La materia preferita

«Buongiorno, nome?»

«Buongiorno, mi chiamo Marco Vivaldi».

«Anni?»

«Diciotto».

«In quale materia vai forte?»

«Matematica».

«Voto?»

«Nove».

«Benissimo, ecco a te questa rivista, due volantini e un po’ di opuscoli. Qui troverai tutto quello che ti serve».

Marco si allontana dal banco. Dietro di lui, decine di persone aspettavano il loro turno, in fila. Qualche sguardo era abbassato sul cellulare, altri si guardavano intorno, e Luca… «O mio Dio, Luca ma che fai?» Marco gli si avvicina incredulo. «Ma sei pazzo? Ma che stai facendo?»

Luca è sereno, gli risponde: «Ma che dici? Non lo vedi? Sto fumando. Certo che è inutile che tu venga a ste giornate di orientamento per cercare l’università giusta, più adatta a te, al principino di papà e mamma, se manco capisci che se una persona ha una sigaretta accesa in bocca vuol dire che sta fumando». Marco inizia a balbettare, si sente in colpa come se fosse lui ad avere la cicca accesa: «Siamo in un luogo chiuso, metti giù sta roba. Ti cacceranno.» «Io voglio essere cacciato.» «Ma cosa stai dicendo? Ma perché fai così? Dammi.» Marco prende la sigaretta, la butta per terra, spegnendola con la suola della scarpa e continuando a fissare Luca. Questo ragazzo non lo capisce proprio, eppure gli sta irragionevolmente simpatico. «Per me dobbiamo andarcene fino a che siamo ancora in tempo» afferma Luca con un sorriso sornione. Marco, con occhi increduli, si allontana per un attimo. Fa due giri su se stesso, si mette prima le mani tra i capelli, e poi le appoggia sui fianchi, con fare sfinito e allo stesso tempo rimproverevole: «Non ti sopporto proprio. Ma chi ti credi di essere? Sono mesi che non fai altro che parlare di quanto sarà bella l’università, scegliersi gli esami, studiare solo quello che ti piace e che ti interessa, andare via dal liceo che odi in maniera assoluta. Oggi veniamo qui, per cercare di capire quale sarà il nostro futuro, e tu ti vuoi quasi far sbattere fuori, stando lì, in piedi, mezzo assonnato e mezzo arrabbiato a fumare. Ma perché, voglio solo sapere, perché?»

«Com’è andato l’incontro?»

«Quale incontro?»

«Vedi quello che dicevo? Vuoi fare l’università e non capisci neanche quando parlo. L’incontro con il signore là, il signore che dovrebbe indicare la via del futuro e tutte quelle storie là.»

«Mi ha chiesto quale sia la mia materia preferita e…»

«Non è vero.»

«Come scusa?»

«Non ti ha chiesto la tua materia preferita. Ho sentito anche io. Ti ha chiesto quale sia la materia in cui vai meglio».

«Ma se lo sai perché me lo chiedi?»

«C’è una grande differenza tra chiedere in cosa si sia bravi e in che cosa si desideri essere bravi. Ma non lo vedi? Non lo capisci? Guardati intorno, siamo tutti qui, stipati, in questo palazzetto dello sport, che puzza. Siamo al centro della pista, dove di solito ci sono partite, gare. E guarda là, sugli spalti. Chi vedi? I professori, che controllano, osservano, devono monitorare che tutto vada per il meglio, che nell’arena seguiamo tutti gli ordini che ci hanno insegnato: mettersi in fila, aspettare il proprio turno, dire quale sia la materia in cui andiamo meglio e non la nostra preferita. Sono i giudici di gara e ti controllano. Hanno visto che ti hanno dato un po’ di volantini e opuscoli: ora devi andare allo stand dell’università che loro ti hanno indicato. Allora tu vai là, tu in mezzo a centinaia di altri ragazzi, tutti con gli stessi volantini colorati, e vi diranno che quella è l’università che fa per voi, che loro si trovano benissimo e che voi siete il futuro di questo Paese stupendo o cose così. A questo punto, arriva il pezzo forte, aspetta, uno di loro viene da te, ti chiede il tuo nome, così lo potrà ripetere per tutto il discorso che farà, e a te sembrerà più convincente, crederai che veramente sia interessato a te, esclusivamente a te. E dopo aver sentito tutta una serie di cose che non hai capito e che ti sembrano interessanti, andrai a casa. Come dirai il nome di una prestigiosa università di medicina o di ingegneria, visto che tu hai risposto matematica, i genitori ti diranno che è la scelta migliore fra tutte. Diranno cose tipo “Ma ti rendi conto essere laureato lì cosa significa?” E a quel punto tu sarai convinto di aver scelto, quando invece, l’unica cosa scelta, qua dentro, in questo momento, e in maniera libera, è stata fumarmi una bella sigaretta e tu quella di spegnermela.»

«Se sono bravo in matematica è ovvio che dovrei fare ingegneria, ti pare?»

«No, non mi pare. Anzi, ti dico, mi pare da un punto di vista logico. Non mi pare da un punto di vista umano. Ci fissiamo che tutto ha una causa e quindi un necessario effetto: bravo in matematica allora farai medicina; una bella coppia di fidanzati, allora il loro amore deve durare per sempre; sei figlia di dottori allora non puoi fare il comico. Forse le persone dovrebbero iniziare a fare quello che li piace e non per forza quello in cui sono bravi. A forza di fare cose di cui sei già bravo ti annoi, ti riempi di orgoglio, ti senti completo. Ti svelo un segreto? La vita non è mai completa, l’unica cosa completa e definitiva è la sua fine, e io voglio vivere in un modo totalmente incompleto, sempre in cerca di qualcosa, voglio pensare con la mia testa, provare, sperimentare, non farmi classificare dall’età. Hai venticinque anni allora devi essere laureato; hai trenta anni allora devi essere fidanzato e con un lavoro stabile così puoi mettere su famiglia. La vita è molto più complicata, noi continuiamo a darci regole, pensiamo di poter regolarizzare qualsiasi cosa. Da anni i filosofi cercano la formula giusta dell’essere, l’essenza, la vita: la grande verità è che nessuno ci ha mai capito niente ed io piuttosto che essere bravo in qualcosa di triste, preferisco essere perfezionabile, migliorabile, modificabile, flessibile, ma in qualcosa che mi fa felice. Che pensi?»

«Penso che dovresti passarmi quella sigaretta.»

The favorite subject

“Good morning, your name please?”

“Good morning, my name is Marco Vivaldi”

“How old are you?

“I am eighteen years old”

“What subject are you good at?”

“Maths”

“Grade?”

“A”

“Very well, here’s one magazine, two flyers and a few brochures for you. You will find everything you need here.”

Marco goes away. Behind him, dozens of people were waiting for their turn. Some of them were looking down at their mobile phones, others were looking around, and Luca… “Oh my God, Luca, what are you doing?” Marco approached him incredulously. “Are you crazy? What are you doing?”.

Luca is calm, he replies: “What are you saying? Can’t you see? I’m smoking. It is useless to come to these orientation days to look for the most suitable university for you, I would say daddy’s and mummy’s little prince, since you don’t even understand that if a person has a lighted cigarette in his mouth, that means he is smoking”. Marco starts to mumble, he feels guilty as if he were the one smoking: “We’re in a closed place, put that stuff down. You’ll get kicked out”. “I want to be kicked out”. “What are you talking about? Why are you behaving like this? Give me that”. Marco picks up the cigarette and throws it on the ground, extinguishing it with the sole of his shoe and continuing to stare at Luca. This boy doesn’t understand him at all but likes him in some way. “For me, we have to leave while we still can”, Luca says with a sly smile. Marco, with incredulous eyes, turns away for a moment. He turns twice, first puts his hands in his hair, and then leans them against his hips, looking exhausted: “I can’t stand you. Who do you think you are? You’ve been talking for months about how great university will be: you’ll be able to choose your courses, study only what really interests you and finally leave the hated high school behind. We are here today, trying to figure out what our future is going to be, and you almost want to get thrown out, standing there, half sleepy half angry and smoking. But why, I just want to know why”.

“How was the meeting?”

“Which meeting?”

“Do you understand what I was saying? You want to go to university and you don’t even understand when I talk. The meeting with the man there, the gentleman who is supposed to show the way to the future and all those stories there.”

“He asked me what my favorite subject is and…”

“This is not true”

“Sorry?”

“He didn’t ask you your favorite subject. I heard that too. He asked you what subject you are good at.”

“So why are you asking?”

“There is a big difference between asking what you are good at and what you wish to be good at. Don’t you see that? Don’t you understand that? Look around, we’re all crammed into this smelly gym. We’re in the middle of the rink, where they are usually games, competitions. And look over there, in the stands. Who do you see? The teachers, who are checking, observing, having to monitor that everything is going well, that in the arena we are following all the orders we were taught: queue, wait for your turn, say which subject we are good at and not our favorite. They are the competition judges and they are watching you. They’ve given you some leaflets and brochures: now you have to go to the university stand that they’ve indicated. So you go there, you in the midst of hundreds of other kids, all with the same coloured leaflets, and they tell you that this is the university for you, that they have a great time, and that you are the future of this wonderful country, or something like that. At this point, here comes the big one, wait, one of them comes up to you, asks you your name, so he can repeat it throughout his speech, and to you it will sound more convincing, you will believe that he is really interested in you, exclusively in you. And after you have heard a whole series of things that you did not understand and that seem interesting to you, you will go home. As you will say the name of a prestigious medical or engineering university, since you answered mathematics, parents will tell you that it is the best choice of all. They’ll say things like, “But do you realise what being a graduate there means?” And at that point you’ll be convinced that you’ve made a choice, when in fact, the only thing you’ve chosen, right here, right now, and freely, is to smoke a cigarette and you’re the one to put it out.

“If I’m good at maths, then obviously I should go into engineering, don’t you think?”

“No, I don’t think so. In fact, I’m telling you, I think from a logical point of view. I don’t think so from a human point of view. We fixate on the fact that everything has a cause and therefore a necessary effect: good at maths then you will do medicine; a nice engaged couple then their love must last forever; you are a doctor’s daughter then you cannot do comedy. Maybe people should start doing what they like and not necessarily what they are good at. If you do things you’re already good at, you get bored, you get full of pride, you feel complete. Shall I tell you a secret? Life is never complete, the only thing that is complete and definitive is its end, and I want to live in a totally incomplete way, always looking for something, I want to think by myself, to try, to test, and not to be classified by age. If you are twenty-five then you must have a degree; if you are thirty then you must be engaged and have a job and start a family. Life is much more complicated, we keep giving ourselves rules, we think we can regulate everything. For years philosophers have been looking for the right formula of describing the being, the essence, life: the great truth is that no one has ever understood anything and I would rather be good at something sad, than be perfectible, improvable, modifiable, flexible, but in something that makes me happy. What do you think?”

“I think you should pass me that cigarette”.

La matière préférée

« Bonjour, votre nom s’il vous plaît ? »

« Bonjour, je m’appelle Marco Vivaldi »

« Vous avez quel âge ? »

« J’ai dix-huit ans »

« Quel est votre domaine d’excellence ? »

« Les maths »

« Note ? »

« 18 »

« Très bien, vous trouverez ici une revue, deux dépliants et quelques brochures. Voici tout ce dont vous avez besoin afin de faire votre choix. »

Marco s’éloigne du comptoir. Derrière lui il y avait une dizaine de personnes faisant la queue. Certains regardaient leur portable, d’autres regardaient autour d’eux, et Luca… « Oh mon Dieu, Luca, qu’est-ce que tu fais ? ». Marco s’est approché de lui avec incrédulité. « Tu es fou ? Qu’est-ce que tu fais ? »

Luca, très calme, lui répond : « Qu’est-ce que tu dis ? Tu ne vois pas ? Je fume. Tu vas aux journées d’orientation pour chercher l’université qui te convient le mieux, on dirait le petit prince de papa et maman, mais tu ne comprends même pas que, si une personne a une cigarette allumée dans la bouche, cela signifie qu’elle fume ». Marco commence à balbutier, il se sent coupable comme si c’était lui qui fumait : « Nous sommes dans un lieu fermé, arrête avec ce truc. Ils te mettront dehors ». « Bah, t’en pis, qu’ils me mettent à la porte ».

« Mais qu’est-ce que tu dis ? Pourquoi tu te comportes ainsi ? Donne-moi ça. » Marco prend la cigarette et la jette par terre, il l’éteint avec la semelle de sa chaussure, continuant à fixer Luca. Il ne comprend pas du tout ce garçon, et pourtant il l’aime bien.

« Je pense que nous devons partir tant que nous le pouvons encore », affirme Luca d’un air sournois. Marco, d’un air incrédule, se détourne un instant. Il se retourne deux fois, met d’abord ses mains dans ses cheveux, ensuite il les pose sur ses hanches, l’air épuisé et en même temps plein de reproches : « Je ne te supporte pas ». Pour qui tu me prends ? Ça fait des mois que tu n’arrêtes pas de dire à quel point l’université sera géniale : tu pourras choisir tes cours, étudier seulement ce qui t’intéresse vraiment et quitter enfin le lycée tant détesté. Nous venons ici aujourd’hui, afin d’essayer de comprendre ce que sera notre avenir, et tout ce que tu veux, c’est d’être mis à la porte, mi endormi et mi en colère, en train de fumer. Mais pourquoi ? Je veux juste savoir pourquoi. »

« Comment s’est passée la réunion ? »

« Quelle réunion ? »

« Tu vois ce que je disais ? Tu veux aller à l’université et tu ne comprends même pas quand je parle. La rencontre avec le monsieur là-bas, le monsieur qui est censé montrer la voie de ton avenir et toutes ces histoires-là. »

« Il m’a demandé quelle était ma matière préférée et… »

« Ce n’est pas vrai. »

« Pardon ? »

« Il ne t’a pas questionné sur ta matière préférée. J’ai entendu ça aussi. Il t’a demandé quel est ton domaine d’excellence. »

« Mais si tu le sais, pourquoi tu le demandes ? »

« Il y a une grande différence entre demander ce à quoi tu es bon et ce à quoi tu veux être bon. Mais tu ne le vois pas ? Tu ne comprends pas ça ? Regarde autour de toi, nous sommes tous entassés dans cette salle de sport qui pue. Nous sommes au milieu de la patinoire, où il y a d’habitude des jeux, des compétitions. Et regarde là-bas, dans les tribunes. Qui tu vois ? Bah, les professeurs, qui vérifient, observent, doivent contrôler que tout se passe bien, que dans l’arène nous suivons tous les ordres qu’on nous a enseignés : faire la queue, attendre son tour, dire dans quelle matière on réussit le mieux et non sa préférée. Ils sont les juges de la compétition et ils t’observent. Ils t’ont donné des dépliants et des brochures : tu dois maintenant te rendre au stand de l’université qu’ils t’ont indiquée. Tu vas donc là-bas, au milieu de centaines d’autres jeunes, tous munis des mêmes dépliants colorés où ils te disent que cette université est faite pour toi, qu’ils s’amusent beaucoup, et que tu es l’avenir de ce merveilleux Pays, ou quelque chose comme ça. A ce moment-là, l’un d’entre eux s’approche de toi, il te demande ton nom, ainsi il pourra le répéter tout au long de son discours afin d’être le plus convaincant possible. Après avoir entendu toute une série de choses que tu n’as pas vraiment comprises et qui te semblent intéressantes, tu rentreras chez toi. Lorsque tu prononceras le nom d’une prestigieuse université de médecine ou d’ingénierie, puisque ton domaine d’excellence sont les maths, tes parents te diront que c’est le meilleur choix pour toi. Ils diront des choses comme – Mais est-ce que tu comprends que signifie être diplômé là-bas ? – »

A ce moment-là, tu seras convaincu d’avoir fait un choix, alors qu’en fait, la seule chose qui a été choisie ici, en tout liberté, a été d’allumer une cigarette de mon côté et de l’éteindre du tien.

« Si je suis bon en maths, alors bien sûr que je devrais aller dans une Ecole d’Ingénieur, tu ne crois pas ? »

« Non, je ne le pense pas. En fait, à vrai dire, je le pense d’un point de vue logique. Je ne le pense pas d’un point de vue humain. Dans nos têtes, tout a une cause et donc un effet nécessaire : cela signifie que si tu es bon en maths, alors tu dois faire des études de médecine. Si tu vois un beau couple, alors leur amour doit durer éternellement. Si tu es fille de médecin, alors tu ne peux pas être comédienne. Peut-être que les gens devraient commencer à faire ce qu’ils aiment et pas nécessairement ce à quoi ils sont bons. En faisant les choses dans lesquelles on est déjà bon, on s’ennuie, on se sent fiers, on se sent complet. Je peux te confier un secret ? La vie n’est jamais complète, la seule chose complète et définitive est sa fin. Et quant à moi, je veux vivre de manière totalement incomplète, toujours à la recherche de quelque chose, je veux penser par moi-même, essayer, expérimenter, et je ne veux surtout pas être classé par âge. Si tu as vingt-cinq ans, alors tu dois avoir un diplôme ; si tu as trente ans, alors tu être en couple et avoir un emploi stable pour pouvoir former une famille. La vie est beaucoup plus compliquée, nous y donnons sans cesse des règles, nous pensons pouvoir tout régler. Depuis des années, les philosophes cherchent la bonne formule de l’être, de l’essence, de la vie : la grande vérité est que personne n’a jamais rien compris et je préfère être perfectible, améliorable, modifiable, flexible, mais dans quelque chose qui me rend heureux, plutôt que d’être bon dans quelque chose qui me rend triste. Qu’en penses-tu ? »

« Je pense que tu devrais me passer cette cigarette ».

A matéria favorita

«Bom dia, nome?»

«Bom dia, chamo-me Marco Vivaldi».

