Il viaggio più breve di sempre

Classica situazione del venerdì pomeriggio. Finite le lezioni, Marco usciva con alcuni suoi compagni di classe. A dire la verità usciva con loro solo per poter stare con Chiara: intraprendente, solare, interessante. Lui, invece, si definiva molto maturo, e quindi troppo noioso, e quindi per nulla bello. Inoltre, era timido. Di una timidezza che si prende cura dell’intimità e dell’introspezione, ma che non va molto di moda al liceo. Si parlava della verifica dell’ultima ora di lezione, della prossima festa di istituto, e di quante birre comprare per la serata a casa di una certa Monica. Nulla di interessante. Come sempre, secondo il punto di vista di Marco. E mentre sentiva il borbottare dei compagni di sottofondo, mentre sentiva Chiara ridere di gusto, mentre il rumore del tram si confondeva con il vociare delle persone che passavano sotto i portici di piazza Castello, a Torino, lui fissava quel muro, quell’angolo del muro.

«Scusate un attimo» Marco si accomiata. Si allontana dal gruppo. “Ma cos’è?” non riesce a smettere di pensarci da quando lo ha visto. Gli altri amici lo guardano in maniera sospettosa: «Ma cosa fa?» Vicino ad un telefono pubblico dismesso, c’era un biglietto giallo. A penna vi era scritto: “Se non sei felice, sei nel posto sbagliato. Vai in piazza San Carlo e cercami in un posto sicuro.” Marco si volta, gli altri lo osservano. «Scusate ragazzi, arrivo subito.» Incurante di quello che avrebbero pensato, torna indietro e imbocca via Roma. Piazza San Carlo è molto grande. La gira tutta, in lungo e in largo. Non trova nulla. Si siede al centro della piazza, sotto la statua. Un posto sicuro? Marco alza lo sguardo. Davanti a lei ci sono le due chiese, simbolo della piazza. “Ma certo…” Si alza di scatto e vicino al portone della chiesa a destra, indovinate un po’? Un altro bigliettino giallo.

“Usare il cervello è il primo passo per essere felici. Il secondo è il viaggio. Tutto dritto.” Via Roma oltrepassa Piazza San Carlo per arrivare fino a Porta Nuova. È una delle stazioni della città: inizio o fine di un viaggio. Marco corre verso la meta. Al suo ingresso principale, non trova nulla. “E ora? Proviamo quello laterale.” Eccolo, il biglietto giallo. Questa volta recita così: “Non sempre il modo per raggiungere un obiettivo è quello più scontato. Per essere felici bisogna trovare strade alternative, bisogna trovarle insieme con qualcuno. È importante incontrarsi, sedersi con qualcuno e conoscerlo, siamo tutti attori di una storia.” Marco ha già capito: bisogna tornare indietro, bisogna andare davanti al teatro. Proviamo con quello più vicino: teatro Carignano. Sul vaso della pianta all’ingresso, c’è un biglietto giallo.

“L’importante, per essere felici, è saper comunicare.”

E ora? Non c’è l’indizio. Che si fa? Che perdita di tempo. Tutto questo per nulla. “Cosa racconto agli altri ora che torno? Non posso mica dire di aver perso del tempo in questo modo!”

Ma mentre sta tornando verso i suoi amici, imboccando la strada dal verso opposto, si ritrova all’altezza del telefono pubblico. “Ma certo, saper comunicare!” Ispeziona il telefono, guarda sopra e sotto e.. alzando la cornetta, cade un foglio giallo.

“Se sei arrivato fino a qui ci sono due motivazioni: o sei vecchio come me e quindi usi ancora il telefono pubblico, oppure ti ho fatto fare un bel giretto in cerca della felicità. Non ti dico di essere felice subito. Ti dico che se hai iniziato questo viaggio da triste, ora sei ritornato al punto di partenza cambiato, più saggio, più curioso e anche più stanco. Io sono un vecchio brontolone che si diverte a fare questi giochetti. E la prossima volta che troverai un biglietto giallo in giro per la città, lascialo dove si trova, forse altri si sono messi in moto. Ormai il tuo piccolo viaggio è finito: la meta è il punto di partenza, ma è il viaggiatore ad essere cambiato. Ecco il vero traguardo. Buona felicità.”

Tutti gli amici di Marco si erano avvicinati al telefono. «Ragazzi vi devo raccontare quello che mi è appena successo, non ci crederete mai!» E mentre tutti i compagni pendevano dalle sue labbra, e Chiara lo guardava per la prima volta interessata e sorridente, lui si sentiva insolitamente felice.

The shortest journey

It was a typical Friday afternoon. At the end of the classes, Marco hung out with his classmates. To tell the truth, he went out with them only to see Chiara: a dynamic, cheerful and interesting girl. Marco defined himself as a very wise boy, therefore too boring and not handsome at all. In addition, he was shy. A kind of shyness which takes care of intimacy and introspection, but which is old-fashioned at school. On Friday afternoons, they used to talk about the last-hour test, the upcoming school party and the number of beers to buy for the party at Monica’s house. Nothing interesting. As always, from Marco’s point of view. While he was listening to his friends in the background, while he was listening to Chiara laughing whole-heartedly, while the noise of the tram was mingling with the voices of the people walking around Piazza Castello in Turin, he stared at that wall, that precise corner of the wall. 

“Excuse me a moment” Marco takes his leave. He moves away from the group. “What is that?”, he cannot stop thinking about it since he saw it. His friends look at him suspiciously: “What is he doing?”.

Near a disused public telephone, he saw a yellow card with this quote: “If you are not happy, you are in the wrong place. Go to Piazza San Carlo and look for me in a safe place.” Marco turns around, the others keep watching him. “Sorry guys, I will be right back.” Without considering what they will think of him, he turns back and walks down Via Roma. Piazza San Carlo is very big. He finds nothing. He sits in the middle of the square, under the statue. A safe place? Marco looks up. In front of it there are the two churches, the symbol of the square. “Of course…” He jumps up and guess what? Next to the door of the church on the right, he sees another yellow card.

“Using your brain to think is the first step to be happy. The second is the journey. All straight on.” Via Roma, then Piazza San Carlo to reach Porta Nuova. It is the main city train station: the beginning or the end of a journey. Marco runs towards his destination. At its main entrance, he finds nothing. “What now? Let’s try the side entrance .” Here it is, the yellow card: “The way to achieve a goal is not always the most obvious one. To be happy you have to find alternative ways, you have to find them together with someone. It is important to meet other people, to sit down with someone and get to know that person, we are all actors in a story.” Marco has already understood: he has to go back, he has to go in front of the theatre. Let’s try the nearest one: Teatro Carignano. The yellow card is on the plant pot at the entrance.

“In order to be happy, it is important to know how to communicate.”

And now? There is no clue. What can I do? What a waste of time. All this for nothing. “What am I going to tell the others now that I will go back? I cannot say I wasted my time like this!”

However, on his way back to his friends, taking the road in the opposite direction, he finds himself at the payphone. “Of course, knowing how to communicate!” He inspects the phone, looks up and down, and as he picks up the handset, a yellow paper falls out.

“Either you are as old as I am, so you are still using the public phone, or I have taken you on a joy trip in search of happiness. I am not telling you to be happy right away. I am telling you that if you started this journey as a sad man, you have now returned to the starting point as a different person, wiser, more curious and also more tired. I am a grumpy old man who enjoys playing these games. Next time you find a yellow ticket around the town, leave it where it is, maybe others have started up. By now your little journey is over: the destination is the starting point, but it is the traveller who has changed. Here is the real end. Enjoy your happiness.”

All of Marco’s friends had approached the phone. “Guys I have to tell you what has just happened to me, you won’t believe it!”. And while all his schoolmates were hanging on his words, and Chiara looked at him interested for the first time, he felt unusually happy.

Le voyage le plus court de tous les temps

Voici un typique vendredi après-midi. Une fois les cours terminés, Marco sortait avec certains de ses camarades de classe. À vrai dire, il sortait avec eux juste pour voir Chiara : entreprenante, radieuse, intéressante. Lui, en revanche, il se définissait comme très mûr pour son âge, et donc trop ennuyeux et pas beau du tout. De plus, il était timide. Une timidité qui prend soin de l’intimité et de l’introspection, mais qui n’est pas très à la mode au lycée. Pendant les sorties, ils parlaient du dernier contrôle de classe, de la prochaine fête de l’école et du nombre de bières à acheter pour la soirée chez une certaine Monica. Rien d’intéressant. Comme toujours, du point de vue de Marco. Tandis qu’il entendait les marmonnements de ses camarades de classe en arrière-plan, tandis qu’il entendait Chiara rire de bon cœur, tandis que le bruit du tram se mêlait aux voix des gens qui passaient sous les arcades de Piazza Castello à Turin, il fixait ce mur-là, ce coin de mur.

« Excusez-moi un moment », Marco dit au revoir. Il se détourne du groupe. « Qu’est-ce que c’est ? » il n’arrête pas d’y penser depuis qu’il l’a vu. Ses amis le regardent suspicieusement, « Qu’est-ce qu’il fait ? ». Près d’un téléphone public abandonné, il y avait une carte jeune. Il était écrit au stylo : “Si tu n’es pas heureux, tu n’es pas au bon endroit. Va à Piazza San Carlo et cherche-moi dans un endroit sûr ». Marco se retourne, les autres le regardent. « Désolé les gars, j’arrive tout de suite ». Sans se soucier de ce qu’ils auraient pu penser, il fait demi-tour et traverse Via Roma. Piazza San Carlo est très grande. Il en fait le tour, mais il ne trouve rien. Il s’assied au milieu de la place, sous la statue. Un endroit sûr ? Marco lève les yeux. Devant elle se trouvent les deux églises, symbole de la place. « Bien sûr…” », il saute et à côté de la porte de l’église sur la droite, devinez quoi ? Une autre carte jaune.

« Utiliser son propre cerveau est la première étape pour être heureux. Le second est le voyage. Tout droit ». Il traverse Via Roma, ensuite il passe à travers Piazza San Carlo jusqu’à joindre Porta Nuova, la gare centrale de la ville : le début ou la fin d’un voyage. Marco court vers sa destination. A l’entrée principale, il ne trouve rien. « Et maintenant ? Essayons l’entrée de côté ». La voilà, la carte jaune. Cette fois-ci, on lit : « Le moyen d’atteindre un objectif n’est pas toujours le plus évident. Pour être heureux, il faut trouver des moyens alternatifs, il faut les trouver avec quelqu’un. Il est important de se rencontrer, de s’asseoir avec quelqu’un et d’apprendre à le connaître, nous sommes tous les acteurs d’une histoire ». Marco a déjà compris : il faut revenir en arrière, il faut aller devant le théâtre. Essayons le plus proche : Teatro Carignano. Sur la plante en pot à l’entrée, il y a une carte jaune.

