese bonito monólogo. De su boca solamente salieron estas
palabras: ‘‘No importa llegar al corazón de todos, sino saber llegar al corazón de alguien. Si
te apetece hablar me tienes aquí. Mírame, háblame.’’


Riccardo le contó mucho, le mostró sus pensamientos, sus razonamientos y su hermano se
dio cuenta de que su monólogo inicial estaba bien hecho, pero que no era nada comparado
con el monólogo que su hermano le estaba haciendo. Aquel día comprendió, él primero, que
estar en el centro de la propia historia, sin apoderarse de la de los demás, significa, de vez
en cuando, saber dar un paso atrás.

Mamma Africa

La mamma è seduta su una sedia traballante. Le mani sono incrociate nel grembo. Il viso è stanco, le rughe intorno alla bocca sono leggermente pronunciate e scendono lungo il mento come schiacciate dalla gravità. Il peso è qualcosa che si sente. Il peso di una schiena abituata ad inarcarsi troppe volte e troppo spesso: per il lavoro, per prendere in braccio un bambino. La sua benda è colorata: una striscia di cerchi e una striscia di triangoli; una striscia di cerchi e una striscia di triangoli. Da quell’arcobaleno di stoffa sbucano fuori delle treccine nere, che si posano, delicatamente, sulla schiena. È arrivata a piedi a scuola, l’hanno convocata per parlare. È seria, forse preoccupata. Ogni volta che la porta si apre, guarda dritto negli occhi la persona che sta per entrare nella stanza. Non è intimorita, le mamme qui non conoscono il timore. È fiera. Per venire a scuola si è messa la gonna blu e la maglia a maniche corte rossa. Si è dispiaciuta di non poter mettere le scarpe blu. Ha messo quelle nere. Stonano, ma ha solo quelle. Le dita si sfregano fra di loro, i pollici cominciano a rincorrersi. Le labbra carnose si inumidiscono al passaggio della lingua. Fa caldo, fa un caldo incredibile qui a Nairobi. È soffocante: si impregna nei vestiti, tra i capelli. Ma lei è leggera. Seria ma leggera. Ed ecco che arriva la sua bambina. In realtà ha tredici anni. Qui avere tredici anni significa essere donna. Non per lei. Per lei, rimane sempre la sua bambina. Arriva sorridente. È felice. La mamma non si scompone: non l’abbraccia, non le dice nulla. Arriva il preside. L’esame è stato passato a pieni voti. La sua è una ragazza dalle competenze e dalle capacità fuori dalla norma.

Quanto fa male una gioia che viene ferita? Quanto è terribile un lieto fine che non ha nessuna conseguenza? Maledetto il giorno in cui si è deciso che l’arcobaleno non potesse uscire fuori senza la pioggia. Maledetto quel giorno. E allora la benda colorata scuote la testa; un sorriso si fa spazio tra le rughe e la fronte si distende. È felice, ma dalla penombra degli occhi si vede che si tratta di una felicità amara. Il retrogusto appesantisce: è un altro peso da portare su quella schiena curva. Si alza, ringrazia, ed esce insieme alla figlia. Saluta tutti, composta. La sua integrità e il suo orgoglio le permettono di non passare inosservata. Tutti si voltano per guardarla, mentre lei pensa che non avrebbe proprio dovuto mettere quelle scarpe nere. Ma purtroppo erano le sole che aveva. Escono dalla scuola. C’è solo il silenzio. Le lacrime arrivano agli occhi della mamma, che non si scompone. La figlia è felice ma pacata. Tutta la mamma. Non c’è bisogno di parlare: si sa perfettamente che questo bel voto non significa nulla per il futuro. Si sa perfettamente che i soldi, per continuare gli studi, non ci sono. Non c’è bisogno di aggiungere nulla. E quindi si va avanti, si torna a casa sotto il sole africano che appesantisce, fino a quando non arrivano delle amiche della figlia vicino a lei. Si congratulano: è stata la migliore a passare l’esame finale. La migliore come sempre.

E la mamma indietreggia per guardare la scena. I suoi occhi ora albeggiano, mentre la sua testa, ormai china, tramonta sotto quell’immensa collina: è la sua gobba, dalla quale, un peso, per un attimo, è svanito.

Mama Africa

The mother is sitting on a wobbly chair. Her hands are crossed in her lap. Her face is tired, the wrinkles around her mouth are slightly pronounced and run down the chin as if crushed by gravity. The weight is something you can feel. The weight of a back used to arching too many times and too often: for work or to hold a child. Her dressing is coloured: a strip of circles and a strip of triangles; a strip of circles and a strip of triangles. Little black braids come out of the rainbow of cloth, which rest gently on her back. She walked to school and has been summoned to talk. She is serious, perhaps worried. Every time the door opens, she looks straight into the eyes of the person about to enter the room. She is not intimidated, mothers here do not know fear. She is proud. She wore a blue skirt and a red short-sleeved shirt to go to school. She was sorry she couldn’t wear blue shoes. She wore the black ones. They clash, but that is all she has. Her fingers rub against each other, her thumbs begin to chase each other. Her full lips moisten at the passage of her tongue. It is hot, incredibly hot here in Nairobi. It is stifling: it soaks into her clothes, into her hair. Nevertheless, she is cheerful. Serious but cheerful. And here comes her little girl. She is actually thirteen years old. Being thirteen here means being a woman. Not for her mother. For her, she is still a little girl. She arrives smiling. She is happy. Her mother doesn’t get upset: she doesn’t hug her, doesn’t say anything. The headmaster arrives. She passed her exam with the best mark. Her daughter has extraordinary skills and abilities. How much is hurtful when your joy hurts? How terrible is a happy ending that has no future? The day when it was decided that the rainbow could not come out without the rain was an ill-fated one. Curse that day. And so the coloured dressing shakes its head; a smile goes out among the wrinkles and the forehead relaxes. She is happy, but from the dimness of her eyes we can see that it is a bitter happiness. The aftertaste weighs her down: it is another burden to carry on that curved back. She gets up, says thank you, and leaves with her daughter. She greets everyone. Her integrity and pride allow her not to go unnoticed. Everyone turns to look at her, while she thinks that she should not have worn those black shoes at all. But unfortunately, they were the only ones she had. They leave the school. There is only silence. Tears well up in the eyes of the mother, who does not flinch. Her daughter is happy but calm. Like her mother. There is no need to talk: they know that this good mark means nothing for her future. They know perfectly well that there is no money to continue their studies. There is no need to add anything. Therefore, they go on, they go home under the African sun that weighs them down, until some of her daughter’s friends arrive next to her. They congratulate her: she was the best to pass the final exam. The best as always.

And the mother steps back to look at the scene. Her eyes are now dawning, while her head, bowed, sets beneath that immense hill: it is her hump, from which, for a moment, a weight has vanished.

Il viaggio più breve di sempre

Classica situazione del venerdì pomeriggio. Finite le lezioni, Marco usciva con alcuni suoi compagni di classe. A dire la verità usciva con loro solo per poter stare con Chiara: intraprendente, solare, interessante. Lui, invece, si definiva molto maturo, e quindi troppo noioso, e quindi per nulla bello. Inoltre, era timido. Di una timidezza che si prende cura dell’intimità e dell’introspezione, ma che non va molto di moda al liceo. Si parlava della verifica dell’ultima ora di lezione, della prossima festa di istituto, e di quante birre comprare per la serata a casa di una certa Monica. Nulla di interessante. Come sempre, secondo il punto di vista di Marco. E mentre sentiva il borbottare dei compagni di sottofondo, mentre sentiva Chiara ridere di gusto, mentre il rumore del tram si confondeva con il vociare delle persone che passavano sotto i portici di piazza Castello, a Torino, lui fissava quel muro, quell’angolo del muro.

«Scusate un attimo» Marco si accomiata. Si allontana dal gruppo. “Ma cos’è?” non riesce a smettere di pensarci da quando lo ha visto. Gli altri amici lo guardano in maniera sospettosa: «Ma cosa fa?» Vicino ad un telefono pubblico dismesso, c’era un biglietto giallo. A penna vi era scritto: “Se non sei felice, sei nel posto sbagliato. Vai in piazza San Carlo e cercami in un posto sicuro.” Marco si volta, gli altri lo osservano. «Scusate ragazzi, arrivo subito.» Incurante di quello che avrebbero pensato, torna indietro e imbocca via Roma. Piazza San Carlo è molto grande. La gira tutta, in lungo e in largo. Non trova nulla. Si siede al centro della piazza, sotto la statua. Un posto sicuro? Marco alza lo sguardo. Davanti a lei ci sono le due chiese, simbolo della piazza. “Ma certo…” Si alza di scatto e vicino al portone della chiesa a destra, indovinate un po’? Un altro bigliettino giallo.

“Usare il cervello è il primo passo per essere felici. Il secondo è il viaggio. Tutto dritto.” Via Roma oltrepassa Piazza San Carlo per arrivare fino a Porta Nuova. È una delle stazioni della città: inizio o fine di un viaggio. Marco corre verso la meta. Al suo ingresso principale, non trova nulla. “E ora? Proviamo quello laterale.” Eccolo, il biglietto giallo. Questa volta recita così: “Non sempre il modo per raggiungere un obiettivo è quello più scontato. Per essere felici bisogna trovare strade alternative, bisogna trovarle insieme con qualcuno. È importante incontrarsi, sedersi con qualcuno e conoscerlo, siamo tutti attori di una storia.” Marco ha già capito: bisogna tornare indietro, bisogna andare davanti al teatro. Proviamo con quello più vicino: teatro Carignano. Sul vaso della pianta all’ingresso, c’è un biglietto giallo.

“L’importante, per essere felici, è saper comunicare.”

E ora? Non c’è l’indizio. Che si fa? Che perdita di tempo. Tutto questo per nulla. “Cosa racconto agli altri ora che torno? Non posso mica dire di aver perso del tempo in questo modo!”

Ma mentre sta tornando verso i suoi amici, imboccando la strada dal verso opposto, si ritrova all’altezza del telefono pubblico. “Ma certo, saper comunicare!” Ispeziona il telefono, guarda sopra e sotto e.. alzando la cornetta, cade un foglio giallo.

“Se sei arrivato fino a qui ci sono due motivazioni: o sei vecchio come me e quindi usi ancora il telefono pubblico, oppure ti ho fatto fare un bel giretto in cerca della felicità. Non ti dico di essere felice subito. Ti dico che se hai iniziato questo viaggio da triste, ora sei ritornato al punto di partenza cambiato, più saggio, più curioso e anche più stanco. Io sono un vecchio brontolone che si diverte a fare questi giochetti. E la prossima volta che troverai un biglietto giallo in giro per la città, lascialo dove si trova, forse altri si sono messi in moto. Ormai il tuo piccolo viaggio è finito: la meta è il punto di partenza, ma è il viaggiatore ad essere cambiato. Ecco il vero traguardo. Buona felicità.”

Tutti gli amici di Marco si erano avvicinati al telefono. «Ragazzi vi devo raccontare quello che mi è appena successo, non ci crederete mai!» E mentre tutti i compagni pendevano dalle sue labbra, e Chiara lo guardava per la prima volta interessata e sorridente, lui si sentiva insolitamente felice.

The shortest journey

It was a typical Friday afternoon. At the end of the classes, Marco hung out with his classmates. To tell the truth, he went out with them only to see Chiara: a dynamic, cheerful and interesting girl. Marco defined himself as a very wise boy, therefore too boring and not handsome at all. In addition, he was shy. A kind of shyness which takes care of intimacy and introspection, but which is old-fashioned at school. On Friday afternoons, they used to talk about the last-hour test, the upcoming school party and the number of beers to buy for the party at Monica’s house. Nothing interesting. As always, from Marco’s point of view. While he was listening to his friends in the background, while he was listening to Chiara laughing whole-heartedly, while the noise of the tram was mingling with the voices of the people walking around Piazza Castello in Turin, he stared at that wall, that precise corner of the wall. 

“Excuse me a moment” Marco takes his leave. He moves away from the group. “What is that?”, he cannot stop thinking about it since he saw it. His friends look at him suspiciously: “What is he doing?”.

Near a disused public telephone, he saw a yellow card with this quote: “If you are not happy, you are in the wrong place. Go to Piazza San Carlo and look for me in a safe place.” Marco turns around, the others keep watching him. “Sorry guys, I will be right back.” Without considering what they will think of him, he turns back and walks down Via Roma. Piazza San Carlo is very big. He finds nothing. He sits in the middle of the square, under the statue. A safe place? Marco looks up. In front of it there are the two churches, the symbol of the square. “Of course…” He jumps up and guess what? Next to the door of the church on the right, he sees another yellow card.

“Using your brain to think is the first step to be happy. The second is the journey. All straight on.” Via Roma, then Piazza San Carlo to reach Porta Nuova. It is the main city train station: the beginning or the end of a journey. Marco runs towards his destination. At its main entrance, he finds nothing. “What now? Let’s try the side entrance .” Here it is, the yellow card: “The way to achieve a goal is not always the most obvious one. To be happy you have to find alternative ways, you have to find them together with someone. It is important to meet other people, to sit down with someone and get to know that person, we are all actors in a story.” Marco has already understood: he has to go back, he has to go in front of the theatre. Let’s try the nearest one: Teatro Carignano. The yellow card is on the plant pot at the entrance.

“In order to be happy, it is important to know how to communicate.”

And now? There is no clue. What can I do? What a waste of time. All this for nothing. “What am I going to tell the others now that I will go back? I cannot say I wasted my time like this!”

However, on his way back to his friends, taking the road in the opposite direction, he finds himself at the payphone. “Of course, knowing how to communicate!” He inspects the phone, looks up and down, and as he picks up the handset, a yellow paper falls out.

“Either you are as old as I am, so you are still using the public phone, or I have taken you on a joy trip in search of happiness. I am not telling you to be happy right away. I am telling you that if you started this journey as a sad man, you have now returned to the starting point as a different person, wiser, more curious and also more tired. I am a grumpy old man who enjoys playing these games. Next time you find a yellow ticket around the town, leave it where it is, maybe others have started up. By now your little journey is over: the destination is the starting point, but it is the traveller who has changed. Here is the real end. Enjoy your happiness.”

All of Marco’s friends had approached the phone. “Guys I have to tell you what has just happened to me, you won’t believe it!”. And while all his schoolmates were hanging on his words, and Chiara looked at him interested for the first time, he felt unusually happy.

Le voyage le plus court de tous les temps

Voici un typique vendredi après-midi. Une fois les cours terminés, Marco sortait avec certains de ses camarades de classe. À vrai dire, il sortait avec eux juste pour voir Chiara : entreprenante, radieuse, intéressante. Lui, en revanche, il se définissait comme très mûr pour son âge, et donc trop ennuyeux et pas beau du tout. De plus, il était timide. Une timidité qui prend soin de l’intimité et de l’introspection, mais qui n’est pas très à la mode au lycée. Pendant les sorties, ils parlaient du dernier contrôle de classe, de la prochaine fête de l’école et du nombre de bières à acheter pour la soirée chez une certaine Monica. Rien d’intéressant. Comme toujours, du point de vue de Marco. Tandis qu’il entendait les marmonnements de ses camarades de classe en arrière-plan, tandis qu’il entendait Chiara rire de bon cœur, tandis que le bruit du tram se mêlait aux voix des gens qui passaient sous les arcades de Piazza Castello à Turin, il fixait ce mur-là, ce coin de mur.

« Excusez-moi un moment », Marco dit au revoir. Il se détourne du groupe. « Qu’est-ce que c’est ? » il n’arrête pas d’y penser depuis qu’il l’a vu. Ses amis le regardent suspicieusement, « Qu’est-ce qu’il fait ? ». Près d’un téléphone public abandonné, il y avait une carte jeune. Il était écrit au stylo : “Si tu n’es pas heureux, tu n’es pas au bon endroit. Va à Piazza San Carlo et cherche-moi dans un endroit sûr ». Marco se retourne, les autres le regardent. « Désolé les gars, j’arrive tout de suite ». Sans se soucier de ce qu’ils auraient pu penser, il fait demi-tour et traverse Via Roma. Piazza San Carlo est très grande. Il en fait le tour, mais il ne trouve rien. Il s’assied au milieu de la place, sous la statue. Un endroit sûr ? Marco lève les yeux. Devant elle se trouvent les deux églises, symbole de la place. « Bien sûr…” », il saute et à côté de la porte de l’église sur la droite, devinez quoi ? Une autre carte jaune.

« Utiliser son propre cerveau est la première étape pour être heureux. Le second est le voyage. Tout droit ». Il traverse Via Roma, ensuite il passe à travers Piazza San Carlo jusqu’à joindre Porta Nuova, la gare centrale de la ville : le début ou la fin d’un voyage. Marco court vers sa destination. A l’entrée principale, il ne trouve rien. « Et maintenant ? Essayons l’entrée de côté ». La voilà, la carte jaune. Cette fois-ci, on lit : « Le moyen d’atteindre un objectif n’est pas toujours le plus évident. Pour être heureux, il faut trouver des moyens alternatifs, il faut les trouver avec quelqu’un. Il est important de se rencontrer, de s’asseoir avec quelqu’un et d’apprendre à le connaître, nous sommes tous les acteurs d’une histoire ». Marco a déjà compris : il faut revenir en arrière, il faut aller devant le théâtre. Essayons le plus proche : Teatro Carignano. Sur la plante en pot à l’entrée, il y a une carte jaune.

« L’important pour être heureux, c’est de pouvoir communiquer ».

Et maintenant ? Il n’y a pas d’indice. Qu’est-ce que je fais maintenant ? Quelle perte de temps. Tout cela pour rien. « Que vais-je dire aux autres maintenant que je suis de retour ? Je ne peux pas dire que j’ai perdu mon temps comme ça ! ».

Toutefois, alors qu’il retourne chez ses amis, en prenant la route en sens inverse, il se retrouve devant une cabine téléphonique. « Bien sûr, pour pouvoir communiquer ! ». Il inspecte le téléphone, regarde au-dessus et en dessous et… en décrochant le combiné, un papier jaune tombe.

« Si tu es arrivé jusqu’ici, il y a deux raisons : et tu es âgé comme moi et donc tu utilises encore la cabine téléphonique et je t’ai emmené à la recherche du bonheur. Je ne te dis pas d’être heureux tout de suite. Je te dis que si tu as commencé ce voyage comme un homme triste, tu as changé en revenant au point de départ : tu es plus sage, plus curieux et aussi plus fatigué. Je suis un vieil homme grincheux qui aime jouer à ces jeux. Et la prochaine fois que tu trouveras une note jaune en ville, laisse-le là où elle est, peut-être que d’autres se sont mis en route. Ton petit voyage est maintenant terminé : la destination est le point de départ, mais c’est le voyageur qui a changé. Voici la véritable arrivée. Je te souhaite beaucoup de bonheur ».

Tous les amis de Marco étaient au téléphone. « Les gars, je dois vous dire ce qui vient de m’arriver, vous n’allez pas le croire ! ». Tandis que tous ses camarades de classe étaient suspendus à chacun de ses mots, et que Chiara le regardait pour la première fois avec intérêt et en souriant, il se sentait étrangement heureux.

A viagem mais breve de sempre

Situação clássica de sexta-feira à tarde. Terminadas as aulas, Marco saía com alguns dos seus colegas de turma. Na verdade, saía com eles apenas para estar com Chiara: engenhosa, alegre, interessante. Ele, por outro lado, definia-se muito maduro, e por isso demasiado aborrecido, e por isso nada bonito. Além disso, ele era tímido. Uma timidez que cuida da intimidade e da introspecção, mas que não está muito na moda no liceu. Falavam da última avaliação da turma, da próxima festa escolar, e de quantas cervejas comprar para a noite na casa de uma certa Monica. Nada de interessante. Como sempre, do ponto de vista de Marco. E enquanto ouvia os murmúrios dos seus colegas de turma ao fundo, enquanto ouvia Chiara a rir às gargalhadas, enquanto o barulho do eléctrico se misturava com as vozes das pessoas que passavam por baixo das arcadas da Piazza Castello em Torino, ele olhava fixamente para aquele muro, aquele canto do muro.

“Desculpem-me um momento”, Marco despede-se. Afasta-se do grupo. “O que é isso?” ele não consegue parar de pensar nisso desde que o viu. Os outros amigos olham para ele com desconfiança: “O que é que ele está a fazer”? Perto de um telefone público fora de uso, havia um cartão amarelo. Em caneta estava escrito: “Se não estás feliz, estás no lugar errado. Vai à Piazza San Carlo e procura-me num lugar seguro”. Marco vira-se, os outros observam-no. “Desculpem rapazes, vou já para aí”. Sem prestar atenção ao que eles teriam pensado, ele volta atrás e toma a Via Roma.  A Piazza San Carlo é muito grande. Dá-lhe a volta, por todo o lado. Ele não encontra nada. Senta-se no meio da praça, debaixo da estátua. Um lugar seguro? Marco olha para cima. Em frente dela estão as duas igrejas, o símbolo da praça. “Claro…” Ela salta para cima e ao lado da porta da igreja à direita, adivinhe? Outro cartão amarelo.

“Usar o seu cérebro é o primeiro passo para ser feliz. O segundo é a viagem. Sempre a direito”. A Via Roma passa pela Piazza San Carlo até Porta Nuova. É uma das estações da cidade: o início ou o fim de uma viagem. Marco corre em direção ao seu destino. Na sua entrada principal, não encontra nada. “E agora? Vamos tentar o lateral”. Aqui está, o cartão amarelo. Desta vez diz: “O caminho para alcançar um objetivo nem sempre é o mais óbvio”. Para ser feliz tem de encontrar formas alternativas, tem de as encontrar em conjunto com alguém. É importante encontrarmo-nos, sentarmo-nos com alguém e conhecê-los, somos todos atores de uma história”. Marco já compreendeu: é preciso voltar, é preciso ir para a frente do teatro. Vamos tentar o mais próximo: Teatro Carignano. Na planta em vaso à entrada, há um cartão amarelo.

“O importante para ser feliz é ser capaz de comunicar”.

E agora? Não há nenhuma pista. O que é que fazemos agora? Que perda de tempo. Tudo isto para nada. “O que vou dizer aos outros agora que estou de volta? Não posso dizer que perdi o meu tempo desta maneira”!

Mas enquanto ele regressa aos seus amigos, na direção oposta, encontra-se na cabina telefónica. “Claro, saber comunicar”! Ele inspeciona o telefone, olha para cima e para baixo e… pegando no auscultador, cai um papel amarelo.

“Se chegaste até aqui, há duas razões: ou és velho como eu, por isso ainda usas a cabine telefónica, ou eu levei-te a dar um passeio em busca da felicidade. Não estou a dizer-te para seres feliz imediatamente. Digo-te que se começaste esta viagem como um homem triste, agora voltaste ao ponto de partida mudado, mais sábio, mais curioso e também mais cansado. Sou um velho rabugento que gosta de jogar estes jogos. E da próxima vez que encontrares um bilhete amarelo pela cidade, deixa-o onde ele está, talvez outros tenham partido. Neste momento, a sua pequena viagem já terminou: o destino é o ponto de partida, mas é o viajante que mudou. Aqui está a verdadeira linha de chegada. Boa felicidade”.

Todos os amigos de Marco aproximaram-se do telefone. “Rapazes, tenho de vos contar o que acabou de me acontecer, não vão acreditar!” E enquanto todos os seus colegas estavam concentrados nas suas palavras, e Chiara olhava para ele pela primeira vez interessada e sorridente, ele sentia-se invulgarmente feliz.

Die kürzeste Reise aller Zeiten

Bestimmt hast du es nicht sofort bemerkt. Eigentlich hat es fast niemand bemerkt. Nur Marco, der gelangweilt in die Ecke jener Mauer starrte, erhaschte einen Blick.

Es war ein typischer Freitagnachmittag. Um ehrlich zu sein, war er nur mit ihnen unterwegs, um Chiara zu sehen: ein dynamisches, fröhliches und interessantes Mädchen. Marco hielt sich selbst für klug, aber deswegen auch für zu langweilig und nicht attraktiv. Außerdem war er etwas schüchtern. Diese Art von introvertierter und höflicher Schüchternheit, die in der Schule als altmodisch angesehen wurde. An Freitagnachmittagen unterhielten sie sich über den letzten Mathetest, das bevorstehende Schulfest und welche Drinks sie für eine Party einer gewissen Monica besorgen mussten. Nichts besonders Aufregendes. Aus Marcos Sicht zumindest. Während er seinen Freunden nur mit halbem Ohr zuhörte, Chiaras herzliches Lachen ihm Gänsehaut verursachte, der Lärm der fahrenden Straßenbahn sich mit den Stimmen der vorbeigehenden Menschen am Piazza Castello in Turin vermischte, starrte er auf diese Mauer, genauer gesagt in die Ecke dieser Mauer.