«Idade?»

«Dezoito».

«Em que matéria é bom?»

«Matemática».

«Nota?»

«Vinte».

«Muito bem, aqui está esta revista, dois panfletos e algumas brochuras para si. Encontrará aqui tudo o que precisa».

Marco afasta-se do balcão. Atrás dele, dezenas de pessoas aguardavam na fila pela sua vez. Alguns estavam a olhar para os seus telemóveis, outros estavam a olhar à volta, e Luca… «Oh meu Deus, Luca, o que estás a fazer?» Marco aproximou-se dele com incredulidade. «Estás louco? O que está a fazer?»

Luca é sereno, ele responde: «De que é que estás a falar? Não consegue ver? Estou a fumar. Claro que é inútil para ti vir a estes dias de orientação para procurar a universidade certa, mais adequada para ti, para o pequeno príncipe do papá e da mamã, se nem sequer compreendes que se uma pessoa tem um cigarro aceso na boca, significa que está a fumar». Marco começa a balbuciar, sente-se culpado como se fosse ele que tinha o cigarro aceso: «Estamos num lugar fechado, pousa essas coisas. Vais ser expulso». «Quero ser expulso». «De que estás a falar? Porque é que está a fazer isto? Dá-me isso». Marco pega no cigarro e atira-o ao chão, apagando-o com a sola do seu sapato e continua a olhar fixamente para Luca. Este rapaz não o compreende de todo, no entanto, é irrazoavelmente solidário com ele. «Para mim, temos de nos ir embora enquanto ainda podemos», diz Luca com um sorriso manhoso. Marco, com olhos incrédulos, vira as costas por um momento. Ele vira-se duas vezes, primeiro põe as mãos no cabelo, e depois descansa-as nas ancas, parecendo exausto e ao mesmo tempo reprovador: «Não te suporto. Quem pensa que é? Durante meses não fez mais do que falar de quão grande será a universidade, escolhendo os seus exames, estudando apenas o que gosta e está interessado, deixando a escola secundária que odeia absolutamente. Viemos aqui hoje, tentando descobrir qual vai ser o nosso futuro, e quase que se quer ser expulso, ficando ali parado, meio adormecido e meio irritado a fumar. Mas porquê, eu só quero saber, porquê?»

«Como correu a reunião?»

«Que reunião?»

«Agora entendes o que eu estava a dizer? Queres ir para a universidade e nem sequer compreendes quando falo. O encontro com o senhor lá, o senhor que é suposto mostrar o caminho para o futuro e todas aquelas histórias lá».

«Ele perguntou-me qual é a minha matéria favorita e…»

«Não».

«Desculpa?»

«Ele não perguntou a tua matéria favorita. Ouvi tudo. Ele perguntou-te em que matéria fazes melhor».

«Mas se sabes isso, porque perguntas?»

«Há uma grande diferença entre perguntar no que se é bom e no que se deseja ser bom. Mas não vê isso? Não compreendes isso? Olha à tua volta, estamos todos aqui, amontoados, neste pavilhão desportivo, que cheira mal. Estamos no meio do ringue, onde normalmente têm jogos, concursos. E olha para ali, nas bancadas. Quem vês? Os professores, que verificam, observam, têm de controlar que tudo está a correr bem, que na arena estamos a seguir todas as ordens que nos foram ensinadas: entrem na fila, esperem pela vossa vez, digam qual o assunto em que estamos a fazer melhor e não o nosso favorito. Eles são os juízes do concurso e estão de olho em si. Eles deram-lhe alguns folhetos e brochuras: agora tem de ir ao stand da universidade que eles indicaram. Por isso vais lá, no meio de centenas de outras crianças, todas com os mesmos folhetos coloridos, e elas dizem-te que esta é a universidade para ti, que eles se divertem muito, e que tu és o futuro deste maravilhoso país, ou algo do género. Neste momento, aqui vem o grande, espera, um deles vem ter contigo, pergunta-te o teu nome, para que ele possa repeti-lo durante todo o seu discurso, e para ti soará mais convincente, acreditar que ele está realmente interessado em ti, exclusivamente em ti. E depois de ter ouvido toda uma série de coisas que não conhecia e que te parecem interessantes, irás para casa. Ao dizeres o nome de uma prestigiosa universidade médica ou de engenharia, uma vez que respondeste à matemática, os pais vão dizer-te que esta é a melhor escolha de todas. Eles dirão coisas do tipo: «Compreendes o que significaria estudar naquela universidade? lá? E nessa altura estarás convencido de que escolheste, quando de facto, a única coisa que escolheste, aqui mesmo, agora mesmo, e livremente, é fumar um bom cigarro e serás tu a apagá-lo».

«Se sou bom em matemática, então obviamente que devo estudar engenharia, não é?»

«Não, não me parece. Aliás, penso que sim, de um ponto de vista lógico. Não penso assim do ponto de vista humano. Fixamo-nos no facto de que tudo tem uma causa e, portanto, um efeito necessário: bom em matemática, então fará medicina; um noivo simpático, então o seu amor deve durar para sempre; é filha de um médico, então não pode ser uma comediante. Talvez as pessoas devessem começar a fazer o que gostam e não necessariamente aquilo em que são boas. Se fazes coisas em que já és bom, ficas aborrecido, ficas cheio de orgulho, sentes-te completo. Devo contar-te um segredo? A vida nunca está completa, a única coisa que está completa e definitiva é o seu fim, e eu quero viver de uma forma totalmente incompleta, procurando sempre algo, quero pensar por mim mesmo, tentar, experimentar, e não ser classificado por idade. Se tiver vinte e cinco anos, deve ter um diploma; se tiver trinta anos, deve estar noivo e ter um emprego estável para poder começar uma família. A vida é muito mais complicada, continuamos a dar-nos regras, pensamos que podemos regular tudo. Há anos que os filósofos procuram a fórmula certa do ser, a essência, a vida: a grande verdade é que nunca ninguém compreendeu nada e mais do que ser bom em algo triste, eu prefiro ser perfeccionável, modificável, flexível, em algo que me faça feliz. O que achas?»

«Acho que devias passar-me esse cigarro». 

Das Lieblingsfach

– Guten Tag, Ihr Name bitte?

– Guten Tag! Mein Name ist Marco Vivaldi.

– Alter?

– Achtzehn.

– Wo liegen Ihre Stärken?

– Mathematik.

– Note?

– 1.

– Ausgezeichnet, sie finden hier eine Zeitschrift, Flyer und noch ein paar Broschüren – alles was sie benötigen, um eine Entscheidung zu treffen.

Marco entfernt sich vom Schalter. Hinter ihm stehen noch zehn weitere Personen in der Schlange. Manche schauten auf ihr Handy, andere sehen sich um, und Luca… – Mein Gott, Luca, was machst du denn bitte? – Marco nähert sich ihm mit einem unglaubwürdigen Blick. – Bist du verrückt? Was machst du?

Luca antwortet ihm ruhig: – Warum fragst du? Siehst du nicht, dass ich rauche? Du gehst zum Orientierungstag, um dich für die passende Universität zu entscheiden und führst dich auf wie ein Besserwisser? Und dann checkst du nicht einmal, dass ich doch nur rauche… – Marco beginnt, vor sich hinzustammeln, er fühlt sich plötzlich schuldig, als wär er es, der eine Zigarette im Mund hat. – Aber… wir sind an einem geschlossenen Ort, hör mit diesem Ding auf. Sie werden dich noch rauswerfen! – Ach, sollen sie doch nur.

– Was ist nur los mit dir? Warum verhältst du dich so? Her damit! – Marco nimmt die Zigarette, wirft sie auf den Boden und tritt sie aus, während er auf Lucas Reaktion wartet. Er versteht diesen Jungen einfach nicht, obwohl er ihn eigentlich gerne mag.

– Ich denke, wir sollten abhauen, solange wir noch können – meint Luca mit provozierender Stimme. Marco dreht sich ihm unglaubwürdig zu, fährt sich zuerst hektisch mit den Händen durch die Haare, stützt sie an den Hüften ab und fährt Luca nun aufgebracht an: – Für wen hältst du mich eigentlich? Seit Monaten schwärmst du mir vor, wie großartig das Leben an der Uni nicht sein wird: du wirst deine eigenen Kurse aussuchen können, nur das Fach studieren, das dich wirklich interessiert und endlich weg von der Schule sein, die du doch so sehr verabscheust. Dann kommen wir heute hierher, um endlich herauszufinden, wie unsere Zukunft aussehen wird und alles, was du willst, ist vor die Tür gesetzt zu werden, halb gelangweilt, halb gereizt und mit einer Zigarette in der Hand? Warum machst du das?

Luca ignoriert seine Worte. – Wie war dein Treffen?

– Wovon redest du? Welches Treffen?

– Aber du willst zur Uni gehen und verstehst nicht, wovon ich spreche! Dein Treffen mit dem Typen dort, der dazu da ist, um dir zu helfen, dich für einen Weg und deine Zukunft zu entscheiden!

– Er hat mich gefragt, was mein Lieblingsfach wäre und…

– Stimmt nicht!

– Wie bitte?

– Er hat dich nicht nach deinem Lieblingsfach gefragt, sondern nach deinen Stärken. Das habe ich mitbekommen.

– Aber wenn du es sowieso so genau weißt, wieso fragst du dann?

– Es gibt einen großen Unterschied zwischen dem, worin du gut bist und dem, worin du gut sein möchtest. Siehst du das nicht? Verstehst du nicht, worum es geht? Sieh dich doch um, wir sind alle in einen stinkenden Turnsaal zusammengepfercht. Wir stehen mitten auf dem Sportfeld, wo normalerweise Spiele oder Wettkämpfe stattfinden. Wen siehst du? Ach, die Lehrer, die uns überwachen, beobachten und aufpassen müssen, damit alles nach Plan verläuft und alle die Regeln befolgen: sich hinten anstellen, warten, bis man an die Reihe kommt, sagen, in welchem Fach man am besten ist und nicht das, das man am Liebsten hat. Sie sind die Beurteiler des Wettkampfes und sie beobachten uns dabei. Sie haben uns Flyer und Broschüren gegeben: jetzt musst du zum Stand der Uni gehen, den sie dir angezeigt haben. Also gehst du dorthin, mitten unter hundert anderen Schülern, die alle die gleichen Broschüren in der Hand haben, die dir sagen sollen, in welche Universität du gehörst und dass du die Zukunft dieses wunderbaren Landes bist, oder sowas in der Art. In diesem Moment nähert sich dir einer und fragt nach deinem Namen, um dich schließlich mit Dingen vollzuquatschen, die du nicht wirklich verstehst, die aber so wirken, als wären sie wichtig. Irgendwann schwirrt dir der Kopf und du gehst nach Hause. Sobald du den Namen einer angesehenen Medizin- oder Ingenieurs-Universität ausgesprochen hast, werden dich deine Eltern bestätigen, dass das die beste Wahl für dich sei, da du ja gut in Mathe wärst. Sie werden dir Dinge sagen, wie: – Verstehst du, welche Ehre es ist, sein Studium an dieser Universität zu absolvieren? – In diesem Moment wirst du überzeugt sein, die richtige Entscheidung getroffen zu haben. Obwohl die einzige Sache, die hier freiwillig beschlossen wurde, meinerseits das Anzünden einer Zigarette war, und deinerseits, sie wieder auszulöschen.

– Aber wenn ich gut in Mathe bin, sollte ich doch Ingenieur werden, denkst du nicht?

– Nein, denke ich nicht. Um ehrlich zu sein, betrachte ich das Ganze mit einer logischen Sichtweise, nicht mit einer menschlichen. In unseren Köpfen muss jede Bedingung auch immer mit einer schlüssigen Konsequenz einhergehen: das heißt, wenn du gut in Mathe bist, musst du automatisch Medizin, Maschinenbau oder Physik studieren. Wenn du ein verliebtes Pärchen siehst, muss ihre Liebe wohl für die Ewigkeit bestimmt sein. Wenn du die Tochter eines Arztes bist, kannst du nicht Kabarettistin werden. Vielleicht sollten die Menschen jedoch einfach anfangen, zu machen, was sie wirklich mögen und nicht das, in dem sie vielleicht gut sind. Wenn man nur die Dinge macht, die man sowieso schon kann, wird das doch irgendwann langweilig! Man fühlt sich zwar vielleicht stolz und vollkommen, aber was bringt das schon? Darf ich dir ein Geheimnis verraten? Das Leben ist niemals vollkommen, die einzige Sache, die sicher ist, ist sein Ende. Und was mich betrifft, ich will lieber auf eine unvollkommene Weise leben, immer auf der Suche nach mehr, ich will für mich selbst denken, Neues ausprobieren, herumexperimentieren, ich will auf keinen Fall nach meinem Alter eingeordnet werden. Wenn du 25 bist, solltest du bereits einen Master- oder sogar Doktortitel besitzen; wenn du 30 bist, solltest du in einer Beziehung sein und einen sicheren Job haben, um eine Familie gründen zu können. Das Leben ist aber viel komplizierter, sie schreiben uns unaufhörlich Regeln vor, während wir uns nichtsahnend einreden, alles im Griff zu haben. Seit vielen Jahren suchen Philosophen nach der Formel des Seins, der Existenz, dem Sinn des Lebens: die Wahrheit ist, dass aber keiner jemals irgendetwas verstanden hat und mir ist es deswegen lieber, verbesserungsfähig, veränderbar, flexibel zu sein, in etwas, das mich glücklich macht, anstatt gut zu sein, in etwas, das mich zwar scheinbar erfüllt, aber auf Dauer traurig macht. Was denkst du darüber?

– Ich denke, wir sollten uns eine neue Zigarette anzünden.

La asignatura favorita

<< Buenos días, ¿tu nombre? >>

<< Buenos días, me llamo Marco Vivaldi >>.

<< ¿Edad? >>

<< Dieciocho. >>

<< ¿En qué asignatura eres más bueno? >>

<< En matemáticas >>.

<< ¿Tu nota? >>.

<< Nueve >>.

<< Genial, aquí te dejo esta revista, dos catálogos y algunos folletos. Aquí encontrarás todo lo que necesitas >>.

Marco se va. Detrás de él habían decenas de personas que esperaban su turno, haciendo la cola. Algunos de ellos miraban el móvil, otros miraban a su alrededor, y Luca… << Dios mío Luca, ¿pero qué haces? >>.
Marco se acerca a él, incrédulo. << ¿Estás loco? ¿Qué estás haciendo? >>.

Luca está muy tranquilo, y contesta: << ¿Pero qué dices? ¿No lo ves? Estoy fumando. No entiendo por qué vienes a las ferias universitarias buscando la universidad perfecta, la más adecuada para ti, el principito de papá y mamá, si ni entiendes que si una persona tiene un cigarrillo en la boca es porque está fumando >>.
Marco tartamudea, se siente culpable, como si fuera él el que está fumando: << Estamos en un lugar cerrado, quita eso. Te van a echar >>. << Yo quiero que me echen >>. <<¿Pero qué dices? ¿Por qué te portas así? Dame eso >>. Marco coge el cigarrillo, lo tira al suelo, lo apaga con la suela del zapato y sigue mirando a Luca. Este chico no lo entiende, pero le cae muy bien. << Yo creo que nos tenemos que ir ahora que estamos a tiempo >> dice Luca sonriendo. Marco, con ojos incrédulos, se aleja un momento. Da dos vueltas sobre sí mismo, se lleva las manos a la cabeza, luego a las caderas, cansado y al mismo tiempo molesto: << No te soporto. ¿Quién te crees que eres? Llevas meses hablando de lo bonito que va a ser ir a la universidad, eligiendo exámenes, estudiando sólo lo que te gusta y lo que te interesa, saliendo del instituto que odias. Hoy venimos aquí, tratando de averiguar cuál será nuestro futuro, y tú casi haces que te echen, de pie, medio dormido y medio enfadado, fumando. ¿Por qué, sólo quiero saber por qué >>.

<< ¿Qué tal ha ido el encuentro? >>

<< ¿A qué encuentro te refieres? >>

<< ¿Ves lo que te decía? Quieres ir a la universidad y ni me entiendes cuando hablo.La charla con ese señor de ahí, el señor que tendria que indicarte el camino hacia el futuro y todas esas historias. >>

<< Me ha preguntado cual es mi asignatura favorita y… >>.

<< No es verdad >>.