« L’important pour être heureux, c’est de pouvoir communiquer ».

Et maintenant ? Il n’y a pas d’indice. Qu’est-ce que je fais maintenant ? Quelle perte de temps. Tout cela pour rien. « Que vais-je dire aux autres maintenant que je suis de retour ? Je ne peux pas dire que j’ai perdu mon temps comme ça ! ».

Toutefois, alors qu’il retourne chez ses amis, en prenant la route en sens inverse, il se retrouve devant une cabine téléphonique. « Bien sûr, pour pouvoir communiquer ! ». Il inspecte le téléphone, regarde au-dessus et en dessous et… en décrochant le combiné, un papier jaune tombe.

« Si tu es arrivé jusqu’ici, il y a deux raisons : et tu es âgé comme moi et donc tu utilises encore la cabine téléphonique et je t’ai emmené à la recherche du bonheur. Je ne te dis pas d’être heureux tout de suite. Je te dis que si tu as commencé ce voyage comme un homme triste, tu as changé en revenant au point de départ : tu es plus sage, plus curieux et aussi plus fatigué. Je suis un vieil homme grincheux qui aime jouer à ces jeux. Et la prochaine fois que tu trouveras une note jaune en ville, laisse-le là où elle est, peut-être que d’autres se sont mis en route. Ton petit voyage est maintenant terminé : la destination est le point de départ, mais c’est le voyageur qui a changé. Voici la véritable arrivée. Je te souhaite beaucoup de bonheur ».

Tous les amis de Marco étaient au téléphone. « Les gars, je dois vous dire ce qui vient de m’arriver, vous n’allez pas le croire ! ». Tandis que tous ses camarades de classe étaient suspendus à chacun de ses mots, et que Chiara le regardait pour la première fois avec intérêt et en souriant, il se sentait étrangement heureux.

A viagem mais breve de sempre

Situação clássica de sexta-feira à tarde. Terminadas as aulas, Marco saía com alguns dos seus colegas de turma. Na verdade, saía com eles apenas para estar com Chiara: engenhosa, alegre, interessante. Ele, por outro lado, definia-se muito maduro, e por isso demasiado aborrecido, e por isso nada bonito. Além disso, ele era tímido. Uma timidez que cuida da intimidade e da introspecção, mas que não está muito na moda no liceu. Falavam da última avaliação da turma, da próxima festa escolar, e de quantas cervejas comprar para a noite na casa de uma certa Monica. Nada de interessante. Como sempre, do ponto de vista de Marco. E enquanto ouvia os murmúrios dos seus colegas de turma ao fundo, enquanto ouvia Chiara a rir às gargalhadas, enquanto o barulho do eléctrico se misturava com as vozes das pessoas que passavam por baixo das arcadas da Piazza Castello em Torino, ele olhava fixamente para aquele muro, aquele canto do muro.

“Desculpem-me um momento”, Marco despede-se. Afasta-se do grupo. “O que é isso?” ele não consegue parar de pensar nisso desde que o viu. Os outros amigos olham para ele com desconfiança: “O que é que ele está a fazer”? Perto de um telefone público fora de uso, havia um cartão amarelo. Em caneta estava escrito: “Se não estás feliz, estás no lugar errado. Vai à Piazza San Carlo e procura-me num lugar seguro”. Marco vira-se, os outros observam-no. “Desculpem rapazes, vou já para aí”. Sem prestar atenção ao que eles teriam pensado, ele volta atrás e toma a Via Roma.  A Piazza San Carlo é muito grande. Dá-lhe a volta, por todo o lado. Ele não encontra nada. Senta-se no meio da praça, debaixo da estátua. Um lugar seguro? Marco olha para cima. Em frente dela estão as duas igrejas, o símbolo da praça. “Claro…” Ela salta para cima e ao lado da porta da igreja à direita, adivinhe? Outro cartão amarelo.

“Usar o seu cérebro é o primeiro passo para ser feliz. O segundo é a viagem. Sempre a direito”. A Via Roma passa pela Piazza San Carlo até Porta Nuova. É uma das estações da cidade: o início ou o fim de uma viagem. Marco corre em direção ao seu destino. Na sua entrada principal, não encontra nada. “E agora? Vamos tentar o lateral”. Aqui está, o cartão amarelo. Desta vez diz: “O caminho para alcançar um objetivo nem sempre é o mais óbvio”. Para ser feliz tem de encontrar formas alternativas, tem de as encontrar em conjunto com alguém. É importante encontrarmo-nos, sentarmo-nos com alguém e conhecê-los, somos todos atores de uma história”. Marco já compreendeu: é preciso voltar, é preciso ir para a frente do teatro. Vamos tentar o mais próximo: Teatro Carignano. Na planta em vaso à entrada, há um cartão amarelo.

“O importante para ser feliz é ser capaz de comunicar”.

E agora? Não há nenhuma pista. O que é que fazemos agora? Que perda de tempo. Tudo isto para nada. “O que vou dizer aos outros agora que estou de volta? Não posso dizer que perdi o meu tempo desta maneira”!

Mas enquanto ele regressa aos seus amigos, na direção oposta, encontra-se na cabina telefónica. “Claro, saber comunicar”! Ele inspeciona o telefone, olha para cima e para baixo e… pegando no auscultador, cai um papel amarelo.

“Se chegaste até aqui, há duas razões: ou és velho como eu, por isso ainda usas a cabine telefónica, ou eu levei-te a dar um passeio em busca da felicidade. Não estou a dizer-te para seres feliz imediatamente. Digo-te que se começaste esta viagem como um homem triste, agora voltaste ao ponto de partida mudado, mais sábio, mais curioso e também mais cansado. Sou um velho rabugento que gosta de jogar estes jogos. E da próxima vez que encontrares um bilhete amarelo pela cidade, deixa-o onde ele está, talvez outros tenham partido. Neste momento, a sua pequena viagem já terminou: o destino é o ponto de partida, mas é o viajante que mudou. Aqui está a verdadeira linha de chegada. Boa felicidade”.

Todos os amigos de Marco aproximaram-se do telefone. “Rapazes, tenho de vos contar o que acabou de me acontecer, não vão acreditar!” E enquanto todos os seus colegas estavam concentrados nas suas palavras, e Chiara olhava para ele pela primeira vez interessada e sorridente, ele sentia-se invulgarmente feliz.

Die kürzeste Reise aller Zeiten

Bestimmt hast du es nicht sofort bemerkt. Eigentlich hat es fast niemand bemerkt. Nur Marco, der gelangweilt in die Ecke jener Mauer starrte, erhaschte einen Blick.

Es war ein typischer Freitagnachmittag. Um ehrlich zu sein, war er nur mit ihnen unterwegs, um Chiara zu sehen: ein dynamisches, fröhliches und interessantes Mädchen. Marco hielt sich selbst für klug, aber deswegen auch für zu langweilig und nicht attraktiv. Außerdem war er etwas schüchtern. Diese Art von introvertierter und höflicher Schüchternheit, die in der Schule als altmodisch angesehen wurde. An Freitagnachmittagen unterhielten sie sich über den letzten Mathetest, das bevorstehende Schulfest und welche Drinks sie für eine Party einer gewissen Monica besorgen mussten. Nichts besonders Aufregendes. Aus Marcos Sicht zumindest. Während er seinen Freunden nur mit halbem Ohr zuhörte, Chiaras herzliches Lachen ihm Gänsehaut verursachte, der Lärm der fahrenden Straßenbahn sich mit den Stimmen der vorbeigehenden Menschen am Piazza Castello in Turin vermischte, starrte er auf diese Mauer, genauer gesagt in die Ecke dieser Mauer.

„Entschuldigt mich für einen Moment“, sagte Marco, während er sich schon von seiner Gruppe fortbewegte. „Was kann das nur sein?“ Er konnte nicht mehr aufhören, darüber nachzudenken, seit er es bemerkt hatte. Die anderen Freunde sahen ihn kurz verwundert an, setzten aber sofort ihre Gespräche fort. Was machte er? In der Ecke, neben einer Telefonzelle, die schon etwas heruntergekommen war, entdeckte er ein gelbes Kärtchen mit folgendem Text:

„Wenn du nicht glücklich bist, bist du am falschen Ort. Geh zum Piazza San Carlo und such nach mir an einem sicheren Ort.“

Marco drehte sich um, die anderen beachteten ihn jedoch kaum. „Tut mir leid Leute, ich bin gleich zurück.“ Ohne darüber nachzudenken, was sie wohl über ihn dachten, drehte er sich um und ging die Via Roma entlang. Der Piazza San Carlo ist ziemlich groß. Er fand dort im ersten Moment nichts Auffälliges. Er saß in der Mitte des Platzes, direkt unter der Statue. Ein sicherer Ort? Marco sah sich um und blickte auf die zwei Kirchen, das Symbol des Platzes. „Das muss es sein…“ Er sprang auf und … natürlich! Rechts neben der Kirchentür fand er ein anderes gelbes Kärtchen.

„Seinen Verstand zu benutzen ist der erste Schritt, um glücklich zu sein. Der zweite ist die Reise. Einfach vorwärts.“

Via Roma, dann Piazza San Carlo, um Porta Nuova zu erreichen. Es war der Hauptbahnhof der Stadt: der Anfang und das Ende jeder Reise. Am Haupteingang fand er nichts. „Was nun? Probieren wir den Seiteneingang.“ Da war er, der gelbe Zettel steckte dieses Mal im Türrahmen: „Der Weg, der zum Ziel führt, ist nicht immer der eindeutigste. Um glücklich zu sein, musst du manchmal Alternativen finden, du musst sie mit jemandem gemeinsam finden. Es ist wichtig, andere Menschen zu treffen, sich mit ihnen zu unterhalten und so diese Personen kennenzulernen – wir alle sind Teil einer Geschichte.“ Marco hatte bereits verstanden, was zu tun war: er musste zurückgehen, er musste beim Theater suchen. Er versuchte das Theater, das am nächsten lag: Teatro Carignano. Im Pflanzentopf am Eingang fand er ein weiteres gelbes Kärtchen.