„Entschuldigt mich für einen Moment“, sagte Marco, während er sich schon von seiner Gruppe fortbewegte. „Was kann das nur sein?“ Er konnte nicht mehr aufhören, darüber nachzudenken, seit er es bemerkt hatte. Die anderen Freunde sahen ihn kurz verwundert an, setzten aber sofort ihre Gespräche fort. Was machte er? In der Ecke, neben einer Telefonzelle, die schon etwas heruntergekommen war, entdeckte er ein gelbes Kärtchen mit folgendem Text:

„Wenn du nicht glücklich bist, bist du am falschen Ort. Geh zum Piazza San Carlo und such nach mir an einem sicheren Ort.“

Marco drehte sich um, die anderen beachteten ihn jedoch kaum. „Tut mir leid Leute, ich bin gleich zurück.“ Ohne darüber nachzudenken, was sie wohl über ihn dachten, drehte er sich um und ging die Via Roma entlang. Der Piazza San Carlo ist ziemlich groß. Er fand dort im ersten Moment nichts Auffälliges. Er saß in der Mitte des Platzes, direkt unter der Statue. Ein sicherer Ort? Marco sah sich um und blickte auf die zwei Kirchen, das Symbol des Platzes. „Das muss es sein…“ Er sprang auf und … natürlich! Rechts neben der Kirchentür fand er ein anderes gelbes Kärtchen.

„Seinen Verstand zu benutzen ist der erste Schritt, um glücklich zu sein. Der zweite ist die Reise. Einfach vorwärts.“

Via Roma, dann Piazza San Carlo, um Porta Nuova zu erreichen. Es war der Hauptbahnhof der Stadt: der Anfang und das Ende jeder Reise. Am Haupteingang fand er nichts. „Was nun? Probieren wir den Seiteneingang.“ Da war er, der gelbe Zettel steckte dieses Mal im Türrahmen: „Der Weg, der zum Ziel führt, ist nicht immer der eindeutigste. Um glücklich zu sein, musst du manchmal Alternativen finden, du musst sie mit jemandem gemeinsam finden. Es ist wichtig, andere Menschen zu treffen, sich mit ihnen zu unterhalten und so diese Personen kennenzulernen – wir alle sind Teil einer Geschichte.“ Marco hatte bereits verstanden, was zu tun war: er musste zurückgehen, er musste beim Theater suchen. Er versuchte das Theater, das am nächsten lag: Teatro Carignano. Im Pflanzentopf am Eingang fand er ein weiteres gelbes Kärtchen.

„Die wichtigste Sache, um glücklich zu sein, ist zu wissen, wie man kommuniziert.“

Und jetzt? Es gab keinen weiteren Hinweis. Was sollte er nur tun? Vielleicht war das ganze einfach nur Zeitverschwendung – all das für rein gar nichts. „Was werde ich den anderen bloß erzählen, wenn ich zurückkomme?“ Für den Rückweg zu seinen Freunden nahm er die gegenüberliegende Straße und fand sich bei der Telefonzelle wieder. „Aber natürlich, wissen, wie man kommuniziert!“ Er untersuchte das Telefon von allen Seiten und als er den Hörer abhob, fiel ein gelbes Kärtchen heraus.

„Entweder bist du so alt wie ich und verwendest noch immer die Telefonzelle oder ich habe dich auf eine Reise auf die Suche nach dem Glück mitgenommen. Ich will dir nicht sagen, dass du sofort glücklich sein wirst. Ich will dir sagen, dass, falls du diese Reise als trauriger Mensch gestartet hast, du nun als eine andere Person zurück zum Startpunkt gekehrt bist; etwas klüger, neugieriger, aber auch müder. Ich jedoch bin nur ein alter Mann, der gerne solche Spiele macht. Nächstes Mal, wenn du ein gelbes Kärtchen in der Stadt findest, lass es an seinem Ort, vielleicht freut sich der nächste darüber. Nun ist unsere Reise zu Ende: der Anfang ist das Ziel, aber der Reisende hat sich verändert. Hier ist das wahre Ende. Genieße dein Glück.“

Marcos Freunde standen inzwischen vor der Telefonzelle und sahen ihn fragend an. „Leute, ich muss euch erzählen, was mir gerade passiert ist, ihr werdet es nicht glauben können!“ Und während seine Freunde begeistert an seinen Lippen hingen, sah ihn auch Chiara zum ersten Mal interessiert an. Plötzlich fühlte er sich außergewöhnlich glücklich.

El viaje más corto del mundo

No lo notabas enseguida. En realidad, nadie se había fijado. Pero él, Marco, mirando
aburrido esa esquina de la pared, lo había vislumbrado.
Típica situación de un viernes por la tarde. Terminadas las clases, Marco salía con algunos
de sus compañeros. En verdad, salía con ellos solamente para estar con Chiara: ingeniosa,
alegre, interesante. El, en cambio, decía que era maduro y, por eso, demasiado aburrido, y
por lo tanto no se consideraba guapo. Además, era tímido. De esa timidez que se preocupa
de la intimidad y de la introspección, pero que no está muy de moda en el instituto.
Se hablaba del examen de la última hora, de la próxima fiesta del instituto y de cuantas
cervezas llevar a casa de una tal Monica. Nada interesante, según Marco. Y mientras
escuchaba el murmullo de sus compañeros de fondo, mientras oía a Chiara reír a
carcajadas, mientras el ruido del tranvía se confundía con el ruido de las personas que
pasaban bajo los porches de la plaza Castello, en Turín, miraba esa pared, esa esquina de
la pared.
«Disculpad un momento» Marco se despide de los demás. Se aleja del grupo. “Pero ¿qué
es?” No puede no pensar en ello desde que lo vio. Los amigos lo miran de manera
sospechosa: «¿Pero qué hace? »
Cerca de un teléfono público fuera de servicio, había una tarjeta amarilla. Con un bolígrafo
habían escrito: “Si no eres feliz, estás en el lugar equivocado. Ve a la plaza San Carlo y
búscame en un lugar seguro.” Marco da la vuelta, los otros lo observan. «Disculpadme,
chicos, enseguida vuelvo». Sin preocuparse de lo que pensaban, se marcha por la calle
Roma. La Plaza San Carlo es muy grande. Da toda la vuelta, a lo largo y ancho. No
encuentra nada. Se sienta en el centro de la plaza, debajo de la estatua. ¿Un lugar seguro?
Marco levanta la mirada. Delante de ella están las dos iglesias, símbolo de la plaza.
“Claro…” Se levanta de golpe y cerca de la puerta de la iglesia a la derecha, ¿podéis
adivinar qué? Otra tarjeta amarilla.
“Usar el cerebro es el primer paso para ser feliz. El segundo es el viaje. Todo recto.” Calle
Roma pasa por plaza San Carlo para llegar hasta Porta Nuova. Es una de las estaciones de
la ciudad: inicio o fin de un viaje. Marco corre hacia la meta. En su entrada principal, no
encuentra nada. “¿Y ahora? Vamos a probar la entrada lateral.” Aquí está, la tarjeta
amarilla. Esta vez dice así: “La forma de lograr un objetivo no siempre es la más obvia. Para
ser felices hay que encontrar caminos alternativos, hay que encontrarlos junto a alguien. Es
importante reunirse, sentarse con esa persona y conocerla, todos somos actores de alguna
historia.” Marco ya ha entendido: hay que volver atrás, hay que ir delante del teatro.
Probemos con el más cercano: teatro Carignano. En la maceta de la planta de la entrada
hay una tarjeta amarilla.
“Lo importante para ser feliz es saber comunicarse.”
¿Y ahora? No hay ninguna pista. ¿Qué se hace? Qué pérdida de tiempo. Todo esto para
nada. “¿Qué les digo a los demás ahora que vuelvo? ¡No les puedo decir que he perdido el
tiempo así!”Pero mientras vuelve hacia sus amigos, por el camino opuesto, se encuentra a la altura del
teléfono público. “¡Claro, saber comunicarse!” Inspecciona el teléfono, mira arriba y abajo y.
al coger el teléfono, cae una hoja amarilla.
“Si has llegado hasta aquí hay dos razones: o eres tan viejo como yo y sigues usando el
teléfono público, o te he hecho dar un paseo en busca de felicidad. No te estoy diciendo que
seas feliz ahora. Te estoy diciendo que, si empezaste este viaje triste, ahora has vuelto al
punto de partida de una forma diferente, más sabio, más curioso e incluso más cansado.
Soy un viejo gruñón que se divierte haciendo estos juegos. Y la próxima vez que encuentres
un billete amarillo por la ciudad, déjalo donde está, porque quizas alguien ha empezado a
buscar.
Ahora tu pequeño viaje ha terminado: el destino es el punto de partida, pero es el viajero
que ha cambiado. Aquí está el verdadero objetivo. Sé feliz.”
Todos los amigos de Marco se habían acercado al teléfono. «Chicos, tengo que contaros lo
que me acaba de pasar, ¡no os lo vais a creer!» Y mientras todos los compañeros estaban
intrigados, y Chiara miraba por primera vez con interés y sonriente, él se sentía
inusualmente feliz.

Il cammino della scrittura

Scrivere un tema è da sempre una questione così complicata. Ed è una questione così complicata perché si è soli. Si è soli a prendere delle decisioni. Come posso iniziare? Con quali parole voglio creare un testo che senza di me non esisterebbe? In che modo voglio impostare una mia creazione? Il creatore di qualsiasi cosa, da un vaso ad un pezzo musicale, è quasi sempre solo e ha quasi sempre paura, perché sa che da solo dovrà prendere delle decisioni. Sa che qualsiasi cosa accada alla sua creatura sarà una sua responsabilità. E quindi, giusto per ripeterlo ancora una volta, ha paura.

Scrivere un racconto, iniziarlo, è come mettersi in cammino. Non sai l’andatura alla quale andrai, non sai se ci sarà subito una salita impervia o se la strada ti porterà ad interminabili tornanti o ad un noioso rettilineo. E sei solo. Ma se capissimo che scrivere e camminare sono la stessa cosa, allora avremmo meno paura.

Si può partire spediti con delle lunghe frasi, un continuo seguirsi di quei periodi infiniti dove si inizia a mettere antipatici pronomi relativi e non se la finisce più con tutte quelle subordinate concessive, ipotetiche etc..  Oppure si può iniziare con una domanda, tanto quelle vanno sempre bene. E allora come sarà questo cammino? E intanto che te lo chiedi hai incominciato a camminare, e così anche a scrivere. E poi dipende, se c’è una bella pianura possiamo mettere qualche bella descrizione, così d’ambientare il lettore e il passeggiatore. E poi ecco un bel dirupo, una bella esclamazione! Alziamo il ritmo di lettura e i battiti del marciatore. Forza! Su! Andiamo! E ora pieni di entusiasmo entriamo nell’intreccio della storia, ecco una serie di stradine tutte intersecate, sdrucciolevoli, così complicate. E siamo arrivati a poco prima del lungo rettilineo. Questo significa che bisogna incuriosire fino all’ultimo, con qualche piccola salita, qualche frase lunga, la tensione si alza.. fino a quando… Eccoli i puntini di sospensione. Manteniamo la suspance, non specifichiamo ancora nulla. Vogliamo far impazzire del tutto il nostro lettore e il nostro passeggiatore? Mettiamo una bella parentesi, sviamo dal discorso, facciamo attendere. ( Quanto sono lunghe queste attese ). E quando ormai non ce lo si aspettava più, eccolo. Che spettacolo, che panorama. L’attesa e la fatica hanno ripagato. Siamo arrivati al punto più alto della storia, il punto più alto del cammino. E ora? E ora, con questa bella vista e con questa pagina scritta, avrai capito, che scrivere è come camminare. Camminare è come scrivere. E scrivere e camminare sono come vivere. Vivere la vita è un susseguirsi di esclamazioni, salite, domande, discese, e punti di sospensione. E cosa avremo imparato? Che tutti i segni di punteggiatura sono necessari: ogni tanto nella vita bisogna sapere mettere un punto. Altre volte, con alcune persone, dei simpatici punti e virgola, come a dire “puoi ma non del tutto.” Altre volte, quanto è bello stare con delle persone con cui far nascere grandi punti interrogativi e grandi punti esclamativi. Alcune esperienze, alcune amicizie e alcuni amori sono, ahimè, solo delle grandi parentesi. Però, se ci pensi bene, quanto è bello dopo tanti puntini di sospensione trovare un bell’aforisma, un bel lieto fine. E ricorda che ogni tanto, con alcune persone e con alcuni ambienti, è meglio mettere un bel punto e a capo.

Sarà difficile ricominciare? Sì, ma ci sono ancora così tante nuove storie da poter raccontare.

Writing is a journey

Writing an essay has always been such a complicated matter. It is a real challenge, because you are alone. You are alone in making decisions. In which way should I start? Which words should I use to create a text which would not exist without me? How do I want to frame my own creation? The creator, generally speaking, of a vase or of a piece of music, is almost always alone and afraid, because he knows that he will be alone in taking decisions. Moreover, he knows that whatever happens to his creation will be his responsibility. Therefore, he is worried.
The beginning of a story is the beginning of a journey. You do not know how fast you are going; you do not know if there will be an immediate steep climb or if the road will take you up endless hairpin bends or a boring straight stretch. You are alone. However, if we understood that writing and walking are the same thing, then we would be less afraid.
You can start with long sentences, a continuous succession of those endless periods where you put unpleasant relative pronouns and never stop with all those concessive, hypothetical subordinates etc..
Or you can start with a question. How will this path be? While you are asking yourself this question, you have started to walk and, as a consequence, you have started to write. If there is a nice plain, we can put some nice descriptions, so as to set the reader and the walker in the right place. And then, look at this! A nice cliff, so a nice exclamation! Let’s raise the reading rhythm and the walker’s heartbeats. Come on! Let’s go! And with a lot of enthusiasm, we finally enter the plot of the story. A series of roads which are intersected, slippery, complicated. We have now arrived just before the long straight. All this means that you have to be curious until the end, with a few small climbs, a few long sentences, the tension rises… until… Here come the ellipses. We keep the suspense going and we do not specify anything yet. Do we want to drive our reader and walker completely mad? Let’s put in a nice parenthesis, let’s get away from the subject, let’s make them wait. (How long these waits are). And just when we were no longer expecting it, here it is. What a spectacle, what a view. The wait and the effort paid off. We have reached the highest point in history, the highest point of the journey. And now? And now, with this beautiful view and this written page, you will have understood that writing is like
walking. Walking is like writing. And writing and walking are like living. Living life is a succession
of exclamations, ascents, questions, descents, and suspension points. And what will we have learned? That all punctuation marks are necessary: sometimes in life you need to know how to put a full stop. Other times, with some people, nice semicolons, as if to say “you can but not quite.” Other times, how nice it is to be with people with whom you can make big question marks and big exclamation marks. Some experiences, some friendships and some loves are, alas, just great parentheses. However, if you think about it, how nice it is after so many ellipses to find a nice aphorism, a nice happy ending. And remember that every now and then, with certain people and certain environments, it is better to put a full stop to things. Will it be difficult to start again? Yes, but there are still so many new stories to be told.

Le chemin de l’écriture

La rédaction d’une dissertation a toujours été une question très compliquée. Elle est si complexe, parce qu’on est tout seul. On est seul face aux décisions qu’on doit prendre. Comment puis-je commencer ? Avec quels mots je veux créer un texte qui, autrement, n’existerait pas sans moi ? Comment puis-je mettre en place ma propre création ? Le créateur de quoi que ce soit, d’un vase à un morceau de musique, est presque toujours seul et effrayé, car il sait que c’est lui, tout seul, qu’il devra faire des choix. Il sait que tout ce qui arrive à sa créature sera de sa responsabilité. C’est pour cette raison qu’il a peur.

Écrire une histoire, la commencer, c’est comme partir en voyage. On ne se sait pas à quel rythme on ira, on ne sait pas s’il va y avoir une montée abrupte immédiate ou si la route va nous faire prendre d’interminables virages ou, plutôt, si on se retrouvera devant une route droite ennuyeuse. On est seul. Mais si nous comprenions qu’écrire et marcher sont la même chose, nous aurions moins peur.

On peut commencer rapidement par de longues phrases, une succession continue des périodes sans fin avec des pronoms relatifs désagréables sans jamais s’arrêter avec toutes ces subordonnées concessives, hypothétiques, etc. On pourrait aussi commencer par une question. Comment sera-t-il ce chemin ? Pendant qu’on se pose cette question, on a déjà commencé à marcher, et donc à écrire. De plus, s’il y a une belle plaine on peut ajouter de belles descriptions, de façon à mettre le lecteur et le promeneur au bon endroit. Ensuite, on retrouve une belle falaise, une belle exclamation ! Augmentons maintenant le rythme de lecture et les battements de cœur du marcheur. Allez ! Debout ! Allons-y ! Ainsi, plein d’enthousiasme, nous entrons dans le cœur de l’histoire. Voici donc une série de routes toutes entrecroisées, glissantes et si compliquées. Nous sommes arrivés juste avant la longue ligne droite. Cela signifie qu’il faut être curieux jusqu’à la fin, et avec quelques petites montées, quelques longues phrases, la tension monte… jusqu’à… Voici les ellipses. Il y a du suspense, nous ne précisons rien pour l’instant. Est-ce qu’on veut rendre notre lecteur et notre marcheur complètement fous ? Si cela est le cas, alors pensons à mettre une belle parenthèse, éloignons-nous du sujet, laissons-le attendre. (La durée de ces attentes). Et juste quand nous ne l’attendions plus, le voici. Quel spectacle, quelle vue. L’attente et les efforts ont porté leurs fruits. Nous avons atteint le point culminant de l’histoire, le point culminant du voyage. Et maintenant ? Et maintenant, avec cette belle vue et cette page écrite, vous aurez compris qu’écrire, c’est comme marcher. Marcher, c’est comme écrire. Et écrire et marcher, c’est comme vivre. Vivre sa vie est une succession d’exclamations, de montées, de questions, de descentes et de points de suspension. Et qu’aurons-nous appris ? Que tous les signes de ponctuation sont nécessaires : dans la vie, il faut parfois savoir mettre un point. D’autres fois, avec certaines personnes, de jolis points-virgules, comme pour dire « vous pouvez mais pas tout à fait ». D’autres fois, comme il est agréable d’être avec des personnes avec lesquelles on peut faire de grands points d’interrogation et de grands points d’exclamation ! Certaines expériences, certaines amitiés et certains amours ne sont, hélas, que de grandes parenthèses. Pourtant, si on y réfléchit, comme il est agréable, après tant d’ellipses, de trouver un bel aphorisme, une belle fin heureuse. Et n’oubliez pas que de temps en temps, avec certaines personnes et certains environnements, il est préférable de mettre un terme aux choses. Sera-t-il difficile de recommencer ? Oui, mais il y a encore tellement de nouvelles histoires à raconter.

O caminho da escrita

Escrever uma história sempre foi um assunto tão complicado. E é tão complicado porque se está sozinho. Se está sozinho a tomar decisões. Como posso começar? Com que palavras quero criar um texto que não existiria sem mim? De que maneira quero definir a minha criação? O criador de qualquer coisa, de um vaso a uma peça musical, está quase sempre sozinho e quase sempre com medo, porque sabe que só ele terá de tomar decisões. Sabe que, aconteça o que acontecer à sua criatura, ele será o único responsável. E portanto, só para o repetir mais uma vez, tem medo.

Escrever, começar uma história, é como pôr-se a caminho. Não sabe a que velocidade irá, não sabe se haverá uma subida íngreme ou se a estrada lhe levará a curvas intermináveis ou, pior ainda, a um trecho chato e reto. E está sozinho. Mas se compreendêssemos que escrever e caminhar são a mesma coisa, então teríamos menos medo.

Pode-se começar depressa com frases longas, uma sucessão contínua daqueles períodos intermináveis onde se colocam aqueles antipáticos pronomes relativos e nunca se para com todos aqueles subordinados concessivos, hipotéticos, etc. Ou pode começar com uma pergunta, porque estas são sempre boas. Como será este caminho? E enquanto se faz esta pergunta, já começou a andar, e assim a escrever. E depois depende, se houver uma bela planície podemos colocar algumas descrições agradáveis, para que o leitor e o caminhante se aclimatem. E depois há um belo penhasco, uma bela exclamação! Vamos aumentar o ritmo de leitura e os batimentos cardíacos do caminhante.

Vamos! Vamos lá! E agora cheios de entusiasmo entramos na trama da história, aqui está uma série de ruazinhas cruzadas, escorregadias, tão complicadas. Chegámos um pouco antes da longa recta. Isto significa que o leitor tem de ficar intrigado até ao fim, com algumas pequenas subidas, algumas frases longas, a tensão aumenta… até que… Aí vêm as elipses. Vamos manter o suspense, não vamos especificar nada ainda.

Queremos enlouquecer completamente o nosso leitor e o nosso caminhante? Então vamos colocar um belo parêntese, vamos desviar-nos do assunto, vamos deixar o leitor à espera. (Quanto tempo duram estas esperas). E precisamente quando já não estávamos à espera, ei-lo! Que espectáculo, que vista. A espera e o esforço valeram a pena. Chegámos ao ponto mais alto da história, o ponto mais alto da viagem. E agora? E agora, com esta bela vista e esta página escrita, terá compreendido que escrever é como caminhar. Caminhar é como escrever. E escrever e caminhar são como viver. Viver a vida é uma sucessão de exclamações, subidas, perguntas, descidas, e pontos de suspensão. E o que é que teremos aprendido? Que todos os sinais de pontuação são necessários: de vez em quando, na vida, é preciso saber colocar um ponto. Outras vezes, com algumas pessoas, é melhor colocar ponto-e-vírgula engraçados, como dizer “pode, mas não totalmente”. Noutros casos, como é bom estar com pessoas com quem se podem colocar grandes pontos de interrogação e grandes pontos de exclamação. Algumas experiências, algumas amizades e alguns amores são, infelizmente, apenas grandes parênteses. No entanto, se pensarmos bem nisso, como é bom depois de tantas elipses encontrar um belo aforismo, um belo final feliz. E lembre-se que de vez em quando, com certas pessoas e em alguns ambientes, é melhor colocar um ponto final nas coisas. Será difícil recomeçar? Sim, mas ainda há tantas histórias novas para serem contadas.

Auf dem Weg des Schreibens

Das Verfassen einer Geschichte war schon immer kompliziert. Es ist so schwierig, weil wir dabei ganz auf uns allein gestellt sind. Niemand außer wir selbst ist dafür verantwortlich, welche Entscheidungen getroffen werden. Wie soll ich nur anfangen? Mit welchen Wörtern kann ich einen Text kreieren, den es ohne mich nicht geben würde? Wie soll ich mein Werk aufbauen?  Der Schöpfer, von was auch immer, von einer Vase bis hin zu einem Musikstück, ist fast immer allein und hat Angst, da er weiß, dass er wichtige Entscheidungen ohne fremde Hilfe treffen muss. Ihm ist bewusst, dass er für alles, das mit seinem Werk passiert, verantwortlich ist. Kein Wunder also, dass er Angst hat.

Eine Geschichte zu schreiben, sie anzufangen, ist wie auf eine Reise zu gehen, deren Ziel man nicht kennt. Man weiß zu Beginn nicht, in welchem Rhythmus man sich fortbewegen wird, ob es plötzlich steil bergauf gehen wird, ob die Straße in scheinbar endlos lange Kurven verzweigt oder eher langweilig und gerade sein wird. Wir sind allein. Aber würden wir verstehen, dass schreiben und gehen im Grunde genommen das Gleiche ist, so hätten wir vielleicht weniger Angst.

Man kann sofort, ohne jegliche Vorwarnung, mit langen Sätzen beginnen, eine Folge von Phrasen ohne Ende mit unangenehmen Relativpronomen, ohne dabei jemals aufzuhören mit komplizierten Konzessivsätzen, Bedingungssätzen, Konjunktiven und so weiter. Man könnte aber auch mit einer Frage anfangen. Wie wird dieser Weg wohl sein? Und während man die Frage noch stellt, hat man bereits zu Gehen angefangen und somit auch zu Schreiben. Es kommt auch darauf an, ob es eine gute Ausgangssituation gibt und man so schöne Beschreibungen einbauen kann, um den Leser und den Wanderer an den richtigen Ort zu bringen.