<< ¿Perdón? >>

<< No te ha preguntado eso, yo también lo he oído. Te ha preguntado en qué asignatura eres bueno. >>

<< Pero si lo sabes, ¿por qué me lo preguntas? >>

<< Hay una diferencia muy grande entre preguntar en qué uno es bueno y en que deseamos ser buenos. ¿No lo ves? No lo entiendes? Mira a tu alrededor, estamos todos aquí, amontonados, en un polideportivo que huele mal. Estamos en medio de la pista, donde suelen haber partidos, carreras. Y mira ahí, en las gradas. ¿Quién ves? A los profesores, que vigilan, observan, tienen que controlar que todo vaya bien, que todos sigamos las órdenes que nos han enseñado: hacer la cola, esperar tu turno, decir cual es la asignatura en la que eres bueno y no nuestra favorita. Son los jueces y te vigilan. Han visto que te han dado catálogos y folletos: ahora tienes que ir ahí, al puesto de la universidad que ellos te han indicado. Entonces llegas, en medio de miles de otros chicos, todos con los mismos folletos coloridos, y os dirán que esa es la universidad que os conviene, que a ellos les encanta y que vosotros sois el futuro de este País tan increíble, y mucho más. Ahora llega la mejor parte, espera, uno de ellos vendrá hacia ti, te preguntará tu nombre, así podrá repetirlo durante todo el discurso que hará, para parecer más persuasivo, y pensarás que de verdad está interesado en ti, solo en ti. Y después de escuchar una serie de cosas que no entiendes pero que te parecen interesantes, te vas a casa. Después de decir el nombre de una universidad prestigiosa de medicina o ingeniería, ya que tú has contestado matemáticas, tus padres te dirán que será inequívocamente la mejor opción. Dirán cosas como – ¿Te das cuenta de lo importante que va a ser graduarte ahí? – Y en ese momento tú estarás convencido de lo que has elegido, mientras en realidad la única cosa que hemos elegido, en este momento, y de forma libre, han sido fumarme un cigarrillo y tú de apagarlo. >>

<< Si me considero bueno en mates, es obvio que tendría que elegir ingeniería, ¿no crees? >>

<< Pues no, no creo. Al revés, de un punto de vista lógico, podría ser, pero no humano. Creemos que todo tiene una causa y por lo tanto un efecto necesario: eres bueno en matemáticas, entonces estudiarás medicina; una bonita pareja de novios, entonces su amor durará para siempre; eres hija de médicos, por lo tanto no puedes ser un cómico. Quizás la gente tendría que empezar a hacer lo que de verdad le gusta sin pensar en que son o no son buenos. ¿Te puedo contar un secreto? La vida nunca es completa, la única cosa completa y definitiva es su fin, y yo quiero vivir de forma totalmente incompleta, en continua búsqueda de algo, quiero pensar con mi cabeza, probar, experimentar, no ser clasificado por mi edad. Tienes veinticinco años y entonces tienes que haber terminado la universidad; tienes treinta años entonces tienes que tener pareja y un empleo estable para formar una familia. La vida es mucho más complicada y nosotros nos ponemos aún más reglas, y las ponemos a todo. Desde hace años los filósofos buscan la fórmula justa del ser, la esencia, la vida: la gran verdad es que nadie nunca ha entendido nada y yo más que ser bueno en algo triste, prefiero ser perfeccionable, mejorable, modificable, flexible, pero en algo que realmente me hace feliz. ¿Qué crees? >>

<< Creo que deberías pasarme ese cigarrillo >>.

La grande storiella di Marco e Martina in Palestina

Per comprendere questa nuova grande storiella, bisogna fare un grande sforzo di immaginazione. Dico immaginazione perché quello che verrà raccontato, di questa missione umanitaria nel territorio palestinese, ci sembrerà una storia dell’altro mondo. Non vi immaginate una guerra epica. Che poi, neanche quella ha alcun fascino, in questi giorni lo sappiamo bene. Immaginate una guerra che punta al logoramento quotidiano. Difficile da raccontare, ancora di più da vivere. Marco e Martina ci sono andati. Hanno voluto vedere, con i loro occhi, una guerra invisibile, che torna sotto i riflettori solo per gli scontri “spettacolari”. Ci fanno tornare incollati ai televisori, a giudicare, come se noi la conoscessimo quella storia. E, invece, di questa brutta storia, forse non abbiamo capito molto, o almeno non tutto. Inutile provare a farlo qui. Ma si possono raccontare delle piccole storielle, come quella di At-Tuwani. Si trova tra le colline a Sud di Hebron, nella parte a sud della Cisgiordania e porta avanti, dal ’99, una resistenza non violenta. È in una posizione geografica particolare: ha una colonia da un lato, legale per il diritto internazionale ma illegale per il diritto israeliano; e ha, dall’altro lato, un avamposto, illegale sia per il diritto internazionale, sia per la legge israeliana. Partendo dal presupposto che l’obiettivo dei coloni sia quello di scacciare i palestinesi e impossessarsi delle terre, che rivendicano essere di loro proprietà, questo piccolo villaggio di 300 persone, di cui la metà bambini, ha iniziato ad essere attaccato da entrambi: sia dall’avamposto e sia dalla colonia. Questa è la grande storiella di volontari come Marco e Martina, che aiutano i palestinesi a non abbandonare le loro case.

MARTINA: Loro hanno deciso di non andar via e portare avanti una resistenza non violenta: restano sul territorio senza abbandonare mai le terre. Se durante la mia prima spedizione siamo sempre stati nel villaggio; la seconda volta che sono scesa (il visto massimo che ti rilasciano è di soli tre mesi e io volevo stare più tempo, ecco perché sono scesa due volte) è stato particolare. Nel villaggio, il modello della missione è ormai portato avanti da un gruppo di ragazzi palestinesi; per questo abbiamo provato ad allargare insieme a questi ragazzi il territorio da tutelare, spingendoci fino alla valle del Giordano, dove non c’è una rete di resistenza organizzata.

Partiamo da At-Tuwani. Qual è il modello di tutela e resistenza pacifica che la missione supporta?

MARTINA: Il nostro compito è quello dello SCHOOL PATROL. È l’unico villaggio della zona dove ci sia una scuola. Quindi, è l’unico luogo di istruzione per i bambini di tutti i villaggi limitrofi. Per arrivarci, però, i bambini devono percorrere un tragitto che passa tra la colonia e l’avamposto, che abbiamo detto essere illegale per tutte le leggi. Passando in mezzo, vengono quasi sempre attaccati, ed è per questo che è stata assegnata loro una scorta. Vuoi sapere la cosa divertente? La scorta, che dovrebbe difendere questi bambini palestinesi, dalla colonia e dall’avamposto israeliano, è composta dagli stessi israeliani.  

I bambini hanno una scorta per arrivare a scuola?

MARTINA: Prima erano gli attivisti internazionali ad accompagnarli. Nel 2004, c’è stato un attacco violento da parte dei coloni. Fu allora decretato che servisse una scorta militare ai bambini palestinesi: per quella mezz’ora a piedi per andare a scuola, dovevano essere accompagnati dai soldati israeliani. Una scorta con indosso il mitra, che non scende dalla gip, che tratta i bambini come oggetti, esseri inferiori, come unica soluzione possibile.

MARCO: Lì il compito, per noi, è il ruolo di testimonianza, e di intervento: noi filmiamo tutto, così da avere delle prove tangibili in caso di aggressione.

È mai successo qualcosa di così grave mentre voi eravate là, e siete dovuti intervenire oltre che filmare?

MARCO: Sì. Accade spesso, è la loro strategia. Loro ti vogliono esasperare.

MARTINA: Esatto, per esempio la scorta è spesso in ritardo. I bambini perdono ore di scuola, non possono attraversare da soli. E se anche volessero venire autonomamente, alcune strade, secondo i coloni, non sarebbero agibili per i palestinesi. C’è una continua tensione.

MARCO: Soprattutto quando non arriva la scorta di soldati e allora immagini che devi andare tu a prenderli per fare il tragitto e lì cominci ad avere paura.

MARTINA: La scorta non arriva, allora chiami il bambino più grande, a cui è stato dato un cellulare. – Ve la sentite di camminare con noi su questa strada o preferite aspettare ancora?- Molto va a seconda di come se la sentono i bambini. E la cosa grandiosa è che sono veramente piccoli ma fanno delle scelte di un coraggio incredibile: loro vogliono venire a scuola, non ho mai sentito dire che volessero tornare a casa. E allora entrano in azione i volontari.

A voi è capitato di assistere alla scena di un attacco da parte dei coloni?

MARTINA: Sì. Fa impressione. Una volta addirittura con i cani. In quell’occasione eravamo insieme, eri appena arrivato.

MARCO: Sì, era il mio quarto giorno.

MARTINA: Noi muniti di telecamere, che sono sempre accese, alla mano, e nell’altra il cellulare per chiamare. In quell’occasione abbiamo visto la scena: i soldati della scorta ovviamente non hanno fatto il minimo gesto. Io sono andata verso i bambini correndo, allora sono scesi i soldati, e lui è rimasto giù a filmare. È sempre un gioco a due, non ti muovi mai da solo.

MARCO: Per sicurezza, ma anche per filmare sia in primo piano e sia tutta la scena in lontananza.

MARTINA: E poi quello che avviene è un’interposizione fisica: tu ti metti in mezzo. E poi riprende tutto un giro di chiamate: chiami l’avvocato, israeliano, che supporta la causa palestinese.

MARCO: Gli attivisti israeliani sono degli eroi. E perdono tutto, perdono contatti con le famiglie per aver sposato la resistenza palestinese o per aver rifiutato il servizio militare.

L’assistenza che date non è solo per bambini ma anche per i pastori. Per l’esperienza che avete avuto come vive il pastore il fatto che per andare a pascolare il gregge abbia bisogno della scorta?

MARCO: Dipende. Il corpo civile di pace è lì da 15 anni, ormai sono loro a chiamarci e segnalarci i vari spostamenti o bisogni. Ci accolgono volentieri, spesso anzi quando dovevamo fare pastorizia a Tuba, dormivamo da loro.

MARTINA: Loro vanno a pascolare su quelle terre che appartenevano alle loro famiglie, ai loro nonni, ma quelle terre sono ora definite di stato israeliano. L’accompagnamento è una tutela maggiore, soprattutto per quando ci sono periodi di tensione, e allora i coloni non ti osservano solo da lontano, ma ti infastidiscono, ti attaccano verbalmente, tirano pietre. La presenza degli internazionali non è che non faccia attaccare ma sicuramente fa abbassare il tiro, riduce la possibilità di qualcosa di troppo violento.

E quindi il vostro compito è registrare tutto: dall’attraversamento della strada che fanno i bambini per venire a scuola, fino al pascolo. E poi? Cosa avviene della registrazione?

Viene pubblicato sul canale dell’associazione, che poi viene ripreso da APG23 che ha diritto di parola all’Onu. Espone il nostro materiale: registrazioni e report che scriviamo mensilmente. C’è quindi un lavoro sul campo e uno di advocacy. Quando torni a casa alla sera, metti a posto il materiale, quindi tutti gli attacchi, tutte le violazioni che ci sono state. Dal materiale ottenuto si fa una raccolta dati, e poi da lì si creano i report, e si passa a tutta la parte della comunicazione.

Come si diceva all’inizio, a questa attività principale, si sono aggiunte nuove attività per mettere radice anche al nord. Grazie al lavoro dell’associazione, gran parte di questa supervisione è ora gestita in maniera autonoma all’interno del villaggio dagli stessi palestinesi. Ora bisogna espandere questo modello, arriviamo così a parlare della raccolta delle olive.

La raccolta delle olive è un momento particolarissimo, è molto conosciuto anche tra gli attivisti internazionali. C’è una grande attenzione anche mediatica.

Ma il problema principale è dato dal fatto che i palestinesi vanno a raccogliere le olive nei territori che gli israeliani rivendicano come propri?

MARTINA: Non solo, le colonie non si potevano costruire dove le hanno costruite, perché era stato dichiarato “terra di Palestina”. Poi ci sono stati gli accordi di Oslo, del ‘93 con la divisione in zone, e questa ha comportato che alla fine ai palestinesi venisse riconosciuta l’autorità civile e militare soltanto nelle zone di area A, le zone delle grandi città, come Betlemme. C’è poi la zona B, che segna il confine tra le grandi città e la campagna; ed infine, le zone C, quelle rurali. In quest’ultime, sono state fondate colonie sovvenzionate dallo Stato di Israele. Iniziano piantando una tenda, poi due, tre, fino a delle case, e così si crea una colonia. Spesso è abitata da pastori e contadini, che, piano piano, si allargano, si ingrandiscono sempre di più, prendendo nuove terre e cacciando i palestinesi, lanciando pietre e attaccandoli ogni volta che vanno su quella terra.

MARCO: Anche pallottole.

MARTINA: A volte i palestinesi rinunciano, “Abbiamo perso quella terra” perché la posta in gioco è diventata troppo alta. Il colone si impossessa della terra. Ma il problema è che non si accontenta di una valle, tende sempre ad espandersi.

Ma anche perché l’obiettivo stesso di Israele è quello di occupare l’intero territorio. Ed è stato lì che hai vissuto l’esperienza più traumatica della missione.

MARTINA: Noi eravamo in un villaggio che si chiama Burin. Una situazione terribile, perché si trova sotto la colonia di estremisti di ITZAR. Quando parte la raccolta delle olive, i coloni, già da settimane, si sono organizzati per come sabotare il raccolto: rubare le olive sugli alberi dei palestinesi, distruggere le piante, dare fuoco ai campi. Durante la raccolta, tutto questo prosegue. Stavamo facendo la raccolta delle olive in un altro campo, sempre lì vicino, quando abbiamo sentito degli spari: tre spari. E quindi qual è la logica di quel momento? Vai dove c’è bisogno. Siamo saliti, e siamo corsi con le auto. E la scena è stata allucinante. Mentre eravamo in macchina abbiamo visto come dei fantasmi: uomini mascherati che, dall’alto, guardavano i contadini palestinesi che stavano raccogliendo le olive. La cosa straordinaria dei palestinesi è che dove c’è il problema di uno accorrono tutti; quindi, già tutto il villaggio e i giovani erano lì: uomini, ragazzi, e anche alcune donne. Erano tutti corsi verso questi contadini, perché si vedeva benissimo che stavano arrivando i coloni ad attaccare. E quando i coloni sono mascherati significa che non vogliono farti le carezze. Siamo arrivati al campo, e poi, tutto in un attimo, hanno appiccato un fuoco, e con dei soffiatori lo hanno esteso verso di noi e verso i palestinesi. Un caldo che si moriva e un fumo per cui non vedevi più nulla. Hanno iniziato a sparare proiettili prima veri, e poi di gomma, e i sassi con le fionde lunghe che sono bravissimi ad usare. Sembrava davvero di essere al fronte. Poi il panico, non vedi più nulla, non senti più nulla, i rumori, le grida e la gente che veniva colpita…

Come fa ad arrivare lì, tra gli ulivi, in una giornata di raccolta, una guerra?  

MARTINA: Tutto capita in pochissimo tempo. Io ho il ricordo di questi spari, che sento ancora. Mi ricordo le grida, i ragazzi che mi spingevano a terra perché arrivavano le pietre…Una pietra ha colpito la mia telecamera, io stavo riprendendo, me l’ha buttata a terra. E grazie al cielo avevo la telecamera davanti alla faccia. E poi non sai fino a che punto si vogliono spingere, perché poi hanno iniziato a sparare e si sono portati via i sacchi di olive raccolti. E poi sono arrivati i soldati che, ovviamente, israeliani, non hanno preso le parti dei palestinesi attaccati. Anzi, hanno arrestato i palestinesi! Non ci sono mai ripercussioni per i coloni che attaccano, mai.

Sono connazionali… E tutto questo, una volta documentato, è stato registrato e inoltrato. C’erano anche delle telecamere oltre alla tua?

Sì, sì. C’erano diversi video.

La cosa più difficile è essere consapevoli di andare ad aiutare sapendo che l’ingiustizia poi rimanga anche dopo la tua azione. E quindi forse il dolore grande è il ritorno: lasciare l’ingiustizia. Come avete vissuto il ritorno? E soprattutto, questa è un’ingiustizia che rimane ma che non è ben raccontata. Il conflitto tra Israele e Palestina si racconta, anche abbastanza male, quasi con parole da tifoseria qui in Italia, “Io sto con… io sto con…” solo quando accade qualcosa di eclatante. Prima di questo racconto non avrei mai pensato che questo conflitto potesse passare per il tragitto dei bambini per andare a scuola e per una raccolta delle olive. Questo non si sa, non passa. Non c’è la notizia, è la vita quotidiana. Come vivete il fatto di essere stati testimoni di un’ingiustizia che non si saprà mai del tutto, difficile da entrare nella coscienza perché non se ne parla?

MARCO: La tua battaglia non è mai stata in Palestina, la tua battaglia non è lì, è qui in Italia. E l’unica cosa che puoi fare è raccontare, perché sai che il tuo intervento giù è stato lodevole e sotto molti punti di vista anche utile: se quel contadino è andato a lavorare quel giorno, se ha avuto un giorno in più di attività, se abbiamo permesso ad un colono di non prendere quella terra, è stato utile. Ma la tua battaglia non è lì. Tu devi essere testimone, per venire poi in Italia ed iniziare la tua battaglia. E hai un solo canale, quello di raccontare, dal tuo blog agli incontri pubblici. Cercare di farlo tutti i giorni. Io parlo anche per un benessere personale mio. Poi il senso di ingiustizia rimane, e allora devi combattere ancora di più da qui. Non dimenticare e farsi la memoria per sempre. Certe persone te le porti dentro. Anche in questo momento, con te, sentiamo proprio il peso delle parole, per quelle persone che abbiamo visto, che abbiamo vissuto. È forte. Ma il tuo fronte è qua.

La grande storiella di una Mano per un Sorriso for Children

Una grande storiella che si ascolta.

Fin da quando siamo più piccoli, ci raccontano delle storie incredibili. Lo straordinario, l’assoluto e l’assurdo entrano nella nostra immaginazione, poco prima di andare a dormire e ci fanno fare sogni pazzeschi: amori incredibili, vittorie del bene sul male e giustizia ad ogni costo. Poi si cresce, alle storie incredibili preferiamo i pensieri personali, l’agenda del giorno dopo e qualche ansia che ci assale poco prima di chiudere gli occhi. Oppure, per essere ancora più realistici, un’ultima sbirciatina al cellulare, per essere sicuri di non perdersi qualche aggiornamento importante prima del breve letargo di qualche ora.

Lo straordinario, quindi, si allontana sempre un po’ di più da noi. Quella fervida immaginazione, che ci faceva sconfiggere i draghi nella nostra infanzia, si è acquietata e addormentata prima che noi ce ne accorgessimo. Forse è anche per questo motivo che questa nuova grande storiella, una storia che si ambienta a Korogocho, uno slum della periferia di Nairobi, una storia che vi avevo raccontato qui, parte da una cartone animato.