„Die wichtigste Sache, um glücklich zu sein, ist zu wissen, wie man kommuniziert.“

Und jetzt? Es gab keinen weiteren Hinweis. Was sollte er nur tun? Vielleicht war das ganze einfach nur Zeitverschwendung – all das für rein gar nichts. „Was werde ich den anderen bloß erzählen, wenn ich zurückkomme?“ Für den Rückweg zu seinen Freunden nahm er die gegenüberliegende Straße und fand sich bei der Telefonzelle wieder. „Aber natürlich, wissen, wie man kommuniziert!“ Er untersuchte das Telefon von allen Seiten und als er den Hörer abhob, fiel ein gelbes Kärtchen heraus.

„Entweder bist du so alt wie ich und verwendest noch immer die Telefonzelle oder ich habe dich auf eine Reise auf die Suche nach dem Glück mitgenommen. Ich will dir nicht sagen, dass du sofort glücklich sein wirst. Ich will dir sagen, dass, falls du diese Reise als trauriger Mensch gestartet hast, du nun als eine andere Person zurück zum Startpunkt gekehrt bist; etwas klüger, neugieriger, aber auch müder. Ich jedoch bin nur ein alter Mann, der gerne solche Spiele macht. Nächstes Mal, wenn du ein gelbes Kärtchen in der Stadt findest, lass es an seinem Ort, vielleicht freut sich der nächste darüber. Nun ist unsere Reise zu Ende: der Anfang ist das Ziel, aber der Reisende hat sich verändert. Hier ist das wahre Ende. Genieße dein Glück.“

Marcos Freunde standen inzwischen vor der Telefonzelle und sahen ihn fragend an. „Leute, ich muss euch erzählen, was mir gerade passiert ist, ihr werdet es nicht glauben können!“ Und während seine Freunde begeistert an seinen Lippen hingen, sah ihn auch Chiara zum ersten Mal interessiert an. Plötzlich fühlte er sich außergewöhnlich glücklich.

El viaje más corto del mundo

No lo notabas enseguida. En realidad, nadie se había fijado. Pero él, Marco, mirando
aburrido esa esquina de la pared, lo había vislumbrado.
Típica situación de un viernes por la tarde. Terminadas las clases, Marco salía con algunos
de sus compañeros. En verdad, salía con ellos solamente para estar con Chiara: ingeniosa,
alegre, interesante. El, en cambio, decía que era maduro y, por eso, demasiado aburrido, y
por lo tanto no se consideraba guapo. Además, era tímido. De esa timidez que se preocupa
de la intimidad y de la introspección, pero que no está muy de moda en el instituto.
Se hablaba del examen de la última hora, de la próxima fiesta del instituto y de cuantas
cervezas llevar a casa de una tal Monica. Nada interesante, según Marco. Y mientras
escuchaba el murmullo de sus compañeros de fondo, mientras oía a Chiara reír a
carcajadas, mientras el ruido del tranvía se confundía con el ruido de las personas que
pasaban bajo los porches de la plaza Castello, en Turín, miraba esa pared, esa esquina de
la pared.
«Disculpad un momento» Marco se despide de los demás. Se aleja del grupo. “Pero ¿qué
es?” No puede no pensar en ello desde que lo vio. Los amigos lo miran de manera
sospechosa: «¿Pero qué hace? »
Cerca de un teléfono público fuera de servicio, había una tarjeta amarilla. Con un bolígrafo
habían escrito: “Si no eres feliz, estás en el lugar equivocado. Ve a la plaza San Carlo y
búscame en un lugar seguro.” Marco da la vuelta, los otros lo observan. «Disculpadme,
chicos, enseguida vuelvo». Sin preocuparse de lo que pensaban, se marcha por la calle
Roma. La Plaza San Carlo es muy grande. Da toda la vuelta, a lo largo y ancho. No
encuentra nada. Se sienta en el centro de la plaza, debajo de la estatua. ¿Un lugar seguro?
Marco levanta la mirada. Delante de ella están las dos iglesias, símbolo de la plaza.
“Claro…” Se levanta de golpe y cerca de la puerta de la iglesia a la derecha, ¿podéis
adivinar qué? Otra tarjeta amarilla.
“Usar el cerebro es el primer paso para ser feliz. El segundo es el viaje. Todo recto.” Calle
Roma pasa por plaza San Carlo para llegar hasta Porta Nuova. Es una de las estaciones de
la ciudad: inicio o fin de un viaje. Marco corre hacia la meta. En su entrada principal, no
encuentra nada. “¿Y ahora? Vamos a probar la entrada lateral.” Aquí está, la tarjeta
amarilla. Esta vez dice así: “La forma de lograr un objetivo no siempre es la más obvia. Para
ser felices hay que encontrar caminos alternativos, hay que encontrarlos junto a alguien. Es
importante reunirse, sentarse con esa persona y conocerla, todos somos actores de alguna
historia.” Marco ya ha entendido: hay que volver atrás, hay que ir delante del teatro.
Probemos con el más cercano: teatro Carignano. En la maceta de la planta de la entrada
hay una tarjeta amarilla.
“Lo importante para ser feliz es saber comunicarse.”
¿Y ahora? No hay ninguna pista. ¿Qué se hace? Qué pérdida de tiempo. Todo esto para
nada. “¿Qué les digo a los demás ahora que vuelvo? ¡No les puedo decir que he perdido el
tiempo así!”Pero mientras vuelve hacia sus amigos, por el camino opuesto, se encuentra a la altura del
teléfono público. “¡Claro, saber comunicarse!” Inspecciona el teléfono, mira arriba y abajo y.
al coger el teléfono, cae una hoja amarilla.
“Si has llegado hasta aquí hay dos razones: o eres tan viejo como yo y sigues usando el
teléfono público, o te he hecho dar un paseo en busca de felicidad. No te estoy diciendo que
seas feliz ahora. Te estoy diciendo que, si empezaste este viaje triste, ahora has vuelto al
punto de partida de una forma diferente, más sabio, más curioso e incluso más cansado.
Soy un viejo gruñón que se divierte haciendo estos juegos. Y la próxima vez que encuentres
un billete amarillo por la ciudad, déjalo donde está, porque quizas alguien ha empezado a
buscar.
Ahora tu pequeño viaje ha terminado: el destino es el punto de partida, pero es el viajero
que ha cambiado. Aquí está el verdadero objetivo. Sé feliz.”
Todos los amigos de Marco se habían acercado al teléfono. «Chicos, tengo que contaros lo
que me acaba de pasar, ¡no os lo vais a creer!» Y mientras todos los compañeros estaban
intrigados, y Chiara miraba por primera vez con interés y sonriente, él se sentía
inusualmente feliz.

Il cammino della scrittura

Scrivere un tema è da sempre una questione così complicata. Ed è una questione così complicata perché si è soli. Si è soli a prendere delle decisioni. Come posso iniziare? Con quali parole voglio creare un testo che senza di me non esisterebbe? In che modo voglio impostare una mia creazione? Il creatore di qualsiasi cosa, da un vaso ad un pezzo musicale, è quasi sempre solo e ha quasi sempre paura, perché sa che da solo dovrà prendere delle decisioni. Sa che qualsiasi cosa accada alla sua creatura sarà una sua responsabilità. E quindi, giusto per ripeterlo ancora una volta, ha paura.

Scrivere un racconto, iniziarlo, è come mettersi in cammino. Non sai l’andatura alla quale andrai, non sai se ci sarà subito una salita impervia o se la strada ti porterà ad interminabili tornanti o ad un noioso rettilineo. E sei solo. Ma se capissimo che scrivere e camminare sono la stessa cosa, allora avremmo meno paura.

Si può partire spediti con delle lunghe frasi, un continuo seguirsi di quei periodi infiniti dove si inizia a mettere antipatici pronomi relativi e non se la finisce più con tutte quelle subordinate concessive, ipotetiche etc..  Oppure si può iniziare con una domanda, tanto quelle vanno sempre bene. E allora come sarà questo cammino? E intanto che te lo chiedi hai incominciato a camminare, e così anche a scrivere. E poi dipende, se c’è una bella pianura possiamo mettere qualche bella descrizione, così d’ambientare il lettore e il passeggiatore. E poi ecco un bel dirupo, una bella esclamazione! Alziamo il ritmo di lettura e i battiti del marciatore. Forza! Su! Andiamo! E ora pieni di entusiasmo entriamo nell’intreccio della storia, ecco una serie di stradine tutte intersecate, sdrucciolevoli, così complicate. E siamo arrivati a poco prima del lungo rettilineo. Questo significa che bisogna incuriosire fino all’ultimo, con qualche piccola salita, qualche frase lunga, la tensione si alza.. fino a quando… Eccoli i puntini di sospensione. Manteniamo la suspance, non specifichiamo ancora nulla. Vogliamo far impazzire del tutto il nostro lettore e il nostro passeggiatore? Mettiamo una bella parentesi, sviamo dal discorso, facciamo attendere. ( Quanto sono lunghe queste attese ). E quando ormai non ce lo si aspettava più, eccolo. Che spettacolo, che panorama. L’attesa e la fatica hanno ripagato. Siamo arrivati al punto più alto della storia, il punto più alto del cammino. E ora? E ora, con questa bella vista e con questa pagina scritta, avrai capito, che scrivere è come camminare. Camminare è come scrivere. E scrivere e camminare sono come vivere. Vivere la vita è un susseguirsi di esclamazioni, salite, domande, discese, e punti di sospensione. E cosa avremo imparato? Che tutti i segni di punteggiatura sono necessari: ogni tanto nella vita bisogna sapere mettere un punto. Altre volte, con alcune persone, dei simpatici punti e virgola, come a dire “puoi ma non del tutto.” Altre volte, quanto è bello stare con delle persone con cui far nascere grandi punti interrogativi e grandi punti esclamativi. Alcune esperienze, alcune amicizie e alcuni amori sono, ahimè, solo delle grandi parentesi. Però, se ci pensi bene, quanto è bello dopo tanti puntini di sospensione trovare un bell’aforisma, un bel lieto fine. E ricorda che ogni tanto, con alcune persone e con alcuni ambienti, è meglio mettere un bel punto e a capo.

Sarà difficile ricominciare? Sì, ma ci sono ancora così tante nuove storie da poter raccontare.