Aber da, da kommt eine beeindruckende Klippe, die wie ein Ausrufezeichen den Weg unterbricht. Lasst uns schneller lesen, erhöht den Herzrhythmus des Wanderers! Wie geht es weiter? Und jetzt, voller Enthusiasmus, betreten wir den Hauptteil der Geschichte, siehe da, eine Reihe von verzweigten Straßen, die rutschig und verwirrend aussehen. Wir haben es geschafft, wir sind angekommen auf einer langen, geraden Strecke. Man muss trotzdem gespannt bleiben bis zum Ende, da kommen ein paar kleine Hügeln, ein paar lange Sätze, die Spannung steigt…bis…ah ja, da kommen die Ellipsen. Es bleibt aufregend, aber wir erklären noch nichts genauer. Wollen wir unseren Leser und unseren Wanderer denn vollkommen verrückt machen? Wir sind richtig in Fahrt, setzen wir doch eine schöne Klammer, entfernen wir uns vom eigentlichen Thema, lassen wir ihn noch etwas warten (Ach, wie lange das Ende immer hinausgezögert wird…). Und gerade, als wir es selbst schon fast nicht mehr erwarten können, ist es endlich so weit. Was für ein Schauspiel, was für eine Aussicht! Das Warten und die ganzen Mühen haben ihre Früchte getragen. Wir haben den Höhepunkt der Geschichte erreicht, das Ziel der Reise. Und jetzt? Nun, mit dieser schönen Aussicht und dieser geschriebenen Seite, habt ihr hoffentlich verstanden, dass Schreiben ist wie Gehen. Gehen ist wie Schreiben. Und Schreiben und Gehen sind wie Leben.

Das Leben ist wie eine Abfolge von Ausrufezeichen, von steigenden und fallenden Handlungen und Momenten der Spannung. Und was haben wir daraus gelernt? Dass alle Satzzeichen notwendig sind: im Leben muss man manchmal einen Punkt machen. Ein anderes Mal, mit bestimmten Menschen, eignet sich ein Strichpunkt besser; so als würde man sagen „mit euch habe ich noch nicht ganz abgeschlossen, es geht noch weiter“. Ab und zu umgibt man sich jedoch gerne mit Menschen, mit denen man große Fragezeichen und noch eindeutigere Ausrufezeichen setzt. Manche Erfahrung, manche Freundschaft und so manche Liebe ist hingegen, wer hätte es gedacht, eine große Klammer, die sie auf ewig umschließt. Denkt man darüber nach, ist das nach so vielen Ellipsen vielleicht auch gut, wenn man einen schönen Aphorismus, ein glückliches Ende findet. Und vergesst trotzdem nicht, dass es von Zeit zu Zeit, mit manchen Personen und manchen Orten, besser ist, dem Ganzen einen Schlussstrich zu setzen und eine neue Geschichte zu schreiben. Wird es schwierig sein, den Weg noch einmal von vorne anzufangen? Zweifellos. Aber es gibt noch so viele neue Geschichten, die erzählt werden müssen.

El camino de la escritura

Escribir una historia siempre ha sido una cuestión tan complicada. Es una cuestión tan
complicada porque uno está solo. Uno está solo cuando hay que tomar decisiones. ¿Cómo
puedo empezar? ¿Con qué palabras puedo crear un texto que sin mi no existiría? ¿De qué
manera quiero establecer mi propia creación? El creador de cualquier cosa, que sea de un
jarrón o de una pieza musical, casi siempre está solo y casi siempre tiene miedo, porque
sabe que solo tendrá que tomar decisiones. Sabe que pase lo que pase a su criatura, será
su responsabilidad. Por lo tanto, solo para recordarlo una vez más, tiene miedo.
Escribir, empezar una historia, es como ponerse en camino. No sabes a qué ritmo irás, no
sabes si encontrarás una subida inaccesible o si el camino te llevará a curvas interminables
o a un rectilineo aburrido. Estás solo. Pero si solo entendiéramos que escribir y caminar son
lo mismo, entonces tendríamos menos miedo.
Se puede empezar con largas frases, continuar con miles de esas subordinadas infinitas
donde empezamos a poner los antipáticos pronombres relativos y nunca se termina con
esas oraciones concesivas, hipotéticas, etc. O también se puede empezar con una
pregunta, total, con esas nunca te equivocas. Entonces, ¿cómo va a ser este camino?
Mientras te lo estás preguntando, ya has empezado a caminar, y así a escribir. Luego
depende, si hay una llanura bonita podemos añadir alguna descripción, así el lector y el
caminante empiezan a adaptarse. Y ahora encontramos un precipicio, ¡una buena
exclamación! Poco a poco subimos el ritmo de la lectura y los latidos del viandante se hacen
más intensos. ¡Vamos, vamos! Llenos de entusiasmo, entramos en el vivo de la historia,
aquí están varias callejuelas intersecadas, resbaladizas, tan complicadas, y llegamos justo
antes del largo rectilíneo. Esto quiere decir que tenemos que crear intriga hasta el final, con
pequeñas subidas, con frases largas, la tensión poco a poco sube hasta que… Aquí están
los puntos suspensivos. Mantengamos la intriga, aún no especifiquemos nada. ¿Queremos
que nuestro lector y nuestro caminante se vuelvan completamente locos? Entonces abrimos
paréntesis, desviamos el discurso, le hacemos esperar. (Qué largas son estas pausas). Y
cuando ya no te lo esperabas, aquí está. Qué espectáculo, qué panorama.
La espera y el esfuerzo han dado sus frutos. Hemos llegado al punto más alto de la historia,
el punto más alto del camino. ¿Y ahora? Y ahora, con esta vista tan bonita y con esta
página escrita, habrás entendido que escribir es como caminar. Caminar es como escribir.
Escribir y caminar son como vivir. Vivir la vida es una mezcla de exclamaciones, subidas,
preguntas, bajadas y puntos de suspensión. Y ¿qué hemos aprendido? Que todos los
signos de puntuación son necesarios: de vez en cuando en la vida hay que saber poner un
punto. Otras veces, con algunas personas, algunos buenos puntos y comas, como para
decir ‘’puedes, pero no del todo’’. A veces, qué bonito es estar con personas con las que te
planteas grandes puntos interrogativos y grandes puntos exclamativos. Algunas
experiencias, algunas amistades y algunos amores son, por desgracia, solo grandes
paréntesis. Pero si lo piensas, qué bonito encontrar, después de muchos puntos
suspensivos, un buen aforismo, un final feliz. Recuerda también que a veces, con algunas
personas y con algunos entornos, es mejor poner un buen punto de partida. ¿Será difícil
volver a empezar? Si, pero aún quedan muchas nuevas historias por contar.

La casetta nel bosco

Nel piccolo paesino di montagna non si parlava d’altro. Qualcuno era tornato ad abitare nella casetta del bosco. Lo giuravano Marco e Luca, lo avevano visto con i propri occhi: il fumo usciva dall’antico comignolo, le stanze erano illuminate e c’era una canzone che dagli spifferi delle porte rimbombava per tutto il bosco. Questa piccola dimora si trovava proprio vicino ad una delle catene montuose più basse della regione, tra l’estremità del bosco e le montagne: l’eco era assicurato. Per tutti i ragazzi del paese sembrava impossibile pensare che qualcuno fosse tornato a vivere in quel posto. Loro lo usavano alla sera per incontrarsi, per portare le prime fidanzatine, per giocare a nascondino. I ragazzi si erano addirittura inventati “il gioco della casa abbandonata”. Si trattava di una prova di coraggio che tutti i giovani maschi del paese avrebbero dovuto affrontare: passare un’intera notte, da soli, nell’abitazione. Era considerata la prova del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Se lo facevi non eri più un ragazzino, eri un uomo. “Chi potrà mai essere tornato a viverci? Il vecchio proprietario? Quel pazzo?” Elena stava riflettendo, mentre svogliatamente guardava fuori dal finestrino dell’autobus. “Ma poi chi lo ha detto che sia un pazzo? I soliti paesani. Quanto odio questo posto, queste persone così permalose, impiccione, false, così cattive. E poi se vogliamo essere sinceri, io in quella casetta ci vivrei. Eccome.” Sabrina entrò nell’autobus, sorrideva a tutti ma con occhi aguzzi controllava, commentava, si impietosiva, giudicava. Elena sperava di non incrociarla. Si era fermata a qualche metro da lei, si era aggregata ad un gruppo di ragazzi che stavano urlando, con la musica a tutto volume. “Quanto le piace che questi si fermino a guardarla, capirai che fortuna…” Di colpo si abbassò la musica, e le loro voci sovrastarono l’intero veicolo: si parlava della casetta nel bosco: “È tornato il pazzo, sì il pazzo cornuto”. E tutti a ridere a crepapelle. “Il vecchio ci vuole togliere la casa dei divertimenti ma io ci vado lo stesso, così magari becco la moglie…” “Tanto quella vuole stare con tutti tranne che con il marito”. Alcuni ridevano così tanto d’avere le lacrime agli occhi. Elena scese a caso, senza neanche vedere quale fosse la fermata. “Meglio a piedi piuttosto che con questa gente.” Pensava così mentre sorridendo salutava Sabrina, che, da dentro l’autobus, si sbracciava e le mandava dei baci. Tornando a piedi, guardava le persone. Le vedeva tutte così brutte, così indaffarate per impegni inutili, così tristi nonostante non sapessero nulla della vera tristezza. Empatizzava con loro, sperava di trovare qualcosa di interessante, ma, ai suoi occhi, tutto era diventato monotono, insignificante, e… triste. Vedeva amici che si sparlavano dietro, voltagabbana ovunque, coppiette che erano tutto meno che innamorate, ma sorridevano. Ma era normale, glielo avevano detto – Sei giovane, pensa a divertirti.-  “Ma perché devo fare cose per far vedere agli altri che sono felice, senza che lo sia io, per prima, davvero?” Allora si era fermata. Marcello la guardava da lontano. L’aveva sempre incuriosita quella ragazza così diversa dagli altri, chiusa nel suo mondo, lontana da tutto e da tutti. Ma lei, come al solito, neanche lo vedeva. O almeno, di questo lui ne era sicuro. Elena si fermò di colpo. Aprì la borsa e controllò di aver il libro con sé. “Io a casa non ci torno. Faccio un salto al solito posto.” Alzando lo sguardo aveva visto Marcello, gli aveva lanciato un sorriso, non troppo generoso, e si era voltata. Prima di imboccare la strada per arrivare in centro al paese, vi era questo piccolo sentiero che portava al bosco. C’era una pietra, abbastanza liscia, enorme, ruzzolata anni fa giù dalla montagna, vicino ad una quercia. Quello era “il solito posto”. Si metteva lì, sdraiata, con il costume, e leggeva per interi pomeriggi. Molte volte rimaneva fino alla sera tardi, senza badare ad inviti e richiami dei genitori. Ma questa volta la pietra ero occupata. Un signore, un bel signore, sulla cinquantina, a petto nudo, fumava un sigaro mentre canticchiava una canzone. Elena, con passo deciso, gli si avvicinò e con fare determinato chiese: “E tu chi saresti?” Il signore, che noi sappiamo chiamarsi Gianni, alzò leggermente la testa, per poi riabbassarla e dopo un lungo sospiro esclamare: “Sono il pazzo cornuto.” Elena controbattette senza timore: “Ah bene, piacere! Io sono la zitella pazza.” Gianni la scrutò, “Tu? Zitella? Ma se avrai 16 anni se va bene.” “Ne ho 20.” “Ah, capirai la differenza. E sei zitella perché sei pazza?” “No, sono pazza perché sono zitella.” “Allora non è tanto grave, se pensi che io sono pazzo perché sono cornuto!” Scoppiarono a ridere. “Ma tu non devi pensare a queste cose, a quello che pensano le persone di questo minuscolo paese. Tu devi aprire la mente, non devi pensare al paese, devi pensare al mondo.” Elena era incuriosita: “Io ho il mio mondo. Lo vedi? Eccolo qui!” La ragazza tirò fuori il suo libro. “Bene, molto bene. Il mio mondo invece lo puoi sentire, se rimani in silenzio.” Si ammutolirono. Ad un tratto si udì una canzone, o meglio una melodia, ma era molto bassa. “È la radio di casa mia e… sai che c’è? Ti ci porto, dai vieni. Ti devo spiegare una cosa.” I due si incamminarono, in totale silenzio. Elena teneva il libro con la mano destra e Gianni guardava il cielo. Man mano che si avvicinavano all’abitazione, il volume della musica aumentava. E ora che Elena si trovava dentro la casa, ne era già innamorata. Era piena di libri, piena: in cucina, in bagno, nel ripostiglio. E poi c’erano fogli sparsi ovunque, erano spartiti musicali. “Allora è vero che sei pazzo”. “Oh sì, lo sono.” La lasciò girovagare per la casa, e vedeva che le sue dita, ogni volta che toccavano una superficie, tenevano il tempo, battendo il ritmo su di essa. “Elena, vieni qui. Devo dirti una cosa importante.” Elena si sedette vicino al pianoforte, Gianni si era messo, invece, di fronte allo strumento. “Ora ti dico una cosa. E tu mi devi stare a sentire per bene. Il tuo mondo è la letteratura. Il mio mondo era Anita. Ci siamo conosciuti in Africa. Io avevo appena lasciato mia moglie. Ero un uomo distrutto. Vivevamo in paese, ci eravamo appena sposati quando ho scoperto tutta una serie di tradimenti che erano avvenuti sotto ai miei occhi, senza che me ne fossi accorto. Sai chi me lo disse, Anzi, chi me lo dissero? I nostri simpatici compaesani. Pensando che sapessi tutto, visto che i tradimenti erano avvenuti prima del matrimonio, me ne parlarono un giorno al bar, scherzando. Erano convinti che io ne fossi a conoscenza ma che l’avessi perdonata e che quindi in seguito ci fossimo sposati. Ero distrutto. E sai quella sensazione di rabbia così forte, così lacerante che si trasforma in una profonda delusione? Quella per cui tu torni a casa e non le dici nulla. Quella per cui non trovi un solo motivo per tornare a dormire con lei, anche solo per una notte. E allora sai che cosa ho fatto? Ho fatto una cosa che per loro era da pazzi. Me ne sono andato di casa. Senza dire una sola parola a nessuno. Sono fuggito, quella sera stessa. Non avevo neanche una valigia con me. Solo i documenti. E sono venuto in questa casetta nel bosco, che era di mio nonno. Al tempo era solo una stalla, e quindi non ci avevo mai portato nessuno. Ci trascorsi la notte. Il giorno dopo presi un aereo e andai in Africa. Possibile? Sì, perché in quanto medico ci ero già stato di recente per delle ricerche sperimentali che stavamo facendo in un villaggio. Ma non mi ero mai soffermato a conoscerne gli abitanti, ero sempre rimasto in ambulatorio, a studiare, a fare ricerca. Piansi per tutto il viaggio. Come atterrai, vidi arrivare verso di me questa donna. Era bellissima. Io, guarda Elena, non avevo mai visto una tale bellezza nei gesti, nel sorriso, negli occhi. Ma il suo punto forte era la simpatia, dote che non avevo mai considerato importante per una donna. Lei rideva, rideva sempre e di gusto. E io mi innamorai così, dopo due giorni che avevo lasciato casa. Io, guarda mi trema la voce parlarne, io devo ringraziare di essere un “pazzo cornuto” perché altrimenti non avrei trovato Anita, non avrei trovato la mia Africa, dove torno ogni anno, non sarei tornato qui, non avrei ristrutturato casa per farla diventare la nostra piccola dimora ogni volta che tornavamo dalle nostre missioni. Elena, quello che ti voglio dire, è che è importante avere un mondo proprio, ma è anche importante vivere in questo mondo, farlo tuo, vivertela appieno questa vita che tu hai il dono di poter osservare con occhi intelligenti, con astuzia, con sincerità, con bontà. Tieniti sempre un libro in mano, è giusto, ma mentre lo stringi, vai a scoprire il mondo. È inutile provare rancore verso questo posto. Pensa a me! Io non sarei mai dovuto tornarci! E invece ci ho fatto la mia casa e qui è dove ho accudito la mia Anita fino al suo ultimo respiro. E alla domanda che so già che mi farai: – Ma allora vai anche tu a riscoprire il mondo- , io ti rispondo che io l’ho già scoperto e l’ho già vissuto, dopo la morte di Anita sono stato via per anni, ma ora ho deciso di tornare. L’unica cosa che ora mi possa far star bene è stare qui a leggere, a suonare il piano e ad ascoltare la voce di Anita che canta. È lei che intona questa canzone. Senti che voce… Ma tu no. Tu devi guardare le cose in mondo diverso. Sei sveglia, sei in gamba e sei anche tu pazza! Hai tutte le carte in regola per metterti in gioco. Esci, scopri, impara e ama.” “Forse sono un po’ fifona.” “Ma va… sei solo giovane. Prendi questo e lì ci troverai tutto.” Detto questo Gianni si mise a suonare, a tempo con le canzoni di Anita. Elena prese il quaderno che le aveva dato e si mise a leggerlo vicino alla porta. Era il diario di viaggio di Gianni in Africa. Proprio mentre stava per iniziare la lettura vide un’ombra avvicinarsi. “Che ci fai tu qui?” era Marcello. Non si erano mai parlati. Elena rispose incuriosita “La vera domanda è che cosa ci fai tu qui.” Gianni urlava senza smettere di suonare: “Marcello sei tu? Elena ti presento mio nipote!” Elena sgranò gli occhi, Marcello non capì molto ma le chiese subito: “Quello è il diario dello zio? Ma com’è che a me non l’ha mai fatto leggere? Fammi vedere, posso?” E con la voce di Anita, la musica di Gianni, i due ragazzi si sedettero vicini e iniziarono a leggere insieme, ogni tanto guardandosi e sorridendo. Che strano il destino.

The house in the woods

In the small mountain village, people where only talking about one thing. Someone had returned to live in the little house in the woods. Marco and Luca swore they had seen it with their own eyes: the smoke was coming out of the old chimney, the rooms were lit up and a song was echoing throughout the forest. This small dwelling was located right next to one of the lowest mountain chains in the region, between the edge of the forest and the mountains: the echo was assured.

For all the boys in the village, it seemed impossible to think that anyone had ever lived there again. They used it in the evenings to meet, to bring their first girlfriends, to play hide-and-seek. The boys had even invented the ‘abandoned house game’. It was a test of courage that all the young men in the village would have to face: spending a whole night alone in the house. It was considered the test of the passage from adolescence to adulthood. If you did this you were no longer a boy, you were a man.

“Who could have come back to live there? The former owner? The madman?” Elena pondered as she looked quietly out the bus window. “Besides, who said he was crazy? The usual villagers. How I hate this place, these people who are so fake, so mean and who talk too much. If I have to tell the truth, I would really like to live in this little house”. 

Sabrina got on the bus, smiled at everyone and, with her sharp eyes, she checked, commented, pitied and judged. Elena hoped she wouldn’t run into her. She had stopped a few metres away, had joined a group of young people who were shouting and the music was out loud. Suddenly, the music lowered and their voices filled the whole vehicle: they were talking about the little house in the woods: “The madman is back, yes, the crazy cuckold”. And everyone laughed loudly. “The old man wants to take away the pleasure house. I do not care, I am going anyway, so maybe I will catch his wife…”, “She wants to be with everyone except of her husband”. Some were laughing so hard that they had tears in their eyes. Elena got off, without even seeing which stop it was. “Better to walk alone than to be with these people,” she thought, smiling and waving at Sabrina, who was waving and blowing kisses at her from the bus. As she retraced her steps, she looked at the people, she saw them all so ugly, so busy with useless tasks, so sad not knowing true sadness. She empathized with them and hoped to find something interesting, but to her everything had become dull, meaningless and sad. She saw friends talking behind each other’s backs, renegades everywhere, couples who were not in love but still smiled. That was normal, she had been told, “you are young, so have fun!”. “Why should I do things to show others that I am happy, when I am not? So she had stopped. Marcello watched her from a distance. He had always been curious about this girl who was so different from the others: locked up in her own world, far from everything and everyone. Anyway, as usual, Elena did not even looked at him. At least he was sure of that. She opened her bag and checked that she had the book with her. “I am not going home. I want to go to my usual place”.

She looked up and saw Marcello, gave him a forced smile and turned around. Before going to the centre of the village, there was this little path that led into the woods. There was a smooth and huge stone rolled into the mountain years ago, near an oak tree. It was the “usual place”. She would lie there in her swimwear and would read for the whole afternoon. She often stayed until late in the evening, despite invitations and calls from her parents. But this time the stone was busy. A gentleman, a handsome man in his fifties, shirtless, was smoking a cigar while singing a song. Elena approached him with a determined step and asked, “Who are you? The man, whose name is said to be Gianni, raised his head slightly, then lowered it again and, after a long sigh, exclaimed: “I am the crazy cuckold”. Elena replied fearlessly: “Oh well, nice to meet you! I am the crazy old spinster”. Gianni looked at her: “You? An old spinster? You must be sixteen, if that is possible. “I am twenty”. And you, are you a spinster because you are crazy? “No, I am crazy because I am a spinster. “Then it is not so bad, if you think I am crazy because I am a cuckold! They burst out laughing. “Anyway, you must not think about these things, about what people in this little village think. You must have an open mind, you do not have to think about the village, you have to think about the world beyond this village. Elena was intrigued, “I already have my own world. Don’t you see it? Here it is! The girl took out her book. “As far as I am concerned, you can only hear my universe through the silence.” Silence. Suddenly, there was a song, or rather a melody, but it was very low. “It’s the radio in my house and… you know what? I’ll take you there, come on. I have to explain something to you. The two of them walked away, in total silence. Elena held the book in her right hand and Gianni looked up at the sky. As they approached the house, the volume of the music increased. And now that Elena was inside the house, she was already in love with it. Lots of books, lots: in the kitchen, in the bathroom, in the storeroom. And then there were papers scattered everywhere: sheet music. “So it’s true that you’re crazy. “Oh yes, I am. He let her walk around the house, and he could see that her fingers, every time they touched a surface, kept time, tapped the rhythm on it. “Elena, come here. I have something important to tell you. Elena sat down next to the piano, Gianni sat in front of the instrument instead. “Now I’m going to tell you something. And you have to listen to me. Your world is literature. My world was Anita. We met in Africa. I had just left my wife. I was a broken man. We were living in the village, we had just got married when I discovered a whole series of betrayals that had taken place before my eyes, without my knowing it. Do you know who told me? Don’t you know? The villagers.

They thought I knew everything, since the betrayals had taken place before the wedding, they told me about it one day in the bar, joking. They were convinced that I knew about it but that I had forgiven him and we got married afterwards. I was devastated. You know that feeling of anger so strong, so heartbreaking that it turns into deep disappointment? When you come home and say nothing to her. Where you can’t find a single reason to sleep with her again, even for one night. So you know what I did? I did something crazy. I left the house. Without saying a word to anyone. I ran away that night. I didn’t even have any luggage with me. Just my papers. And I arrived at this little house in the woods, which belonged to my grandfather. At that time it was just a barn, I had never taken anyone there. I spent the night there. The next day I got on a plane and went to Africa. Is this possible? Yes, because as a doctor I had been there a few years ago for some experimental research we were doing in a village. But I never had time to get to know the people, because I was always in the clinic, studying, doing my research. I cried the whole way. Suddenly, when I landed, I saw this woman coming towards me. She was beautiful. I – I look at Elena – had never seen such beauty in her gestures, her smile, her eyes. But her strong point was her friendliness, a talent I had never considered important for a woman. She laughed, she always laughed in fun. And that’s how I fell in love, two days after I left home. I, my voice trembles when I talk about it, I have to thank for being a “crazy cuckold” because otherwise I wouldn’t have found Anita, I wouldn’t have found my Africa, where I come back every year, I wouldn’t have come back here, I wouldn’t have renovated the house to make it our little “home” after every mission. Elena, what I want to tell you is that it is important to have a world of your own, but it is also important to live in this world, to live it fully. Enjoy this life, you have the gift of observing it intelligently, with insight, with sincerity, with kindness. Always take a book with you, it’s true, but while you have it, go out and discover the world. There’s no point in resenting this place. Think of me. I should never have gone back. Instead, I made my home here and it was here that I took care of my Anita until she couldn’t breathe. And to the question that I know you will ask me: “So you will also rediscover the world”, I will tell you that I have already discovered and experienced it, after Anita’s death I went away for years, but now I have decided to return. The only thing that makes me feel good now is to be here reading, playing the piano and listening to Anita’s voice singing. She sings this song. Listen to her voice… But this kind of life is not for you yet. You have to look at things in a different way. You are smart, you are clever and you are crazy! You have everything you need. Go out, discover, learn and love. “Maybe I’m a bit of a wimp. “Not at all… you’re just young. Be aware of that and you’ll find everything there. With that, Gianni started to play, in rhythm with Anita’s songs. Elena took the notebook he had given her and read it by the door. It was Gianni’s travel diary from Africa. Just as she started to read, she saw a shadow approaching. “What are you doing here? It was Marcello. They had never spoken. Elena answered curiously: “The real question is what are you doing here? Gianni shouted without stopping: “Marcello, is that you? Elena, this is my nephew”. Elena’s eyes widened, Marcello didn’t understand much, but immediately asked: “Is that my uncle’s newspaper? But how come he never let me read it? Let me see, shall I? And with Anita’s voice and Gianni’s music, the two children sat down next to each other and started to read together, looking at each other from time to time, smiling. Ah, how crazy fate is.