Il podcast “La grande storiella di Una mano per un sorriso – For Children” parte dalle voci dei bambini, che urlano di essere pronti. “Are you ready to start?” “YES!”. Parte con la risposta affermativa dei ragazzi della scuola che sorride in uno slum, la Smiling School, e i miei dubbi su quello che avrei esperito, provato e capito. Ed è una grande storiella che ci riporta allo straordinario, sia perché c’entra Toy Story, e sia perché ci viene raccontato qualcosa di così lontano, così difficile da comprendere, seppur nella sua assoluta semplicità, da sembrarci extra-ordinario, cioè fuori dall’ordine. O meglio, da quello che noi abbiamo deciso essere il nostro ordine.

Nella nostra società facciamo di tutto per cercare lo straordinario: video folli, notizie accattivanti, esperienze da brividi. Questo è un podcast che cerca, in qualche modo, di ribaltare questa narrazione: lo straordinario viene ritrovato nella semplicità assoluta, negli occhi di Abraham e la risata di Barrack. Vuole essere un podcast che sappia parlare di alcune persone, di certi ambienti, di diritti negati e difficoltà quotidiane accettate con un bel Karibu, (benvenuto-prego), ponendo loro al centro della storia. Si vuole dare voce a chi molte volte voce non ha, ma che avrebbe da dire tante cose più interessanti di chi, la voce, l’ha sempre avuta.

Nella prima puntata, Una mano per sorridere, c’è l’inizio di tutto: le presentazioni, il racconto dell’ambiente e delle prime emozioni. Il bel C’era una volta viene però abolito da un perentorio e assordante In questo momento perché questa storia si svolge mentre stai leggendo queste righe.

Nella seconda puntata, Una giornata nella scuola che sorride, si vive quella che è una tipica giornata nella scuola più sorridente del mondo: lezioni, visite, l’incontro con Barrack, una festa e le serate spensierate.

Nella terza puntata, La morte di Dandora e la vita di Joseph, si entra nella discarica più grande di tutta l’Africa orientale. Con un microfono pinzato all’interno della maglietta dell’associazione che indossavo, racconto quello che ho visto, sentito e provato. La rassegnazione dell’inizio e la gioia della fine; la morte di Dandora e la gioia della vita (ri)trovata, quella di Joseph.

E poi c’è il gran finale. Te lo saresti mai aspettato un lieto fine, proprio come le storie che ci leggevano da bambini, in un posto come questo? Ecco lo straordinario, ecco la sorpresa, ecco che il drago viene ancora una volta sconfitto, in questo caso con una canzone, con le voci dei bambini e, paradossalmente, con un insegnamento che ci aveva dato, quando eravamo piccoli, Toy-Story. Hai un amico in me. Hai un sorriso in me.

La grande storiella della prima settimana a Korogocho

GIORNO 1

Aprire gli occhi sullo slum di Lucky Summer, appena arrivato in Africa, è come dare un primo sguardo ad un’opera contemporanea. Sei sospettoso e quasi indispettito. Sei fiducioso eppure critico. Sei nervoso perché sei diverso, perché, a quel primo sguardo, sai di non aver capito nulla. Io so benissimo che sto per dire una una banalità incredibile, ma credo di aver capito qualcosa già questa mattina. Stavamo aspettando il nostro autista, che ci avrebbe portato in centro, a Nairobi, per le ultime commissioni. Avrei conosciuto Paola, dal vivo, per la prima volta, e Marta. Così io e i miei due compagni di stanza, Pietro e Pietro, ci siamo fatti trovare sulla strada sotto casa. Un gruppo di bambini, incuriosito, si è subito fatto avanti, per sbirciare, per approfondire, perché a loro, conoscere un’opera d’arte diversa, mica indispettisce. Mica sono sospettosi i bambini. E così, io mi sento di aver capito tanto da un gesto molto semplice. Sono stati loro a salutarmi. Una sfilza di “Hello” che ti fa sentire totalmente a tuo agio, anche se nel tuo, di agio, non lo avresti mai fatto. Quando siamo tornati, dopo qualche ora, finalmente tutti insieme, li ho subito cercati con lo sguardo. E alcuni di loro erano lì, pronti, e questa volta, scesa dall’auto, non ci siamo solamente salutati. Ci siamo dati il cinque. E io mi sono resa conto che un sorriso come quello non lo avessi visto in nessuna opera d’arte.

GIORNO 2

Siamo andati a messa, a Korogocho. Lo sfondo era una discarica. Siamo andati per le vie di Korogocho e, da un lato, fumante e uggiosa, c’era una discarica. Siamo andati a vedere le due scuole, e, dall’ingresso, come sfondo, c’era una discarica. Sono andata a Korogocho, e l’ho vista rosicchiata in diversi punti. E chi se la mangiava era una discarica, che arrivava con una lingua nera fino al centro abitato. A teatro, dal ‘700, mi pare fosse Diderot, a teorizzarla, si parla di quarta parete. La quarta parete prevede la realizzazione di uno spettacolo che non considera il pubblico. Non ci sono presentazioni di alcuni tipo. La storia incomincia di colpo, e di colpo diventa realtà. Tu, spettatore, non hai più alcun valore, diventi osservatore di un qualcosa che è altro. Ecco, Korogocho è l’esempio lampante di una prova di teatro che rompe la quarta parete. Un po’ come ha fatto Brecht. Il motivo è molto semplice, la discarica è un apparente sfondo. Non lo è del tutto. Sì, è vero, tu sei catapultato in una storia ex abrupto. Sì, è vero, la tragedia si consuma alla perfezione. Ma il problema rimane. Questa discarica che prima ti accerchia, ti imprigiona, ti soffoca, e poi, quando sei abbastanza debole, ti aggredisce. E lei lo sfondo non lo vuole proprio fare, perché lei si sente protagonista. Con una lingua nera che avvelena un intero villaggio, con i loro bambini: vuole il ruolo principale e vuole che tu partecipi all’azione. E rimane lì, a continuare la sua battaglia logorante. E tu, anche se non lo vuoi, da spettatore passi ad essere un partecipante, perché sai che tutto quello che consumerai, finirà lì, anche per colpa tua. Per il solo fatto di essere venuto qui. Korogocho è quel bambino a messa, vestito di tutto punto. Con la testa tra le mani, ho pensato che pregasse. Per l’intera messa, nonostante i canti, è rimasto fermo, con il capo sempre chino. Poi si è svegliato, solo alla fine, e ha sbadigliato. Korogocho è un posto dove non sai se sia meglio la preghiera, o un lungo sogno con la testa tra le mani, per non pensarci più. Poi ho incontrato Abraham che mi detto che Korogocho è amore.

GIORNO 3

Dormito poco e male. Colazione presto, qualche pensiero strano e che, comunque, non mi abbandona, perché ormai è percezione. Maledette le concezioni che diventano concetti. E poi l’arrivo a scuola, tutti i pensieri che vanno via perché ci sono loro, i bambini. E tu te li sei immaginati questi bimbi che avrebbero ascoltato le tue storie. Te li sei creati nella tua testa. E la sera prima in realtà non riuscivi a prender sonno perché c’era quell’ansia. L’ansia di non meritarsi un tesoro che ti arriva gratis. E invece, ogni tanto, la felicità è in un paio di occhi neri che ti guarda in attesa del tuo -Hello- per rispondere in maniera un po’ vergognosa; o in maniera decisa; o con un sorriso. E capisci che i tuoi concetti in testa, la tua ansia nella notte, le tue brevi paure sono solo pause di un lungo orario definitivo di una scuola che sorride in uno slum. E ora vado a dormire, perché domani mattina ho lezione.

GIORNO 4

Le parole che riescono a tirar fuori questi ragazzi sono incredibili. Eravamo nel cortile della scuola. Il cortile della scuola è una lingua di sabbia, delimitata da un bel po’ di lamiera, da cui ogni tanto spuntano fuori gli sguardi di altri bambini: dalla strada sbirciano le lezioni. E così abbiamo fatto un cerchio su quella distesa di granellini, e abbiamo iniziato a parlare, a raccontarci. Con voce bassa, con qualche perplessità nello sguardo ma con la prontezza che solo i bambini sanno avere negli occhi. In mezzo ad un cerchio di studenti, c’era un cartellone, bianco, che poco a poco ha preso diversi colori: verde, giallo, blu, rosso. Sono le scritte dei bambini, sono i loro pensieri sulle tre parole della giornata: myself – sharing – connection. E così, tutti soli, anime individuali ed uniche, si sono unite sotto un sole africano, e si sono connesse. Sotto quel sole cocente, di fronte a quella poesia colorata, un bambino ha preso un colore. Ha preso l’azzurro e ha scritto qualcosa sul braccio. Poi ha alzato lo sguardo, come per assicurarsi che nessuno lo avesse visto. E quando ha incrociato i miei occhi che guardavano il nuovo tatuaggio, si è vergognato. “Born by mistake”. E ho capito che dietro alla poesia più bella c’è sempre del dolore.

GIORNO 5

Sono nella terrazza del nostro palazzo, con i miei vicini di casa. Cinque bambini che colorano di fronte a me e quando ci guardiamo sorridiamo. Stanno colorando quello che avrebbe dovuto essere un cartellone per la scuola, ma non importa. Ho capito una cosa molto bella, che prima d’ora conoscevo con fatica. Ogni tanto bisogna dire un “non importa” in più. E così che succedono, anche, delle cose belle.  

GIORNO 6

Ho tenuto la mia prima lezione da sola. Un gruppo di circa venti ragazzi. Abbiamo iniziato a pensare insieme alla prossima grande storiella. Ho pensato a quel giorno, in mansarda, che per la prima volta ideavo il blog, un nuovo progetto. Un azzardo. Poi ho alzato lo sguardo e ho visto dove mi trovavo: in prima fila le braccia si alzavano con insistenza. Volevano essere proprio loro a scegliere dove e quando si sarebbe svolta la trama della mia prossima grande storiella. E così mi sono subito ripresa, e ho dato loro la parola, mettendomi all’ascolto, e ripensando a quella brutta sera, in mansarda, quando creavo le mie prime grandi storielle, ignara di poter scrivere la più bella in una scuola che sorride tra i fumi di Dandora.

GIORNO 7

Siamo rimasti senz’acqua. Oggi pomeriggio rimaniamo a lavorare a casa. Ieri sera, durante una chiacchierata, ho finalmente detto a voce alta alcune delle cose che sento, giudico e provo. L’aspetto più interessante è il totale abbandono del giudizio. Non riesco a giudicare, perché sarebbe come assumere un ruolo importante, un ruolo superiore. Io qui ho capito che bisognerebbe mettere tutto in soqquadro per vedere al piano superiore chi di solito è rimasto a guardare con il naso all’insù. Ma forse, non sarebbe neanche così giusto. Il fatto è che qui, in questo posticino in cui la discarica sta bruciando più del solito, con il caldo estivo, i pensieri novelli e l’acqua che manca, molte certezze perdono valore. E la parola “giudizio” si svuota completamente, lasciando nell’aria qualche granellino di polvere rossa di terra africana.

La grande storiella di Teresa Agovino

Questa grande storiella inizia in una giornata di settembre. Ha inizio quando una ragazza dagli occhi azzurrissimi e tanti ricci in testa si è presentata ad una masterclass che stavo frequentando e ha tenuto una lezione. Una lezione di sostenibilità, di viaggi, ma soprattutto di progetti. Ecco, questa è la parte che mi ha più entusiasmato. Questa è una grande storiella di persistenza e dedizione: la grande storiella di una ragazza solare, educata, attiva sul sociale, ma soprattutto emancipata, con un nuovo progetto tutto suo, ora cercata e richiesta da più enti (anche internazionali per intenderci) per portare avanti diversi progetti. Sapete come si definisce? Sia ingegnere ambientale, sia consulente di turismo sostenibile e sia imprenditrice sociale. Sapete in quanti Paesi ha lavorato? Ecuador, Perù, Jamaica, USA, Tanzania, Laos, Thailandia, Italia, Croazia e Spagna. Sapete quanti lavori fa? Attività di formazione; divulgatrice sui social con il suo greencorner, cooperazione con ONG, no profit ed associazioni locali per progetti di sviluppo e cooperazione internazionale; e ancora, consulente per lo sviluppo di un turismo sostenibile a supporto di strutture alberghiere, tour operator ed aziende. Stiamo parlando di Teresa Agovino, che oltre ai tanti bei commenti, sulla sua solarità e disponibilità, sui suoi occhioni azzurri, e i suoi luminosi ricci, emerge, in realtà, per un solo fatto indiscutibile e che dovrebbe fare veramente notizia: è tanto brava.

Oggi parliamo del tuo nuovo progetto: una risposta ad una domanda bellissima. Si può fare turismo in punta di piedi?

La risposta è FAROO, la mia startup di turismo ecosostenibile. La voglia è quella di democratizzare il turismo sostenibile, da veicolare non come qualcosa di elitario ma accessibile a tutti. L’idea è quella di declinare l’attenzione all’ambiente anche attraverso il turismo, che diventa quindi anche una piccola missione.

Si arriva a questa startup dopo un lungo viaggio fatto in giro per il mondo, come ingegnere ambientale e viaggiatore responsabile. Da subito hai avuto quest’idea di accoppiare il tuo lavoro, l’essere ingegnere ambientale, con il sociale?

Non è stato così immediato. Qualcosa è sicuramente cambiato quando ho iniziato a lavorare con cooperazioni internazionali. Era un mondo che inizialmente non conoscevo e sapevo che ci fossero persone molto più esperte nell’ambito sociale e magari meno in quello tecnico. Ho iniziato così a dare il mio contributo.

Entri in contatto con dei progetti già esistenti o sei tu a proporre progetti? Come funziona, come fai a selezionare il posto in cui vuoi andare?

La maggior parte dei progetti che ho fatto sono progetti in cui sono stata inserita. Quando andavo lì, co-progettavamo insieme. Per esempio, in Perù, l’aspetto del turismo sostenibile era un progetto esistente ma c’era uno specifico obiettivo da raggiungere. Io contribuivo ad ottenerlo da zero. Partecipare ad un progetto avviato rende più semplice il contatto con le comunità locali, che sono già a conoscenza del progetto. E il dialogo con le comunità locali è fondamentale, per me.

Perù

Dopo tutta una serie di esperienze fatte in giro per il mondo hai deciso di creare qualcosa di tuo in Italia.

A causa della pandemia sono rientrata a casa. L’ho vissuto come un momento in cui mi potessi fermare un attimo. L’ho sfruttato per pensare ad un nuovo modo di generare un impatto positivo ancora superiore a quello che stavo generando in quel momento. Da lì è nata l’idea di FAROO: portiamo il turismo sostenibile alla portata di tutti, in modo che tutti possano avere il privilegio di viaggiare, ma impattando il meno possibile. Non è nata come idea imprenditoriale, è nato come obiettivo. Si presenta, in questa fase iniziale, come startup che offre alle aziende delle esperienze sostenibili. Arriverà ad essere una startup che offrirà esperienze e viaggi anche ai privati. La sede è in Italia, ma i viaggi saranno ovunque, prevalentemente nel Sud del mondo.

L’idea quindi è quella di creare un vacanza che eviti il turismo di massa impattante, adottando una modalità più responsabile e sostenibile. Basterà venire da te e insieme trovare la meta e così iniziare a progettare il viaggio?

Esatto, oppure ci sarà la possibilità di scegliere pacchetti di viaggi predefiniti, abbiamo già qualche idea, come in Kenya, ma non posso ancora svelare nulla: l’unica certezza è il supporto delle popolazioni locali. Il viaggio è già pronto, basta solo convincersi e partire!

Tra le tante cose che fai e che hai deciso di essere, c’è la figura della divulgatrice. Che cosa sono per te i social?

Prima di intraprendere questi progetti, non ero una persona “da social”. Il social come strumento di intrattenimento, io, personalmente, non lo prediligo. Prediligo un libro, uscire con degli amici, vedere una mostra. Amo invece il social come mezzo di informazione, di divulgazione. È molto importante riuscire a trasmettere e comunicare delle tematiche, che altri comunicherebbero in maniera troppo arcaica, o comunque non al passo con i tempi, bisogna puntare ad una comunicazione più o meno tra pari.

Rimaniamo su questo punto, il green corner, il tuo corner di consigli ecosostenibili ed informazione ambientale sul tuo profilo instagram, è stato un escamotage che hai trovato subito?

No, assolutamente no. Era un’idea venuta per caso, non premeditata. Mi ero resa conto che le persone si interessassero quando trattavo di attualità, riguardo ai miei campi di interesse, sui social, e allora ho iniziato a realizzare sempre più contenuti. Ma penso di esserci arrivata dopo un annetto e mezzo. Non era creato ad hoc; non so neanche se esistano degli studi per creare ad hoc un format, non so niente. È tutto molto spontaneo, ma allo stesso tempo molto studiato nei contenuti, non tanto nella forma.

Come selezioni di cosa parlare? Come comprendi l’argomento che possa interessare di più e che quindi inizi ad approfondire per poterlo trattare nel tuo green corner?

La mia tipologia di comunicazione non si basa su analisi dei dati, numeri, o altro. Non sono alla ricerca di un aumento, in termini numerici, e quindi non faccio delle analisi accurate nel mio profilo. Io parlo di quello che trovo interessante, e che mi piace quindi condividere. Non c’è un piano editoriale. Da questo punto di vista, sono un po’ sui generis.

Tra i vari temi che tratti, quali sono i temi per cui ricevi maggior interesse e maggiori interazioni?

Dipende molto dalle persone, poi ognuno ha un interesse diverso. La parte dei rifiuti e la parte tecnologica è quella che desta maggior interesse. Credo perché sia la più difficile da comprendere e forse, parlarne in maniera semplice, attira.

Possiamo dire che forse la cosa positiva che fanno i social, sfruttati in questo modo, è di rendere più semplici e alla mano problemi che, o non verrebbero trattati, o verrebbero trattati in maniera troppo specifica che rischia di non diventare “pop”.