Writing is a journey

Writing an essay has always been such a complicated matter. It is a real challenge, because you are alone. You are alone in making decisions. In which way should I start? Which words should I use to create a text which would not exist without me? How do I want to frame my own creation? The creator, generally speaking, of a vase or of a piece of music, is almost always alone and afraid, because he knows that he will be alone in taking decisions. Moreover, he knows that whatever happens to his creation will be his responsibility. Therefore, he is worried.
The beginning of a story is the beginning of a journey. You do not know how fast you are going; you do not know if there will be an immediate steep climb or if the road will take you up endless hairpin bends or a boring straight stretch. You are alone. However, if we understood that writing and walking are the same thing, then we would be less afraid.
You can start with long sentences, a continuous succession of those endless periods where you put unpleasant relative pronouns and never stop with all those concessive, hypothetical subordinates etc..
Or you can start with a question. How will this path be? While you are asking yourself this question, you have started to walk and, as a consequence, you have started to write. If there is a nice plain, we can put some nice descriptions, so as to set the reader and the walker in the right place. And then, look at this! A nice cliff, so a nice exclamation! Let’s raise the reading rhythm and the walker’s heartbeats. Come on! Let’s go! And with a lot of enthusiasm, we finally enter the plot of the story. A series of roads which are intersected, slippery, complicated. We have now arrived just before the long straight. All this means that you have to be curious until the end, with a few small climbs, a few long sentences, the tension rises… until… Here come the ellipses. We keep the suspense going and we do not specify anything yet. Do we want to drive our reader and walker completely mad? Let’s put in a nice parenthesis, let’s get away from the subject, let’s make them wait. (How long these waits are). And just when we were no longer expecting it, here it is. What a spectacle, what a view. The wait and the effort paid off. We have reached the highest point in history, the highest point of the journey. And now? And now, with this beautiful view and this written page, you will have understood that writing is like
walking. Walking is like writing. And writing and walking are like living. Living life is a succession
of exclamations, ascents, questions, descents, and suspension points. And what will we have learned? That all punctuation marks are necessary: sometimes in life you need to know how to put a full stop. Other times, with some people, nice semicolons, as if to say “you can but not quite.” Other times, how nice it is to be with people with whom you can make big question marks and big exclamation marks. Some experiences, some friendships and some loves are, alas, just great parentheses. However, if you think about it, how nice it is after so many ellipses to find a nice aphorism, a nice happy ending. And remember that every now and then, with certain people and certain environments, it is better to put a full stop to things. Will it be difficult to start again? Yes, but there are still so many new stories to be told.

Le chemin de l’écriture

La rédaction d’une dissertation a toujours été une question très compliquée. Elle est si complexe, parce qu’on est tout seul. On est seul face aux décisions qu’on doit prendre. Comment puis-je commencer ? Avec quels mots je veux créer un texte qui, autrement, n’existerait pas sans moi ? Comment puis-je mettre en place ma propre création ? Le créateur de quoi que ce soit, d’un vase à un morceau de musique, est presque toujours seul et effrayé, car il sait que c’est lui, tout seul, qu’il devra faire des choix. Il sait que tout ce qui arrive à sa créature sera de sa responsabilité. C’est pour cette raison qu’il a peur.

Écrire une histoire, la commencer, c’est comme partir en voyage. On ne se sait pas à quel rythme on ira, on ne sait pas s’il va y avoir une montée abrupte immédiate ou si la route va nous faire prendre d’interminables virages ou, plutôt, si on se retrouvera devant une route droite ennuyeuse. On est seul. Mais si nous comprenions qu’écrire et marcher sont la même chose, nous aurions moins peur.

On peut commencer rapidement par de longues phrases, une succession continue des périodes sans fin avec des pronoms relatifs désagréables sans jamais s’arrêter avec toutes ces subordonnées concessives, hypothétiques, etc. On pourrait aussi commencer par une question. Comment sera-t-il ce chemin ? Pendant qu’on se pose cette question, on a déjà commencé à marcher, et donc à écrire. De plus, s’il y a une belle plaine on peut ajouter de belles descriptions, de façon à mettre le lecteur et le promeneur au bon endroit. Ensuite, on retrouve une belle falaise, une belle exclamation ! Augmentons maintenant le rythme de lecture et les battements de cœur du marcheur. Allez ! Debout ! Allons-y ! Ainsi, plein d’enthousiasme, nous entrons dans le cœur de l’histoire. Voici donc une série de routes toutes entrecroisées, glissantes et si compliquées. Nous sommes arrivés juste avant la longue ligne droite. Cela signifie qu’il faut être curieux jusqu’à la fin, et avec quelques petites montées, quelques longues phrases, la tension monte… jusqu’à… Voici les ellipses. Il y a du suspense, nous ne précisons rien pour l’instant. Est-ce qu’on veut rendre notre lecteur et notre marcheur complètement fous ? Si cela est le cas, alors pensons à mettre une belle parenthèse, éloignons-nous du sujet, laissons-le attendre. (La durée de ces attentes). Et juste quand nous ne l’attendions plus, le voici. Quel spectacle, quelle vue. L’attente et les efforts ont porté leurs fruits. Nous avons atteint le point culminant de l’histoire, le point culminant du voyage. Et maintenant ? Et maintenant, avec cette belle vue et cette page écrite, vous aurez compris qu’écrire, c’est comme marcher. Marcher, c’est comme écrire. Et écrire et marcher, c’est comme vivre. Vivre sa vie est une succession d’exclamations, de montées, de questions, de descentes et de points de suspension. Et qu’aurons-nous appris ? Que tous les signes de ponctuation sont nécessaires : dans la vie, il faut parfois savoir mettre un point. D’autres fois, avec certaines personnes, de jolis points-virgules, comme pour dire « vous pouvez mais pas tout à fait ». D’autres fois, comme il est agréable d’être avec des personnes avec lesquelles on peut faire de grands points d’interrogation et de grands points d’exclamation ! Certaines expériences, certaines amitiés et certains amours ne sont, hélas, que de grandes parenthèses. Pourtant, si on y réfléchit, comme il est agréable, après tant d’ellipses, de trouver un bel aphorisme, une belle fin heureuse. Et n’oubliez pas que de temps en temps, avec certaines personnes et certains environnements, il est préférable de mettre un terme aux choses. Sera-t-il difficile de recommencer ? Oui, mais il y a encore tellement de nouvelles histoires à raconter.

O caminho da escrita

Escrever uma história sempre foi um assunto tão complicado. E é tão complicado porque se está sozinho. Se está sozinho a tomar decisões. Como posso começar? Com que palavras quero criar um texto que não existiria sem mim? De que maneira quero definir a minha criação? O criador de qualquer coisa, de um vaso a uma peça musical, está quase sempre sozinho e quase sempre com medo, porque sabe que só ele terá de tomar decisões. Sabe que, aconteça o que acontecer à sua criatura, ele será o único responsável. E portanto, só para o repetir mais uma vez, tem medo.

Escrever, começar uma história, é como pôr-se a caminho. Não sabe a que velocidade irá, não sabe se haverá uma subida íngreme ou se a estrada lhe levará a curvas intermináveis ou, pior ainda, a um trecho chato e reto. E está sozinho. Mas se compreendêssemos que escrever e caminhar são a mesma coisa, então teríamos menos medo.

Pode-se começar depressa com frases longas, uma sucessão contínua daqueles períodos intermináveis onde se colocam aqueles antipáticos pronomes relativos e nunca se para com todos aqueles subordinados concessivos, hipotéticos, etc. Ou pode começar com uma pergunta, porque estas são sempre boas. Como será este caminho? E enquanto se faz esta pergunta, já começou a andar, e assim a escrever. E depois depende, se houver uma bela planície podemos colocar algumas descrições agradáveis, para que o leitor e o caminhante se aclimatem. E depois há um belo penhasco, uma bela exclamação! Vamos aumentar o ritmo de leitura e os batimentos cardíacos do caminhante.

Vamos! Vamos lá! E agora cheios de entusiasmo entramos na trama da história, aqui está uma série de ruazinhas cruzadas, escorregadias, tão complicadas. Chegámos um pouco antes da longa recta. Isto significa que o leitor tem de ficar intrigado até ao fim, com algumas pequenas subidas, algumas frases longas, a tensão aumenta… até que… Aí vêm as elipses. Vamos manter o suspense, não vamos especificar nada ainda.

Queremos enlouquecer completamente o nosso leitor e o nosso caminhante? Então vamos colocar um belo parêntese, vamos desviar-nos do assunto, vamos deixar o leitor à espera. (Quanto tempo duram estas esperas). E precisamente quando já não estávamos à espera, ei-lo! Que espectáculo, que vista. A espera e o esforço valeram a pena. Chegámos ao ponto mais alto da história, o ponto mais alto da viagem. E agora? E agora, com esta bela vista e esta página escrita, terá compreendido que escrever é como caminhar. Caminhar é como escrever. E escrever e caminhar são como viver. Viver a vida é uma sucessão de exclamações, subidas, perguntas, descidas, e pontos de suspensão. E o que é que teremos aprendido? Que todos os sinais de pontuação são necessários: de vez em quando, na vida, é preciso saber colocar um ponto. Outras vezes, com algumas pessoas, é melhor colocar ponto-e-vírgula engraçados, como dizer “pode, mas não totalmente”. Noutros casos, como é bom estar com pessoas com quem se podem colocar grandes pontos de interrogação e grandes pontos de exclamação. Algumas experiências, algumas amizades e alguns amores são, infelizmente, apenas grandes parênteses. No entanto, se pensarmos bem nisso, como é bom depois de tantas elipses encontrar um belo aforismo, um belo final feliz. E lembre-se que de vez em quando, com certas pessoas e em alguns ambientes, é melhor colocar um ponto final nas coisas. Será difícil recomeçar? Sim, mas ainda há tantas histórias novas para serem contadas.

Auf dem Weg des Schreibens

Das Verfassen einer Geschichte war schon immer kompliziert. Es ist so schwierig, weil wir dabei ganz auf uns allein gestellt sind. Niemand außer wir selbst ist dafür verantwortlich, welche Entscheidungen getroffen werden. Wie soll ich nur anfangen? Mit welchen Wörtern kann ich einen Text kreieren, den es ohne mich nicht geben würde? Wie soll ich mein Werk aufbauen?  Der Schöpfer, von was auch immer, von einer Vase bis hin zu einem Musikstück, ist fast immer allein und hat Angst, da er weiß, dass er wichtige Entscheidungen ohne fremde Hilfe treffen muss. Ihm ist bewusst, dass er für alles, das mit seinem Werk passiert, verantwortlich ist. Kein Wunder also, dass er Angst hat.

Eine Geschichte zu schreiben, sie anzufangen, ist wie auf eine Reise zu gehen, deren Ziel man nicht kennt. Man weiß zu Beginn nicht, in welchem Rhythmus man sich fortbewegen wird, ob es plötzlich steil bergauf gehen wird, ob die Straße in scheinbar endlos lange Kurven verzweigt oder eher langweilig und gerade sein wird. Wir sind allein. Aber würden wir verstehen, dass schreiben und gehen im Grunde genommen das Gleiche ist, so hätten wir vielleicht weniger Angst.