La petite maison dans les bois

Dans le petit village de montagne, on ne parlait que de cela. Quelqu’un était revenu vivre dans la petite maison dans les bois. Marco et Luca ont juré qu’ils l’avaient vu de leurs propres yeux : la fumée sortait de la vieille cheminée, les pièces étaient éclairées et une chanson, s’échappant des portes, résonnait dans toute la forêt. Cette petite maison était située juste à côté d’une des chaînes de montagnes les plus basses de la région, entre la lisière de la forêt et les montagnes : l’écho était assuré. Pour tous les garçons du village, il semblait impossible de penser que quelqu’un était revenu y vivre. En effet, ils utilisaient cette maison-là le soir pour se rencontrer, pour amener leurs premières petites amies ou pour jouer à cache-cache. Les garçons avaient même inventé le « jeu de la maison abandonnée », c’était une épreuve de courage que tous les jeunes hommes du village devaient affronter : passer une nuit entière seuls dans la maison. Cette épreuve était considérée comme le passage de l’adolescence à l’âge adulte. Si tu la réussissais, tu n’étais plus un garçon, tu étais un homme.

« Qui aurait pu revenir vivre là-bas ? L’ancien propriétaire ? Le fou ? » Elena réfléchissait en regardant tranquillement par la fenêtre du bus. « D’ailleurs, qui a dit qu’il était fou ? Les villageois habituels. Comme je déteste cet endroit, ces gens si susceptibles, si faux, si méchants et qui bavardent trop. En vrai, moi je voudrais vivre dans cette petite maison ! ».  

Sabrina est montée dans le bus, a souri à tout le monde et, d’un regard aiguisé, a vérifié, commenté, plaint et jugé. Elena espérait qu’elle ne la croiserait pas. Elle s’était arrêtée quelques mètres plus loin, rejoignant un groupe de garçons qui criaient, musique à fond.  « Comme elle aime que ceux-ci s’arrêtent et la regardent, vous verrez comme elle a de la chance… ». Soudain, la musique a baissé, et leurs voix ont envahi tout le véhicule : ils parlaient de la petite maison dans les bois : « Le fou est de retour, oui, le cocu fou ». Et tout le monde a ri bruyamment. « Le vieux veut enlever la maison de plaisir mais j’y vais quand même, alors peut-être que j’attraperai sa femme… », « Elle veut être avec tout le monde sauf son mari ». Certains riaient tellement fort qu’ils avaient les larmes aux yeux. Elena est descendue au hasard, sans même voir de quel arrêt il s’agissait. « Mieux vaut marcher seule qu’être avec ces gens-là », pensa-t-elle en souriant et en faisant signe à Sabrina, qui, depuis l’intérieur du bus, lui faisait signe et lui envoyait des baisers. En revenant sur ses pas, elle regarda les gens, elle les voyait tous si laids, si occupés à des tâches inutiles, si tristes en connaissant pas la vraie tristesse. Elle avait de l’empathie pour eux et espérait trouver quelque chose d’intéressant, mais, à ses yeux, tout était devenu terne, insignifiant et triste. Elle a vu des amis parler dans le dos des autres, des renégats partout, des couples qui étaient tout sauf amoureux et qui souriaient. Mais c’était normal, on lui avait dit, « tu es jeune, amuse-toi bien ! ». « Pourquoi devrais-je faire des choses pour montrer aux autres que je suis heureuse, sans que je le sois vraiment ? ». Elle s’était donc arrêtée. Marcello l’a observée de loin. Elle avait toujours été curieuse de cette fille si différente des autres, enfermée dans son propre monde, loin de tout et de tous. Mais elle, comme d’habitude, ne l’a même pas vu. Au moins, il en était sûr. Elle a ouvert son sac et a vérifié qu’elle avait le livre avec elle. « Je ne rentre pas chez moi. Je veux aller à mon endroit habituel. »

Elle a levé les yeux et a vu Marcello, lui a adressé un sourire, forcé, et s’est retournée. Avant de prendre la route vers le centre du village, il y avait ce petit chemin qui menait dans les bois. Il y avait une pierre, bien lisse, énorme, roulée dans la montagne il y a des années, près d’un chêne. C’était « l’endroit habituel ». Elle s’allongeait là dans son maillot de bain et lisait pendant des après-midis entiers. Elle restait souvent jusqu’à tard dans la soirée, malgré les invitations et les appels de ses parents. Mais cette fois, la pierre était occupée. Un monsieur, un beau monsieur, la cinquantaine, torse nu, fumait un cigare en chantonnant une chanson. Elena s’est approchée de lui d’un pas déterminé et a demandé : « Qui êtes-vous ? ». Le monsieur, dont on sait qu’il s’appelle Gianni, lève légèrement la tête, puis la baisse à nouveau et, après un long soupir, exclame : « Je suis le cocu fou ». Elena a répondu sans crainte : « Ah bon, ravie de vous rencontrer ! Je suis la vieille fille folle ». Gianni l’a scrutée : « Toi ? Vieille fille ? Tu dois avoir seize ans, si c’est possible ». « J’ai 20 ans ». « Ah, tu sais faire la différence. Et tu es vieille fille parce que tu es folle ? ». « Non, je suis folle parce que je suis vieille fille ». « Alors ce n’est pas si mal, si tu penses que je suis fou parce que je suis cocu ! ». Ils ont éclaté de rire. « Mais tu ne dois pas penser à ces choses, à ce que pensent les gens de ce petit village. Il faut avoir un esprit ouvert, il ne faut pas penser au village, il faut penser au monde qu’il y a au-delà de ce village ». Elena était intriguée, « Mais moi j’ai déjà mon propre univers. Vous ne le voyez pas ? Le voici ! ». La fille a sorti son livre. « Très bien. En revanche, en ce qui me concerne, tu peux entendre mon univers que à travers le silence.” Ils se sont tus. Soudain, il y a eu une chanson, ou plutôt une mélodie, mais elle était très basse. « C’est la radio de ma maison et… tu sais quoi ? Je t’y emmène, viens. Je dois t’expliquer quelque chose ». Les deux s’éloignent, dans un silence total. Elena tenait le livre dans sa main droite et Gianni regardait le ciel. Alors qu’ils s’approchaient de la maison, le volume de la musique augmentait. Et maintenant qu’Elena était à l’intérieur de la maison, elle en était déjà amoureuse. Plein de livres, plein : dans la cuisine, dans la salle de bain, dans le cellier. Et puis il y avait des papiers éparpillés partout : des partitions. « Alors c’est vrai que tu es folle ». « Oh oui, je le suis ». Il l’a laissée se promener dans la maison, et il pouvait voir que ses doigts, chaque fois qu’ils touchaient une surface, gardaient la mesure, tapaient le rythme sur celle-ci. « Elena, viens ici. J’ai quelque chose d’important à te dire ». Elena s’est assise à côté du piano, Gianni s’était plutôt assis devant l’instrument. « Maintenant, je vais te dire quelque chose. Et tu dois m’écouter. Ton univers est la littérature. Mon univers était Anita. Nous nous sommes rencontrés en Afrique. Je venais de quitter ma femme. J’étais un homme brisé. Nous vivions dans le village, nous venions de nous marier quand j’ai découvert toute une série de trahisons qui s’étaient déroulées sous mes yeux, sans que je le sache. Tu sais qui me l’a dit ? Tu ne le sais pas ? Les villageois. Ils pensaient que je savais tout, puisque les trahisons avaient eu lieu avant le mariage, ils m’en ont parlé un jour au bar, en plaisantant. Ils étaient convaincus que j’étais au courant mais que je lui avais pardonné et que nous nous étions mariés après. J’étais dévasté. Tu connais ce sentiment de colère si fort, si déchirant qu’il se transforme en une profonde déception ? Quand tu rentres à la maison et tu ne lui dis rien. Où tu ne peux pas trouver une seule raison de recoucher avec elle, même pour une seule nuit. Alors tu sais ce que j’ai fait ? J’ai fait quelque chose de fou. J’ai quitté la maison. Sans dire un mot à personne. Je me suis enfui cette nuit-là. Je n’avais même pas de valises avec moi. Juste mes papiers. Et je suis arrivé à cette petite maison dans les bois, qui appartenait à mon grand-père. À l’époque, ce n’était qu’une grange, je n’y avais jamais emmené personne. J’y ai passé la nuit. Le lendemain, j’ai pris un avion et je suis parti pour l’Afrique. Est-ce possible ? Oui, parce qu’en tant médecin, je m’y étais rendu il y a quelques années pour des recherches expérimentales que nous faisions dans un village. En revanche, je n’avais jamais eu le temps de faire connaissance avec les habitants, car je restais toujours dans la clinique, à étudier, à faire mes recherches. J’ai pleuré tout le long du chemin. D’un coup, en atterrissant, j’ai vu cette femme venir vers moi. Elle était belle. Moi – je regarde Elena- je n’avais jamais vu une telle beauté dans ses gestes, son sourire, ses yeux. Mais son point fort était son amabilité, un talent que je n’avais jamais considéré comme important pour une femme. Elle riait, elle riait toujours en s’amusant. Et c’est ainsi que je suis tombé amoureux, deux jours après avoir quitté la maison. Moi, ma voix tremble quand j’en parle, je dois remercier d’être un « fou cocu » parce que sinon je n’aurais pas trouvé Anita, je n’aurais pas trouvé mon Afrique, où je reviens chaque année, je ne serais pas revenu ici, je n’aurais pas rénové la maison pour en faire notre petit « chez nous » après chaque mission. Elena, ce que je veux te dire, c’est qu’il est important d’avoir un univers que à toi, mais il est également important de vivre dans ce monde, de le vivre pleinement. Profite de cette vie, tu as le don de l’observer de façon intelligente, avec perspicacité, avec sincérité, avec bonté. Prends toujours un livre avec toi, c’est vrai, mais pendant que tu le gardes, pars à la découverte du monde. Il est inutile d’en vouloir à cet endroit. Pense à moi. Je n’aurais jamais dû y retourner. Au lieu de cela, j’ai fait ma maison ici et c’est là que j’ai pris soin de mon Anita jusqu’à ce qu’elle ne puisse plus respirer. Et à la question que je sais déjà que tu vas me poser : « Alors tu vas aussi redécouvrir le monde », je te dirai que je l’ai déjà découvert et expérimenté, après la mort d’Anita, je me suis éloigné pendant des années, mais maintenant j’ai décidé de revenir. La seule chose qui me fait du bien maintenant, c’est d’être ici à lire, à jouer du piano et à écouter la voix d’Anita chanter. Elle chante cette chanson. Ecoute sa voix… Mais ce type de vie n’est pas encore pour toi. Toi, tu dois regarder les choses de façon différente. Tu es intelligente, tu es maline et tu es folle ! Tu as ce qu’il faut pour te faire remarquer. Sors, découvres, apprends et aimes ». « Peut-être que je suis un peu mauviette ». « Pas du tout… tu es juste jeune. Aies conscience de cela et tu trouveras tout là-bas ». Cela dit, Gianni a commencé à jouer, en rythme avec les chansons d’Anita. Elena a pris le carnet qu’il lui avait donné et l’a lu près de la porte. C’était le journal de voyage de Gianni en Afrique. Au moment où elle commençait à lire, elle a vu une ombre s’approcher. « Que fais-tu ici ? ». C’était Marcello. Ils ne s’étaient jamais parlé. Elena a répondu avec curiosité : « La vraie question est de savoir ce que toi, tu fais ici ». Gianni a crié sans s’arrêter : « Marcello, c’est toi ? Elena je te présente mon neveu ! ». Les yeux d’Elena se sont élargis, Marcello n’a pas compris grand-chose mais lui a demandé immédiatement : « C’est le journal de mon oncle ? Mais comment se fait-il qu’il ne m’ait jamais laissé le lire ? Laisse-moi voir, puis-je ? ». Et avec la voix d’Anita et la musique de Gianni, les deux enfants se sont assis l’un à côté de l’autre et ont commencé à lire ensemble, se regardant de temps en temps, en souriant. Ah, comme le destin est fou.

A casinha no bosque

Na pequena aldeia de montanha, não se falava noutra coisa. Alguém tinha regressado a morar na casinha no bosque. Marco e Luca juraram que o tinham visto com os seus próprios olhos: saía fumo da velha chaminé, os quartos estavam iluminados e havia uma canção, levada pelo vento, que ressoava por toda a floresta. Esta pequena casa estava situada mesmo ao lado de uma das cordilheiras mais baixas da região, entre a borda da floresta e as montanhas: o eco estava assegurado. Para todos os rapazes da aldeia parecia impossível pensar que alguém tivesse regressado naquele sítio. Utilizavam-no à noite para se encontrarem, para trazerem as suas primeiras namoradas, para brincarem às escondidas.  Os rapazes tinham mesmo inventado o “jogo da casa abandonada”. Era uma prova de coragem que todos os jovens da aldeia teriam de enfrentar: passar uma noite inteira sozinhos em casa. Era considerado o teste da passagem da adolescência à idade adulta. Uma vez feito isto, tornava-se adultos.

“Quem poderia ter voltado para viver lá? O antigo dono? Aquele louco”? Elena estava a reflectir enquanto olhava indiferente pela janela do autocarro. “Mas então, quem disse que ele era um louco? Os aldeões habituais, claro. Como odeio este lugar, estas pessoas tão sensíveis, intrometidas, falsas, tão más. Além disso, se quisermos ser honestos, eu viveria naquela casinha”.

Sabrina entrou no autocarro, sorriu para todos, mas com os olhos afiados controlava, comentava, julgava. Elena esperava não se cruzar com ela. Tinha parado a alguns metros de distância dela para depois se juntar a um grupo de rapazes que gritavam, com música aos berros. “Ela gosta muito de receber a atenção deles… grande coisa!” De repente a música recusou, e as suas vozes dominaram todo o veículo: falavam da casinha no bosque: “O louco está de volta, sim, o cornudo maluco”. E todos começaram a rir-se em voz alta. “O velhote quer roubar a nossa casa de diversão, mas eu vou na mesma, talvez eu encontre a mulher dele!”… “Ela quer estar com todos menos com o seu marido”. Alguns riam-se tanto que tinham lágrimas nos olhos. A Elena saiu ao acaso, sem sequer ver qual era a paragem. “Melhor a pé do que com estas pessoas”. Pensou assim enquanto sorria e saudava para Sabrina, que, de dentro do autocarro, agitava os braços e mandava-lhe beijos. Ao voltar para trás, a Elena olhou para as pessoas. Viu-os a todos tão feios, tão ocupados com tarefas inúteis, tão tristes apesar de nada saberem de verdadeira tristeza. Empatia com eles, esperava encontrar algo interessante, mas, aos seus olhos, tudo se tinha tornado monótono, insignificante e… triste. Ele viu amigos a falar pelas costas um do outro, casais que estavam tudo menos apaixonados, mas sorridentes. Mas isso era normal, tinha-lhe sido dito – és tão jovem, diverte-te! – “Mas porque tenho de fazer coisas para mostrar aos outros que sou feliz, sem eu ser feliz primeiro, a sério?” Por isso, ela tinha parado. Marcello observou-a à distância. Ele sempre teve curiosidade sobre aquela menina que era tão diferente das outras, fechada no seu próprio mundo, longe de tudo e de todos. Mas ela, como de costume, nem sequer o viu. Pelo menos, ele tinha a certeza disso. Elena parou subitamente. Abriu a sua mala e verificou que tinha o livro com ela. “Eu não vou para casa. Vou para o meu lugar habitual”. Olhando para cima, viu Marcello, mostrou-lhe um sorriso, não muito generoso, e virou-se. Antes de tomar a estrada para o centro da aldeia, havia este pequeno caminho que conduzia ao bosque. Havia uma pedra, bastante lisa, enorme, rolada pela montanha há anos atrás, perto de um carvalho. Esse era “o lugar habitual” dela. Deitava-se ali com o seu fato de banho e lia durante tardes inteiras. Muitas vezes ficava até tarde da noite, independentemente dos convites e lembretes dos seus pais. Mas desta vez a pedra estava ocupada. Um senhor, um senhor bonito, nos seus cinquenta anos, sem camisa, fumava um charuto enquanto cantarolava uma canção. Elena aproximou-se dele com um passo determinado e perguntou: “Quem é você?” O senhor, que sabemos chamar-se Gianni, levantou ligeiramente a cabeça, para depois a baixar novamente e após um longo suspiro exclamou: “Eu sou o cornudo maluco”. Elena respondeu sem medo: “Ah bem, prazer em conhecê-lo! Eu sou a solteirona louca”. Gianni examinou-a, “Tu? Solteirona? Mas mal tens 16 anos”.  “Eu tenho 20 anos”. “Ah, grande diferença. Agora diz-me, és uma solteirona porque és louca?” “Não, sou louca porque sou uma solteirona”. “Então não é assim tão mau, eu sou maluco porque sou um cornudo!”  Eles desatam a rir. “Mas não tens de pensar nestas coisas, no que as pessoas nesta pequena aldeia pensam. Tens de abrir a tua mente, não tens de pensar na aldeia, tens de pensar no mundo”. Elena ficou intrigada: “Tenho o meu próprio mundo. Está a vê-lo? Aqui está!” A rapariga tirou o seu livro. “Bom, muito bom”. O meu mundo, por outro lado, pode ouvi-lo se permanecer em silêncio”. Ficaram em silêncio. De repente, ouviu-se uma canção, ou melhor, uma melodia, mas era muito baixa. “É o rádio da minha casa e… sabes que mais? Eu levo-te lá, anda. Tenho de te explicar uma coisa”. Os dois saíram, em silêncio total. Elena segurava o livro na mão direita e Gianni olhava para o céu. O volume da música aumentava à medida que se aproximavam da casa. Uma vez lá dentro, Elena apaixonou-se completamente pela casinha. Estava cheia de livros: na cozinha, na casa de banho, na arrecadação. E ainda havia papéis espalhados por todo o lado, eram partituras musicais. “Então é verdade que está louco”.”Oh sim, claro!”.  Deixou-a vaguear pela casa, e viu que os seus dedos, cada vez que tocavam numa superfície, mantinham o tempo, tocando o ritmo nela. “Elena, vem cá. Tenho algo importante para te dizer”. Elena sentou-se ao lado do piano enquanto Gianni sentou-se em frente ao instrumento. “Agora vou contar-te uma coisa. E tens de me ouvir como deve ser. O teu mundo é literatura. O meu mundo era Anita. Encontrámo-nos em África. Eu tinha acabado de deixar a minha mulher. Era um homem despedaçado. Vivíamos na aldeia, tínhamos acabado de casar quando descobri toda uma série de traições que tinham ocorrido diante dos meus olhos, sem eu o saber. Sabes quem me disse?  Os nossos simpáticos aldeões. Pensando que eu sabia tudo, já que as traições tinham ocorrido antes do casamento, falaram-me disso um dia no bar, enquanto brincavam. Estavam convencidos de que eu sabia disso, mas que a tinha perdoado e que portanto nós tínhamos casado depois. Fiquei devastado. E sabes aquele sentimento de raiva tão forte, tão dilacerante, que se transforma numa profunda desilusão? Aquele para o qual se chega a casa e não se lhe diz nada. Aquele em que não se consegue encontrar uma única razão para dormir com ela novamente, nem mesmo por uma noite. Então sabes o que eu fiz? Fiz algo que eles pensaram ser uma loucura. Saí de casa. Sem dizer uma palavra a ninguém. Fugi nessa mesma noite. Eu nem sequer tinha uma mala comigo. Apenas os meus documentos. Assim vim para esta pequena casa no bosque, que pertencia ao meu avô. Na altura era apenas uma estrebaria, por isso nunca tinha lá levado ninguém. Passei lá a noite. No dia seguinte apanhei um avião e fui para África. Será isso possível? Sim, porque, como médico, eu tinha estado lá recentemente para alguma pesquisa experimental que estávamos a fazer numa aldeia. Mas nunca tinha passado tempo algum a conhecer os habitantes, tinha ficado sempre na clínica, a estudar, a fazer pesquisas. Eu chorei durante toda a viagem.  Ao aterrar, vi esta mulher a vir na minha direcção. Era belíssima. Olha, Elena, eu nunca tinha visto tanta beleza nos gestos, no sorriso, nos olhos. Mas o ponto forte dela era a simpatia, um talento que eu nunca tinha considerado importante para uma mulher. Ela ria, ria-se sempre e com gosto. E foi assim que me apaixonei, dois dias depois de sair de casa. Eu, a minha voz ainda treme a falar sobre isso, devo estar grato por ser um “cornudo maluco” porque de outra forma não teria encontrado Anita, não teria encontrado a minha África, onde volto todos os anos, não teria voltado aqui, não teria reestruturado a casa para torná-la a nossa casinha cada vez que voltávamos das nossas missões. Elena, o que te quero dizer é que é importante ter um mundo próprio, mas também é importante viver neste mundo, torná-lo próprio, vivê-lo plenamente, esta vida que tens o dom de poder observar com olhos inteligentes, com astúcia, com sinceridade, com bondade. Tenha sempre um livro na mão, está certo, mas enquanto o segura, vá e descubra o mundo. É inútil ficar ressentido com este lugar. Olha para mim, por exemplo. Teoricamente, eu nunca deveria ter voltado. Em vez disso, fiz aqui a minha casa e foi aqui que cuidei da minha Anita até ao seu último suspiro. E à pergunta que já sei que me vais fazer: ‘Mas então tu também, porque é que não vais descobrir o mundo?’, vou dizer-te que já o descobri e experimentei, depois da morte de Anita estive fora durante anos, mas agora decidi voltar. A única coisa que me faz sentir bem agora é estar aqui a ler, a tocar piano e a ouvir a voz de Anita a cantar. Ela canta esta canção. Ouve a sua voz… Mas não tu. Tu precisas de ver as coisas de uma forma diferente. Tu és inteligente… e tu também és louca!  Tens o que é preciso para descobrir o mundo lá fora. Saia, descubra, aprenda e ame”. “Talvez eu seja um pouco covarde”. “Nem pensar… és apenas jovem. Leva isto e encontrarás aí tudo”. Dito isto, Gianni começou a tocar, no tempo com as canções de Anita.  Elena pegou no caderno que ele lhe tinha dado e leu-o junto à porta. Era o diário de viagem de Gianni na África. Quando ela estava prestes a começar a ler, viu uma sombra aproximar-se. “O que fazes aqui?” Era Marcello. Nunca tinham falado um com o outro. Elena respondeu curiosamente: “A verdadeira questão é o que fazes tu aqui”? Gianni gritou sem parar de tocar: “Marcello és tu? Elena, apresento-te o meu sobrinho”! Os olhos de Elena alargaram-se, Marcello não entendeu muito mas perguntou-lhe imediatamente: “É o diário do tio? Mas como é que ele nunca me deixou lê-lo? Deixe-me ver, posso?” E com a voz de Anita e a música de Gianni, os dois rapazes sentaram-se um ao lado do outro e começaram a ler juntos, olhando um para o outro e sorrindo ocasionalmente. Como é estranho o destino.

Die kleine Hütte im Wald

Im kleinen Dorf in den Bergen ging es um nichts anderes mehr: jemand war in die Hütte im Wald zurückgekehrt. Marco und Luca schworen, es mit eigenen Augen gesehen zu haben: es kam Rauch aus dem alten Schornstein, die Zimmer waren mit Musik erfüllt, die sich von den Türen nicht aufhalten ließ und durch den ganzen Wald erklang. Die kleine Hütte befand sich genau an der Waldgrenze am Fuße des naheliegenden Berges, das Echo der Musik war also kein Wunder. Die Leute aus dem Dorf konnten sich kaum vorstellen, dass tatsächlich jemand dorthin zurückgekehrt war. Normalerweise diente das Haus als Treffpunkt, an dem man Verstecken spielte oder sich heimlich mit seinem Freund oder seiner Freundin traf. Die Jungs hatten sogar das sogenannte „Spiel der verlassenen Hütte“ erfunden. Es handelte sich dabei um eine Mutprobe, der sich alle jungen Männer des Dorfes stellen mussten: man sollte eine ganze Nacht alleine im Haus verbringen. Bestand man diese Mutprobe, wurde man von da an als erwachsener Mann angesehen.