Assolutamente sì, senza dubbio.

Ogni progetto, ogni viaggio è speciale ma c’è sempre un ricordo che, più degli altri, diventa una bella “grande storiella” da raccontare. Qual è la tua?

Sicuramente in Tanzania, quando il capo villaggio si è avvicinato a me, che è una cosa abbastanza atipica, per il contesto africano, per chiedermi se potessi far arrivare l’acqua nel loro villaggio. Erano quattro mesi che non ricevevano acqua. Quello è stato il momento topico.

Tanzania.

La grande impresa di Faroo sarà quella di rendere il turismo alla portata di tutti. Ma è davvero possibile?

Spesso il turismo sostenibile viene associato ad un turismo dispendioso in termini monetari, in realtà non è così. Anzi, spesso il rapporto diretto con le gestioni locali, non essendoci intermediari, rende il viaggio più economico. Questo è assolutamente un mito che sto provando a sfatare attraverso proposte di attività ed esperienze sostenibili. Questo è qualcosa che stiamo provando a fare.

Finisco con un’ultima domanda necessaria sempre sul tema della comunicazione. Cosa stiamo sbagliando nella narrazione del cambiamento climatico? Perché non riusciamo a sentirlo come un’emergenza?

Gli effetti del cambiamento climatico non sono visibili nel breve periodo e quindi difficili da far capire alle persone. Rimane un qualcosa che risulta lontano dal loro immaginario: si è spesso presi e attenti a quella che è la quotidianità, non si riesce a pensare da un futuro. E poi perché, in fondo, quando si ha la sensazione di non poter far molto, si preferisce non fare nulla, e allora non se parla. Una comunicazione più semplice e più diretta può essere la chiave da questo punto di vista, ed è quello che cerco di fare, ogni giorno.

Non possiamo evitare di lasciare impronte, ma possiamo scegliere come farlo.

Teresa Agovino

La grande storiella di Giampaolo Matrone

Giampaolo Matrone è l’ultimo superstite della tragedia Rigopiano. La sua è forse la grande storiella più sconvolgente di tutte: è stato estratto dalle macerie solo 62 ore dopo l’accaduto. Giampaolo Matrone, in qualche modo, lo avete visto o sentito, perché è quello che ha deciso di fare, soprattutto nei primi anni: mostrarsi, raccontare la sua versione dei fatti, cercare giustizia. Non crede che ci sia una data dove abbia compreso del tutto che vivere bene la vita, e viverla al doppio per sua figlia Gaia, e in memoria di sua moglie Valentina, fosse la scelta più giusta possibile. La giustizia è necessaria e improrogabile; ma c’è un altro aspetto della tragedia che gode della stessa importanza: la cura. La scrittura come forma di cura e anche di rinascita. La grande storiella di Giampaolo Matrone e della sua piccola ma grande Gaia, non parte da quel 18 gennaio del 2017, non parte dalla strage di Rigopiano, inizia ora, con questo libro, che diventa cura e quindi necessità.  

Nel libro c’è la mia storia: l’incontro con Valentina, il nostro amore, l’arrivo di Gaia, fino ad arrivare a Rigopiano e alle 62 ore di terrore e di buio. Infine c’è il ritorno da mia figlia e il nostro abbraccio.

Dopo quanto tempo l’hai abbracciata?

In questo caso, intendo l’abbraccio di quando sono tornato a casa, dopo tre mesi.

Se prima non potevi uscire dall’ospedale, vuol dire che non sei potuto andare al funerale di tua moglie Valentina?

No, ma l’ho organizzato io, per quello che potevo. Dal letto dell’ospedale ho detto: “Dev’essere bello, prendete la bara più bella, i palloncini”. La mia famiglia voleva rimanere con me, ma ho detto di no, dovevano andare là con e per lei, mentre io ero a letto. Me lo hai fatto ricordare adesso, ma all’inizio è stata una cosa che mi ha infastidito tanto: volevo esserci. Ma so che è stato bello, ed è quello che volevo io.

Questo libro riprenderà anche la vostra storia fino al 17 gennaio 2017, quando arrivate, solo la sera prima dell’incidente, all’hotel Rigopiano. Adesso mi sembra proprio logico chiedertelo: Ma perché avete deciso di andare proprio a Rigopiano?

Dovevamo andare ad Amsterdam, con degli amici. I prezzi erano esorbitanti, abbiamo pensato di andarci più in là, quando ci sarebbero state le belle giornate. Valentina aveva ormai preso il giorno di ferie. Ci hanno consigliato quell’albergo. Io avevo visto che stava sotto il Gran Sasso e ti dirò che non mi fidavo molto ad andarci: c’erano spesso scosse di terremoto in quel periodo. Pensa che le ho proposto di andare con una sua amica ma lei aveva insistito. Per farla felice ho prenotato e così siamo partiti.

Andiamo per ordine. Voi arrivate con difficoltà la sera del 17 gennaio. La strada era già inagibile a causa della neve. Tu hai chiesto subito che la macchina fosse pulita per l’indomani mattina: volevi essere il primo ad andare via. Arriva il 18 gennaio, e c’è un lato che credo non sia stato molto raccontato della tragedia: le due scosse di terremoto del mattino. La vostra paura è iniziata presto.  

Ti dirò di più, parte già dalla sera. Mentre mangiavamo, vedevamo dalla finestra una macchina, e ogni volta che ci volgevamo per vedere il panorama, la macchina era sempre più coperta dalla neve. Alla fine erano caduti sui 3 metri di neve. Eravamo chiusi, tappati. L’unica domanda che ci facevamo e chiedevamo continuamente al cameriere era: “Ma domani torneremo giù?” E giustamente lui ci rispondeva: “Non vi preoccupate anche io sono messo come voi.” Prima di andare a dormire Valentina mi ha detto “Sembra di stare nell’albergo di Shining”, e io ho risposto: “Qui ci manca solo il terremoto”. Me lo ricordo come se fosse adesso.

E poi il terremoto è arrivato veramente.

La mattina del 18 gennaio la mia macchina era pronta ma la strada non era percorribile. Intanto, siamo andati nella vasca idromassaggio. Come ho visto le scosse sulle vetrate, ci siamo alzati e siamo andati a prepararci. Volevamo andare via. Quando è arrivata la seconda scossa eravamo tutti nella hall. Impauriti, abbiamo iniziato a pulire le macchine, a metterle in fila in attesa dello spazzaneve. Valentina ha mandato un messaggio vocale ad una sua amica dicendo: “Io qua ho paura delle valanghe.”

Ci hanno detto che continuava a non venire nessuno. Mi ricordo che ogni volta che entravo dentro, Valentina prendeva il cappello e la sciarpa per metterli a scaldare e mi dava la sua giacca. Ad un certo punto, ci hanno detto che ci saremmo dovuti fermare. E poi tutt’insieme è venuta giù questa botta di vento. Io mi ricordo solo il vento e poi come una bomba che esplode. Il vento mi ha portato via. Valentina era sul divano insieme ad altri; io ero a fianco del divano ma staccato da loro. La valanga mi ha portato in un’altra stanza, ho fatto più di 10 metri di volo, mentre loro sono rimasti schiacciati. Da qui ho ricordi confusi: gli ultimi tre colpi di tosse di una persona che stava morendo, il rantolio finale; io sotto un materasso di cemento, con il braccio bloccato sotto una trave, una gamba “quaggiù” e la gamba sinistra “quassù”, sotto un altro trave. Riuscivo solo a muovere una mano e cercavo di bussare sul cemento.

Il buio totale, un piede congelato, una posizione assurda da sopportare per oltre 60 ore, e il corpo di una vittima, vicino a lui. Voci di alcuni sopravvissuti. E nel frattempo, ci sono anche i sogni e tanto freddo.

In quelle 62 ore ho sognato di tutto: Valentina, la pasticceria, un palcoscenico… ma di questo ne parlerò nel libro. E poi ancora Valentina. È sempre stata con me.

Giampaolo e Valentina

Fino a quando hai finalmente sentito i soccorritori.

Ho diretto anche io i lavori, per indirizzarli. Quando sono arrivati non sapevano da dove iniziare. Non vedevano la mia testa, solo una gamba. Mi chiedevano di toccarla. Io non ho toccato la mia, ma quella di un morto. Solo la seconda volta che me lo hanno chiesto ho toccato la mia. Ovviamente mi ricordo bene il momento della liberazione: loro lavoravano dall’alto, e mi chiedevano di fare ancora uno sforzo. Mi sono dovuto aggrappare. Mi ero tenuto ancora quella forza per uscire. Non so come ma sono riusciti a mettermi la flebo, e faceva freddo, faceva così freddo che una soccorritrice, Valeria, se l’è messa nel reggiseno per scaldarla.

“Salvate Valentina, ditele che non mi sono fatto niente.”

Vestiti che vengono tagliati, poi il gatto delle nevi, l’elicottero, l’ospedale di Pescara. Poi, ancora, la vista del giacchetto di suo fratello, l’incontro con suo papà e la domanda di chi non ha ancora capito quale tragedia abbia vissuto: “Ma che state a fa voi qua? La pasticceria? Come l’avete chiusa?”

E poi ci sono le cicatrici fisiche. Se fosse arrivato (vivo) due ore dopo, avrebbero dovuto tagliare il braccio. La gamba, che dicevano avrebbero ripreso, ma che in realtà è divenuta poi il vero problema. La vergogna di zoppicare all’inizio, di trascinare la gamba e non riuscire a fare una salita da solo. La vita che continua, il lavoro in pasticceria, la vita con Gaia e un grande insegnamento.

Ti prendi una giornata per riposare e la tua vita cambia per sempre. Ad oggi, quello che so è che la vita va vissuta, va amata in ogni momento, ogni giorno.

Oggi sei arrabbiato?

Ero arrabbiato, ma non li perdono. I 30 imputati non li perdono. Ho fatto le imboscate, volevo parlare con tutti i responsabili. Sono andato in prefettura, ho cercato di parlare con il presidente della regione del tempo, D’Alfonso, che però quando ha saputo della mia presenza ad un evento, in cui avrebbe dovuto prendere la parola, non si è presentato e anche di questa storia se n’è parlato poco. Prima ero molto arrabbiato, oggi sono triste, deluso, amareggiato: queste persone fanno i loro comodi, continuano a prendere uno stipendio. Mi ha dato fastidio. I primi anni ero arrabbiato veramente. Ero sempre presente per Gaia, ma ero sempre arrabbiato. Ho deciso di cambiare, mi sono fatto coraggio. Volevo scrivere un libro, uno solo, e lasciarlo a Gaia. È la mia unica arma.

Gaia e la dedica a sua mamma

Scrivere mi ha aiutato moltissimo. È stata una terapia. Mi ha fatto cambiare molto: sono felice.

Ho fatto un lavoro che non mi aspettavo: mi chiedevano di chiudere gli occhi e tornare indietro. Ho ripensato e rivissuto tutto. Per una volta, vorrei che la storia mi venga raccontata, attraverso le pagine del libro. È per Gaia. Il libro mi ha fatto bene, sono felice e non vedo l’ora che esca. Spero di fare molto rumore.

La grande storiella di Esa

Questa non è una semplice grande storiella. Ha una caratteristica tutta sua. È bifronte. È una storia con due facce, con due vite. Ci sono quindi due nomi e due date di nascita. Exaucè Roga Muana, 3 agosto 1998; Esa Abrate, 14 febbraio 2007. Il giorno di San Valentino. Il giorno dell’amore, ma quello scelto. Exaucè ha vissuto fino a sei anni e mezzo in Francia. Terzo di tre figli, da parte di mamma, che perde quando ha solo qualche mese di vita, ma suo unico figlio illegittimo: «Non era una cosa che doveva succedere, mettiamola così». Va prima a vivere da zii, poi da amici di famiglia. «Il compagno di mia mamma, invece, che teneva anche i fratelli, non mi voleva con loro. Forse per orgoglio, forse per cultura. Sono stato fino ai 6 anni a Parigi, poi ogni tanto in Belgio a salutare i miei fratelli. E inoltre ero un po’ maltrattato. A 6 anni mio padre mi riconosce e vengo in Italia. E anche lui, inizialmente, non riusciva a prendersi cura di me come voleva. Ero sempre a casa da solo e mi picchiava. Un po’ di casini: per esempio, non potevo mai uscire se non per andare a scuola. Non esisteva andare al parchetto con i genitori e andare con i bambini a giocare. Poi a 7 anni vado in Istituto a Cuneo. Nel frattempo gli orfanotrofi chiudono per legge, e allora vado in una casa famiglia per qualche mese, e ad  8 anni e mezzo vengo adottato ancora da un’altra famiglia. Sono nato due volte. Quando la mia famiglia Abrate mi ha scelto, sono diventato Esa.»

Com’è stato il periodo nell’orfanotrofio?

Quell’anno in istituto è stato tosto. Eri insieme ad altri bambini che erano appena arrivati e dopo un mese venivano già adottati, o tornavano addirittura dalle loro famiglie biologiche, e questo ti creava disagio.

Ti sentivi quello non scelto.

In “Nato due volte” dico proprio la frase: “Il giorno prima piangi e pensi non ti voglia nessuno” perché io mi sentivo così. Io ero già grande, era difficile trovare un’adozione. Per fortuna ci sono delle famiglie che hanno un gran coraggio, come i miei genitori. Tra me e loro ci sono 40 anni di differenza.

Ma c’è ancora molto della prima vita in te? Cosa c’è di Exaucè in Esa?

Sento di avere una doppia identità. La prima la sto riscoprendo: tutta la mia “africanità” la sto conoscendo solo adesso. Ed è una cosa importante culturalmente, soprattutto per un africano. C’è un momento in cui noi diciamo che Mamma Africa chiama sempre. C’è un momento in cui uno deve capire da dove arriva. Ho in progetto di andare in Congo, sia per una questione personale che artistica. Ogni tanto, quando artisticamente mi sento più bloccato, è perché sento che sto scrivendo con il 50% di me stesso.

Quando scopri la musica e la tua passione per la musica?

Questa è una cosa che credo di dire per la prima volta. Io pensavo che la musica fosse arrivata a caso nella mia vita. Mi ricordo che dicevo a mia mamma: “Mamma io ho la musica in testa”. Questa è sempre stata la mia versione fino ad oggi. Ho poi scoperto, conoscendo la mia famiglia biologica, e arrivando quindi a conoscere la mia parte africana, che in realtà mia mamma cantava sempre, cantava tanto e bene. Era la solista del coro della chiesa quando era ancora in Africa. Mio padre biologico, qualche mese fa, mi ha detto: “Tu non lo sai, ma tuo zio canta e suona la chitarra!” Io non lo sapevo:  le radici alla fine tornano sempre, nel nostro caso sono tornate grazie all’arte e di questo sono contento.

Qual è stato il primo singolo?

Il primo singolo che ho fatto uscire si chiama Eleven ed è anche stato il primo lavoro con il mio produttore Etta Matters ed è un altro Esa: cantavo in inglese e rappavo in francese. E parlava della mia storia.

Esa e Etta Matters, per leggere la grande storiella di Etta clicca qui: La grande storiella di Etta Matters

Gli ultimi singoli, invece, come DimmiCi sto male, si allontanano dal passato per parlare di nuovi sentimenti, nuove passioni e amori.

Io penso che nella vita nulla vada dimenticato. Se avessi il potere di tornare indietro e di scegliere delle cose, io rifarei tutto nello stesso modo. Tutto quel percorso mi ha permesso di essere la persona che sono oggi. Non parlo così tanto del mio passato, della mia storia, perché non credo ci sia bisogno di farlo. Nel momento in cui hai un trascorso sentito, vero, nella musica si sente.

“Mi hai insegnato il piacere di riuscire ad amare anche me”Dimmi, Esa Abrate

La frase è di libera interpretazione: può riguardare una relazione, per esempio, ma io, quando la canto, penso a mia mamma. È stata mia madre adottiva ad insegnarmi quanto sia bello potersi amare. 

“Continuiamo a farci male anche senza stringere” può avere molti riferimenti alla tua storia.

Esatto e secondo me, questa è una cosa importante. Ognuno può interpretare come vuole.

Cosa hai pensato quando sei entrato ad Amici?

Avevo ragione io.

Qual è stata l’esibizione più bella?

Per la gente e per i miei seguaci, Impossible, della seconda puntata. Per me, Papaoutai: è un pezzo che ha un grande significato per me. Ho vissuto la stessa storia di Stromae, in un altro modo, ma l’ho vissuta. È un pezzo incredibile, in francese, che è la mia lingua madre, tanto è che lo porto ad ogni concerto che faccio.

Con Amici di colpo hai una visibilità pazzesca. Nel caso specifico di questa edizione eravate perennemente sotto i riflettori, anche nella casetta. È stata una delle caratteristiche che ha fatto funzionare bene il format, e inoltre c’era la gara inediti. Ma poi è sempre complicato, quando tutto finisce, riuscire a ricostruire una vita nella “normalità”. Come hai vissuto il post?

Il post, inizialmente, è stato traumatico. Ero chiuso dentro la casetta da 4 mesi e mezzo quasi cinque, senza vedere nessuno. Quando sono uscito, ho subito percepito che qualcosa stava cambiando: per esempio, la gente mi fermava per strada. Quello non è stato traumatico perché fa piacere, è bello e fa parte del tuo lavoro, di quello che hai scelto di essere. La normalità, là, era sentire le telecamere che ti ronzavano intorno; andare a dormire e vedere la lucina dietro al vetro; non sapere se fossi ancora lì il giorno dopo; non sapere oltre alle lezioni cosa sarebbe successo.. Quella era diventata una normalità. Una volta uscito, c’erano momenti in cui la gente mi parlava ed io ero proprio in un altro pianeta.

Che cos’è stato Amici?