Man kann sofort, ohne jegliche Vorwarnung, mit langen Sätzen beginnen, eine Folge von Phrasen ohne Ende mit unangenehmen Relativpronomen, ohne dabei jemals aufzuhören mit komplizierten Konzessivsätzen, Bedingungssätzen, Konjunktiven und so weiter. Man könnte aber auch mit einer Frage anfangen. Wie wird dieser Weg wohl sein? Und während man die Frage noch stellt, hat man bereits zu Gehen angefangen und somit auch zu Schreiben. Es kommt auch darauf an, ob es eine gute Ausgangssituation gibt und man so schöne Beschreibungen einbauen kann, um den Leser und den Wanderer an den richtigen Ort zu bringen.

Aber da, da kommt eine beeindruckende Klippe, die wie ein Ausrufezeichen den Weg unterbricht. Lasst uns schneller lesen, erhöht den Herzrhythmus des Wanderers! Wie geht es weiter? Und jetzt, voller Enthusiasmus, betreten wir den Hauptteil der Geschichte, siehe da, eine Reihe von verzweigten Straßen, die rutschig und verwirrend aussehen. Wir haben es geschafft, wir sind angekommen auf einer langen, geraden Strecke. Man muss trotzdem gespannt bleiben bis zum Ende, da kommen ein paar kleine Hügeln, ein paar lange Sätze, die Spannung steigt…bis…ah ja, da kommen die Ellipsen. Es bleibt aufregend, aber wir erklären noch nichts genauer. Wollen wir unseren Leser und unseren Wanderer denn vollkommen verrückt machen? Wir sind richtig in Fahrt, setzen wir doch eine schöne Klammer, entfernen wir uns vom eigentlichen Thema, lassen wir ihn noch etwas warten (Ach, wie lange das Ende immer hinausgezögert wird…). Und gerade, als wir es selbst schon fast nicht mehr erwarten können, ist es endlich so weit. Was für ein Schauspiel, was für eine Aussicht! Das Warten und die ganzen Mühen haben ihre Früchte getragen. Wir haben den Höhepunkt der Geschichte erreicht, das Ziel der Reise. Und jetzt? Nun, mit dieser schönen Aussicht und dieser geschriebenen Seite, habt ihr hoffentlich verstanden, dass Schreiben ist wie Gehen. Gehen ist wie Schreiben. Und Schreiben und Gehen sind wie Leben.

Das Leben ist wie eine Abfolge von Ausrufezeichen, von steigenden und fallenden Handlungen und Momenten der Spannung. Und was haben wir daraus gelernt? Dass alle Satzzeichen notwendig sind: im Leben muss man manchmal einen Punkt machen. Ein anderes Mal, mit bestimmten Menschen, eignet sich ein Strichpunkt besser; so als würde man sagen „mit euch habe ich noch nicht ganz abgeschlossen, es geht noch weiter“. Ab und zu umgibt man sich jedoch gerne mit Menschen, mit denen man große Fragezeichen und noch eindeutigere Ausrufezeichen setzt. Manche Erfahrung, manche Freundschaft und so manche Liebe ist hingegen, wer hätte es gedacht, eine große Klammer, die sie auf ewig umschließt. Denkt man darüber nach, ist das nach so vielen Ellipsen vielleicht auch gut, wenn man einen schönen Aphorismus, ein glückliches Ende findet. Und vergesst trotzdem nicht, dass es von Zeit zu Zeit, mit manchen Personen und manchen Orten, besser ist, dem Ganzen einen Schlussstrich zu setzen und eine neue Geschichte zu schreiben. Wird es schwierig sein, den Weg noch einmal von vorne anzufangen? Zweifellos. Aber es gibt noch so viele neue Geschichten, die erzählt werden müssen.

El camino de la escritura

Escribir una historia siempre ha sido una cuestión tan complicada. Es una cuestión tan
complicada porque uno está solo. Uno está solo cuando hay que tomar decisiones. ¿Cómo
puedo empezar? ¿Con qué palabras puedo crear un texto que sin mi no existiría? ¿De qué
manera quiero establecer mi propia creación? El creador de cualquier cosa, que sea de un
jarrón o de una pieza musical, casi siempre está solo y casi siempre tiene miedo, porque
sabe que solo tendrá que tomar decisiones. Sabe que pase lo que pase a su criatura, será
su responsabilidad. Por lo tanto, solo para recordarlo una vez más, tiene miedo.
Escribir, empezar una historia, es como ponerse en camino. No sabes a qué ritmo irás, no
sabes si encontrarás una subida inaccesible o si el camino te llevará a curvas interminables
o a un rectilineo aburrido. Estás solo. Pero si solo entendiéramos que escribir y caminar son
lo mismo, entonces tendríamos menos miedo.
Se puede empezar con largas frases, continuar con miles de esas subordinadas infinitas
donde empezamos a poner los antipáticos pronombres relativos y nunca se termina con
esas oraciones concesivas, hipotéticas, etc. O también se puede empezar con una
pregunta, total, con esas nunca te equivocas. Entonces, ¿cómo va a ser este camino?
Mientras te lo estás preguntando, ya has empezado a caminar, y así a escribir. Luego
depende, si hay una llanura bonita podemos añadir alguna descripción, así el lector y el
caminante empiezan a adaptarse. Y ahora encontramos un precipicio, ¡una buena
exclamación! Poco a poco subimos el ritmo de la lectura y los latidos del viandante se hacen
más intensos. ¡Vamos, vamos! Llenos de entusiasmo, entramos en el vivo de la historia,
aquí están varias callejuelas intersecadas, resbaladizas, tan complicadas, y llegamos justo
antes del largo rectilíneo. Esto quiere decir que tenemos que crear intriga hasta el final, con
pequeñas subidas, con frases largas, la tensión poco a poco sube hasta que… Aquí están
los puntos suspensivos. Mantengamos la intriga, aún no especifiquemos nada. ¿Queremos
que nuestro lector y nuestro caminante se vuelvan completamente locos? Entonces abrimos
paréntesis, desviamos el discurso, le hacemos esperar. (Qué largas son estas pausas). Y
cuando ya no te lo esperabas, aquí está. Qué espectáculo, qué panorama.
La espera y el esfuerzo han dado sus frutos. Hemos llegado al punto más alto de la historia,
el punto más alto del camino. ¿Y ahora? Y ahora, con esta vista tan bonita y con esta
página escrita, habrás entendido que escribir es como caminar. Caminar es como escribir.
Escribir y caminar son como vivir. Vivir la vida es una mezcla de exclamaciones, subidas,
preguntas, bajadas y puntos de suspensión. Y ¿qué hemos aprendido? Que todos los
signos de puntuación son necesarios: de vez en cuando en la vida hay que saber poner un
punto. Otras veces, con algunas personas, algunos buenos puntos y comas, como para
decir ‘’puedes, pero no del todo’’. A veces, qué bonito es estar con personas con las que te
planteas grandes puntos interrogativos y grandes puntos exclamativos. Algunas
experiencias, algunas amistades y algunos amores son, por desgracia, solo grandes
paréntesis. Pero si lo piensas, qué bonito encontrar, después de muchos puntos
suspensivos, un buen aforismo, un final feliz. Recuerda también que a veces, con algunas
personas y con algunos entornos, es mejor poner un buen punto de partida. ¿Será difícil
volver a empezar? Si, pero aún quedan muchas nuevas historias por contar.