„Wer könnte nur dort eingezogen sein? Der letzte Hausbesitzer? Der Verrückte?“ Elena grübelte vor sich hin, während sie ihren Blick aus dem Busfenster schweifen ließ. „Aber wer sagt eigentlich, dass er wirklich verrückt ist? Wahrscheinlich haben die Dorfbewohner das wieder nur erfunden. Ach, wie ich diesen Ort hasse, diese scheinheiligen, falschen Menschen, die gemein sind und Gerüchte in die Welt setzen. Ich könnte mir tatsächlich vorstellen, dort oben in der kleinen Hütte zu wohnen!“

Da sah sie, dass Sabrina in den Bus einstieg, allen zulächelte und mit einem scharfen Blick die neuesten Geschehnisse kommentierte, beurteilte und sich lustig machte, so wie alle anderen auch. Elena hoffte, dass sie sie nicht bemerken würde. Sabrina war ein paar Meter weiter weg stehen geblieben, um sich einer Gruppe Jungs anzuschließen, die fast schreien mussten, um ihre eigene laute Musik zu übertönen. „Wie sie sich nur für jene interessiert, die ihr nachlaufen…“, dachte Elena kopfschüttelnd. Plötzlich wurde die Musik ganz leise und die Stimmen der Gruppe hörte man im ganzen Bus: sie sprachen von der kleinen Hütte im Wald: „Der Verrückte ist zurück, ja, der Betrogene Verrückte.“ Sie konnten sich nicht mehr halten vor Lachen. „Der Alte will sein Vergnügungshaus abreißen, aber ich geh trotzdem hin, wer weiß, vielleicht finde ich dort seine Frau…“, „Sie will bei jedem sein, außer bei ihrem Ehemann.“. Manche lachten so sehr, dass sie Tränen in den Augen hatten. Elena hatte genug. Sie stand abrupt auf und stieg bei der nächsten Haltestelle aus, ohne darauf zu achten, wo sie sich befanden. „Besser alleine zu Fuß laufen als mich mit diesen Leuten abzugeben.“, dachte sie wütend und winkte mit einem aufgesetzten Lächeln Sabrina zu, die ihr vom Inneren des Busses winkte und ihr Küsse zuwarf. Sie konzentrierte sich auf ihre Schritte und dachte über diese Leute nach, die wohl nichts Besseres zu tun hatten, als sich über andere lustig zu machen. Sie hatte Mitleid mit ihnen und hoffte, dass sie irgendwann etwas Interessanteres finden würden – in ihren Augen jedoch war alles stumpf, unbedeutend und traurig geworden. Sie hatte Freunde hinter dem Rücken der anderen sprechen gehört, Menschen, die über ihre Nachbarn und Familienmitglieder schimpften, Pärchen, die lächelten und Hand in Hand spazierten, obwohl sie alles andere außer verliebt waren. Aber das wäre normal, hatte man ihr gesagt: „Du bist jung, hab doch Spaß!“ „Aber wozu soll ich anderen zeigen, ach wie toll doch mein Leben ist – ohne dabei wirklich glücklich zu sein?“ Sie hatte also aufgegeben, nach Antworten zu suchen.

Marcello beobachtete sie aus der Ferne. Er hatte sich schon immer für dieses Mädchen interessiert, das so anders war als alle anderen. Sie war wie in ihrer eigenen Welt, weit weg von allem und jedem. Sie hatte ihn natürlich, so wie jedes Mal, nicht einmal wahrgenommen. Dachte er zumindest. Sie öffnete ihren Rucksack, um nachzusehen, ob sie ihr Buch dabeihatte. „Ich gehe nicht sofort nachhause, sondern schaue noch kurz an meinem Lieblingsort vorbei.“ Sie hob den Blick und sah Marcello, der ihr kurz aufmunternd zulächelte und sich blitzartig umdrehte.

Bevor man der Straße Richtung Stadtzentrum folgte, bog dieser kleine Weg ab, der in den Wald führte. Dort gab es einen großen Stein, der schon seit Jahren an der gleichen Stelle lag, direkt neben einer riesigen, alten Eiche. Das war ihr Lieblingsort. Sie legte sich dort meistens auf den Stein und verbrachte ganze Nachmittage damit, ihre Bücher zu durchschmökern. Manchmal blieb sie sogar bis spät am Abend, trotz der besorgten Anrufe ihrer Eltern. Aber dieses Mal kam es anders – der Stein war bereits besetzt. Ein gutaussehender Mann, um die 50 Jahre alt, saß mit nacktem Oberkörper auf dem Stein. Er starrte in die Ferne, rauchte eine Zigarre und sang dabei ein Lied. Elena ging mit bestimmtem Schritt auf ihn zu und fragte: „Wer sind Sie?“ Der Mann, von dem man weiß, dass er Gianni heißt, hob leicht den Kopf, senkte ihn wieder und, nach einem langen Ausatmen, rief er glucksend: „Ich bin der Betrogene Verrückte!“ Elena antwortete, ohne einen Hauch von Angst: „Ah, Sie sind das also. Freut mich, Ihre Bekanntschaft zu machen! Ich bin das alte, verrückte Mädchen.“ Gianni sah sie forschend an: Du? Du bist doch gerade mal 16 Jahre alt.“ „Ich bin 20.“ „Ist doch fast dasselbe. Und du bist das alte Mädchen, weil du verrückt bist?“ „Nein, ich verrückt, weil ich das alte Mädchen bin.“ „Na dann ist das doch gar nicht so schlimm, wenn du denkst, dass ich verrückt bin, weil ich der Betrogene bin!“ Sie mussten lachen. „Ich hoffe du glaubst nicht daran, was die Leute im Dorf erzählen. Man muss aufgeschlossen sein, man darf nicht nur an das Leben im Dorf denken, man muss die ganze Welt miteinbeziehen, die es außerhalb dieses Dorfes gibt.“ Elena wurde neugierig: „Keine Angst, ich habe mein eigenes Universum. Sehen Sie? Das hier.“ Sie nahm das Buch aus ihrer Tasche. „Sehr gut. Was mich dahingegen betrifft, mein Universum kann man nur durch die Stille wahrnehmen.“ Sie wurden still und plötzlich hörte man ein Lied, oder eher eine Melodie, die sehr leise war. „Das ist der Radio von meinem Haus und… weißt du was? Ich zeig’s dir, komm mit. Ich möchte dir etwas erzählen.“

So folgten sie dem Weg, während sie, ohne zu sprechen, der Musik lauschten. Elena hielt ihr Buch in der rechten Hand und Gianni starrte in den Himmel. Als sie dem Haus näherkamen, wurde die Musik immer lauter. Und sobald Elena einen Schritt über die Türschwelle machte, war sie bereits in das Haus verliebt. Es war voll mit Büchern: in der Küche, im Badezimmer, im Wohnzimmer, ja sogar im Keller. Und dann waren überall Schriftstücke verstreut: Partitionen.

„Es ist also wahr, dass du verrückt bist.“ „Oh ja, das ist es.“ Er ließ sie sein Haus bestaunen. Sobald ihre Finger eine Oberfläche streiften, klopfte sie den Rhythmus der Melodie nach. „Elena, komm her. Ich muss dir etwas Wichtiges sagen.“ Elena setze sich neben das Klavier, Gianni nahm davor Platz. „Hör gut zu. Dein Universum ist die Literatur. Mein Universum war meine liebe Anita. Ich habe Anita in Afrika kennengelernt, kurz nachdem ich meine Frau verlassen habe. Ich war ein zerbrochener Mann. Ich hatte mit meiner Frau in diesem Dorf gelebt, wir hatten gerade geheiratet, als ich herausfand, dass sie mich bereits seit längerer Zeit betrogen hatte. Wer denkst du, hat es mir gesagt? Unsere lieben Dorfbewohner natürlich. Sie dachten, ich wüsste Bescheid, da sie bereits vor unserer Hochzeit etliche Liebhaber hatte. Sie waren überzeugt, dass ich es wissen müsste und ihr wohl dafür vergeben hätte. Ich war am Boden zerstört, als ich die Wahrheit herausfand. Kennst du dieses Gefühl von Wut, das so stark ist, dass es sich einfach nur in tiefe Enttäuschung verwandelt? So bin ich nachhause zurückgekehrt, ohne auch nur irgendetwas zu sagen. Ich konnte keine Nacht mehr an ihrer Seite verbringen, also weißt du, was ich gemacht habe? Ich habe etwas gemacht, das wohl alle für verrückt hielten. Ich habe mein Zuhause verlassen. Ohne jemandem Bescheid zu geben. In jener Nacht bin ich abgehaut, ohne Koffer, nur mit den nötigsten Dokumenten. Ich bin zu diesem Haus gekommen, das mir mein Großvater vererbt hat. Damals war es nur eine Scheune, weshalb ich es nie jemandem gezeigt habe. Ich habe eine Nacht dort verbracht, am nächsten Morgen bin ich ins Flugzeug nach Afrika gestiegen. Da ich Arzt bin, konnte ich dort leicht Arbeit finden und vielen Menschen helfen.

Die ganze Reise lang habe ich geweint. Als wir gelandet sind, ist diese Frau auf mich zugekommen. Sie war beeindruckend. In meinem ganzen Leben habe ich noch keine so schöne Frau gesehen – ihre Bewegung, ihr Lächeln, ihre Augen. Aber ihre eigentliche Stärke war ihre Freundlichkeit, eine Qualität, die mir früher bei Frauen gar nicht aufgefallen ist. Sie konnte über sich selbst lachen und amüsierte sich dabei. Und so habe ich mich zum ersten Mal richtig verliebt, zwei Tage nachdem ich mein Haus verlassen hatte. Meine Stimme zittert noch immer, wenn ich von ihr spreche. Ich bin dankbar, der Betrogene Verrückte zu sein, denn ansonsten hätte ich niemals Anita getroffen, ich hätte niemals mein Afrika gefunden, wohin ich jedes Jahr zurückkehre, ich wäre niemals hierher zurückgekommen, ich hätte nicht nach jedem Einsatz die Hütte renoviert und ein neues Zuhause daraus gemacht. Elena, was ich dir sagen möchte, ist, dass es wichtig ist, sein eigenes Universum zu besitzen, aber auch, dass es wichtig ist, in dieser Welt zu leben, voll und ganz. Du hast die Gabe, dieses Leben mit klugen Augen, mit scharfem Sinn, mit Ehrlichkeit und Gutmütigkeit zu betrachten. Hab immer ein Buch dabei, aber während du bei dir trägst, vergiss nicht, die Welt außen zu entdecken. Es macht keinen Sinn, diesem Ort die Schuld zu geben. Denk an mich. Ich bin niemals direkt dorthin zurückgekehrt. Anstelle dessen habe ich mir hier mein Haus gebaut, wo ich mich um meine Anita gekümmert habe, bis sie ihren letzten Atemzug nahm. Und als Antwort auf die Frage, die dir wahrscheinlich auf der Zunge liegt: ‚Also wirst auch du die Welt wiederentdecken?‘, sage ich dir, dass ich sie bereits entdeckt habe. Nach Anitas Tod war ich jahrelang weit weg, habe aber beschlossen, zurückzukehren. Das Einzige, das mir im Moment guttut, ist an diesem vertrauten Ort zu sein, zu lesen, Klavier zu spielen und Anitas Stimme zuzuhören. Sie singt dieses Lied. Hör doch zu…

Aber du musst die Dinge anders als ich und als all diese Menschen angehen. Du bist schlau, neugierig und ein bisschen verrückt – so hast du alles, was es braucht. Geh hinaus in die Welt, entdecke Neues, höre niemals auf zu lernen und liebe mit Leidenschaft.“ „Vielleicht habe ich zu viel Angst davor.“ „Nein, du bist nur jung. Sei dir bewusst über all das, was ich dir gesagt habe und du wirst dein Glück finden.“ In dem Moment fing Gianni an, die Lieder von Anita mit dem Klavier zu begleiten. Elena nahm das Buch, das er ihr gegeben hatte und begann zu lesen. Es war Giannis Reisetagebuch aus Afrika. Genau in dem Moment, als sie zu lesen begann, sah sie jemanden näherkommen. „Was machst du denn hier?“ Es war Marcello. Noch nie zuvor hatten sie miteinander gesprochen. Elena antwortete durcheinander: „Die eigentliche Frage ist, was du hier machst!“ Gianni, ohne sein Klavierspiel zu unterbrechen, rief: „Marcello, bist du das? Elena, ich stelle dir meinen Neffen vor!“ Elena machte große Augen, Marcello verstand nicht wirklich, was vor sich ging, aber fragte sogleich: „Ist das das Tagebuch meines Onkels? Warum hat er es mich niemals lesen lassen? Darf ich es sehen?“. Und mit Anitas Stimme und Giannis Klavierspiel im Hintergrund setzten sich die beiden nebeneinander und begannen zu lesen, während sie sich ab und zu ein Lächeln zuwarfen. Ach, das Schicksal…

La casita en el bosque

En el pequeño pueblecito de montaña no se hablaba de otra cosa. Alguien había vuelto a vivir en la casita del bosque. Marco y Luca juraron que lo habían visto con sus propios ojos: el humo salía de la antigua chimenea, las habitaciones estaban iluminadas y una canción retumbaba por todo el bosque, llevada por el viento. Esta pequeña casita estaba justo al lado de una de las cordilleras más bajas de la región, entre el final del bosque y las montañas: el eco no podía faltar. A todos los chicos del pueblo les parecía imposible pensar que alguien hubiese vuelto a vivir en ese lugar. Ellos solían ir por la noche, lo usaban como lugar de encuentro, para llevar a sus primeras novias o para jugar al escondite. Además, se habían inventado incluso ‘’El juego de la casa abandonada’’. Consistía en una prueba de valor a la que todos los chicos del pueblo tenían que enfrentarse: pasar una noche entera, solos, en ese hogar. Lo consideraban la real transición de la adolescencia a la madurez. Si conseguías hacerlo ya no eras un niño, eras un hombre.
‘’¿Quién podría haber vuelto a vivir ahí? ¿El viejo dueño? ¿Ese loco?’’. Elena se quedó pensando mientras miraba por la ventanilla del autobús, con indiferencia. ‘’Además, ¿quién dice que está loco? Los típicos paisanos. Odio este sitio, estos hombres tan irritables, chafarderos, falsos, tan malos. Por cierto, sinceramente yo sí que viviría en esa casita. Claro que sí. ‘’ Sabrina entró en el autobús, sonreía a todo el mundo pero con los ojos afilados vigilaba, hacía comentarios, juzgaba. Elena quería pasar de ella. Se había parado cerca de ella, se había unido a un grupo de chicos que gritaba, con la música a tope. ‘’Como le gusta que la miren, vaya suerte eh..’’. De repente bajó el volumen de la música y sus voces eran las únicas que se oían en todo el autobús: estaban hablando de la casita en el bosque: ‘’El loco ha vuelto, sí, el loco cornudo’’. Todos se rieron. ‘’Ese viejo nos quiere quitar nuestra casa de diversión y de ocio, pero yo iré igualmente, puede que encuentre a su mujer..’’ ‘’Total, ella quiere estar con todos menos con su marido’’. Algunos de ellos lloraban de la risa. Elena bajó del autobús, sin saber en qué parada se encontraba. ‘’Mejor ir andando que con esta gentuza.’’ Esto era lo que pensaba, mientras sonreía y saludaba a Sabrina, que desde el autobús le hacía señas y le mandaba besos. Caminando, miraba a la gente. Veía a todos tan feos, tan ocupados con asuntos inútiles, tan tristes a pesar de no saber nada de la verdadera tristeza. Se identificaba con ellos, deseaba encontrar algo interesante, pero veía todo monótono, insignificante y… triste.
Veía amigos que hablaban mal los unos de los otros, continuas traiciones, parejitas que no estaban ni enamoradas, pero sonreían. Pero era normal, se lo habían avisado – Eres joven, pasatelo bien.- ‘’Entonces, ¿por qué tengo que mostrar al mundo que soy feliz, si yo, en verdad, no lo soy realmente?’’. Entonces se paró. Marcello la miraba desde lejos. Siempre había tenido curiosidad por esa chica tan diferente a los demás, encerrada en su mundo, lejos de todo y de todos. Pero ella no lo veía, como siempre. O por lo menos, él pensaba eso. Elena de repente se paró. Abrió el bolso y se aseguró de tener su libro con ella.
‘’Yo no voy a volver a casa. Me paso por el lugar de siempre.’’ Levantando la mirada vio a Marcello, le sonrió, sin más, y se dio la vuelta. Antes de ir por la calle que llega hasta el centro del pueblo, existía este pequeño camino que llegaba al bosque. Había una piedra bastante lisa, muy grande, que cayó de la montaña y llegó a un árbol. Ese era el ‘’lugar de siempre’’. Se tumbaba ahí, con el bañador y se quedaba leyendo toda la tarde. Muchas veces se quedaba hasta la noche, sin preocuparse por quejas y llamadas por parte de los padres. Pero esta vez esa piedra estaba ocupada. Un señor, un señor muy guapo, de unos

50 años, sin camiseta, fumaba un cigarro mientras tarareaba una canción. Elena, con paso firme, se acercó y segura de sí misma preguntó: ‘’¿ Y tú quién eres?’’
El señor, que nosotros sabemos que se llama Gianni, levantó la cabeza, para luego volver a agacharla y después de un largo suspiro exclama: ‘’ Soy el loco cornudo’’. Elena rebatió sin miedo: ‘’Ah, bueno, encantada. Yo soy la solterona loca’’. Gianni la miró, ‘’¿Tu, soltera? Si tienes 16 años.’’ ‘’Tengo 20.’’ ‘’Ah, vaya diferencia. ¿Y estás soltera porque estás loca?’’ ‘’No, estoy loca porque estoy soltera.’’ ‘’Entonces no es tan grave, si piensas en que yo estoy loco porque me han puesto los cuernos.’’ Los dos se ríen. ‘’Pero tú no pienses en eso, en lo que los demás piensan en este pueblo tan pequeño. Tu tienes que abrir la mente, no pienses en el pueblo, piensa en el mundo entero.’’ Elena tenía curiosidad: ‘’Yo tengo mi mundo, ¿no lo ves? Aquí está.’’ La chica sacó su libro. ‘’Bien, muy bien. Si te quedas en silencio, mi mundo se puede oír.’’ Los dos dejaron de hablar. De repente se escucha una canción, o mejor dicho una melodía, pero no muy fuerte. ‘’Es la radio de mi casa… ¿Y sabes qué? Vamos a ir, vamos ven. Te tengo que explicar una cosa.’’ Los dos se pusieron de camino, en silencio absoluto. Elena tenía cogido su libro con la mano derecha y Gianni miraba al cielo. A medida que se acercaban a la casa, el volumen de la música aumentaba. Y ahora, que Elena estaba dentro de la casa, ya estaba enamorada de ella. Estaba llena de libros, llena: en la cocina, en el baño, en el armario. Y luego habían hojas esparcidas por todas partes, eran partituras. “Entonces es verdad que estás loco”. “Sí, lo estoy.” La dejó vagar por la casa, y vió que sus dedos, cada vez que tocaban una superficie, llevaban el tiempo, pulsando el ritmo sobre ella. “Elena, ven aquí. Tengo que decirte algo importante.’’ Elena se sentó al lado del piano, Gianni se sentó en frente. “Te diré algo. Y tienes que escucharme bien. Tu mundo es la literatura. Mi mundo era Anita. Nos conocimos en África. Yo acababa de dejar a mi esposa. Era un hombre roto. Vivíamos en el pueblo, nos acabábamos de casar cuando descubrí toda una serie de traiciones que habían ocurrido ante mis ojos, sin que me diera cuenta. ¿Sabes quién me lo dijo? ¿O mejor, sabes quiénes me lo dijeron? Nuestros simpáticos paisanos. Pensando que era consciente de todo, ya que las traiciones ocurrieron antes de la boda, me lo contaron un día en el bar, bromeando. Estaban convencidos de que yo lo sabía, pero que la había perdonado y que luego nos íbamos a casar igualmente. Estaba destrozado.
¿Y sabes esa sensación de rabia tan fuerte, tan desgarradora que se convierte en una profunda decepción? Aquella por la que vas a casa y no le dices nada. Aquella por la que no encuentras una sola razón para volver a dormir con ella, aunque sea por una noche. ¿Y entonces sabes lo que hice? Hice algo que para ellos era una locura. Me fui de casa. Sin decir una palabra a nadie. Me escapé esa misma noche. Ni siquiera tenía una maleta conmigo. Sólo los documentos. Y vine a esta casita en el bosque, que era de mi abuelo. En ese momento era sólo un granero, y por lo tanto nunca había traído a nadie. Pasé allí la noche. Al día siguiente cogí un avión y me fui a África. ¿Es posible? Sí, porque como médico, estuve allí hace poco en una investigación experimental que estábamos haciendo en un pueblo.
Pero nunca me había quedado a conocer a los habitantes, había estado siempre en la clínica, estudiando, investigando. Lloré durante todo el viaje. Cuando aterricé, vi a esta mujer venir hacia mí. Era tan guapa. Mira Elena, yo nunca había visto tal belleza en los gestos, en la sonrisa, en los ojos. Pero su punto fuerte era la simpatía, un don que nunca había considerado importante para una mujer. Ella reía, reía siempre a carcajadas. Y así me enamoré: después de dos días de irme de casa. Yo, mira me tiembla la voz mientras hablo, tengo que agradecer ser un “loco cornudo” porque si no no habría conocido a Anita, no habría conocido a mi África, donde vuelvo cada año, no habría vuelto aquí, no habría

reformado nuestra casa para convertirla en nuestro pequeño hogar cada vez que volvíamos de nuestras misiones. Elena, lo que te quiero decir es que es importante tener tu propia realidad, pero también es importante vivir en este mundo, hacer que sea tuyo, disfrutar al máximo esta vida que tienes el don de poder observar con ojos inteligentes, con astucia, con sinceridad, con bondad. Ten siempre un libro en la mano, eso es justo, pero mientras lo aguantas, ve a descubrir el mundo. Es inútil guardar rencor por este lugar. ¡Piensa en mí! ¡Yo nunca pensé que iba a volver! Y en cambio, hice mi casa y aquí es donde cuidé a mi Anita hasta que dejó de respirar.
Y a la pregunta que ya sé que me harás: – Entonces vete tú también a redescubrir el mundo- yo te contesto que yo ya lo he descubierto y ya lo he vivido, después de la muerte de Anita he estado lejos durante años, pero ahora he decidido volver. Lo único que me hace sentir bien es estar aquí leyendo, tocando el piano y escuchando la voz de Anita cantando. Ella es la que canta esta canción. Escucha esa voz… Pero tú no. Tienes que mirar las cosas de manera diferente. ¡Eres inteligente, capaz y tú también estás loca! Eres la indicada para ponerse en juego. Sal, descubre, aprende y ama.” “Quizás soy un poco cobarde.” “Pero qué dices… eres joven. Coge esto y allí lo encontrarás todo.” Dicho esto Gianni empezó a tocar, a tiempo con las canciones de Anita. Elena cogió el cuaderno que le había dado y se puso a leerlo al lado de la puerta. Era el diario de viaje de Gianni a África. Justo cuando estaba a punto de comenzar la lectura vió una sombra acercarse. “¿Qué haces aquí?” era Marcello. Nunca se habían hablado. Elena respondió intrigada: “La verdadera pregunta es qué haces tú aquí.” Gianni gritaba sin parar de tocar: “¿Marcello, eres tú? ¡Elena te presento a mi sobrino!” Elena abrió los ojos, Marcello no entendió mucho pero le preguntó enseguida: “¿Ese es el diario de mi tío? ¿Cómo es que nunca me dejó leerlo? Déjame ver, ¿puedo?” Y con la voz de Anita, la música de Gianni, los dos chicos se sentaron juntos y empezaron a leer juntos, de vez en cuando mirándose y sonriendo. Qué extraño es el destino.