Una grande scuola e un grandissimo programma, per la parte che viviamo noi. Quando sono entrato lì dentro ho preso molto seriamente la scuola: dovevo studiare. Ho imparato tantissimo, avevo la possibilità di lavorare con i migliori vocal coach e con le migliori attrezzature. Sono entrato in un modo e ne sono uscito in un altro, come artista e cantante.

Qual è la novità di questo singolo? Cosa ti ha portato a scriverlo e quale vuoi che sia il messaggio che rimanga a chi lo ascolta?

Come mai è una canzone matura. Qui cerco di esprimermi con un nuovo modo di scrivere. Si rifà a Dimmi, è una sua evoluzione. Infatti, hanno molte cose in comune: la scelta degli strumenti, la scelta di come la canto. Soprattutto nel primo ritornello, ci sono delle cose che richiamano quello che avevo fatto in Dimmi, ma in una chiave più matura anche nella scrittura. In questo caso ho voluto proprio parlare di quella che secondo me è la vera concezione dell’amore. Gli scontri, le discussioni, per poi fare pace e decidere di restare. Questa è la parte importante, e bisogna parlarne. L’abbraccio dopo aver risolto è ancora più vero, l’amore diventa ancora più forte. Quell’abbraccio, quel momento lì, è il momento più bello dell’amore. Ho voluto parlare di questo.

È bello perché è reale. Nella società dell’estetica per eccellenza, è bello parlare dei momenti brutti, perché siamo umani, abbiamo pensieri diversi, siamo adulti, e la parte meno esteticamente interessante rimane invece quella vitale del rapporto.

Mi sento molto tranquillo nel fare uno spoiler. In Come mai c’è un momento del pre-ritornello in cui io dico: “Farti male, io lo so fare bene.” Noi sappiamo come ferire l’altra persona. C’è anche quest’ aspetto del rapporto d’amore, perché non parlarne? In questi giorni ci pensavo e mi sono reso conto che questo viene accennato anche in “Mi fai impazzire” di Sfera e Blanco.

Venerdì 14 gennaio un altro desiderio sarà exaustè, o meglio exaucé, che significa “esaudito”, da qui il suo nuovo nome e la sua nuova vita, quella di Esa e del suo nuovo pezzo: “Come mai”.

La grande storiella di Destinazione Cop

Destinazione Cop è un piccolo collettivo di quattro giovani con background diversi, ma con un grande denominatore comune: l’attivismo. A partire da un anno prima della Cop, Lorenzo Tecleme, voce di questa intervista, Sofia Pasotto, Luigi Ferrieri Caputi e Giovanni Mori, vedendo quanto il “clima” in generale, e i negoziati internazionali per il clima fossero tendenzialmente poco coperti dai media italiani, hanno pensato “Sai cosa c’è? Lo facciamo noi.” Questo gruppo di ragazzi è riuscito, io mi sto ancora chiedendo come, ad entrare, per il giornale Domani, all’interno della Cop, partecipando a quella che verrà sicuramente ricordata come una delle Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tra le più importanti nella storia. Questa è la grande storiella di Destinazione Cop.

«Abbiamo incominciato a collaborare con un quotidiano, Domani. Da allora abbiamo raccontato per dieci mesi tutte le notizie e le anticipazioni sulla Cop: dalla preCop di Milano fino a Glasgow per Cop26. Siamo andati e tornati in treno, per motivi climatici e per mandare un messaggio importante.» E sapete con chi erano in treno? Proprio con Giorgio Brizio, ritrovate la sua grande storiella qui: https://grandistorielle.com/2021/11/08/la-grande-storiella-di-giorgio-brizio/

«Ci siamo autofinanziati e arrivati là abbiamo cercato di fare comunicazione in tutti i modi possibili e inimmaginabili: dal podcast alle storie su Instagram, cercando di raccontare nel nostro meglio come sia andata e come non sia andata questa Cop26.» https://www.editorialedomani.it/podcast/buongiorno-glasgow-podcast-cop26-destinazione-cop-clima-yti0c2ud

Avete iniziato ad informare mesi prima della Cop. Come avevate capito che questa Conferenza avesse una speciale importanza? Forse perché quella dell’anno scorso era saltata a causa del Covid? O per la pubblicazione dell’IPCC di quest’estate? (Ipcc, gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, ha pubblicato quest’anno un report allarmante sull’emergenza climatica.)

Prima ancora. C’era una serie di coincidenze per cui Cop26, a prescindere dal fatto che capitava in un momento storico, si fosse già guadagnata una riga nei libri di Storia. Innanzitutto, sarebbe dovuta avvenire a 5 anni dagli Accordi di Parigi, in realtà sono sei a causa della pandemia: era quindi il primo check up degli accordi quinquennali, che andavano aggiornati. È un momento cruciale, dove ci si chiede: “Abbiamo rispettato i vecchi accordi? Quali sono quelli nuovi? Già questa era LA notizia. E poi c’è l’emergenza climatica. Questo è il decennio del clima. In questo decennio noi capiamo se stiamo sotto 1.5, o se andiamo oltre. Questa Cop è più politica che tecnica. A prescindere dall’esito era importantissima.

Partirei dal risultato per andare a ritroso. Avevo scritto un articolo, https://generazionemagazine.it/cop26-accordo-compromesso/ ,  in cui dicevo che forse più di “accordo” fosse giusto parlato di “compromesso”. Possiamo dire che ci sono stati dei passi avanti su molte cose, su altre si è stati molto più timidi e il fatto che solo adesso si sia arrivati a concludere quella che fosse l’agenda dei trattati di Parigi fa capire quanto siamo comunque indietro. Quindi, domanda delle domande, sei abbastanza soddisfatto oppure no? Qual è il punto più importante raggiunto e qual è invece la grande sconfitta?

Soddisfatto no. Siamo tornati tutti molto tristi, l’ultimo giorno, dopo aver seguito certo non con piacere quella seduta finale drammatica, con il pianto di Sharma e l’imboscata finale dell’India.

Britain’s President for COP26 Alok Sharma (L) reacts as he makes his concluding remarks during the COP26 UN Climate Change Conference in Glasgow. Picture: Paul Ellis / AF. – Sharma con la sua ormai celebre frase “I am deeply sorry” nel messaggio conclusivo di Cop 26,si rammarica per la modifica proposta dall’India e accettata all’ultimo sull’uscita del carbone.

Andiamo con ordine.

Le aspettative.

Partiamo da uno slogan delle piazze: Mind the gap, che fa il verso a quello che viene detto nella metropolitana in Inghilterra. Ricorda la distanza intesa fra il binario e il vagone; qui, invece, ricorda lo iato tra le ambizioni dei temi sul tavolo e ciò che chiede l’ultimo rapporto Ipcc. Anche se si fossero raggiunti i migliori risultati possibili alla Cop26, comunque era troppo poco. Lo dico per dare le proporzioni. Quindi anche una Cop andata benissimo, non sarebbe stata abbastanza. Quali erano le aspettative? Per quanto affermato durante la Precop, e dalle stesse parole di Sharma, erano 3 gli obiettivi.

1 CARBONE

Primo obiettivo era l’accordo per uscire dal carbone. Nessuno sperava una cosa troppo vincolante, ma quantomeno che si volesse uscire e che si indicasse una data, preferibilmente entro il 2050.

2 100MLD

Dodici anni fa erano stati promessi 100mld da parte dei paesi ricchi per finanziare la transizione nei paesi in via di sviluppo. Sarebbero dovuti arrivare l’anno scorso e non sono mai arrivati. Fino a qualche mese lo si diceva abbastanza a voce alta, lo dicevano i leader, lo diceva Kerry, che questo era l’anno dei 100 mld.

3 CHIUSURA DEGLI ACCORDI DI PARIGI

L’ articolo 6. Trasparenza: come riportare in tabelle uguali e in maniera univoca il conteggio delle emissioni e il mercato del carbonio, su cui si sta litigando dal 2015.

Abbiamo raggiunto solo il numero 3. Questo era l’obiettivo su cui c’era più ottimismo fin dall’inizio. Tutti volevano chiuderlo, il punto era solo trovare il come.

E per gli altri? Cosa si è raggiunto per il punto 1, il carbone,  e il punto 2, i 100 miliardi?

1) C’è stato un primo accordo collaterale per cui molti paesi escono entro il 2040 ma è debole: non c’è la Cina, non c’è l’India… e la formula finale è debolissima.

La formula della prima bozza diceva: uscire dal carbone. Senza date. Si è poi arrivati alla formula phase down invece che phase out: molto debole.

L’ultima modifica voluta dall’India, all’ultimo momento, (ecco spiegate le parole che avete visto prima sotto l’immagine di Sharma), ha previsto l’uso di phase DOWN, RIDURRE, al posto di phase OUT, che significa ELIMINARE il carbone.

2) I 100 mld non sono stati raggiunti. Dicono forse l’anno prossimo.

Il passo in avanti più importante?

Accelerazione dei tempi delle trattative. C’è un target mai visto entro il 2030, che è interessante: -45% delle emissioni a livello globale in nove anni. Ma non solo, l’anno prossimo a Cop27, ci vediamo con gli NDC, piano quinquennale per la riduzione delle emissioni, aggiornati. Ogni paese devo riaggiornare il suo NDC con il suo obiettivo, in rapporto al 2030. Già l’anno prossimo si deve decidere qualcosa. 

Com’era la giornata tipo di un corrispondente all’interno della Cop?

La Cop è una grande città: ci sono eventi più importanti ed eventi collaterali. Serve tempo per farsi un’idea di quello che sta succedendo. La parte più difficile è capire quello che sta avvenendo, per poterlo raccontare. Hanno emesso 40.000 pass: eravamo decine di migliaia di persone, spalmati in diversi ambienti, in diversi incontri. E poi ci sono gli imprevisti: la conferenza drammatica di Johnson; la conferenza congiunta America – Cina. E quindi ogni momento è una scommessa. Devi scommettere su quale sia l’evento che vale la pena seguire. Devi scommettere su quando ti conviene stare al tuo desk a lavorare e quando andare a seguire. È importante fare squadra.

I membri del collettivo Destinazione Cop

Parliamo dei tuoi orari, sono curiosa.

L’ultimo giorno abbiamo dormito là. Arrivavamo mattina presto a seconda di quando si pubblicava il podcast e quanto ritardava l’autobus, e ce ne andavamo quando era finito tutto.  

“Buongiorno Glasgow” il vostro podcast giornaliero, lo registravate di notte?

Idealmente volevamo registralo alle 18, montarlo alle 19. In realtà ci siamo riusciti due volte. Il più delle volte era registrato e montato di notte e qualche volta addirittura la mattina all’alba.

Il momento più emozionante da seguire da dentro?

Parto con uno da fuori: la marcia. Noi ci siamo concentrati molto sui negoziati perché era quello per cui siamo nati: raccontare i meccanismi dall’interno che avrebbero portato agli accordi finali. Abbiamo comunque scelto di raccontare molto bene le manifestazioni. La seconda marcia è stata impressionante, per la varietà di persone e la quantità, dato il periodo di pandemia. Non se l’aspettava nessuno, neanche gli organizzatori. Quello è stato emozionante.

Dentro, il penultimo giorno, la discussione non verteva intorno al carbone. È stata una sorpresa che all’ultimo ci si scontrasse su quello. L’ultimo giorno si litigava sul loss and damage: il meccanismo di risarcimento per cui i paesi ricchi e più responsabili delle emissioni pagano i danni ai paesi più poveri che subiscono di più i danni causati dal cambiamento climatico. A capitanare era il G77 e dall’altra c’erano USA ed Europa. Un momento veramente emozionante è stato quando il presidente del G77 ha fatto la conferenza stampa in mezzo al corridoio, urlando ai giornalisti presenti che Stati Uniti e Ue stavano facendo fallire Cop 26. È una frase fortissima da dire l’ultimo giorno ufficiale in un contesto così misurato. Abbiamo visto delegati africani uscire in lacrime dalle sale dei negoziati. Il giorno molto emotivo si è risolto con un nulla di fatto.

«Ci aspettavamo buone notizie sul Loss and Damage ne sono arrivate di cattive sul carbone.»

Ha avuto abbastanza risonanza questa manifestazione esterna, quella del 6 novembre, enorme rispetto all’aspettative, anche all’interno della Cop?

Fino ad un certo punto. Era ancora un momento di ottimismo nei negoziati, era la fine della prima settimana. Era appena arrivata una serie di annunci che faceva ben sperare: patto sul carbone, sulla deforestazione e altri…I delegati erano di buonumore e, anzi, a qualcuno dava anche un po’ fastidio, non la protesta in sé, ma il tono molto critico della protesta. Fuori c’era incredibile sfiducia nella Cop.

Greta Thunberg con il celebre blah blah blah aveva già ridicolizzato la Cop prima che avesse luogo, portando una maggiore attenzione sulla conferenza grazie al messaggio che aveva lanciato da Milano. Il sottotesto era dettato da una sfiducia iniziale, e anche noi lettori ( ed elettori ) eravamo più critici sotto alcuni aspetti.

C’è molta strategia in questo. Tu alzi le aspettative. C’era moltissima disillusione fuori. Si diceva: “Noi non ci aspettiamo niente da questa Cop. Poi se esce qualcosa di buono bene”. Questo ha però comportato che non ci sia stata “la botta emotiva” finale, perché dal momento in cui non c’erano aspettative non c’è stato, di conseguenza, neanche quel momento di delusione.

L’Italia ha fatto una bella o una brutta figura alla Cop 26?

L’Italia ha fatto una cosa che sa fare molto bene: non si è fatta notare. Ha avuto il suo momento di gloria nella giornata meno importante fra tutte: quando Cingolani ha annunciato lo youth4climateforever, nel giorno del corteo, vale a dire il giorno in cui i giornalisti non c’erano. Non abbiamo brillato nel mettere fondi, ci sono stati degli aumenti ma è ancora tutto sulla carta. Ma siamo stati tirati per la giacchetta in diversi accordi.

Va detta una cosa a nostra discolpa se vuoi: l’Europa non si è fatta notare. Non si è fatta notare come Unione Europea ma anche come singoli stati.

Il ricordo che ti porterai sempre dietro di questa Cop?

Una serie di incontri che ho fatto. Tra le persone che ho conosciuto, c’era una ragazza cilena sui 19 anni, attivista. Era là come delegata, o meglio come osservatore. Interessante rivedersi con una della tua età, chiacchierando vengono fuori racconti incredibili, come quando mi ha detto: «A casa nostra non arriva l’acqua.» Ed io: «Come non arriva l’acqua?» «Non arriva perché c’è l’Enel, che è la più grande azienda energetica in Cile, che ha fatto la diga.»

Quello che manca è quello che vuoi raccontare tu della vita – ndr. ( io lo definisco giornalismo sociale) – : finisci a passare così tanto tempo a parlare di geopolitica, dei grandi, di strategie e compromessi, che poi hai poco tempo per raccontare la materialità, l’umanità. Aver qualcuno che ti racconta questo aneddoto ti riporta alla realtà ed è il più bel ricordo.

Grandi storielle di giovani in politica

La grande storiella di Giovanni Crisanti

 Ha molto senso iniziare a parlare di politica partendo da una città e da un suo cittadino. Centro e insieme oggetto della politica è la πόλις, la vita nella città e della città: la vita del cittadino. E oggi parliamo con un cittadino che si è fatto carico di questa piccola parolina greca, quando ha deciso di tesserarsi per la prima volta nel suo partito, nel 2017; quando ha scritto il suo primo libro, Battiti; quando si è candidato all’Assemblea Capitolina nelle elezioni amministrative di Roma. Parliamo oggi della Grande Storiella di Giovanni Crisanti.

Si parte dal suo primo libro, Battiti, l’armonia del cambiamento, un libro che raccoglie delle domande che Giovanni si è posto sulla (debole) relazione tra i giovani e la politica. Il messaggio che vuole lanciare riprende in un qualche modo l’incipit di quest’intervista: tutti noi, ogni giorno, in quanto cittadini, facciamo politica.

L’idea di fondo è che tutti facciamo politica nel nostro quotidiano. Ma poi c’è chi vuole fare della politica, la propria missione di vita. Quando c’è stato questo passaggio dalla politica indiretta e quotidiana alla politica come unico obiettivo, per te?

Direi che sia avvenuto in una lunga transizione iniziata al quinto liceo, con la rappresentanza d’Istituto, e il primo anno di università. Mi ero già avvicinato alla politica: in occasione del referendum costituzionale, mi è stato chiesto di seguire una parte social del mio partito, il PD, per i giovani. Ho viaggiato in giro per le città, con l’allora segretario Renzi. Ho iniziato a far politica anche perché c’era lui come Segretario e poi Presidente del Consiglio. Dinamico, con una visione molto chiara e riformista, progressista.

E ora?

È stata sicuramente una figura cruciale, determinante ed importante per me ma anche per il Paese: il suo governo ha fatto dei passi avanti, dal mio punto di vista, su diritti civili, posti di lavoro, sulla scuola, sulla cultura. Adesso ha preso una strada che non condivido.

Hai deciso di candidarti con il PD, che ha vinto al ballottaggio. Come hai raccontato anche tu, hai raggiunto più di 1200 preferenze. Purtroppo, non è bastato. Nel frattempo, l’idea è quella di studiare e mettere in pausa la politica?

Ho sempre studiato e fatto politica. Penso che lo studio sia fondamentale per comprendere la realtà e fare delle previsioni. Se non si legge quello che succede non lo si può, di conseguenza, neanche governare. Non ho paura a dire che anche i politici debbano investirci tempo e coraggio nel portare avanti più cose insieme, soprattutto quando si è giovani.

Una chiave per comprendere questa realtà prevede la teoria ma anche la pratica, lo slancio propositivo: decidere di capirla ma al tempo stesso migliorarla, cambiarla. Immagino che questa sia la base da cui è nata l’asSociata. Ce ne vuoi parlare?