La casetta nel bosco

Nel piccolo paesino di montagna non si parlava d’altro. Qualcuno era tornato ad abitare nella casetta del bosco. Lo giuravano Marco e Luca, lo avevano visto con i propri occhi: il fumo usciva dall’antico comignolo, le stanze erano illuminate e c’era una canzone che dagli spifferi delle porte rimbombava per tutto il bosco. Questa piccola dimora si trovava proprio vicino ad una delle catene montuose più basse della regione, tra l’estremità del bosco e le montagne: l’eco era assicurato. Per tutti i ragazzi del paese sembrava impossibile pensare che qualcuno fosse tornato a vivere in quel posto. Loro lo usavano alla sera per incontrarsi, per portare le prime fidanzatine, per giocare a nascondino. I ragazzi si erano addirittura inventati “il gioco della casa abbandonata”. Si trattava di una prova di coraggio che tutti i giovani maschi del paese avrebbero dovuto affrontare: passare un’intera notte, da soli, nell’abitazione. Era considerata la prova del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Se lo facevi non eri più un ragazzino, eri un uomo. “Chi potrà mai essere tornato a viverci? Il vecchio proprietario? Quel pazzo?” Elena stava riflettendo, mentre svogliatamente guardava fuori dal finestrino dell’autobus. “Ma poi chi lo ha detto che sia un pazzo? I soliti paesani. Quanto odio questo posto, queste persone così permalose, impiccione, false, così cattive. E poi se vogliamo essere sinceri, io in quella casetta ci vivrei. Eccome.” Sabrina entrò nell’autobus, sorrideva a tutti ma con occhi aguzzi controllava, commentava, si impietosiva, giudicava. Elena sperava di non incrociarla. Si era fermata a qualche metro da lei, si era aggregata ad un gruppo di ragazzi che stavano urlando, con la musica a tutto volume. “Quanto le piace che questi si fermino a guardarla, capirai che fortuna…” Di colpo si abbassò la musica, e le loro voci sovrastarono l’intero veicolo: si parlava della casetta nel bosco: “È tornato il pazzo, sì il pazzo cornuto”. E tutti a ridere a crepapelle. “Il vecchio ci vuole togliere la casa dei divertimenti ma io ci vado lo stesso, così magari becco la moglie…” “Tanto quella vuole stare con tutti tranne che con il marito”. Alcuni ridevano così tanto d’avere le lacrime agli occhi. Elena scese a caso, senza neanche vedere quale fosse la fermata. “Meglio a piedi piuttosto che con questa gente.” Pensava così mentre sorridendo salutava Sabrina, che, da dentro l’autobus, si sbracciava e le mandava dei baci. Tornando a piedi, guardava le persone. Le vedeva tutte così brutte, così indaffarate per impegni inutili, così tristi nonostante non sapessero nulla della vera tristezza. Empatizzava con loro, sperava di trovare qualcosa di interessante, ma, ai suoi occhi, tutto era diventato monotono, insignificante, e… triste. Vedeva amici che si sparlavano dietro, voltagabbana ovunque, coppiette che erano tutto meno che innamorate, ma sorridevano. Ma era normale, glielo avevano detto – Sei giovane, pensa a divertirti.-  “Ma perché devo fare cose per far vedere agli altri che sono felice, senza che lo sia io, per prima, davvero?” Allora si era fermata. Marcello la guardava da lontano. L’aveva sempre incuriosita quella ragazza così diversa dagli altri, chiusa nel suo mondo, lontana da tutto e da tutti. Ma lei, come al solito, neanche lo vedeva. O almeno, di questo lui ne era sicuro. Elena si fermò di colpo. Aprì la borsa e controllò di aver il libro con sé. “Io a casa non ci torno. Faccio un salto al solito posto.” Alzando lo sguardo aveva visto Marcello, gli aveva lanciato un sorriso, non troppo generoso, e si era voltata. Prima di imboccare la strada per arrivare in centro al paese, vi era questo piccolo sentiero che portava al bosco. C’era una pietra, abbastanza liscia, enorme, ruzzolata anni fa giù dalla montagna, vicino ad una quercia. Quello era “il solito posto”. Si metteva lì, sdraiata, con il costume, e leggeva per interi pomeriggi. Molte volte rimaneva fino alla sera tardi, senza badare ad inviti e richiami dei genitori. Ma questa volta la pietra ero occupata. Un signore, un bel signore, sulla cinquantina, a petto nudo, fumava un sigaro mentre canticchiava una canzone. Elena, con passo deciso, gli si avvicinò e con fare determinato chiese: “E tu chi saresti?” Il signore, che noi sappiamo chiamarsi Gianni, alzò leggermente la testa, per poi riabbassarla e dopo un lungo sospiro esclamare: “Sono il pazzo cornuto.” Elena controbattette senza timore: “Ah bene, piacere! Io sono la zitella pazza.” Gianni la scrutò, “Tu? Zitella? Ma se avrai 16 anni se va bene.” “Ne ho 20.” “Ah, capirai la differenza. E sei zitella perché sei pazza?” “No, sono pazza perché sono zitella.” “Allora non è tanto grave, se pensi che io sono pazzo perché sono cornuto!” Scoppiarono a ridere. “Ma tu non devi pensare a queste cose, a quello che pensano le persone di questo minuscolo paese. Tu devi aprire la mente, non devi pensare al paese, devi pensare al mondo.” Elena era incuriosita: “Io ho il mio mondo. Lo vedi? Eccolo qui!” La ragazza tirò fuori il suo libro. “Bene, molto bene. Il mio mondo invece lo puoi sentire, se rimani in silenzio.” Si ammutolirono. Ad un tratto si udì una canzone, o meglio una melodia, ma era molto bassa. “È la radio di casa mia e… sai che c’è? Ti ci porto, dai vieni. Ti devo spiegare una cosa.” I due si incamminarono, in totale silenzio. Elena teneva il libro con la mano destra e Gianni guardava il cielo. Man mano che si avvicinavano all’abitazione, il volume della musica aumentava. E ora che Elena si trovava dentro la casa, ne era già innamorata. Era piena di libri, piena: in cucina, in bagno, nel ripostiglio. E poi c’erano fogli sparsi ovunque, erano spartiti musicali. “Allora è vero che sei pazzo”. “Oh sì, lo sono.” La lasciò girovagare per la casa, e vedeva che le sue dita, ogni volta che toccavano una superficie, tenevano il tempo, battendo il ritmo su di essa. “Elena, vieni qui. Devo dirti una cosa importante.” Elena si sedette vicino al pianoforte, Gianni si era messo, invece, di fronte allo strumento. “Ora ti dico una cosa. E tu mi devi stare a sentire per bene. Il tuo mondo è la letteratura. Il mio mondo era Anita. Ci siamo conosciuti in Africa. Io avevo appena lasciato mia moglie. Ero un uomo distrutto. Vivevamo in paese, ci eravamo appena sposati quando ho scoperto tutta una serie di tradimenti che erano avvenuti sotto ai miei occhi, senza che me ne fossi accorto. Sai chi me lo disse, Anzi, chi me lo dissero? I nostri simpatici compaesani. Pensando che sapessi tutto, visto che i tradimenti erano avvenuti prima del matrimonio, me ne parlarono un giorno al bar, scherzando. Erano convinti che io ne fossi a conoscenza ma che l’avessi perdonata e che quindi in seguito ci fossimo sposati. Ero distrutto. E sai quella sensazione di rabbia così forte, così lacerante che si trasforma in una profonda delusione? Quella per cui tu torni a casa e non le dici nulla. Quella per cui non trovi un solo motivo per tornare a dormire con lei, anche solo per una notte. E allora sai che cosa ho fatto? Ho fatto una cosa che per loro era da pazzi. Me ne sono andato di casa. Senza dire una sola parola a nessuno. Sono fuggito, quella sera stessa. Non avevo neanche una valigia con me. Solo i documenti. E sono venuto in questa casetta nel bosco, che era di mio nonno. Al tempo era solo una stalla, e quindi non ci avevo mai portato nessuno. Ci trascorsi la notte. Il giorno dopo presi un aereo e andai in Africa. Possibile? Sì, perché in quanto medico ci ero già stato di recente per delle ricerche sperimentali che stavamo facendo in un villaggio. Ma non mi ero mai soffermato a conoscerne gli abitanti, ero sempre rimasto in ambulatorio, a studiare, a fare ricerca. Piansi per tutto il viaggio. Come atterrai, vidi arrivare verso di me questa donna. Era bellissima. Io, guarda Elena, non avevo mai visto una tale bellezza nei gesti, nel sorriso, negli occhi. Ma il suo punto forte era la simpatia, dote che non avevo mai considerato importante per una donna. Lei rideva, rideva sempre e di gusto. E io mi innamorai così, dopo due giorni che avevo lasciato casa. Io, guarda mi trema la voce parlarne, io devo ringraziare di essere un “pazzo cornuto” perché altrimenti non avrei trovato Anita, non avrei trovato la mia Africa, dove torno ogni anno, non sarei tornato qui, non avrei ristrutturato casa per farla diventare la nostra piccola dimora ogni volta che tornavamo dalle nostre missioni. Elena, quello che ti voglio dire, è che è importante avere un mondo proprio, ma è anche importante vivere in questo mondo, farlo tuo, vivertela appieno questa vita che tu hai il dono di poter osservare con occhi intelligenti, con astuzia, con sincerità, con bontà. Tieniti sempre un libro in mano, è giusto, ma mentre lo stringi, vai a scoprire il mondo. È inutile provare rancore verso questo posto. Pensa a me! Io non sarei mai dovuto tornarci! E invece ci ho fatto la mia casa e qui è dove ho accudito la mia Anita fino al suo ultimo respiro. E alla domanda che so già che mi farai: – Ma allora vai anche tu a riscoprire il mondo- , io ti rispondo che io l’ho già scoperto e l’ho già vissuto, dopo la morte di Anita sono stato via per anni, ma ora ho deciso di tornare. L’unica cosa che ora mi possa far star bene è stare qui a leggere, a suonare il piano e ad ascoltare la voce di Anita che canta. È lei che intona questa canzone. Senti che voce… Ma tu no. Tu devi guardare le cose in mondo diverso. Sei sveglia, sei in gamba e sei anche tu pazza! Hai tutte le carte in regola per metterti in gioco. Esci, scopri, impara e ama.” “Forse sono un po’ fifona.” “Ma va… sei solo giovane. Prendi questo e lì ci troverai tutto.” Detto questo Gianni si mise a suonare, a tempo con le canzoni di Anita. Elena prese il quaderno che le aveva dato e si mise a leggerlo vicino alla porta. Era il diario di viaggio di Gianni in Africa. Proprio mentre stava per iniziare la lettura vide un’ombra avvicinarsi. “Che ci fai tu qui?” era Marcello. Non si erano mai parlati. Elena rispose incuriosita “La vera domanda è che cosa ci fai tu qui.” Gianni urlava senza smettere di suonare: “Marcello sei tu? Elena ti presento mio nipote!” Elena sgranò gli occhi, Marcello non capì molto ma le chiese subito: “Quello è il diario dello zio? Ma com’è che a me non l’ha mai fatto leggere? Fammi vedere, posso?” E con la voce di Anita, la musica di Gianni, i due ragazzi si sedettero vicini e iniziarono a leggere insieme, ogni tanto guardandosi e sorridendo. Che strano il destino.

The house in the woods

In the small mountain village, people where only talking about one thing. Someone had returned to live in the little house in the woods. Marco and Luca swore they had seen it with their own eyes: the smoke was coming out of the old chimney, the rooms were lit up and a song was echoing throughout the forest. This small dwelling was located right next to one of the lowest mountain chains in the region, between the edge of the forest and the mountains: the echo was assured.

For all the boys in the village, it seemed impossible to think that anyone had ever lived there again. They used it in the evenings to meet, to bring their first girlfriends, to play hide-and-seek. The boys had even invented the ‘abandoned house game’. It was a test of courage that all the young men in the village would have to face: spending a whole night alone in the house. It was considered the test of the passage from adolescence to adulthood. If you did this you were no longer a boy, you were a man.

“Who could have come back to live there? The former owner? The madman?” Elena pondered as she looked quietly out the bus window. “Besides, who said he was crazy? The usual villagers. How I hate this place, these people who are so fake, so mean and who talk too much. If I have to tell the truth, I would really like to live in this little house”. 

Sabrina got on the bus, smiled at everyone and, with her sharp eyes, she checked, commented, pitied and judged. Elena hoped she wouldn’t run into her. She had stopped a few metres away, had joined a group of young people who were shouting and the music was out loud. Suddenly, the music lowered and their voices filled the whole vehicle: they were talking about the little house in the woods: “The madman is back, yes, the crazy cuckold”. And everyone laughed loudly. “The old man wants to take away the pleasure house. I do not care, I am going anyway, so maybe I will catch his wife…”, “She wants to be with everyone except of her husband”. Some were laughing so hard that they had tears in their eyes. Elena got off, without even seeing which stop it was. “Better to walk alone than to be with these people,” she thought, smiling and waving at Sabrina, who was waving and blowing kisses at her from the bus. As she retraced her steps, she looked at the people, she saw them all so ugly, so busy with useless tasks, so sad not knowing true sadness. She empathized with them and hoped to find something interesting, but to her everything had become dull, meaningless and sad. She saw friends talking behind each other’s backs, renegades everywhere, couples who were not in love but still smiled. That was normal, she had been told, “you are young, so have fun!”. “Why should I do things to show others that I am happy, when I am not? So she had stopped. Marcello watched her from a distance. He had always been curious about this girl who was so different from the others: locked up in her own world, far from everything and everyone. Anyway, as usual, Elena did not even looked at him. At least he was sure of that. She opened her bag and checked that she had the book with her. “I am not going home. I want to go to my usual place”.