Tutta colpa della gravità pt.1

Inspiegabilmente, forse per qualche errore tecnico durante il viaggio, era arrivato ad una destinazione sbagliata. E pensare che si erano raccomandati con lui: “Mi raccomando, quando passi vicino alla Terra, non rallentare, non ti soffermare ma accelera.” Gli avevano poi fatto tutto una lunga spiegazione su una forza. Com’era già? Forza grave? Forza della gravitità? Boh, non ricorda. Ma era così bella. Giura che non poteva resistere. Gli occhi si sono sgranati, il cuore ha iniziato a battere all’impazzata e lui, sì lo ammette, non ha solo rallentato, non si è solo soffermato, ma è letteralmente rimasto immobile a contemplarla. A contemplare questa gigantesca palla, macchiata da colori mai visti: un azzurro movimentato e un verde che si ergeva a marrone in alcune zone. Tutto miracolosamente circondato, talvolta, da del cotone bianco, da cui uscivano tante gocce d’acqua; in altre zone, da cotone che era grigio, e dal quale usciva una vera e proprio cascata d’acqua con dei bagliori bianchi o gialli, accecanti, a cui seguiva sempre un rumore fortissimo, assordante, pauroso. Ma mentre cercava di sbirciare quella parte della Terra che risplendeva alla luce del grande re Sole, si è sentito attratto di colpo da essa, da una forza che ha quel nome che non ha ben capito, e di colpo, paf! Casca letteralmente dalle nubi, in questa penisola che dall’alto sembra uno stivaletto. Oh mamma che posto strano. Mai visto nulla di simile. Aveva subito capito di essere atterrato in Italia. Gliene avevano parlato così tanto: pasta, festa, mare, montagna, colori, profumi, accoglienza e soprattutto tanta simpatia. Ma non solo, aveva un cioccolato buonissimo, dei liquori pazzeschi, la moda, la pizza, il buon vino. E così, felice di essere capitato in questo meraviglioso paradiso terrestre, pieno di chiese e di arte, di cinema e letteratura, si alza in piedi e vede… Nulla. Non vede praticamente nulla. Sì, certo, ci sono delle strade bellissime, colorate. Sì, certo, si sente il profumo del sugo che esce fuori da quella finestra. Sì, certo, la campane suonano, sta per cominciare la messa. Ma per il resto? Tutto chiuso. Nessuno per strada. Sarà successo qualcosa. Bisogna capire. Gli hanno detto che sono ospitali e quindi prova a chiedere a qualcuno. Si avvicina ad una porta. “E chi è?” “Salve signora, sono uno straniero e sono appena arrivato e volevo chiedere se..” “Ce l’hai la mascherina?” “Come scusi?” “Chiedo se hai una mascherina!” “Non capisco.” “E allora se non capisce arrivederci.” Stava giusto per interrogarsi su cosa volesse intendere la signora ma ecco che arriva un uomo: alto, elegante, con il capello curato e due occhi azzurri che lo guardano con disprezzo. Ha una mascherina anche lui addosso. È azzurrina, gli copre metà volto: dal naso fino sotto il mento. “Spostati che non ho voglia di litigare. Vatti a comprare una mascherina.” “Dove la compro?” “E dimmi un po’ dove la vorresti comprare? In farmacia, no? Sgancia sti soldi.” Avrebbe voluto chiedergli cosa fossero, ma ha preferito sorridere e andarsene. Che disastro. Ma veramente il mondo era così brutto? Sconsolato, si siede per terra. Si dispera. E ora che si fa? Proprio quando stava per mettersi a piangere, sente cantare. Una voce così bella, non l’aveva mai sentita. È un sussurro ma così intonato, così dolce, così emozionante, che sembra impossibile esistere in un posto, in cui la gente porta una mascherina per tapparsi la bocca.

“Ah ciao amico mio.” Si sta rivolgendo a me. È un uomo così bello, un po’ trasandato, pieno di gioia e infatti gli sorride. Aspetta un attimo. Ma se sorride, allora non ha la mascherina, ma perché? Non capisco nulla. “Ma tu non hai la mascherina!” Un momento, ma cosa sto facendo? Tratto gli altri come hanno trattato me? Ribatte subito: “Come se tu ce l’avessi amico mio…” Ha ragione. Mi siedo vicino a lui. “Io non ce l’ho perché non so cosa siano i soldi.” L’uomo si illumina e subito risponde: “Neanche io!”.

Mi metto a ridere. Che buffo questo uomo che non è elegante, non mi tratta male, non ha una mascherina e nemmeno i soldi. “Non ho la mascherina perché nessuno si vuole avvicinare a me. Quindi non servirebbe. Non ho una casa. Ho molti amici che mi lasciano queste monete, vedi sono questi i soldi. Tengo solo una mascherina di scorta, perché il rispetto per le altre persone è sempre importante. Per il resto vivo così.”

“Così come?”

“Ma come non lo vedi? Scelgo un posto che mi piace. Di solito un ponte. Mi siedo e comincio a cantare, a suonare, a ridere da solo, a raccontarmi le cose. Qualche amico mi porta qualcosa da mangiare, un altro mi offre una sigaretta. Ah, tu non saprai cosa sia. Fidati, meglio così. E poi me la godo.”

“Cosa?”

“La vita! Questa opportunità di essere venuti al mondo senza averlo chiesto. La vita è un regalo, una sorpresa continua. Senza chiederlo, tu vieni catapultato in questo mondo meraviglioso e devi imparare a vivere. E devi vedere come la gente si complica questa vita. Non capisce questa storia del “regalo” e allora comincia a crearsi problemi, a seguire delle idee che nessuno ha detto siano giuste, a creare relazioni con persone senza che nessuno glielo abbia imposto, per poi lamentarsi di quelle stesse persone. Io non li capisco. Ma poi aspetta, vanno a scuola ma solo per prendersi la laurea. Poi, però, se gli chiedi che cosa abbiano capito dalla vita e cosa abbiano imparato dalla storia che hanno studiato, dalla letteratura che hanno letto, ti guardano come se fossi pazzo. Benedetta sia la pazzia, in tutte le sue forme. E poi si fissano appuntamenti, prendono la macchina per andare a comprare il pane. Vanno ai supermercati e comprano tutto quello che vi è di più colorato, più appetibile e con più conservanti. Ah tu non saprai cosa siano i conservanti. Meglio così. Se chiedi a qualcuno se sia felice ti ride in faccia. Sembra che abbiano dei problemi insormontabili. E adesso, loro che dovevano stare fuori tutto il giorno per fare cose che si erano obbligati di fare senza che nessuno glielo avesse chiesto, si ritrovano chiusi in casa. Poverini.”

“E tu?”

“ Ah no. Io non ho una casa. Casa mia in questo momento è affianco a te, per esempio. E quando i carabinieri fermano gli altri perché sono usciti dopo il coprifuoco fanno le multe. Ah, tu non saprai cosa siano, fidati meglio così, se vedono me, mi guardano e mi lasciano passare.”

“ Allora mi sa che tu sei una persona strana, qui.”

“Sono un barbone, che ci vuoi fare.”

“Chi è un barbone?”

“Il barbone è una persona che non deve rendere conto a nessuno. Io cambio la mia vita ogni giorno, sempre in cerca della felicità. È il mio denaro. Vivo grazie ad essa. E quando sono infelice, è la mia tristezza che diventa denaro. Mi metto sotto la pioggia e canto tutto il mio dolore e la gente mi dà i soldi perché vede qualcosa di vero e di puro. Loro lo vedono, io lo vivo.”

“Posso essere un barbone anche io?”

“Solo ad una condizione: che tu ti metta in testa che devi essere felice ma anche triste perché fa bene; che tu ti metta nel cuore di amare prima di essere amato; e che ti metta in faccia una mascherina perché altrimenti dovrai conoscere cosa sia una multa  e fidati non ti piacerà! AHAHAHAH!”

Un pesce molto particolare pt.2

Ed eccoci finalmente nel suo regno: il ponte. Mi continua a dire che gli piace il fatto di rimanere sospeso per aria, più vicino al cielo, più alto delle strade così trafficate, e proprio sopra all’acqua. E poi mi ha anche detto che l’acqua è il bene più prezioso del mondo. E allora io mi sporgo dal ponte, la voglio vedere, voglio capire cosa sia questa acqua che osanna così tanto. La guardo, tutto felice, l’acqua del fiume che scorre sotto di noi. Ma ecco ci rimango male.

-Ah, è questa… la famosa acqua…-

-Ma come? Ma non sei felice? Ma guarda!-

-Ma è marrone, è sporca, sembra quasi terra.-

E il barbone si ferma un secondo. Non parla. Sta pensando: “Chiunque veda per la prima volta l’acqua dal ponte della città, chiunque veda per la prima volta l’acqua di un fiume nella sua vita, crede che sia marrone. Non sa com’era. Non saprà mai come sia veramente.”

Io insisto: -Mi hai parlato così tanto di questo ponte! Sono felice di essere qui. È vero, non mi aspettavo che fosse così l’acqua, però sto vedendo per la prima volta un pesce! –

Il barbone è entusiasta. Si sporge subito anche lui per vedere cosa stia indicando il dito del suo amico. Ma non vede nessun pesce. Allora gli chiede subito: – Ma che pesce? Ma cosa stai dicendo? –

E allora io ribatto con orgoglio: – Guarda che ho ascoltato tutti i tuoi insegnamenti. Ho preso nota. Ma come non lo vedi? Tu mi hai detto che nel fiume ci sono dei pesci, che sono dei piccoli esseri che stanno nell’acqua, e che si possono vedere dalla sua superficie. Quello allora è un pesce! –

Il barbone guarda disperato il fiume e capisce che quello che galleggia nell’acqua, e che ogni tanto sprofonda a causa della corrente, certo non è un pesce.

-Ma quella è una bottiglia di plastica.-

-È un tipo di pesce?-

-Ma certo che no, ma che domande.-

-E perché sta in mare come un pesce?-

“Bella domanda, davvero una bella domanda. Una domanda che lui si è riuscito a porre dopo solo qualche ora passata su questa Terra e noi, uomini, che ci viviamo da generazioni, forse, non ce lo siamo mai chiesto veramente.”

-L’ho visto ora, ma certo! Dovevo immaginare che il pesce fosse più piccolo, eccolo là, guarda che piccolo, che carino. Vieni, vieni!-

-Ma quello è…-

Ma poi pensa che: “No, non glielo dico. Come faccio a spiegargli cosa sia un cotton fioc? No, forse meglio lasciar perdere.”

-Guarda! Ce n’è un altro! E uno è lì. E guarda quelli sono spiaggiati, che carini che sono.-

-Ma figliolo guarda che…-

-Sì, sì lo so. Non è un pesce normale.-

-Esatto, non sapevo come dirtelo. Io, io ho cercato di farti capire ma non sai quanto sia difficile e poi mi vergogno. Sì mi vergogno così tanto e…-

-No, ma non ti devi vergognare, ho capito, è il pesce plastica! Lui non sta sotto l’acqua ma galleggia sopra.-

-Mmm… certo! Oh, ma certo! Hai ragione, hai ragione! Ma lo sai perché non galleggia? Perché quella non è la sua casa. Presto! Andiamo a salvarli, corri!-

E così un passante vede questo barbone, insieme ad un suo amico, correre lungo il fiume, e raccogliere tutta la plastica che vi era nei dintorni.

– Presto salviamola! – Perché ecco, il barbone proprio non se la sentiva di dire che la colpa fosse sua, dei suoi concittadini che gli offrono cibo e  sigarette, del sindaco, di quel passante che li sta guardando in malo modo dal ponte. E le urla continuano: – La stai salvando, presto mettila in quel baule così sta al sicuro.-  Ma il baule non è altro che un cestino della raccolta della plastica, e loro urlano felici di salvare tutti i rifiuti che trovano.

Il signore sul ponte se ne va via ridacchiando sotto i baffi: “Questi salvano la plastica…mah!” E allora il barbone urla: “Salviamo la plastica, è vero, ma in realtà stiamo salvando anche i suoi nipoti!”

L’uomo non si volta, e i due amici continuano a salvare il pesce plastica. E quindi, caro lettore e cara lettrice, se doveste mai vedere dei pesci plastica in difficoltà, seguite i consigli di questi due simpatici personaggi, lasciate stare le parole dei passanti, e andate ad aiutarli! Il nostro mondo ha bisogno di gente come loro e come te!

All the gravity’s fault pt.1

Inexplicably, perhaps due to a technical error during the journey, he had arrived at the wrong destination. And consider that he was told: “Remember, when you pass by the Earth, do not slow down, do not stop, but speed up”. They had also provided him a clear explanation of a force. How was it already? Gravity force? Dunno, he does not remember. But the Earth was so beautiful. He swears he could not resist such beauty. He opened his eyes widely, his heart went mad and he admits it: not only did he slow down and stop, but he also admired it, motionless. This giant ball had colors he had never seen before: deep blue and green which sometimes turned into brown. Occasionally it was surrounded by white cotton from which many drops of water came out; occasionally by grey cotton from which a real waterfall with blinding white or yellow flashes came out and it was always followed by a loud, deafening, frightening noise. However, as he tried to look at the part of the Earth under the light of the great King, the Sun, he suddenly felt attracted to it by a force whose name he could not remember, and suddenly, “paf”! He literally falls out of the blue into this peninsula which looks like a boot from above. Oh my god, what a strange place. I have never seen anything like this. He knew immediately that it was Italy. He had heard so much about it: pasta, the parties, the sea, the mountains, the colors, the perfumes, the hospitality and above all, nice people. Not only that, Italy had good chocolate, exquisite liqueurs, fashion, pizza, and good wine as well… He was so happy to be in this paradise full of churches and art, of cinema, and literature, but when he stands up, he sees… Nothing. He saw nothing at all. There are beautiful and colorful streets. One can smell the tomato sauce coming out of that window. The bells are ringing, the Mass is about to begin. But otherwise? Everything is closed. No one in the streets. Something must have happened. I have to understand. They told him they were hospitable, so he tries to ask someone. He approaches a door. “Who are you?” “Hello madam, I am a foreigner and I have just arrived and I wanted to ask if…” “Do you have a mask?” “Excuse me?” “I’m asking if you have a mask!” “I don’t understand.” “Then if you don’t understand, goodbye.” He was just about to wonder what the lady meant with her words, but here comes a man: tall, elegant, with neat hair and two blue eyes which were looking at him with disdain. He has a mask on too. It is blue and covers half of his face: from the nose to the chin. “Move away, I do not want to fight. Go and buy a mask.” “Where can I buy one?” “Where do you want to buy it? At the pharmacy? Bring out the money.” He wanted to ask him what it was, but he just smiled and left. What a disaster. Was the world really that bad? He is sorrowful and sits down on the ground. He despairs. And now what? Just as he was about to start crying, he hears someone singing. He had never heard such a beautiful voice before. It is a whisper and it so melodious, so sweet, so emotional, that it seems impossible to exist in a place where people wear masks to cover their mouths.

“Ah hello my friend.” He is addressing me. This man is so handsome, he looks shabby, but he is very cheerful, and he is smiling at him. Wait, if he is smiling, he is not wearing a mask, but why? I do not get it. “You are not wearing a mask!” Wait a minute, what am I doing? Am I treating the others as they have treated me? The other man immediately replies: “As if you had one, my friend…” He is right. I sit down next to him. “I do not have it because I do not know what money is.” The man lights up and immediately replies, “Neither do I!”

I start laughing. How funny is this man who is not elegant, does not treat me badly, does not wear a mask and does not have money? “I do not have a mask because nobody wants to move closer to me. So, it would not help. I do not have a house. I have many friends who leave me these coins, you see, this is money. I only have a spare mask because respect for other people is always important. Otherwise, I live like this.”

“Like what?”

“Don’t you see? I choose a place I like. Usually a bridge. I sit down and start singing, playing, laughing, telling myself things. Some friends bring me to eat, others offer me a cigarette. Ah, you do not know what it is. Trust me, it is better you do not know it. Besides, I enjoy it.”

“What?”

“Life! This opportunity to have come into the world without asking for it. Life is a gift, a surprise. You can live in this wonderful world without asking for it and you have to learn how to live. But you have to see how people complicate this life. They do not understand that life is a gift, as a result they start to create problems, to follow ideas that no one has said they are right, to create relationships with people without anyone having imposed it on them, and then to complain about those same people. I do not understand them. But more, they go to school but only to get a degree. Then, if you ask them what they have understood from life and what they have learned from the history they have studied, from the literature they have read, they look at you as if you were crazy. Blessed be madness, in all its forms. And then they make appointments, they take the car to go and buy some bread. They go to supermarkets and buy everything which is more colorful, more appetizing and with a lot of preservatives. Ah! You do not know what preservatives are. It is better like this. If you ask people if they are happy, they will laugh in your face. They seem to have a lot of problems. And now that they have stay out all day to do things they had forced themselves to do, they find themselves locked up at home. Poor ones.”

“And you?”

“Ah no. I do not have a home. My house right now is next to you, for example. And when the police stop people for breaking curfew, they give them tickets. Ah, you do not know what they are, trust me, it is better like this. However, if the police see me, they look at me and do not say anything.”

“I guess you are a strange person here.”

“I’m a tramp”.

“Who is a tramp?”

“A tramp is a person who is free to do as he likes. I change my life every day, always looking for happiness, which is my money. I live for it. And when I am unhappy, sadness becomes my money. I stand in the rain and sing all my sorrow and people give me money because they see something true and pure. They see it, I live it.”

“Can I be a tramp too?”

“Only on one condition: you have to be happy but also sad because it is good for you; you have to love before being loved; and you have to put a mask on your face because otherwise you will have to know what a fine is and trust me, you will not like it! AHAHAH!”

A very unusual fish pt.2

Here we are finally in his kingdom: the bridge. However, he keeps telling me he likes more being up in the air, closer to the sky, higher than all the busy streets, and right above the water. Then, he also told me that water is the most valuable asset in the world! Therefore, I stick my head out of the bridge, I want to see and understand what water is since he has been speaking a lot about it. I am happy as I look at the water flowing under our feet; yet I am disappointed.

– Ah, this is it… the water you have talked so much about…

– Aren’t you happy? Look at that!

– But it is brown, it is dirty, it almost looks like mud.

Tha trump stops for a second. He does not speak. He is thinking, “Anyone who sees water from the city bridge thinks it is brown. That person does not know what it was like before and will never know what it really looks like.”

I insist. -You have told me so much about this bridge! I am happy to be here. The truth is that I did not expect the water to be like this. Anyway, look, I am seeing a fish for the first time! –

The tramp is thrilled. He wants to see what his friend’s finger is pointing at. However, he does not see any fish. He immediately asks him: – Which fish? What are you talking about? –

I reply with pride: – Look, I have taken note of everything you taught me. How can you not see it? You told me that in the river there are fish, small beings which live in the water, and that they can be seen from the surface. Then this is a fish! –

The tramp looks desperately at the river and realizes that what is floating in the water, and that every now and then it sinks because of the current, is certainly not a fish.

– No, that one is a plastic bottle.

– Is it a type of fish?

– Of course not, but is that a question?

– And why is it in the river like a fish?

“Good question, this is really a good question. He asked himself that only after a few hours spent on this Earth and we, the Humans, who have been living on it for generations have never really wondered about that.”

– I have seen it now! I should have guessed that the fish was smaller. So, there it is, look how small and cute it is. Come, come here!

– But that is…

“No, I do not tell him the truth. How am I supposed to explain to him what a cotton swab is? No, I will not tell him”.

– Look! There is another one! And another one there. How cute they are!

– But son, look…

– Yes, yes, I know. It is not a normal fish.

– Exactly, I did not know how to tell you. I wanted to try to make you understand but you do not know how difficult it is and I am so ashamed. Yeah, I am so ashamed and…

– No, but you do not have to be ashamed, I understand, it is a plastic fish! It is not under the water, he floats on top. of it

– Mmm… That is true! You are right ! But you know why he doesn’t float? Because that is not its home. Hurry up! Let’s go save them, run!

A passerby sees the tramp with his friend who is running along the river and is picking up all the plastic that was around, while shouting: – Hurry up, let’s save it! – The tramp didn’t feel like saying that it was his fault, the fault of his fellow citizens who offered him food and cigarettes, the fault of the mayor, the fault of that passerby who looked at them from the bridge. And the shouts continued: – You’re saving the plastic, put her in that trunk so it will be safe. – But the trunk was nothing more than a plastic collection bin, and they shouted happily to save all the garbage they could find.

The passerby on the bridge walked away chuckling under his breath, “These two are saving the plastic…this is so weird!” Then the homeless man yelled, “We’re saving the plastic, which is true, but we are actually saving your grandchildren too!”

The passerby does not turn around, and the two friends continue to rescue the plastic fish. And so, dear readers, if you ever see any plastic fish in trouble, follow the advice of these two friendly characters, forget the words of passersby, and go help them! Our world needs people like them and like you!

Tout cela à cause de la gravité

Quel mystère ! Il était arrivé à une mauvaise destination, peut-être à cause d’une erreur technique pendant le voyage. Et figurez-vous qu’on lui avait dit : « Fais gaffe à quand tu passes près de la Terre, ne ralentis pas, ne t’arrête pas, mais accélère ». On lui avait alors donné une longue explication sur une force. C’était comment déjà ? La force de gravitation ? De pesanteur ? Bah, il ne se souvient pas. Mais la Terre était si belle. Il ne pouvait pas résister à une telle beauté. Ses yeux se sont écarquillés, son cœur a commencé à battre comme un fou et lui, il l’admet : non seulement il a ralenti et s’est arrêté, mais il l’a aussi contemplée, immobile. Il a contemplé cette boule géante, tâchée de couleurs qu’il n’avait jamais vues auparavant : bleu animé et vert qui devenait marron à certains endroits. Tout était entouré tantôt de coton blanc d’où sortait de nombreuses gouttes d’eau ; tantôt de coton gris d’où sortait une véritable cascade d’eau aux reflets blancs ou jaunes aveuglants, suivies toujours d’un bruit fort, assourdissant, effrayant. Toutefois, alors qu’il essayait de lorgner la partie de la Terre qui brillait sous la lumière du grand Roi Soleil, il s’est senti soudainement attiré par elle, par une force dont il ne se souvient plus le nom et, d’un coup, « paf » ! Il tombe littéralement des nuages, dans cette péninsule qui ressemble à une botte vue d’en haut. Oh là là, mais quel endroit bizarre. Je n’ai jamais rien vu de pareil. Il a immédiatement compris qu’il avait atterri en Italie. On lui en avait tellement parlé : les pâtes, les fêtes, la mer, les montagnes, les couleurs, les parfums, l’hospitalité et surtout beaucoup de sympathie. Mais pas seulement, l’Italie avait aussi un très bon chocolat, des liqueurs exquis, la mode, les pizzas et du bon vin… Heureux d’être tombé sur ce merveilleux paradis terrestre plein d’églises et d’art, de cinéma et de littérature, il se lève et voit…Rien. Il ne voit rien du tout. Il y a de très belles rues colorées. On peut sentir l’odeur de la sauce tomate qui sort par cette fenêtre-là. Les cloches sonnent, la messe est sur le point de commencer. Mais sinon ? Tout est fermé. Il n’y a personne dans les rues. Il s’est passé quelque chose. Je veux mieux comprendre. On lui a dit qu’ils sont très accueillants, alors il essaie de poser une question à quelqu’un. Il s’approche d’une porte. « Qui est-ce ? », « Bonjour Madame, je suis étranger, je viens d’arriver et je voulais vous demander si… ». « Vous avez votre masque ? » « Pardon ? ». « Je vous ai demandé si vous avez un masque ! ». « Je ne comprends pas ». « Bah écoutes, si tu ne comprends pas, au revoir ». Alors qu’il cherchait à comprendre ce que la dame voulait dire, voilà qu’un homme arrive : grand, élégant, aux cheveux soignés et aux yeux bleus qui le regardent avec mépris. Lui aussi il porte un masque. Il est bleu et couvre la moitié de son visage : du nez jusqu’à son menton. « Déplace-toi, je n’ai pas envie de me disputer avec toi. Va acheter un masque ». « Où puis-je en acheter un ? ». « Où veux-tu l’acheter ? À la pharmacie, non ? Sors ton argent». Il aurait voulu lui demander de quoi il parlait, mais il a juste souri et il est parti. Quel désastre. Mais le monde, était-il vraiment si mauvais ? Découragé, il s’assoit par terre. Il désespère. On fait quoi maintenant ? Juste au moment où il allait commencer à pleurer, il entend chanter. Il n’avait jamais entendu une voix si belle. On dirait un murmure, mais si mélodieux, si doux, si émouvant qu’il ne semble pas être réel dans un endroit où les gens portent des masques qui couvrent leur bouche.

« Bonjour, mon ami ». Il s’adresse à moi. Cet homme est si beau, il a l’air négligé, mais il est très joyeux, et, en fait, il lui sourit. Attends, il sourit, donc il ne porte pas de masque, mais pourquoi ? Je ne comprends rien. « Tu ne portes pas de masque ! ». Attends, qu’est-ce que je fais ? Je traite les autres comme ils m’ont traité ? L’homme réplique immédiatement : « Comme si tu en avais un, mon ami… ». Il a raison. Je m’assois à son côté. « Moi je n’en ai pas un, parce que je ne sais pas ce qu’est l’argent ». L’homme est surpris et répond tout de suite : « Moi non plus ! ». Je commence à rire. C’est drôle, cet homme, il n’est pas habillé élégamment, il ne me traite pas mal, il ne porte pas de masque et il ne connaît pas l’argent. « Moi, je ne porte pas de masque parce que personne ne veut s’approcher de moi. Donc, ça ne servirait à rien. Je n’ai pas de maison. J’ai beaucoup d’amis qui me laissent ces pièces, tu vois, c’est ça de l’argent. Je garde juste un masque de réserve car le respect pour les autres personnes est toujours important. Sinon, je vis comme ça ».