L’asSociata nasce nell’ottobre del 2018, con il suo primo evento, ovviamente organizzato con mesi di anticipo. È stato un duro lavoro all’inizio: trovare una sala, trovare uno sponsor, chiamare ogni singola associazione romana. È stato un lavoro gigantesco che ho fatto con amici di università. L’asSociata nasce dal fatto che noi, come generazione nuova, non sentiamo spesso un richiamo e una rappresentanza nei partiti. Allo stesso tempo, non vogliamo creare un partito alternativo ma uno spazio in cui dialogare e cercare di costruire delle proposte, anche dialogando con chi la pensa in maniera diversa da noi. In questo modo, creiamo una leadership di pensiero e di azione che poi ognuno rappresenterà nel proprio ambito politico ideale. L’obiettivo è quello di mettere a rete i ragazzi, con le associazioni e con le istituzioni.

Il dialogo sarà con tutti i partiti?

È nato come un dialogo aperto, nel frattempo siamo cresciuti, io allora avevo 19 anni, ora ne ho quasi 23. Abbiamo deciso di dichiarare che siamo un gruppo riformista e progressista, schierato quindi non con partiti, ma in un campo che va dal centro e guarda a sinistra. Si dialoga anche con gli altri, ai nostri eventi sono venuti tutti, tranne gli estremisti, né da una e né dall’altra parte.

Città e cittadino: l’essenza della politica come abbiamo visto fino adesso. Avete già fatto delle proposte per la vostra città, Roma?

Abbiamo già portato diverse proposte. Un piccolo esempio? L’illuminazione di un campo da basket qui in zona Flaminio, frequentato da molti giovani. Crediamo che lo sport sia occasione di socialità e di salute fisica e mentale. E ora stiamo chiedendo di rinnovarlo, credo ci riusciremo. 

Abbiamo una nostra visione della città. Per esempio, della sua mobilità, che condivideremo con il sindaco; una visione sulle case popolari e l’edilizia residenziale pubblica che noi abbiamo chiamato circolare: cercare di proporre un modello virtuoso e sostenibile a partire dall’edilizia pubblica residenziale con pannelli solari, aree verdi, collegamenti diretti con la città. C’è un progetto sotto questo aspetto e credo che con l’assessore attuale riusciremo a dialogare benissimo. E riscriveremo nuovi obiettivi futuri.

Qual era, tra le tue varie proposte in campagna elettorale, quella più importante per te?

Il punto principale era lo sport. Le aree sportive all’aperto e poi al chiuso quando necessario. Dopo l’esperienza Covid, ci siamo resi conto essere necessarie per creare socialità e quindi anche sicurezza di rimbalzo, e una salute sia fisica ma non solo per i giovani, anche per gli anziani, sia mentale. Abbiamo proposto una serie di riqualificazioni di aree sportive che già ci sono e la costruzione di nuove.

Ho proposto la creazione di due spazi di incontro sociale: uno per giovani che vogliono avviare attività di impresa, start-up, che possano dialogare anche con le università, con i creditori e gli investitori; il secondo, con giovani artisti che vogliono fare musica, teatro, dipingere ed esibire le opere, un luogo dove poter fare spettacoli e creare una rete che faccia sistema. Questi non sono progetti che muoiono con il mio fallimento con la candidatura, ma con cui lavoreremo con l’associazione e seguirò anche in prima persona nel partito.

Certo, anche perché la fiducia che hai raccolto era dovuta a queste proposte che sono piaciute. Durante la tua campagna hai avuto modo di osservare questa scollatura ormai evidente tra la popolazione e la politica? Hai fatto molta campagna per strada, che è una cosa che non va quasi più di moda. Com’erano le reazioni?

La campagna per strada non va di moda perché non porta voti. Li porta se devi fare una campagna nazionale, d’opinione, ma se devi prendere il voto di preferenza, è difficile. Mi ha permesso di rendermi conto di quello che succede in città e in territori diversi, mentre chi sta solo sui social, e io ci stavo tanto, non se ne rende conto. C’è una scollatura evidente: io avevo capito benissimo che l’affluenza sarebbe stata così bassa, addirittura sotto il 50%: uno su due che beccavo mi diceva che non avrebbe votato.

Da cosa è portata?

A Roma abbiamo avuto Alemanno, poi la parentesi di Marino, che non ha ingranato per questioni note, e, infine, Raggi: tre amministrazioni che non vengono ricordate come virtuose. La città sta messa male. E i cittadini si sono stancati di votare senza trovare nulla in cambio.

Il problema più grave che speri che Gualtieri riesca ad affrontare, non dico risolvere, ma almeno ridurre?

I due problemi fondamentali rimangono i rifiuti e i trasporti. Una città sporca e indecorosa, una città dove i trasporti non funzionano, comporta un peggioramento della vivibilità: i tuoi se ne vanno e da fuori non arriva nessuno.

Puoi spiegare il vero grande problema dei rifiuti?

Roma non ha gli impianti per smaltire i rifiuti. Nessun sindaco si è mai preso la responsabilità di costruirne perché sono impopolari. Ogni tot tempo dobbiamo rinnovare degli accordi per pagare per vendere i nostri rifiuti, per appaltarli, a regioni o città o stati stranieri. Questo comporta che vi siano dei periodi, in cui non sappiamo dove farli sostare. E abbiamo un problema simile con Atac: i mezzi non funzionano perché sono vecchi, non ci sono le infrastrutture. Di conseguenza, in un contesto così scomodo, i lavoratori sono meno incentivati a lavorare in un certo modo, così come i colleghi in Ama: faccio il netturbino, raccolgo i rifiuti e poi non so dove metterli… Richiediamo di fare la differenziata e poi non so dove mettere la carta. Perché lo dovrei fare bene?

I giovani che sono entrati nel consiglio comunale riusciranno a cambiare qualcosa?

Credo che abbiano la voglia e la capacità di mettercela tutta per portare un incentivo. È importante che continuino ad ascoltare le voci esterne: Roma la risolvi anche copiando quello che fanno fuori.  Per farlo bisogna ascoltare e studiare.

Domanda classica per ogni giovane italiano. Perché decidi di rimanere in Italia? Di rimanere a Roma?

Principalmente perché mi piace. Non sono uno di quelli che dice che si debba rimanere in Italia per forza, per fare del bene al tuo Paese. Io sono nato nel mondo e nel mondo posso vivere dove mi pare e ho il diritto di farlo. Siccome siamo particolarmente fortunati perché viviamo in un paese oggettivamente bello, allora sarebbe carino che fosse anche ben amministrato e ben gestito, frequentato da persone che ci si impegnano.

Ma alla fine, la vera risposta rimane tutta in quella piccola parolina che lo accompagna da sempre: πόλις.

La grande storiella di Carlotta di Casoli

Candidata per le elezioni amministrative di Vasto, attivista per Nonunadimeno, Carlotta ha le idee chiare e non ama scendere a compromessi. Per questo motivo la sua grande storiella è posta fra quella precedente che tratta di politica, https://grandistorielle.com/2021/12/04/la-grande-storiella-di-giovanni-crisanti/; e la prossima, che racconterà di attivismo e della Cop26. Ma ora diamo spazio a lei, alla grande storiella di una giovane donna che si affaccia al mondo della politica e domina quello dell’attivismo per se stessa, per me, per voi, e per tutte quelle che ancora non credono nella causa. Lei combatte anche per voi.

«Nonunadimeno ha sicuramente rappresentato una tappa fondamentale nel mio percorso transfemminista. Ho iniziato con la partecipazione alle manifestazioni di rilevanza nazionale, l’8 marzo e il 25 novembre, e ora che sono qui, a Roma, dove mi ci dedicherò con un impegno più continuativo, con assemblee settimanali cittadine, per inserirmi nel collettivo nazionale.»

Quand’è che si passa dal credere un po’ in una causa, come quella contro la violenza sulle donne e di genere, ad essere attivisti? Molti, per fortuna, sono sensibili all’argomento, però, solo per alcune, avviene il passaggio importante dall’essere sensibile al fare attivismo.

Direi che dipende dal tuo senso di giustizia e di empatia. Direi che dipende da quante volte hai abbassato la testa. C’è un punto di rottura: un punto in cui dici basta.

Quando è successo per te?

Ho vissuto due separazioni. La seconda è stata quella più incisiva anche dal punto di vista del mio attivismo: una presa di coscienza di me stessa e del mondo in cui ero immersa. Il passaggio all’attivismo non è immediato. Deve lievitare qualcosa, e lo senti piano piano crescere e, spesso, o comunque nel caso del transfemminismo, si accompagna quasi sempre a molta rabbia. Perché non credo ci siano donne che non abbiano subito violenza nella loro vita. C’è solo una diversa capacità di prenderne coscienza, non è facile. Noi viviamo in una società patriarcale: è questa la grande premessa. Spesso le donne ne sono complici perché nascono in famiglie che, nella maggior parte dei casi, insegnano loro ad essere comparse, contorno della vita di un uomo, discrete, a sorridere, essere belle, curarsi: anche questa è violenza. L’obiettivo intrinseco è il compiacimento dell’uomo accompagnato dal silenziamento dell’opinione sociale. Penso alle piccole realtà, come può essere quella di Vasto: “Non fare questo altrimenti chissà cosa dice la gente”. Non fare per non far dire.

“Devi essere quello che vuoi essere. Siamo tutte parte di una società, di un mosaico. Siamo tessere, ognuna è lì per dare il suo contributo e unite possiamo creare i capolavori che siamo abituate a vedere nei musei.”

Nell’immaginario collettivo sembriamo tutti essere contro la violenza sulle donne. Sembra quasi retorica ma i fatti la contraddicono. Se guardiamo i dati fino ad oggi, nel 2021 è morta una donna ogni tre giorni. Per ora vengono considerati femminicidi, e quindi violenza di genere, circa 96 uccisioni di queste. Ma io credo che vi sia sempre, in maniera intrinseca, una violenza di genere: sapere di essere più forte dell’altro sesso e quindi poter usare questa premessa come base per sferrare una violenza, non necessariamente legata unicamente al suo genere. Eppure quando se ne parla in giro sembra che la pensiamo tutti nello stesso modo.

Il femminismo è un po’ una moda. Le persone che si dicono favorevoli alla lotta della violenza maschile sulle donne non hanno ben chiaro quello che stanno dicendo, neanche la portata della questione. L’attivismo deve farsi carico dell’informazione e di fare informazione in un certo modo, soprattutto in quest’Italia in cui la stampa generalista non riesce a fare il suo lavoro come dovrebbe.

Non riesce a raccontare un femminicidio con le parole giuste. 

Interrogarci sulle competenze delle persone che ci informano e ci governano non è un discorso populista. Bisogna iniziare a parlare delle cose in maniera corretta.

E seria.

Bisogna saper comunicare, colmare alcune lacune evidenti e mi auguro che questo non avvenga interpellando uomini, etero e cis ma parlando direttamente con le donne, ben venga se di minoranze etniche. È un problema intersezionale. Bene alla lotta al maschilismo, al sessismo, al patriarcato insieme alle altre lotte che vanno ad intrecciarsi con questa. Noi donne bianche, etero cis, non godiamo di un privilegio; ma in quanto bianche, eterosessuali e cis sì, abbiamo dei privilegi rispetto ad altre donne. E allora io donna con privilegi devo chiedermi: la persona diversa da me come vive la sua vita? Sta bene? Sto lottando anche per te.

È intersezionale, come dici tu e tocca tutte le classi sociali, ovviamente in maniera diversa.  Ma è anche vero che la lotta sociale nasce sempre dal basso, che vive in maniera vivida e lampante ogni tipo di discriminazione, tra cui quelle di genere.

C’è un punto di svolta per tutte.

Sei entrata anche tu, nel mondo della politica, come candidata a Vasto. Hai mai ricevuto giudizi e problemi di sessismo nel momento della tua candidatura e durante la campagna elettorale?

Sì. Ma credo che l’unica che fosse in grado di rendersene conto fossi io. Sei un’alternativa, non sei la protagonista. Se il piano B. Le donne raramente hanno la possibilità, nelle piccole realtà, di emergere per il fatto di essere delle donne meritevoli. Non voglio essere fraintesa, ma la sensazione che ho avuto è di essere in qualche modo d’accompagnamento, non da parte di persone della mia lista, “Filo Comune”, ma nel sistema. È stata una bella esperienza davvero. Ma devo dire che anche il mio atteggiamento è stato in qualche modo passivo. Mi sono resa conto che sentirmi dire certe cose abbia giocato in maniera sfavorevole sulla mia capacità di impormi, sulla mia autorevolezza, ed è una cosa che mi ha spiazzata. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che io, proprio io che mi faccio promotrice di queste battaglie, mi potessi trovare in quella condizione. Allora, se io che faccio del transfemminismo la mia missione mi trovo ad essere soggiogata da questo scherzo patriarcale, pensa a tutte quelle donne che non ne sono consapevoli.

Qual è quella cosa che manca ed è fondamentale in questo momento per l’eliminazione contro la violenza contro le donne? L’ Inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di genere, per la prima volta dà dei dati scientifici: una base sicura su cui partire per analizzare il fenomeno. E i dati sono assurdi: per il biennio preso in analisi, 2017-2018, aveva denunciato solo il 15%; più del 60% non aveva esternato a nessuno il fatto di aver subito violenza. Come se fosse una colpa. Ci sono stati dei miglioramenti, come l’eliminazione del rito abbreviato e l’introduzione del Codice Rosso. Ma qual è il tassello che manca, di questo famoso mosaico?

Alla manifestazione ho letto una cosa che è stata poi graffitata credo in piazza Vittorio, Smash the patriarchy is selfcare. Noi donne dovremmo pensare di più a noi stesse, al nostro benessere. Dobbiamo saper prendere coscienza di quello che siamo come individui, dei nostri bisogni, senza sentirci colpevoli di quei bisogni.

Il sesso non è visto come bisogno fisiologico. È sempre qualcosa che per la donna è opinabile. Freud avrebbe da ridire, ma secondo me la liberazione sessuale della donna è importante perché è il contatto più intimo che la donna ha con se stessa. Quando intavoliamo provocazioni al mondo conservatore, bigotto, ci stiamo riappropriando di noi stesse, una parte di noi che ci hanno sempre privato.

Documento redatto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

Possiamo dire allora che il tassello che manca, oltre ad una corretta educazione per gli uomini, sia una corretta ri-educazione per le donne?

Assolutamente sì. Le parole chiave sono: famiglia ed educazione sessuale a scuola.

Torniamo alla tua candidatura. Qual era la proposta a cui tenevi di più? È una domanda che ho fatto anche a Giovanni Crisanti.

La creazione di centri di aggregazione pubblici, alcune zone rosa ad uso e consumo unico delle donne.

In Italia penso sia il bar il luogo di aggregazione pubblica per eccellenza.

Esatto! L’individualismo, che è il male del secolo, ha portato ad un isolamento tale per cui le persone non si conoscono. Non conoscendosi, non c’è dialogo e non si crea una collettività. La mancanza di coesione a livello cittadino è dipesa da una mancanza di incontro e cooperazione. La creazione di centri di aggregazione laici sono essenziali in questo momento storico, per recuperare socialità.

Quindi la creazione di spazi comuni, pubblici, sociali e laici.

Ti faccio un esempio. Io donna musulmana migrante devo avere la possibilità di poter interagire con la società che mi sta attorno. Non voglio andare in parrocchia perché non mi rappresenta, ma ho bisogno di un luogo pubblico, che mi metta in comunicazione con gli altri, che non sia il mio luogo di lavoro. Bisogna ricreare le basi per una nuova concezione di vita sociale, perché questo porterebbe benefici, in tutti gli ambiti della vita pubblica.

Sarebbe uno di quei risultati intersezionali.

Non c’è vicinanza con la politica. Bisogna ripartire dalla socialità, per una nuova partecipazione ed  un nuovo interesse tutti i giorni. La politica non è altro che un attivismo quotidiano: i miei problemi diventano problemi di tutti.

E questo è un altro punto in comune con Giovanni Crisanti: la percezione del distacco tra elettori ed eletti, l’idea che tutti i giorni facciamo politica. Cosa spinge un giovane, magari attivista, a rimanere in Italia?

L’amore per questo Paese. Non mi vedrai da nessun’altra parte. È la mia casa e bisogna assumersi le proprie responsabilità da cittadini. Facciamolo insieme.

PS: per approfondire i dati dell’inchiesta sopracitata, avevo scritto un articolo per la testata Generazione Magazine, lo lascio qui. https://generazionemagazine.it/di-genere-in-italia-si-muore/

La grande storiella di Giorgio Brizio

 Ho incontrato Giorgio dopo aver letto il suo libro. Per fortuna. Dico per fortuna perché non sarei stata abbastanza preparata prima. Lo dico con sincerità. “Non siamo tutti sulla stessa barca” è un libricino che non ti apre ma ti spalanca gli occhi. Perché ti dice cose che non sapevi? Anche. Direi perché ha la capacità di mostrarti gli innumerevoli problemi del nostro tempo con parole disarmanti. Schiette. Senza retorica e senza pietosismi. È un libro di dati, di fatti e di esperienze. È un libro che nasce dal passato recente per accelerare verso un futuro incerto ma non per questo necessariamente peggiore. È un libro che lancia delle sfide e tu, caro lettore o cara lettrice, riga dopo l’altra, ti ritroverai pian piano pronto e pronta ad accettarle e affrontarle, anche tutte.