She looked up and saw Marcello, gave him a forced smile and turned around. Before going to the centre of the village, there was this little path that led into the woods. There was a smooth and huge stone rolled into the mountain years ago, near an oak tree. It was the “usual place”. She would lie there in her swimwear and would read for the whole afternoon. She often stayed until late in the evening, despite invitations and calls from her parents. But this time the stone was busy. A gentleman, a handsome man in his fifties, shirtless, was smoking a cigar while singing a song. Elena approached him with a determined step and asked, “Who are you? The man, whose name is said to be Gianni, raised his head slightly, then lowered it again and, after a long sigh, exclaimed: “I am the crazy cuckold”. Elena replied fearlessly: “Oh well, nice to meet you! I am the crazy old spinster”. Gianni looked at her: “You? An old spinster? You must be sixteen, if that is possible. “I am twenty”. And you, are you a spinster because you are crazy? “No, I am crazy because I am a spinster. “Then it is not so bad, if you think I am crazy because I am a cuckold! They burst out laughing. “Anyway, you must not think about these things, about what people in this little village think. You must have an open mind, you do not have to think about the village, you have to think about the world beyond this village. Elena was intrigued, “I already have my own world. Don’t you see it? Here it is! The girl took out her book. “As far as I am concerned, you can only hear my universe through the silence.” Silence. Suddenly, there was a song, or rather a melody, but it was very low. “It’s the radio in my house and… you know what? I’ll take you there, come on. I have to explain something to you. The two of them walked away, in total silence. Elena held the book in her right hand and Gianni looked up at the sky. As they approached the house, the volume of the music increased. And now that Elena was inside the house, she was already in love with it. Lots of books, lots: in the kitchen, in the bathroom, in the storeroom. And then there were papers scattered everywhere: sheet music. “So it’s true that you’re crazy. “Oh yes, I am. He let her walk around the house, and he could see that her fingers, every time they touched a surface, kept time, tapped the rhythm on it. “Elena, come here. I have something important to tell you. Elena sat down next to the piano, Gianni sat in front of the instrument instead. “Now I’m going to tell you something. And you have to listen to me. Your world is literature. My world was Anita. We met in Africa. I had just left my wife. I was a broken man. We were living in the village, we had just got married when I discovered a whole series of betrayals that had taken place before my eyes, without my knowing it. Do you know who told me? Don’t you know? The villagers.

They thought I knew everything, since the betrayals had taken place before the wedding, they told me about it one day in the bar, joking. They were convinced that I knew about it but that I had forgiven him and we got married afterwards. I was devastated. You know that feeling of anger so strong, so heartbreaking that it turns into deep disappointment? When you come home and say nothing to her. Where you can’t find a single reason to sleep with her again, even for one night. So you know what I did? I did something crazy. I left the house. Without saying a word to anyone. I ran away that night. I didn’t even have any luggage with me. Just my papers. And I arrived at this little house in the woods, which belonged to my grandfather. At that time it was just a barn, I had never taken anyone there. I spent the night there. The next day I got on a plane and went to Africa. Is this possible? Yes, because as a doctor I had been there a few years ago for some experimental research we were doing in a village. But I never had time to get to know the people, because I was always in the clinic, studying, doing my research. I cried the whole way. Suddenly, when I landed, I saw this woman coming towards me. She was beautiful. I – I look at Elena – had never seen such beauty in her gestures, her smile, her eyes. But her strong point was her friendliness, a talent I had never considered important for a woman. She laughed, she always laughed in fun. And that’s how I fell in love, two days after I left home. I, my voice trembles when I talk about it, I have to thank for being a “crazy cuckold” because otherwise I wouldn’t have found Anita, I wouldn’t have found my Africa, where I come back every year, I wouldn’t have come back here, I wouldn’t have renovated the house to make it our little “home” after every mission. Elena, what I want to tell you is that it is important to have a world of your own, but it is also important to live in this world, to live it fully. Enjoy this life, you have the gift of observing it intelligently, with insight, with sincerity, with kindness. Always take a book with you, it’s true, but while you have it, go out and discover the world. There’s no point in resenting this place. Think of me. I should never have gone back. Instead, I made my home here and it was here that I took care of my Anita until she couldn’t breathe. And to the question that I know you will ask me: “So you will also rediscover the world”, I will tell you that I have already discovered and experienced it, after Anita’s death I went away for years, but now I have decided to return. The only thing that makes me feel good now is to be here reading, playing the piano and listening to Anita’s voice singing. She sings this song. Listen to her voice… But this kind of life is not for you yet. You have to look at things in a different way. You are smart, you are clever and you are crazy! You have everything you need. Go out, discover, learn and love. “Maybe I’m a bit of a wimp. “Not at all… you’re just young. Be aware of that and you’ll find everything there. With that, Gianni started to play, in rhythm with Anita’s songs. Elena took the notebook he had given her and read it by the door. It was Gianni’s travel diary from Africa. Just as she started to read, she saw a shadow approaching. “What are you doing here? It was Marcello. They had never spoken. Elena answered curiously: “The real question is what are you doing here? Gianni shouted without stopping: “Marcello, is that you? Elena, this is my nephew”. Elena’s eyes widened, Marcello didn’t understand much, but immediately asked: “Is that my uncle’s newspaper? But how come he never let me read it? Let me see, shall I? And with Anita’s voice and Gianni’s music, the two children sat down next to each other and started to read together, looking at each other from time to time, smiling. Ah, how crazy fate is.

La petite maison dans les bois

Dans le petit village de montagne, on ne parlait que de cela. Quelqu’un était revenu vivre dans la petite maison dans les bois. Marco et Luca ont juré qu’ils l’avaient vu de leurs propres yeux : la fumée sortait de la vieille cheminée, les pièces étaient éclairées et une chanson, s’échappant des portes, résonnait dans toute la forêt. Cette petite maison était située juste à côté d’une des chaînes de montagnes les plus basses de la région, entre la lisière de la forêt et les montagnes : l’écho était assuré. Pour tous les garçons du village, il semblait impossible de penser que quelqu’un était revenu y vivre. En effet, ils utilisaient cette maison-là le soir pour se rencontrer, pour amener leurs premières petites amies ou pour jouer à cache-cache. Les garçons avaient même inventé le « jeu de la maison abandonnée », c’était une épreuve de courage que tous les jeunes hommes du village devaient affronter : passer une nuit entière seuls dans la maison. Cette épreuve était considérée comme le passage de l’adolescence à l’âge adulte. Si tu la réussissais, tu n’étais plus un garçon, tu étais un homme.

« Qui aurait pu revenir vivre là-bas ? L’ancien propriétaire ? Le fou ? » Elena réfléchissait en regardant tranquillement par la fenêtre du bus. « D’ailleurs, qui a dit qu’il était fou ? Les villageois habituels. Comme je déteste cet endroit, ces gens si susceptibles, si faux, si méchants et qui bavardent trop. En vrai, moi je voudrais vivre dans cette petite maison ! ».  

Sabrina est montée dans le bus, a souri à tout le monde et, d’un regard aiguisé, a vérifié, commenté, plaint et jugé. Elena espérait qu’elle ne la croiserait pas. Elle s’était arrêtée quelques mètres plus loin, rejoignant un groupe de garçons qui criaient, musique à fond.  « Comme elle aime que ceux-ci s’arrêtent et la regardent, vous verrez comme elle a de la chance… ». Soudain, la musique a baissé, et leurs voix ont envahi tout le véhicule : ils parlaient de la petite maison dans les bois : « Le fou est de retour, oui, le cocu fou ». Et tout le monde a ri bruyamment. « Le vieux veut enlever la maison de plaisir mais j’y vais quand même, alors peut-être que j’attraperai sa femme… », « Elle veut être avec tout le monde sauf son mari ». Certains riaient tellement fort qu’ils avaient les larmes aux yeux. Elena est descendue au hasard, sans même voir de quel arrêt il s’agissait. « Mieux vaut marcher seule qu’être avec ces gens-là », pensa-t-elle en souriant et en faisant signe à Sabrina, qui, depuis l’intérieur du bus, lui faisait signe et lui envoyait des baisers. En revenant sur ses pas, elle regarda les gens, elle les voyait tous si laids, si occupés à des tâches inutiles, si tristes en connaissant pas la vraie tristesse. Elle avait de l’empathie pour eux et espérait trouver quelque chose d’intéressant, mais, à ses yeux, tout était devenu terne, insignifiant et triste. Elle a vu des amis parler dans le dos des autres, des renégats partout, des couples qui étaient tout sauf amoureux et qui souriaient. Mais c’était normal, on lui avait dit, « tu es jeune, amuse-toi bien ! ». « Pourquoi devrais-je faire des choses pour montrer aux autres que je suis heureuse, sans que je le sois vraiment ? ». Elle s’était donc arrêtée. Marcello l’a observée de loin. Elle avait toujours été curieuse de cette fille si différente des autres, enfermée dans son propre monde, loin de tout et de tous. Mais elle, comme d’habitude, ne l’a même pas vu. Au moins, il en était sûr. Elle a ouvert son sac et a vérifié qu’elle avait le livre avec elle. « Je ne rentre pas chez moi. Je veux aller à mon endroit habituel. »