« C’est-à-dire ? »

« Tu ne le vois pas ? Je choisis un endroit qui me plaît. Un pont, généralement. Je m’assois et je commence à chanter, à jouer, à rire en me racontant des choses. Certains amis m’apportent quelque chose à manger, d’autres m’offrent une cigarette. Ah, tu ne sais pas ce que c’est. Crois-moi, c’est mieux comme ça. Ensuite, j’en profite ».

« De quoi ? ».

« De la vie ! Cette chance d’être venu au monde sans l’avoir demandé. La vie est un cadeau, toujours une surprise. Sans le demander, tu te retrouves dans ce monde merveilleux et tu dois apprendre à vivre. Mais tu devrais voir comment les gens compliquent cette vie. Ils ne comprennent pas cette histoire de don et commencent alors à créer des problèmes, à suivre des idées qui ne sont pas forcément les bonnes, à créer des relations sans que personne leur ait imposé. Je ne les comprends pas. Mais attends, ils étudient juste pour avoir un diplôme. Ensuite, si tu leur demandes ce qu’ils ont compris de la vie et ce qu’ils ont appris de l’histoire qu’ils ont étudiée, de la littérature qu’ils ont lue, ils te croient un fou. Bénie soit la folie, dans toutes ses formes. De plus, ils prennent des rendez-vous, ils prennent la voiture pour aller acheter du pain. Ils vont aux supermarchés et achètent tout ce qui est le plus coloré, le plus appétissant et avec le plus de conservateurs. Ah oui c’est vrai, tu ne connais pas les conservateurs. Bah, c’est mieux ainsi. Si tu demandes à quelqu’un s’il est heureux, il rit à ton nez. C’est comme s’ils avaient des problèmes insurmontables. Et maintenant qu’ils devraient être dehors toute la journée faire des choses qu’ils s’efforcent de faire, ils se retrouvent enfermés chez eux. Les pauvres ».

« Et toi ? ».

« Bah moi je n’ai pas de maison. Chez moi actuellement est à côté de toi, par exemple. Et quand la gendarmerie arrête les autres gens, parce qu’ils ont violé le couvre-feu, ils leur donnent une contravention. Ah oui, tu ne sais pas ce qu’est une contravention. Fais-moi confiance, c’est mieux comme ça. Si la gendarmerie me voit, elle me regarde et ne me fait rien ».

« Bah du coup, tu es une personne bizarre, ici ».

« Je suis un clochard ».

« C’est quoi un clochard ? ».

« Un clochard est quelqu’un qui n’a pas de compte à rendre à personne. Je change ma vie tous les jours, toujours à la recherche du bonheur. Cela est mon argent. Je vis grâce au bonheur. Et quand je suis malheureux, c’est la tristesse qui devient mon argent. Je me tiens sous la pluie et chante toute la douleur et les gens me donnent des pièces, parce qu’ils voient quelque chose de vrai et pur. Eux, ils le voient, moi, je le vis ».

« Puis-je être un clochard moi aussi ? ».

« À une seule condition : tu dois être heureux mais aussi triste, parce que cela fait du bien ; tu dois aimer avant d’être aimé et surtout, mets ton masque, sinon tu devras connaître ce qu’est une amende et crois-moi, tu n’aimerais pas cela ! Hahaha. »

Un poisson très spécial pt. 2

Et nous voici enfin dans son royaume : le pont. Il ne cesse de me dire qu’il aime être suspendu dans les airs, être plus près du ciel, plus haut par rapport aux rues de grand passage, et surtout juste au-dessus de l’eau. Ensuite, il m’a aussi dit que l’eau était le bien le plus précieux à ses yeux. Et donc je regarde au-dessus de la barrière, je veux la voir et comprendre ce que cette eau a de si particulier pour qu’il en parle autant. Je suis heureux en regardant l’eau du fleuve qui coule sous nos pieds ; pourtant, je suis déçu.

« – Ah, c’est ça…l’eau dont tu m’as tant parlé…

– Comment ?! Tu n’es pas heureux ? Mais regarde !

– L’eau est marron, elle est sale, on dirait de la boue ! »

Le clochard réfléchit un instant, il ne parle pas. Il pense : « Qui que ce soit qui regarde l’eau d’un fleuve pour la première fois pensera qu’elle est sale. Il ne saura jamais comment elle était auparavant et à quoi elle ressemble sans pollution. ».

J’insiste : « -Vous m’avez tellement parlé de ce pont ! Je suis heureux d’être ici. Certes, je ne m’attendais pas à ce que l’eau soit comme ça, mais je vois un poisson pour la première fois !

Le clochard est enthousiasmé. Il se penche rapidement pour voir ce que son ami montre du doigt. En revanche, il ne voit aucun poisson. Alors il lui demande immédiatement : « Pardon, mais de quel poisson parles-tu ? »

Je réplique avec fierté : « – J’ai pris note de tout ce que tu m’as appris. Pourquoi tu ne le vois pas ? Tu m’as pourtant dit que dans le fleuve il y a des poissons : de petites créatures dans l’eau et qu’on peut voir depuis la surface. Celui-ci est donc un poisson ! »

Le clochard regarde le fleuve avec désespoir car il comprend que ce qui flotte dans l’eau, et parfois sombre à cause des courants, n’est certainement pas un poisson.

« -Mais enfin, c’est une bouteille en plastique !

-C’est une espèce de poisson ?

-Mais bien sûr que non, quelle question !

-Bah alors, pourquoi est-il dans le fleuve comme un poisson ? »

« Bonne question, très bonne question, pense le clochard. Le petit s’est posé cette question seulement après quelques heures passées sur cette Terre. Nous, les Hommes, nous ne nous sommes jamais demandés pourquoi, alors qu’on y vit depuis des générations ».

« -Ah d’accord. Dans ce cas j’en vois un ! continua l’enfant. En fait, j’aurais dû me douter que le poisson était plus petit. Le voilà, regarde comme il est petit, comme il est mignon. Viens, viens voir !

-Mais ça non plus ce n’est pas un poisson… »

« Non, cette fois je ne lui dirais pas la vérité, s’imposa le clochard. Comment lui expliquer ce qu’est un coton-tige ? Peut-être qu’il vaut mieux ne rien dire ».

« -Regarde ! Il y en a un autre ! Et il y en a un là-aussi. Regarde, ils sont tous échoués. Ils sont si mignons !

-Mais fils, regarde…

-Oui, je sais, ce n’est pas un poisson normal.

-Tout à fait, je ne savais pas comment te le dire. J’ai essayé de te faire comprendre, mais tu ne sais pas à quel point c’est difficile, et j’ai honte. Oui, j’ai tellement honte et…

-Non, mais tu n’as pas à avoir honte, j’ai compris. C’est le poisson en plastique ! Il n’est pas sous l’eau, il flotte au-dessus.

-Hum, bien sûr. Oui, bien sûr. Tu as raison, tu as raison. Mais tu sais pourquoi il ne flotte pas ? Parce que ce n’est pas sa maison. Vite ! Allons les sauver, cours ! »

C’est ainsi qu’un passant vit un clochard, accompagné d’un enfant, courir le long du fleuve et ramasser tout le plastique des environs.

« – Vite, allons le sauver ! » Le clochard n’avait pas envie de dire que c’était sa faute, la faute de ses concitoyens qui lui offraient de la nourriture et des cigarettes, la faute du maire, la faute de ce passant qui les regardait mal depuis le pont et la faute de tous les autres. Et les cris continuent : « – Tu es en train de le sauver, mets-le vite dans cette malle pour qu’il soit en sécurité. » Sauf que la malle n’est rien d’autre qu’une poubelle de collecte en plastique. Ils crient joyeusement tout en sauvant tous les déchets qu’ils peuvent trouver dans le fleuve.

Le passant s’éloigne en riant dans sa barbe, « Ils sauvent du plastique… plutôt bizarre ! ». Le clochard hurle alors : « Nous sauvons le plastique, certes, mais nous sauvons aussi vos petits-enfants ! »

L’homme ne se retourne pas, et les deux amis continuent à sauver les poissons en plastique.

Et donc, chères lectrices, chers lecteurs, si vous voyez un jour des poissons en plastique en difficulté, écoutez les conseils de ces deux sympathiques personnages : oubliez les mots des passants et allez les aider ! Notre monde a besoin des personnes comme eux et comme vous !

Tudo culpa da gravidade

Inexplicavelmente, talvez devido a algum erro técnico durante a viagem, ele tinha chegado a um destino errado. E pensar que lhe tinham recomendado: “Não se esqueça, quando passar perto da Terra, não abrande, não se demore, mas acelere”. Tinham-lhe então dado toda uma longa explicação sobre uma força. Como é que se chamava? Força grave? Força na gravidade? Não, não consegue lembrar-se. Mas era tão bela. Ele jurou que não conseguia resistir. Os seus olhos alargaram-se, o seu coração começou a bater forte e ele, sim admite-o, não se limitou a abrandar, não se limitou a ficar parado, mas ficou literalmente imobilizado a contemplá-la. A contemplar esta bola gigantesca, manchada com cores nunca antes vistas: um azul animado e um verde que se elevava ao castanho em algumas áreas. Tudo miraculosamente rodeado, por vezes, por algodão branco, do qual saíam muitas gotas de água; noutras zonas, por algodão que era cinzento, e do qual saía uma verdadeira cascata de água com clarões brancos ou amarelos cegantes, à qual se seguia sempre um barulho intenso, ensurdecedor e assustador. Mas ao tentar espreitar a parte da Terra que brilhava à luz do grande Rei Sol, sentiu-se subitamente atraído por ela, uma força que tem esse nome que não compreendeu bem, e de repente, puf! Ele cai literalmente das nuvens, nesta península que, vista de cima, parece uma bota. Meu deus, que lugar estranho. Nunca tinha visto nada parecido. Soube imediatamente que tinha aterrado em Itália. Tinham-lhe falado tanto sobre este país: massa, festas, mar, montanhas, cores, aromas, hospitalidade e, sobretudo, muita simpatia. Mas não só isso, também chocolate delicioso, licores incríveis, moda, pizza, bom vinho. E assim, feliz por ter acontecido neste maravilhoso paraíso na terra, cheio de arte e igrejas, cinemas e literatura, ele levanta-se e vê… nada. Ele não vê praticamente nada. Sim, claro, há ruas bonitas e coloridas. Sim, claro, pode sentir-se o cheiro do molho de tomate a sair por aquela janela. Sim, claro, os sinos estão a tocar, a missa está prestes a começar. Mas o resto? Todo fechado. Ninguém na rua. Alguma coisa deve ter acontecido. É preciso entender. Disseram que este é um povo hospitaleiro, por isso tente perguntar a alguém. Ele aproxima-se de uma porta. “Quem é?” “Olá senhora, sou um estrangeiro. Acabei de chegar e queria perguntar se…” “Tem uma máscara?” “Desculpe?” “Estou a perguntar se tem uma máscara!” “Não estou a entender”. “Então, se você não entende, adeus.”

Ele estava prestes a interrogar-se sobre o que a senhora queria dizer, mas aí vem um homem: alto, elegante, com o cabelo bem cuidado e dois olhos azuis a olhar para ele com desdém. Ele também tem uma máscara posta. É azul, cobre metade do seu rosto: desde o nariz até debaixo do queixo. “Afasta-te, eu não quero discutir. Vai e compra uma máscara”. “Onde posso comprar uma?” “Diga-me, onde gostaria de comprar uma? Na farmácia, não é óbvio? Arranjem o dinheiro”. Ele queria perguntar-lhe o que era, mas apenas sorriu e foi-se embora. Que desastre. Mas será que o mundo era realmente assim tão mau? Desapontado, senta-se no chão.  Ele desespera. E agora o quê? Quando ele estava prestes a começar a chorar, ouve cantar. Uma voz tão bonita que ele nunca tinha ouvido antes. É um sussurro, mas tão afinado, tão doce, tão comovente, que parece impossível existir num lugar onde as pessoas usam máscaras para esconder a boca. “Ah, olá meu amigo”. Ele está a virar-se para mim. É um homem tão bonito, um pouco desajeitado, cheio de alegria e de facto ele sorri para ele. Espere um momento. Mas se ele está a sorrir, então não está a usar máscara, mas porquê? Não percebo nada.  “Desculpa! Você não está a usar máscara”!  Espera, o que é que estou a fazer? Estou a tratar os outros da mesma maneira que eles me trataram? O homem responde imediatamente: “Como se tu a tivesses, meu amigo”.  Está certo. Sento-me ao lado dele. “Eu não a tenho porque não sei o que é dinheiro”. O homem ilumina-se e responde prontamente: “Nem eu!”. Começo a rir. Que engraçado é este homem que na verdade não está bem vestido, não me trata mal, não tem uma máscara ou mesmo dinheiro. “Não tenho uma máscara porque ninguém quer se aproximar de mim. Por isso, não serviria para nada. Não tenho uma casa. Tenho muitos amigos que me deixam estas moedas Vês, este é o dinheiro. Eu apenas mantenho uma máscara de reserva porque o respeito pelas outras pessoas é sempre importante. Caso contrário, eu vivo assim”.

“Assim como?”

“Mas como? Não vês isso? Escolho um sítio de que gosto. Normalmente uma ponte. Sento-me e começo a cantar, a tocar, a brincar para mim próprio, a dizer coisas. Um amigo traz-me algo para comer, outro oferece-me um cigarro. Ah, provavelmente não sabes o que isso é.  Confia em mim, é melhor assim. Além disso, eu aproveito”.

“O quê?”

“A vida! Aproveito a vida! Esta oportunidade de ter vindo ao mundo sem o ter pedido. A vida é um presente, uma surpresa constante. Sem perguntar, somos lançados a este mundo maravilhoso e temos de aprender a viver. Espera até veres como as pessoas complicam esta vida. Eles não compreendem esta história do presente e por isso começam a criar problemas, a seguir ideias que ninguém disse estarem certas, a criar relações com pessoas sem que ninguém lhes tenha imposto, e depois queixam-se dessas mesmas pessoas. Eu não os compreendo. Sabes, eles vão à escola, mas apenas para obterem um diploma. Se lhes perguntarmos o que compreenderam da vida e o que aprenderam com a história que estudaram, com a literatura que leram, olham para você como se estivesse louco. Bendita seja a loucura, em todas as suas formas. E depois marcam encontros, levam o carro para ir comprar pão. Vão aos supermercados e compram tudo o que é mais colorido, mais apetitoso e com mais conservantes. Ah, provavelmente não sabes o que são conservantes. É melhor assim. Se perguntar a alguém se ele está feliz, ele ri-se na sua cara. Parecem ter problemas insuperáveis. E agora, aqueles que tinham de estar fora todo o dia a fazer coisas que se obrigavam a fazer sem que ninguém lhes pedisse para as fazer, vêem-se fechados em casa. Coitadinhos.”

“E tu ?”

“Eu? Eu não tenho casa. A minha casa neste momento está ao teu lado, por exemplo. E quando os carabinieri param os outros por saírem após o recolher obrigatório, dão bilhetes. Ah, provavelmente não sabes quem eles são, confia em mim, é melhor assim. Se me virem, olham para mim e deixam-me passar”.

“Então acho que és uma pessoa estranha aqui”.

“Sou um sem-abrigo, o que se pode fazer”.

“Quem é um sem-abrigo?”

“Um sem-abrigo é uma pessoa que não tem de prestar contas a ninguém. Eu mudo a minha vida todos os dias, sempre à procura da felicidade. Esse é o meu dinheiro. Eu vivo disso. E quando estou infeliz, é a minha tristeza que se torna dinheiro. Eu estou à chuva e canto toda a minha tristeza e as pessoas dão-me dinheiro porque vêem algo verdadeiro e puro. Eles vêem-no, eu vivo-o”.

“Eu também posso ser um sem-abrigo?”

“Apenas com uma condição: que te meta na cabeça que tens de ser feliz, mas também triste porque é bom para ti; que te meta no coração que tens de amar antes de seres amado; e que ponhas uma máscara na cara porque senão terás de saber o que é um bilhete e confia em mim que não vais gostar!  Ahahahaha!”

Um peixe muito particular

E aqui estamos nós, finalmente no reino dele: a ponte. Ele continua a dizer-me que gosta do fato de estar suspenso no ar, mais perto do céu, mais alto do que as ruas movimentadas, e mesmo acima da água. E depois diz-me também que a água é o bem mais precioso do mundo. E por isso inclino-me da ponte, quero vê-la, quero saber o que é que é esta água que ele tanto exalta. Olho para ele, todo excitado, a água do rio que corre abaixo de nós. Mas é aí que fico desapontado.
-Ah, esta é… a famosa água…-
-Mas como? Não está feliz?-
-…é castanha, é suja, quase parece terra.-
O sem-abrigo para por um segundo. Não fala. Ele está a pensar: “Quem vê água da ponte da cidade pela primeira vez, quem vê água de um rio pela primeira vez na sua vida, pensa que é castanha. Não sabe como era. E nunca saberá como é realmente”.
Eu insisto: – Falaste-me tanto desta ponte! Estou feliz por estar aqui. É verdade, eu não esperava que a água fosse assim, mas estou a ver um peixe pela primeira vez! –
O sem-abrigo está entusiasmado. Ele inclina-se imediatamente para ver para onde o dedo do seu amigo está a apontar. Mas não vê peixe nenhum. Então pergunta-lhe imediatamente: – Que peixe? Do que é que está a falar? –
Eu respondo com orgulho: – Olha, escutei todos os teus ensinamentos. Tomei notas. Mas não vê? Disse-me que há peixes no rio, e que são pequenas criaturas na água, e que podem ser vistos a partir da superfície. Então isso é um peixe! –
O sem-abrigo olha desesperadamente para o rio e percebe que o que está a boiar na água, e por vezes a afundar-se por causa da corrente, não é certamente um peixe.
-Mas isso é uma garrafa de plástico.-
-É um tipo de peixe?-
-Claro que não, que pergunta é essa?-
-Então porque é que está na água como um peixe?-
“Uma boa pergunta, uma pergunta muito boa mesmo. Uma pergunta que ele faz após apenas algumas horas passadas nesta Terra, e nós, homens, que nela vivemos há gerações, talvez, nunca nos tenhamos realmente interrogado”.
-Vi-o agora, claro! Devia ter imaginado que o peixe era mais pequeno, ali está ele, olha como é pequeno, como é bonitinho. Vem cá, Vem cá!
-Mas isso é….-
Mas depois o sem-abrigo pensa: “Não, eu não lhe vou dizer. Como é que lhe posso explicar o que é um cotonete? Não, talvez seja melhor não falarmos nisto”.
-Olha! Há outro! E um está lá. E olha para eles. Estão todos encalhados. São todos tão bonitinhos.-
-Filho, olha…-
-Sim, sim, eu sei. Não é um peixe normal.-
-Exactamente, não sabia como te dizer. Tentei fazer-te compreender, mas não imaginas como é difícil, e sinto-me envergonhado. Sim, estou tão envergonhado e…-
-Não tens de ter vergonha, eu percebo, é o peixe de plástico! Ele não está debaixo de água, ele bóia sobre ela.-
-Um, claro. Oh, é claro. Tens razão, tens razão. Mas sabe porque é que ele não bóia? Porque essa não é a sua casa. Rápido! Vamos salvá-los, corre!-
E assim um transeunte vê este sem-abrigo, juntamente com um amigo dele, a correr ao longo do rio e a apanhar todo o plástico que estava ao redor.

Rápido! Salva-o! – Porque eis que o sem-abrigo não teve vontade de dizer que a culpa era sua, a culpa dos seus concidadãos que lhe ofereceram comida e cigarros, a culpa do presidente da câmara, a culpa daquele transeunte que os olhava mal da ponte. E os gritos continuam: – Estás a salvá-lo, coloca-o rapidamente naquele baú para que fique seguro – Mas o baú não é mais do que um caixote de recolha de plástico, e eles gritam alegremente para salvar todo o lixo que encontram.

O senhor na ponte vai-se embora a rir, “Estes estão a salvar o plástico…ridículo!” Então o sem-abrigo grita: “Estamos a salvar o plástico, é verdade, mas na verdade estamos a salvar também os seus netos!”

O homem não se vira, e os dois amigos continuam a salvar o peixe de plástico. E assim, cara leitora e caro leitor, se alguma vez vir algum peixe de plástico em necessidade, siga os conselhos destes dois personagens simpáticos, esqueça as palavras dos transeuntes, e vá ajudá-los! O nosso mundo precisa de pessoas como eles e como você!

Alles nur wegen der Schwerkraft

Welch ein ungeschickter Zufall! Er war an einem falschen Ort gelandet, wahrscheinlich wegen eines technischen Problems während der Reise. Und stellt euch vor, was man ihm davor eindringlich gesagt hatte: „Pass auf, wenn du nah an der Erde vorbeifliegst, werde ja nicht langsamer, halte dich nicht auf, sondern flieg schneller.“ Man hatte ihm schier endlos lange etwas über eine seltsame Kraft erklärt. Wie war das nochmal? Die Schwerkraft? Erdbeschleunigung? Ach, er konnte sich nicht mehr genau erinnern. Aber die Erde hatte aus der Ferne doch so schön ausgesehen! Er hatte nicht anders gekonnt, er hatte einfach kurz anhalten müssen. Seine Augen waren weit aufgerissen gewesen, sein Herz hatte begonnen, wie verrückt zu schlagen und, er hatte zugeben müssen: nicht nur war er langsamer geworden und war schließlich stehen geblieben, sondern hatte er sie auch für eine ganze Weile angestarrt.

Er hatte diese riesige Kugel, die von kräftigen Farben, die er noch nie zuvor gesehen hatte, bedeckt war, lange bewundert: ein lebendiges Blau und ein sattes Grün, das an manchen Stellen ins Braune oder Gelbe überging. All dies war an der Oberfläche bedeckt von weißer Zuckerwatte, aus der an manchen Stellen einige Wassertropfen fielen. Manchmal war die Watte von einem dunklen Grau: an diesen Stellen ähnelten die Tropfen eher einem Wasserfall, der von grellen Lichtblitzen durchbrochen wurde. Kurz darauf war ein ohrenbetäubender Lärm zu hören gewesen, der ihn zugleich einschüchtert und beeindruckt hatte. Er hatte wirklich versucht, nicht die Seite der Erde anzustarren, die unter dem Licht des Königs des Sonnensystems, der Sonne selbst, erstrahlte. Und trotzdem hatte er sich genau von dort angezogen gefühlt, durch eine unsichtbare Kraft, die er sich nicht erklären konnte und plötzlich – Puff – war er buchstäblich aus allen Wolken gefallen, mitten auf diese Halbinsel, die von oben wie ein Stiefel ausgesehen hatte. Was für ein merkwürdiger Ort! Noch nie zuvor hatte er etwas Derartiges gesehen.

Er wusste sofort, dass er in Italien gelandet sein musste. Man hatte ihm viel davon erzählt: das Essen, die Feste, das Meer, die Berge, die Farben, die verschiedenen Gerüche, die Gastfreundlichkeit und vor allem die sympathischen Einwohner. Aber das war nicht alles, in Italien gab es auch gute Schokolade, exquisite Liköre, Luxusmode, Pizza und guten Wein. Glücklich und überwältigt zugleich, in dieses wunderbare Paradies auf Erden, voll mit Kirchen und Kunst, Film und Literatur, gefallen zu sein, stand er auf und sah … nichts. Nichts, von alldem, was er von diesem Ort gehört hatte. Naja, es gab schöne bunte Straßen. Aus einem Fenster roch es auch nach Tomatensauce. Die Glocken erklangen, die Messe würde bald anfangen. Aber sonst? Alles war geschlossen, die Straßen waren menschenleer. Es musste etwas passiert sein. Er wollte herausfinden, was vor sich ging. Man hatte ihm gesagt, dass die Italiener besonders einladend waren, also versuchte er, jemandem eine Frage zu stellen. Er näherte sich einem Haus und klopfte an die Tür. „Wer ist da?“ „Guten Tag, ich komme von weit her und wollte fragen, ob…“ „Tragen Sie Ihre Maske?“ „Entschuldigen Sie?“ „Ich habe gefragt, ob Sie Ihre Maske tragen!“ „Ich verstehe nicht…“, antwortete er verwirrt. „Also gut, wenn Sie nicht verstehen, dann Auf Wiedersehen!“

Als er versuchte, zu verstehen, was die Frau ihm sagen wollte, ging ein Mann an ihm vorbei: groß, elegant, gepflegte Haare und blaue Augen, die ihm misstrauisch entgegenblickten. Im gleichen Moment wurde ihm klar, was die Frau gemeint hatte: der Mann trug mitten im Gesicht eine blaue Maske, die die Hälfte seines Gesichts bedeckte, von der Nase bis zum Kinn. „Geh mir aus dem Weg und kauf dir eine Maske!“ „Wie bitte? Wo soll ich die kaufen?“ „Wo du sie kaufen sollst? In der Apotheke natürlich. Hast du kein Geld?“ Er wollte ihn fragen, wovon er sprach, doch der Mann ging einfach weiter. Was für eine Katastrophe. Waren die Menschen tatsächlich so unfreundlich? Ratlos und traurig setzte er sich zu Boden. Er fing langsam an, zu verzweifeln. Was sollte er jetzt nur machen? Gerade in dem Moment, als er fast zu weinen angefangen hätte, hörte er jemanden singen. Noch nie zuvor hatte er eine so bezaubernde Stimme gehört! Es war fast nur ein leises Murmeln, war aber so klangvoll, so zart, so berührend, dass es nicht echt zu sein schien, an einem Ort wo Menschen ihr Gesicht mit Masken bedeckten.