Il punto centrale, il punto dal quale Giorgio vuole sempre partire quando si presenta, sono le sue origini. «Sono mezzo siciliano, dico questo perché mi sta particolarmente a cuore quello che succede nel Mediterraneo centrale, la frontiera più letale del pianeta, cioè il posto dove migrando muoiono più persone e credo che questo ci debba scuotere». Si parla di posti lontani, si racconta giustamente in maniera dettagliata quello che è successo in Afghanistan «ma poi il posto della terra dove migra la maggior parte delle persone è proprio davanti ai nostri occhi, sotto casa nostra». Giorgio non sopporta l’informazione sbiadita, quella approfittatrice, e cerca, toccando due temi molto complessi e vasti, come quello della migrazione e della crisi climatica, di non cadere nella retorica dei “tuttologi”. «Tutti sono diventati di colpo esperti di Afghanistan, tutti “tuttologi”. Io dico invece di dare spazio a quelle realtà che conoscono veramente la situazione, che in Afghanistan ci sono da tempo. Diamo voce ad una realtà come Emergency, cerchiamo testimonianze reali.»

Partiamo dall’informazione. Mi interessa analizzare come siano stati raccontati fino ad ora le migrazioni, da quelle economiche e quelle climatiche, e la crisi climatica. Francesca Mannocchi giustamente affermava che noi non abbiamo neanche raccontato l’Afghanistan, non abbiamo neanche raccontato Kabul, abbiamo raccontato 500 mt di aeroporto: quello è stato il nostro racconto. Anche se abbiamo raccontato così male e così poco, perché è stato più un ricorso all’emotività rispetto ai dati, ai fatti, l’attenzione su questo paese è rimasta alta. Questo dimostra la necessità di tenere la luce accesa su questi argomenti, come hai deciso di fare con la crisi climatica e le migrazioni.

«Il focus che ho voluto dare per le due tematiche è il Mediterraneo, che è vicino e che dobbiamo tenere sotto controllo anche per gli accordi che abbiamo firmato. Per quanto riguarda l’informazione, credo ci siano delle tendenze collettive. Sicuramente i media italiani, rispetto a quelli francese e tedeschi, sono molto indietro per quanto riguarda il racconto della crisi climatica. Anche in queste settimane, che abbiamo visto bombe d’acqua su Catania, si continua a parlare di maltempo. È difficile attribuire ad un singolo evento la causa della crisi climatica, ma bisogna guardare alla tendenza: non è importante l’acqua altissima a Venezia, ma il fatto che negli ultimi anni sia capitato più volte.

Sappiamo raccontare e abbiamo saputo raccontare meglio la migrazione. Per fortuna abbiamo eccellenti giornalisti da Mannocchia a Scavo, da Caponnetto a Scandura. Il mare è un posto molto poco vivibile, rischia sempre di diventare un deserto mediatico: un deserto blu, ma anche un cimitero senza tombe e senza nomi.

Quello che mi ha colpito quando sono salito su una di quelle barche che salvano vite è che quello non fosse il loro primo compito. Avrebbero solo dovuto testimoniare, esserci dove non c’era più nessuno. Essere lì a raccontare quello che accadeva. Quindi i primi anni, quando c’era ancora un po’di recezione da parte delle autorità e le autorità avevano ancora un po’ di pudore a rispettare gli accordi, la presenza di una ONG metteva molta pressione al paese in questione. Il primo ruolo è sempre stato quello di testimoniare di esserci e poi, solo perché non c’era più nessuno a farlo, hanno cominciato a soccorrere.»

Non siamo tutti sulla stessa barca

Allora partiamo parlando del Mediterraneo e poi arriviamo alla crisi climatica. Nel libro affermi che il Mediterraneo è passato da punto di incontro, fra diverse civiltà e diversi continenti, a diventare la più grande fossa comune. Vorrei che ci raccontassi sia la tua esperienza un po’ indiretta, visto che hai avuto la possibilità di salire su una di queste barche che salvano vite, e spiegare per quale motivo questo libro non soltanto debba essere letto per sapere qualcosa in più, ma possa anche salvare della vite.

«Grazie intanto. Quando si parla di Mediterraneo, non solo non sappiamo dare dei nomi, ma non sappiamo neanche dare dei numeri. Questo non ci deve lasciare pietrificati, al contrario. Credo che finché ci sarà anche un piccolo margine per salvare delle persone, dovremo continuare a lottare, combattere e battere i pugni.  Anche a livello europeo. Nell’agosto del 2019, ero a Marina di Modica, uno dei punti più sud della Sicilia. Continuavo a sentire le notizie della Open Arms bloccata da cica 16-17 giorni al largo delle coste italiane senza la possibilità di sbarcare. Questa cosa mi colpiva incredibilmente, in un modo che ora non so descrivere. Io potevo farei i miei compiti, io potevo entrare in casa con l’aria condizionata, io potevo mangiare brioches alla ricotta di qualsiasi tipo, mentre delle persone, che avevano vissuto tutto quello che ormai sappiamo, perché sappiamo cosa sia la Libia, ormai non abbiamo scuse, sappiamo che ci sono dei veri e propri campi di concentramento e spesso finanziati da istituzioni europee occidentali, erano a pochi kilometri da me.  L’Italia è molto lenta a recepire la storia, io credo che prima o poi qualcuno ci chiederà conto di questi anni, di quello che è successo, di come sia stato possibile che il Mediterraneo sia diventato il confine più letale del mondo, senza che nessuno facesse niente. È come se continuasse a morirci gente davanti alla porta di casa.

Allora ho preso il telefono, ho registrato un video, in cui dicevo che questa fosse una pazzia, che noi da terra eravamo vicini a questi soccorritori ed esso, come le cose più naturali e meno programmate che ho fatto, è rimbalzato in rete, è divenuto virale.»

Io lo avevo visto e non ci conoscevamo ancora.

«Volevo che il libro fosse più di un oggetto. Ho deciso di donare a Mediterranea e Resqpeople. Io credo che le vite in mare debbano essere salvate e credo che le uniche realtà che purtroppo ancora lo fanno siano loro. Penso che possiamo avere idee diverse sui flussi migratori, sulla politica, non credo che possiamo avere una visione diversa sulla questione che le vite in mare debbano essere salvate. Non sono disposto a mediare su questo. Chi dice che le persone devono morire in mare dice stronzate. Su questo dobbiamo trovare un comune denominatore anche con le forze politiche che troviamo più avverse, costruire un dialogo serio, e andare verso alcune soluzioni, nel libro ne parlo.»

Perfettamente d’accordo. Questo è un libro dove si parla di problemi, ma si parla anche di soluzioni. Se il primo capitolo fa una sfilza di dati molto difficili da digerire sulla crisi climatica, oltre al dato, che sarebbe la parte di sapienza, c’è una parte di saggezza che invece è data dall’azione, dalla soluzione. E la cosa che mi piace di questo libro è che la soluzione viene raccontata con semplicità. La cosa che mi piace è far passare il messaggio che poi fare veramente qualcosa sia facile.  Siamo sommersi molte volte da dati così negativi, schiacciati da una situazione che non pensiamo di meritarci, perché non è dipesa da noi. Come affronti questa “ecoansia” che si è scoperto essere molto presente fra i giovani e poi ci puoi spiegare come sia anche semplice, oltre che giusto, fare attivismo.

Non ho mai vissuto in maniera serena l’ecoansia. Le prime persone che hanno formato Fridays For Future conoscevano già molto bene questa crisi e si sentivano sole. Non riuscivano a capire come fare. Quando quell’idea di aggregazione, di scendere in piazza è cominciata a manifestarsi, si è arrivati al punto che tante persone che si sentivano sole hanno capito che ci fossero tante persone che come loro erano sole in questa battaglia. Tante persone hanno cominciato a seguire quello che faceva Greta, che si è ispirata a Jamie Margolin, che vive a Seattle, la quale nel suo libro dice di essersi ispirata ad un’altra persona: è una catena. Difficile dire dove sia iniziato più facile dire dove siamo finiti. Loro già sapevano di questa emergenza, io no. Non avevo capito la portata di questo problema, che poi non è un problema, è IL problema. Quando parliamo di emergenza climatica, parliamo di emergenza sociale, economica, politica, umanitaria, ambientale, in parte anche sanitaria. Ho capito con Fridays quanto questa emergenza vada a toccare la vita delle persone. È un’emergenza intersezionale.

Cosa è cambiato?

Dato effettivo: niente. Se andiamo avanti così, cioè come oggi, continuiamo ad emettere. Non stiamo diminuendo, stiamo aumentando. La direzione opposta.

C’è stata, però, una rivoluzione narrativa. Anni fa non avremmo avuto queste consapevolezze. “Abbiamo portato l’elefante nella stanza”, siamo riusciti a cambiare il focus. Il clima è stato il tema centrale del G20. Alla Cop26 c’è chiunque: leader, re e regine, influencer, attori. C’è una nuova sensibilità che va incanalata. Tante cose sono cambiate ma la strada è ancora lunga.

Siamo soddisfatti del G20 e cosa aspettarci da Glasgow?

Non siamo soddisfatti dal G20. Tutti insieme a dire che dobbiamo stare sotto 1.5 gradi di aumento della temperatura che ormai è praticamente infattibile perché siamo a 1.2-1.3… Non solo questi accordi non sono vincolanti, ma inoltre non ci sono scadenze di nessun tipo quindi ENTRO o ATTORNO a metà secolo, danno idea di quanto sia vago l’accordo di questi 20 paesi che, da soli, sono responsabili dell’85% delle emissioni globali. Cosa aspettarsi dalla Cop? Siamo arrivati alla 26esima perché le 25 precedenti sono fallite. Pensateci: come se dovessimo andare in vacanza con gli amici e ci becchiamo 25 volte senza accordarci. Stanno uscendo cose interessanti, ci sono mobilitazioni e le Cop sono delle possibilità per far aggregare le persone. Se il cambiamento non avverrà nelle stanze del potere, potrà avvenire fuori.

Volevo concludere con l’ultimo capitolo di questo libro. “Una barca che ci salvi tutti” ci dà un po’ di speranza e hai scoperto che transizione ecologica è l’anagramma di sognatori eccezionali, questo è l’augurio per poter sognare in grande e osare sempre. Ma soprattutto per lottare, per accettare queste sfide, d’altronde qualcuno diceva: «L’ambientalismo senza lotta sociale è giardinaggio.»

La grande storiella di The climate route

Quest’idea prende vita in una notte insonne. Prende forma nella mente di un certo signor Alberto, chissà, forse ricordandosi della sua partecipazione alle manifestazioni del clima. Forse proprio pensando a sua figlia, al suo incoraggiamento a partecipare a Fridays For Future. Forse già immaginando di parlarne con Giorgio, che poi lo avrebbe comunicato a Luca, e, infine ad Andrea. Era un’idea azzardata, forse impossibile. “La prima cosa che ho pensato è stata: facciamolo, ma ci vogliono almeno venti persone. Senza di queste non inizio.” A parlare è Luca, uno dei fondatori del progetto, circa un anno dopo la sua nascita. Come potete aver immaginato, l’idea è diventata realtà. Grazie a 20 euro spesi sui social, e grazie a qualche annuncio, si arriva ad una cinquantina di collaborazioni. Luca è stato accontentato, si può partire, l’idea prende un nome che viene in mente proprio a lui. Ecco a voi la grande storiella di The climate route.

Come tutti i viaggi che si vogliono rispettare, bisogna partire dalla meta: lo stretto di Bering, vale a dire il punto di contatto tra il continente euroasiatico e quello americano, in particolare nell’area Čukotka. Il popolo ciuckci vive da sempre sul ghiaccio, sul permafrost. “Chi meglio di loro può dimostrare gli effetti del cambiamento climatico? Quando si scioglierà il ghiaccio, li crollerà letteralmente la casa”. Ma un vero viaggio che si rispetti è un viaggio che ti fa riscoprire ancora di più le tue origini. Il viaggio parte, infatti, nel maggio del prossimo anno, proprio da un altro ghiacciaio, qui in Italia, condannato alla sua completa fusione: La Marmolada. È un giro su sé stessi, è un viaggio circolare: “Per cercare di dimostrare quanto il cambiamento climatico ci renda tutti interconnessi: sia perché le azioni svolte qui possono avere effetti con persone dall’altra parte del mondo e viceversa; sia per ragionare su una questione che mi preme molto: chi ha più strumenti per sopravvivere avrà la vita facilitata anche per fronteggiare il cambiamento climatico, i più fragili faranno più fatica. Il nostro obiettivo è quello di dimostrare, attraverso un viaggio di circa 18000 km, come siamo tutti interconnessi nonostante le diverse culture, le diverse posizione geografiche e i diversi stili di vita.” E per questo ci sono già delle tappe prestabilite.

Un cammino che inizia dalla Marmolada, nel maggio del 2022 , fino ad arrivare allo stretto di Bering.

Saranno circa 3 mesi e mezzo di viaggio, cercando di utilizzare solo mezzi sostenibili, per quanto sarà possibile, e a piedi, come per attraversare, per esempio, l’Altai Tavan Bogd National Park. E il periodo scelto non è causale: da maggio fino a fine agosto. Bisogna infatti ricordare che in queste zone le estati sono ghiacciate, soltanto in questi mesi diventano percorribili.  “Avremo i giorni contati.”

Ci racconti una tappa sicura del percorso e del perché l’abbiate scelta?

“Porta dell’inferno, Turkmenistan. Scavando per un pozzo, si è trovata un’enorme riserva naturale. Quest’ultima viene perforata e oramai da 50 anni si autoalimenta. Immaginati un buco nel terreno che si autoalimenta. È il simbolo dell’impatto dell’uomo sulla terra, il simbolo di come l’attività antropica possa impattare il terreno.”

Ma le tappe prevedono di tutto, dal fuoco si passa ai ghiacciai secolari del Parco Altai in Mongolia, per poi passare al mare.

“Con l’aumento delle temperature, il mar Caspio è destinato ad una costante perdita di biodiversità, condannando così un’economia locale che va a morire. Le popolazioni di tutti quei paesi che finiscono per -stan non solo stanno già provando gli effetti del cambiamento climatico, ma stanno già cercando di contenerli e di resistere loro. Quello che vogliamo fare è documentare storie di speranza, mostrare come l’umanità, se riuscisse a cooperare, potrebbe ancora farcela.”

D’altronde l’ultimo IPCC lo dice chiaramente: il cambiamento climatico è sempre esistito ma questa volta, e solo questa volta, la sua causa è antropica. E per questo che bisogna ripartire dalle persone per un cambio di rotta. E loro partiranno circa in dodici, con la regista di fama internazionale Lia Beltrami e la sua troupe, per la realizzazione di un documentario, con attivisti giovani, una guida, qualcuno maggiormente addetto alla logistica, altri a gestire i social per poter interagire durante il viaggio stesso e, infine, una persona che dovrà curare l’aspetto scientifico della spedizione. Uno degli obiettivi è quello di accumulare materiale che si ponga da base per fare ricerca scientifica dopo.

Quando uno ha un’idea, un progetto nuovo, è perché c’è una mancanza. Cos’è mancato fino ad ora?

“Parecchio. Siamo convinti che la lotta al cambiamento climatico sia la vera battaglia del nostro tempo e che noi siamo l’ultima generazione che possa fare veramente qualcosa.  Abbiamo questa responsabilità sociale e civile per noi e per le future generazioni. Per fare in modo che avvenga un cambiamento reale, più persone possibili devono conoscere il problema, per questo vogliamo creare materiali che permettano di comunicare direttamente con le persone e per far capire cosa sia VERAMENTE nei fatti e nella realtà questo cambiamento climatico. Crediamo ci siano stati errori nel modo di comunicarlo, con una narrativa sempre catastrofista, e sappiamo per certo che questo porta al disinteresse. Ti senti schiacciato. Noi vogliamo trattare temi in modo propositivo e il più possibile positivo.”

Anche perché non c’è modo migliore di dare speranza se non nel fare qualcosa. E in parte sta già funzionando.

“Per questo abbiamo creato un’associazione. Abbiamo creato una realtà che vuole continuare a lavorare anche per future spedizioni su base nazionale e locale.”

Anche perché si chiama “the climate route”, ma la route la puoi inventare ogni volta.

“Ne abbiamo già in mente almeno altre due. C’è tanto da fare, e il cambiamento climatico è una realtà che colpisce tutto il mondo. Se riusciremo a portare a termine questo progetto e le persone decideranno di supportarci, andiamo avanti. Poco prima di Natale partirà un crawdfunding per stimolare le persone a partecipare, a sentirsi parte di un progetto. Vorremmo creare una community che ci segua e ci sostenga al di là dell’aspetto economico.”

Perché è una missione da fare proprio nel 2022? Perché ora?

“Per dare un segnale forte, appena possibile, dopo la pandemia. Per dare un segnale di rinascita. Questa pandemia ha messo un po’ in secondo piano l’urgenza della crisi climatica quando in verità la pandemia covid è totalmente interconnessa al cambiamento climatico. Non è che una delle tante conseguenze del nostro modo di vivere, perché è una pandemia che viene dagli animali, ed è quindi anche dovuta agli allevamenti strutturati in un certo modo, alla distruzione degli ecosistemi, ed è stato dimostrato. E poi c’è un secondo aspetto a cui tengo molto: è un’opportunità. Anche di lavoro. In un periodo difficile come questo non è scontato creare un’opportunità, qualcosa in cui credere. Io per primo l’ho sempre detto: in un periodo in cui ero in difficoltà anche personale, il fatto di fare questo progetto mi ha motivato. La riunione settimanale di the climate route diventava anche un momento di libertà, di soddisfazione e di investimento.”

Alcuni membri dell’associazione durante una loro spedizione per l’Italia.

Ed è giusto parlare di investimento, perché, come afferma Luca, non si può uscire dalla crisi climatica senza una rivoluzione culturale, e per fare la rivoluzione bisogna crederci e investirci.

“Ho sempre cercato la battaglia per cui spendermi, per cui vivere. Con quella per l’ambientalismo l’ho trovata”.