„Hallo mein Freund.“, sagte der Mann, dessen Stimme er gehört hatte. Er sah gut aus, ein bisschen lumpig, aber so fröhlich, dass er den anderen mit seinem Lächeln ansteckte. Warte, man sah sein Lächeln, also trug er keine Maske? Warum? Unser außerirdischer Freund war verwirrt. „Du trägst keine Maske!“, warf er ihm vor. Sogleich biss er sich auf die Zunge. Wie konnte er den Mann nur so behandeln, wie er zuvor von den anderen behandelt wurde? Dieser gab sofort zurück: „Als ob du eine hättest, mein Freund…“ Der Mann hatte Recht. Er setzte sich an seine Seite. „Ich habe keine, weil ich nicht weiß, was Geld ist.“ Der Mann war überrascht und antwortete sofort: „Ich auch nicht!“ Sie mussten lachen. Er war lustig, dieser Mann, er war nicht elegant gekleidet, er behandelte ihn gut, trug keine Maske und wusste auch nicht, was Geld war. „Ich trage keine Maske, weil mir sowieso keiner näherkommt. Das wäre also sinnlos. Ich besitze kein Haus. Ich habe aber viele Freunde, die mir ab und zu ein paar Münzen zukommen lassen, siehst du, das ist Geld. Ich habe eine Reserve-Maske eingesteckt, aus Respekt vor den anderen. Ansonsten lebe ich so, wie ich bin.“

„Was meinst du damit?“

„Siehst du es nicht? Ich suche mir Tag für Tag einen Ort, der mir gefällt. Eine Brücke normalerweise. Ich setze mich hin und beginne zu singen, spielen und lachen. Manche Freunde bringen mir etwas zu essen, andere bieten mir eine Zigarette an. Ah, du weißt wahrscheinlich nicht, was das ist. Glaub mir, das ist auch besser so. Und dann genieße ich es.“

„Was genießt du?“

„Das Leben! Das Glück, auf die Welt gekommen zu sein. Das Leben ist ein Geschenk, voll mit Überraschungen. Ohne danach gefragt zu haben, befindest du dich in dieser wunderbaren Welt und musst lernen, darin zu leben. Aber du müsstest sehen, wie sich manche Menschen dieses Leben schwer machen. Sie verstehen nicht, dass das Leben ein Geschenk ist und fangen an, Probleme zu kreieren, Ideen zu verfolgen, die nicht unbedingt die besten sind und Beziehungen aufzubauen, die ihnen nicht guttun. Ich verstehe sie nicht, diese Menschen. Aber warte, es gibt noch mehr, sie studieren nur, um einen Abschluss zu haben. Wenn du sie fragst, ob sie das Leben verstanden haben und was sie von dem, was sie studiert oder gelesen haben, gelernt haben, halten sie dich für verrückt. Gesegnet sei die Verrücktheit, in all ihren Formen! Außerdem nehmen sie das Auto, um Brot zu kaufen, oder zum Supermarkt zu fahren, um sich das zu leisten, das ihnen am besten gefällt, meistens voll mit Konservierungsstoffen. Ah, du kennst wahrscheinlich keine Konservierungsstoffe, aber das macht auch nichts. Wenn du jemanden fragst, ob er glücklich ist, lacht er dir ins Gesicht. Als ob sie alle permanent unlösbare Probleme hätten. Und jetzt, wo sie eigentlich draußen sein sollten, um Dinge zu erledigen, die sie eigentlich gar nicht machen wollen, sind sie zuhause eingesperrt. Die Armen.“

„Und du?“

„Ach, ich habe kein Haus. Bei mir zuhause ist im Moment neben dir, zum Beispiel. Wenn die Polizei die anderen Menschen aufhält, da sie die Ausgangsperre nicht eingehalten haben, bekommen diese eine Strafe. Ah, du weißt wahrscheinlich nicht, was eine Strafe ist. Glaub mir, das ist auch besser so. Wenn die Polizei mich sieht, beachten sie mich nicht und lassen mich in Ruhe.“

„Also halten die anderen dich für merkwürdig?“

„Manchmal. Ich bin ein Obdachloser.“

„Was ist das, ein Obdachloser?“

„Ein Obdachloser ist jemand, der niemandem etwas schuldet. Ich verändere mein Leben jeden Tag, immer auf der Suche nach neuem Glück. Das ist mein Reichtum. Ich lebe, dank des Glückseins. Und wenn ich unglücklich bin, verhilft mir die Traurigkeit zu meinem Geld. Ich bleibe im Regen stehen und singe all meinen Schmerz heraus. Und die Menschen geben mir Münzen, weil sie etwas Echtes sehen. Sie sehen es, ich sehe sie.“

„Kann ich auch ein Obdachloser sein?“

„Unter einer Bedingung: du musst glücklich und gleichzeitig traurig sein, denn das tut einem gut; du musst lieben, bevor du geliebt wirst und vor allem, setz deine Maske auf, ansonsten lernst du, was es bedeutet, eine Strafe zu bekommen und glaub mir: das würde dir nicht gefallen! Hahaha.“

Ein ungewöhnlicher Fisch

Und hier waren sie schon, in seinem Königreich: die Brücke. Der Obdachlose wiederholte unaufhörlich, ihm zu sagen, wie sehr er es liebte, in dieser Umgebung zu sein, noch näher am Himmel und höher als die umliegenden Straßen – und vor allem, genau über dem Wasser. Dann sagte er ihm auch, dass Wasser das Wertvollste für ihn war. Also blickte der Junge über das Geländer, um das Wasser zu sehen und zu verstehen, was nun so besonders daran war. Auch wenn er sich beim Anblick des fließenden Wassers im ersten Moment freute, war der Junge trotzdem etwas enttäuscht.

„Ah, also das ist das Wasser, von dem du gesprochen hast…“

„Was ist los? Du bist nicht glücklich? Aber schau doch!“

„Da gibt’s nicht viel zu sehen, das Wasser ist schmutzig, es sieht aus wie Schlamm!“

Der Obdachlose dachte stumm einen Moment nach. Er überlegte sich: „Er sieht das Wasser des Flusses zum ersten Mal und denkt, es wäre schmutzig. Wenn er nur wüsste, wie es ohne Verschmutzung ausgesehen hat!“

Der Junge bestand darauf: „Du hast mir doch so viel von dieser Brücke erzählt! Ich bin auch froh darüber, hier zu sein, aber ich habe nicht erwartet, dass das Wasser so aussehen würde.“ Plötzlich sprang er auf: „Aber warte, ich sehe einen Fisch!“

Der Obdachlose war begeistert. Schon lange hatte er keine Fische mehr im Fluss gesehen! Schnell näherte er sich, um zu sehen, worauf sein neuer Freund aufgeregt zeigte. Anders als erwartet, sah er aber keinen Fisch. „Tut mir leid, aber wo ist der Fisch, von dem du sprichst?“

Der andere erwiderte verwundert: „Ich habe doch alles beachtet, was du mir gelernt hast. Warum siehst du ihn nicht? Du hast mir doch gesagt, dass im Fluss Fische wären: kleine Kreaturen im Wasser, die man von der Oberfläche aus sieht. Das muss also ein Fisch sein!“

Der Bettler warf einen enttäuschten Blick auf den Fluss, als er verstand, was dort im Wasser dahintrieb – auch wenn es durch die Strömungen wie ein Fisch auszusehen schien, war es leider nichts dergleichen, kein anderes Lebewesen und schon gar kein Fisch.

„Hm, ja das ist eine Plastikflasche…“

„Ist das eine bestimmte Fischart?“

„Aber nein, was für eine Frage!“

„Warum bewegt sich das Ding dann im Fluss, als wäre es ein Fisch?“

„Gute Frage… dort sollte es eigentlich nicht sein“, antwortete der Obdachlose mit betrübter Miene. Der Junge fragte sich bereits nach wenigen Stunden auf der Erde, warum da eine Plastikflasche im Fluss schwamm. „Die meisten von uns Menschen lässt das wohl eher gleichgültig, obwohl wir schon lange hier leben.“

„Hm das verstehe ich nicht. Oh, aber dort sehe ich einen Fisch! Ich hätte mir gleich denken können, dass Fische viel kleiner sind. Sieh doch, wie klein der ist, so süß! Komm, komm doch!

„Aber das ist auch kein Fisch…“, seufzte der Mann. Er dachte sich: „Dieses Mal werde ich ihm nicht die Wahrheit sagen. Wie soll ich ihm nur beibringen, dass das nichts als ein achtlos weggeworfenes Wattestäbchen ist? Vielleicht ist es besser, einfach nichts zu sagen.“

Der Junge hatte ihn sowieso nicht gehört und fuhr fort: „Schau doch, da ist ein zweiter! Und dort ist noch einer. Ach, wie niedlich sie aussehen. Ohje, jetzt sind sie alle auf Grund gelaufen! Wir müssen ihnen helfen!“

„Aber mein Junge, sieh doch…“

„Ja ja, ich weiß, es sind keine normalen Fische.“ Er verzog traurig das Gesicht.

„Ganz richtig, ich weiß nur nicht, wie ich es dir am besten sage. Ich habe versucht, es dir zu erklären, aber du weißt ja nicht, wie schwierig das ist und wie sehr ich mich dafür schäme. Ja, ich schäme mich und…“

„Nein, du musst dich nicht schämen, ich habe verstanden. Der Fisch ist aus Plastik! Er schwimmt nicht unter Wasser, sondern treibt auf der Oberfläche.“

„Hm, ja natürlich. Du hast Recht, du hast Recht. Aber weißt du, warum er nicht schwimmt? Weil das nicht sein Zuhause ist. Komm, retten wir sie!“

So kam es dazu, dass ein vorbeigehender Spaziergänger beobachtete, wie ein Obdachloser, begleitet von einem ungewöhnlich aussehenden Kind, den Fluss entlanglief, im Wasser herumhüpfte und Plastik aufsammelte – und, wie ihr euch vorstellen könnt, gab es eine ganze Menge davon.

„Komm, retten wir sie alle!“ Der Obdachlose wollte sich nicht länger sagen, dass es seine Schuld sei, oder die Schuld der Mitbürger, die ihm Essen und Zigaretten schenkten, die Schuld des Bürgermeisters, die Schuld dieses Spaziergängers, der sie so schief ansah, oder die Schuld von allen anderen Menschen um sie herum. Und die Rufe gingen weiter: „Großartig, du bist dabei, sie zu retten, gib sie schnell in diesen Sack, damit sie in Sicherheit sind.“ Der Außerirdische wusste natürlich nicht, dass der Sack nichts weiter als eine gewöhnliche Mülltonne war, aber das war auch egal. Mit großer Freude sprangen sie herum und sammelten den ganzen Müll, den sie im Fluss und daneben fanden, auf.

Der Spaziergänger entfernte sich kopfschüttelnd und murmelte: „Sie retten Plastik… wie merkwürdig!“. Der Obdachlose rief zurück: Für Sie retten wir vielleicht nur Plastik, aber damit retten wir auch eure Nachkommen und die ganze Erde!“

Der Mann drehte sich nicht mehr um, die beiden neuen Freunde aber fuhren ungehemmt fort, die Fische aus Plastik einzusammeln.

Also, liebe Leser und Leserinnen, wenn ihr eines Tages Fische aus Plastik in Not seht, zögert nicht und handelt wie diese zwei sympathischen Freunde: hört nicht auf die Worte gleichgültiger Passanten und helft den Dingen, die im Wasser nichts verloren haben! Unsere Welt braucht Personen wie diese!

Todo culpa de la gravedad

De forma inexplicable, quizás debido a algún fallo técnico durante el trayecto, había llegado
a una destinación equivocada; y pensar que le habían avisado: “Ten cuidado, cuando pases
cerca de la Tierra no frenes, no pares, acelera. ‘’ Además, también le habían dado una
amplia explicación sobre un tipo de fuerza. ¿Cómo se llamaba? ¿Fuerza grave? ¿Fuerza de
gravedad? No sabe, no se acuerda. Pero sí se acuerda de que era tan bonita. Jura que no
podía resistir. Los ojos abiertos, el corazón se estaba disparando y él admite que no
solamente ha frenado, no solamente se ha parado, pero, literalmente, se ha quedado
inmovilizado, mirándola fijamente. Contemplando esta enorme bola, con colores que nunca
se han visto: un azul agitado y un verde que se volvía marrón en algunas partes. Todo
milagrosamente rodeado de algodón blanco, del que salían varias gotas de agua; en otras
partes, de algodón gris del que salía una auténtica cascada de agua con resplandores
blancos y amarillos, que dejan ciegos, a los que siempre seguía un ruido muy fuerte,
atronador, espantoso. Mientras intentaba mirar esa parte de la Tierra que brillaba a la luz del
gran rey Sol, de repente se sintió atraído por ella, por esa fuerza que tiene un nombre que
no entendió muy bien, y de pronto, paf! Se cae literalmente de las nubes, en esta península
que desde arriba parece una bota. Oh Dios mío, qué sitio tan raro. Nunca vió algo parecido.
Enseguida entendió que había aterrizado en Italia. Le habían hablado mucho de este país:
pasta, fiesta, mar, montañas, colores, olores, hospitalidad y sobretodo mucha simpatía… y
hay más: chocolate delicioso, licores tremendos, la moda, la pizza, el buen vino. Y así, feliz
de haberse encontrado en este maravilloso paraíso terrenal, lleno de iglesias y de arte, de
cine y literatura, se levanta y ve… nada. No ve prácticamente nada. Sí, claro, hay calles
muy bonitas, coloridas. Si, claro, siente el olor del jugo que viene de la ventana. Sí, claro,
están sonando las campanas, está a punto de empezar la misa. ¿Por lo demás? Todo
cerrado. Nadie por la calle. Habrá pasado algo. Hay que descubrirlo. Le dijeron que las
personas son amables, entonces intenta preguntar a alguien. Se acerca a una puerta.
‘’¿Quién es? ‘’
‘’Hola señora, soy extranjero y acabo de llegar y quería saber si…’’
‘’¿Tienes mascarilla?’’
‘’¿Perdón?’’
‘’Te estoy preguntando si tienes mascarilla’’
‘’No entiendo.’’
‘’ Pues si no entiende, adiós.’’
A punto de preguntarse lo que la mujer quería decir, llega un hombre: alto, elegante, con el
pelo bien cuidado y dos ojos azules, que lo miran con desprecio. Él también lleva mascarilla.
Es azul, le tapa la mitad de la cara: de la nariz hasta la barbilla. ‘’Quitate que no quiero
discutir. Vete a comprarte una mascarilla.’’ ‘’¿Y dónde la compro?’’ ‘’ ¿Y dime, dónde se
compran? En la farmacia, ¿no? Saca el dinero.’’
Le habría gustado preguntarle lo que eran, pero prefirió sonreír e irse. Que desastre. ¿De
verdad el mundo era tan feo? Triste, se sienta en el suelo. Se desespera. ¿Y ahora qué? A
punto de empezar a llorar, oye cantar. Una voz tan bonita, no la había oído nunca. Es un
susurro pero tan entonado, tan dulce, tan emocionante, que parecía imposible existir en un
sitio en el que la gente lleva mascarillas para taparse la boca.
‘’¡Ah, hola amigo!’’ Está hablando conmigo. Un hombre muy guapo, un poco descuidado,
lleno de alegría y por eso sonríe. Espera un momento. Si sonríe quiere decir que no llevamascarilla, ¿por qué? No entiendo nada. ‘’¡Tú no llevas mascarilla!’’ Un momento, ¿qué
estoy haciendo? ¿Me estoy portando como los demás se portan conmigo?’’ En seguida
contesta: ‘’Ni que tú la tuvieras, amigo mío…’’ Tiene razón. Me siento a su lado. ‘’ Yo no
llevo porque no sé que es el dinero’’. El hombre se ilumina y enseguida responde: ‘’¡Yo
tampoco!’’
Empiezo a reírme. Que gracioso este hombre que no es elegante, no se porta mal conmigo,
no tiene ni mascarilla ni dinero. ‘’No tengo mascarilla porque nadie quiere acercarse a mí,
entonces no la necesito. No tengo casa. Tengo muchos amigos que me dan estas monedas,
ves, este es el dinero. Solo tengo una mascarilla de reserva, porque respetar a las otras
personas siempre es importante. Por lo demás, vivo así.’’
‘’¿Así como?’’
‘’¿De verdad no lo ves? Elijo un sitio que me gusta. Suele ser un puente. Me siento y
empiezo a cantar, a tocar algo, a reirme solo, a contar cosas. Un amigo me trae comida,
otro me invita a un cigarrillo. Bueno, tú no sabrás lo que es. Créeme, mejor así. Al fin y al
cabo, disfruto.’’
‘’¿De qué disfrutas?’’
‘’¡De la vida! Esta increíble oportunidad de nacer sin haberlo pedido. La vida es un regalo,
una continua sorpresa. Sin pedirlo, entras en este maravilloso mundo y tienes que aprender
a vivir. Tienes que ver cómo la gente se hace la vida más difícil. No entienden esta historia
del regalo y entonces empiezan a meterse en problemas, a seguir ideas que nadie
considera justas, a crear relaciones con las personas sin que nadie les obligue, para luego
quejarse de esas mismas personas. No los entiendo. Además mira, van al colegio pero solo
para sacarse un título, pero luego si les preguntas qué es lo que han entendido sobre la vida
y lo que han aprendido de la historia que han estudiado, de la literatura que han leído, te
miran como si estuvieras loco. Bendita sea la locura, en todas sus formas. Concertan citas,
cogen el coche para ir a comprar pan. Van a los supermercados y compran todo lo que es
más colorido, más apetecible y con más conservantes. Bueno tu puede que no sepas lo que
son los conservantes. Es mejor así. Si le preguntas a alguien si es feliz, se ríe en tu cara.
Parece que tienen problemas insuperables. Ahora los que tenían que pasar todo el día fuera
de casa para hacer cosas que se obligaron a hacer sin que nadie se lo pidiera, se
encuentran encerrados en casa. Pobres.’’
‘’¿Y tú?’’
‘’Ah no, yo no tengo casa. Ahora mismo, mi casa está a tu lado, por ejemplo. Y cuando la
policía para a los demás porque se han saltado el toque de queda, les multan. Ah, tú quizás
no sabes lo que quiere decir, créeme, mejor así, si me ven a mi, me miran y me dejan
pasar.’’
‘’Entonces creo que eres una persona un poco rara, aquí’’.
‘’Soy un indigente, que le vamos a hacer.’’
‘’¿Qué es un indigente?’’‘’El indigente es una persona que no tiene que darle explicaciones a nadie. Yo cambio mi
vida cada día, en búsqueda de la felicidad. Es mi dinero. Vivo gracias a ella. Cuando estoy
triste, es mi tristeza que se convierte en dinero. Voy bajo la lluvia y canto todas mis penas y
las personas me dan dinero porque ven algo puro y verdadero. Ellos lo ven, yo lo vivo.’’
‘’Puedo ser un indigente yo también?’’
‘’Solo con una condición: que tú te metas en la cabeza que debes ser feliz y también triste,
porque hace bien; que tu te metas en el corazón que tienes que amar antes de ser amado y
que te pongas en la cara una mascarilla porque si no tendrás que conocer lo que es una
multa y créeme, ¡no te gustará! ¡Jajajajaja! ”

Un pez muy extraño


Por fin estamos en su mundo: el puente. Me sigue diciendo que le gusta estar suspendido
en el aire, más cerca del cielo, más alto de las calles tan transitadas, y justo encima del
agua. Además también me ha dicho que el agua es el bien más preciado del mundo.
Entonces me asomo desde el puente, la quiero ver, quiero entender que es esta agua que
adora tanto. Miro, feliz, el agua del río que fluye debajo de nosotros, y aquí llega la
decepción.
– Ah, es esta… la famosa agua…
– ¿Qué pasa? ¿No estas feliz? ¡Pero mira!
– Pero es marrón, está sucia, parece casi tierra.
El vagabundo se para un segundo. No habla. Está pensando: ‘’Cualquier persona que vea
por primera vez el agua del puente de la ciudad, cualquier persona que vea por primera vez
en su vida el agua de un río piensa que es marrón. No sabe cómo era. Nunca sabrá cómo
es realmente.
’’
Yo insisto. – ¡Me has hablado mucho de este puente! Estoy feliz de estar aquí. Es verdad, no
me esperaba que el agua fuera así, ¡pero estoy viendo un pez por primera vez! –
El vagabundo está entusiasmado. Se asoma enseguida para ver qué es lo que está
señalando su amigo con el dedo, pero no ve ningún pez, entonces le pregunta: ¿Pero qué
pez? ¿Qué dices? –
Entonces yo contesto, con orgullo: -Mira, yo siempre he escuchado todas tus enseñanzas,
he tomado nota. ¿De verdad no lo ves? Tú me dijiste que en el río hay peces, que son
seres pequeñitos que están en el agua, y que se pueden ver desde la superficie. ¡Entonces
ese es un pez! –
El vagabundo, desesperado, vuelve a mirar dentro del río y entiende que esa cosa que flota
en el agua y que de vez en cuando se hunde debido a la corriente del mar no es un pez.
– Esa es una botella de plástico.
– ¿Es un tipo de pez?
– Claro que no, vaya.
– Entonces… ¿por qué está en el agua como un pez?
‘’Buena pregunta, muy buena pregunta. Una pregunta que él se ha planteado solamente
después de unas horas en la Tierra y nosotros, hombres, que vivimos aquí desde hace
generaciones, quizás nunca nos lo hemos preguntado de verdad. ‘’
–
¡Lo acabo de ver, claro! Tenía que imaginarme que los peces eran más pequeños,
ahí está, mira que pequeñito, que bonito. ¡Ven, corre!
– Pero… ese es…
‘’No, no se lo voy a decir. ¿Cómo le explico lo que es un bastoncillo? No, quizás mejor dejar
todo así.’’
El hombre miró para otro lado, y los dos amigos siguieron salvando el pez plástico, cada día
de sus vidas.

–
¡Mira! ¡Ahí hay otro! Y otro ahí. Mira esos varados, que bonitos que son.
– Hijo, espera…
– Sí, sí lo sé. No es un pez normal y corriente.
– Exacto, no sabia como decirtelo. He intentado explicártelo pero no sabes lo difícil
que es y además me da vergüenza. Si, me da mucha vergüenza y…
– No te tiene que dar vergüenza, sé lo que es, ¡Es el pez plástico! No está ni bajo del
agua ni por encima.
– Mmm.. ¡Claro! ¡Claro que sí! ¡Tienes razón, tienes razón! ¿Sabes por qué no flota?
Porque esa no es su casa. ¡Corre! Vamos a salvarlos, ¡corre!
Un hombre ve a este vagabundo, junto a un amigo suyo, corriendo por el río, recogiendo
todo el plástico que había por ahí, y gritando: – ¡Corre, tenemos que salvarlo! – Porque claro,
el vagabundo no quería decir que la culpa era suya, de sus conciudadanos que le dan
comida y cigarrillos, del alcalde, de ese hombre que les miraba con mala cara desde el
puente. Los gritos seguían: – Lo estás haciendo bien, corre, ponlo en esa caja así está a
salvo. –
Pero esa caja era solamente una bolsa para recoger el plástico, y ellos gritaban felices
porque estaban salvando toda la basura que encontraban.
El hombre del puente se fue, riendose: ‘’ Estos dos salvan el plástico… ¡bah!’’, entonces el
vagabundo gritó: ‘’ Es verdad, salvamos el plástico, pero en realidad también salvamos a
sus nietos.’’

El hombre miró para otro lado, y los dos amigos siguieron salvando el pez plástico, cada día
de sus vidas.