Elle a levé les yeux et a vu Marcello, lui a adressé un sourire, forcé, et s’est retournée. Avant de prendre la route vers le centre du village, il y avait ce petit chemin qui menait dans les bois. Il y avait une pierre, bien lisse, énorme, roulée dans la montagne il y a des années, près d’un chêne. C’était « l’endroit habituel ». Elle s’allongeait là dans son maillot de bain et lisait pendant des après-midis entiers. Elle restait souvent jusqu’à tard dans la soirée, malgré les invitations et les appels de ses parents. Mais cette fois, la pierre était occupée. Un monsieur, un beau monsieur, la cinquantaine, torse nu, fumait un cigare en chantonnant une chanson. Elena s’est approchée de lui d’un pas déterminé et a demandé : « Qui êtes-vous ? ». Le monsieur, dont on sait qu’il s’appelle Gianni, lève légèrement la tête, puis la baisse à nouveau et, après un long soupir, exclame : « Je suis le cocu fou ». Elena a répondu sans crainte : « Ah bon, ravie de vous rencontrer ! Je suis la vieille fille folle ». Gianni l’a scrutée : « Toi ? Vieille fille ? Tu dois avoir seize ans, si c’est possible ». « J’ai 20 ans ». « Ah, tu sais faire la différence. Et tu es vieille fille parce que tu es folle ? ». « Non, je suis folle parce que je suis vieille fille ». « Alors ce n’est pas si mal, si tu penses que je suis fou parce que je suis cocu ! ». Ils ont éclaté de rire. « Mais tu ne dois pas penser à ces choses, à ce que pensent les gens de ce petit village. Il faut avoir un esprit ouvert, il ne faut pas penser au village, il faut penser au monde qu’il y a au-delà de ce village ». Elena était intriguée, « Mais moi j’ai déjà mon propre univers. Vous ne le voyez pas ? Le voici ! ». La fille a sorti son livre. « Très bien. En revanche, en ce qui me concerne, tu peux entendre mon univers que à travers le silence.” Ils se sont tus. Soudain, il y a eu une chanson, ou plutôt une mélodie, mais elle était très basse. « C’est la radio de ma maison et… tu sais quoi ? Je t’y emmène, viens. Je dois t’expliquer quelque chose ». Les deux s’éloignent, dans un silence total. Elena tenait le livre dans sa main droite et Gianni regardait le ciel. Alors qu’ils s’approchaient de la maison, le volume de la musique augmentait. Et maintenant qu’Elena était à l’intérieur de la maison, elle en était déjà amoureuse. Plein de livres, plein : dans la cuisine, dans la salle de bain, dans le cellier. Et puis il y avait des papiers éparpillés partout : des partitions. « Alors c’est vrai que tu es folle ». « Oh oui, je le suis ». Il l’a laissée se promener dans la maison, et il pouvait voir que ses doigts, chaque fois qu’ils touchaient une surface, gardaient la mesure, tapaient le rythme sur celle-ci. « Elena, viens ici. J’ai quelque chose d’important à te dire ». Elena s’est assise à côté du piano, Gianni s’était plutôt assis devant l’instrument. « Maintenant, je vais te dire quelque chose. Et tu dois m’écouter. Ton univers est la littérature. Mon univers était Anita. Nous nous sommes rencontrés en Afrique. Je venais de quitter ma femme. J’étais un homme brisé. Nous vivions dans le village, nous venions de nous marier quand j’ai découvert toute une série de trahisons qui s’étaient déroulées sous mes yeux, sans que je le sache. Tu sais qui me l’a dit ? Tu ne le sais pas ? Les villageois. Ils pensaient que je savais tout, puisque les trahisons avaient eu lieu avant le mariage, ils m’en ont parlé un jour au bar, en plaisantant. Ils étaient convaincus que j’étais au courant mais que je lui avais pardonné et que nous nous étions mariés après. J’étais dévasté. Tu connais ce sentiment de colère si fort, si déchirant qu’il se transforme en une profonde déception ? Quand tu rentres à la maison et tu ne lui dis rien. Où tu ne peux pas trouver une seule raison de recoucher avec elle, même pour une seule nuit. Alors tu sais ce que j’ai fait ? J’ai fait quelque chose de fou. J’ai quitté la maison. Sans dire un mot à personne. Je me suis enfui cette nuit-là. Je n’avais même pas de valises avec moi. Juste mes papiers. Et je suis arrivé à cette petite maison dans les bois, qui appartenait à mon grand-père. À l’époque, ce n’était qu’une grange, je n’y avais jamais emmené personne. J’y ai passé la nuit. Le lendemain, j’ai pris un avion et je suis parti pour l’Afrique. Est-ce possible ? Oui, parce qu’en tant médecin, je m’y étais rendu il y a quelques années pour des recherches expérimentales que nous faisions dans un village. En revanche, je n’avais jamais eu le temps de faire connaissance avec les habitants, car je restais toujours dans la clinique, à étudier, à faire mes recherches. J’ai pleuré tout le long du chemin. D’un coup, en atterrissant, j’ai vu cette femme venir vers moi. Elle était belle. Moi – je regarde Elena- je n’avais jamais vu une telle beauté dans ses gestes, son sourire, ses yeux. Mais son point fort était son amabilité, un talent que je n’avais jamais considéré comme important pour une femme. Elle riait, elle riait toujours en s’amusant. Et c’est ainsi que je suis tombé amoureux, deux jours après avoir quitté la maison. Moi, ma voix tremble quand j’en parle, je dois remercier d’être un « fou cocu » parce que sinon je n’aurais pas trouvé Anita, je n’aurais pas trouvé mon Afrique, où je reviens chaque année, je ne serais pas revenu ici, je n’aurais pas rénové la maison pour en faire notre petit « chez nous » après chaque mission. Elena, ce que je veux te dire, c’est qu’il est important d’avoir un univers que à toi, mais il est également important de vivre dans ce monde, de le vivre pleinement. Profite de cette vie, tu as le don de l’observer de façon intelligente, avec perspicacité, avec sincérité, avec bonté. Prends toujours un livre avec toi, c’est vrai, mais pendant que tu le gardes, pars à la découverte du monde. Il est inutile d’en vouloir à cet endroit. Pense à moi. Je n’aurais jamais dû y retourner. Au lieu de cela, j’ai fait ma maison ici et c’est là que j’ai pris soin de mon Anita jusqu’à ce qu’elle ne puisse plus respirer. Et à la question que je sais déjà que tu vas me poser : « Alors tu vas aussi redécouvrir le monde », je te dirai que je l’ai déjà découvert et expérimenté, après la mort d’Anita, je me suis éloigné pendant des années, mais maintenant j’ai décidé de revenir. La seule chose qui me fait du bien maintenant, c’est d’être ici à lire, à jouer du piano et à écouter la voix d’Anita chanter. Elle chante cette chanson. Ecoute sa voix… Mais ce type de vie n’est pas encore pour toi. Toi, tu dois regarder les choses de façon différente. Tu es intelligente, tu es maline et tu es folle ! Tu as ce qu’il faut pour te faire remarquer. Sors, découvres, apprends et aimes ». « Peut-être que je suis un peu mauviette ». « Pas du tout… tu es juste jeune. Aies conscience de cela et tu trouveras tout là-bas ». Cela dit, Gianni a commencé à jouer, en rythme avec les chansons d’Anita. Elena a pris le carnet qu’il lui avait donné et l’a lu près de la porte. C’était le journal de voyage de Gianni en Afrique. Au moment où elle commençait à lire, elle a vu une ombre s’approcher. « Que fais-tu ici ? ». C’était Marcello. Ils ne s’étaient jamais parlé. Elena a répondu avec curiosité : « La vraie question est de savoir ce que toi, tu fais ici ». Gianni a crié sans s’arrêter : « Marcello, c’est toi ? Elena je te présente mon neveu ! ». Les yeux d’Elena se sont élargis, Marcello n’a pas compris grand-chose mais lui a demandé immédiatement : « C’est le journal de mon oncle ? Mais comment se fait-il qu’il ne m’ait jamais laissé le lire ? Laisse-moi voir, puis-je ? ». Et avec la voix d’Anita et la musique de Gianni, les deux enfants se sont assis l’un à côté de l’autre et ont commencé à lire ensemble, se regardant de temps en temps, en souriant. Ah, comme le destin est fou.

A casinha no bosque

Na pequena aldeia de montanha, não se falava noutra coisa. Alguém tinha regressado a morar na casinha no bosque. Marco e Luca juraram que o tinham visto com os seus próprios olhos: saía fumo da velha chaminé, os quartos estavam iluminados e havia uma canção, levada pelo vento, que ressoava por toda a floresta. Esta pequena casa estava situada mesmo ao lado de uma das cordilheiras mais baixas da região, entre a borda da floresta e as montanhas: o eco estava assegurado. Para todos os rapazes da aldeia parecia impossível pensar que alguém tivesse regressado naquele sítio. Utilizavam-no à noite para se encontrarem, para trazerem as suas primeiras namoradas, para brincarem às escondidas.  Os rapazes tinham mesmo inventado o “jogo da casa abandonada”. Era uma prova de coragem que todos os jovens da aldeia teriam de enfrentar: passar uma noite inteira sozinhos em casa. Era considerado o teste da passagem da adolescência à idade adulta. Uma vez feito isto, tornava-se adultos.

“Quem poderia ter voltado para viver lá? O antigo dono? Aquele louco”? Elena estava a reflectir enquanto olhava indiferente pela janela do autocarro. “Mas então, quem disse que ele era um louco? Os aldeões habituais, claro. Como odeio este lugar, estas pessoas tão sensíveis, intrometidas, falsas, tão más. Além disso, se quisermos ser honestos, eu viveria naquela casinha”.

Sabrina entrou no autocarro, sorriu para todos, mas com os olhos afiados controlava, comentava, julgava. Elena esperava não se cruzar com ela. Tinha parado a alguns metros de distância dela para depois se juntar a um grupo de rapazes que gritavam, com música aos berros. “Ela gosta muito de receber a atenção deles… grande coisa!” De repente a música recusou, e as suas vozes dominaram todo o veículo: falavam da casinha no bosque: “O louco está de volta, sim, o cornudo maluco”. E todos começaram a rir-se em voz alta. “O velhote quer roubar a nossa casa de diversão, mas eu vou na mesma, talvez eu encontre a mulher dele!”… “Ela quer estar com todos menos com o seu marido”. Alguns riam-se tanto que tinham lágrimas nos olhos. A Elena saiu ao acaso, sem sequer ver qual era a paragem. “Melhor a pé do que com estas pessoas”. Pensou assim enquanto sorria e saudava para Sabrina, que, de dentro do autocarro, agitava os braços e mandava-lhe beijos. Ao voltar para trás, a Elena olhou para as pessoas. Viu-os a todos tão feios, tão ocupados com tarefas inúteis, tão tristes apesar de nada saberem de verdadeira tristeza. Empatia com eles, esperava encontrar algo interessante, mas, aos seus olhos, tudo se tinha tornado monótono, insignificante e… triste. Ele viu amigos a falar pelas costas um do outro, casais que estavam tudo menos apaixonados, mas sorridentes. Mas isso era normal, tinha-lhe sido dito – és tão jovem, diverte-te! – “Mas porque tenho de fazer coisas para mostrar aos outros que sou feliz, sem eu ser feliz primeiro, a sério?” Por isso, ela tinha parado. Marcello observou-a à distância. Ele sempre teve curiosidade sobre aquela menina que era tão diferente das outras, fechada no seu próprio mundo, longe de tudo e de todos. Mas ela, como de costume, nem sequer o viu. Pelo menos, ele tinha a certeza disso. Elena parou subitamente. Abriu a sua mala e verificou que tinha o livro com ela. “Eu não vou para casa. Vou para o meu lugar habitual”. Olhando para cima, viu Marcello, mostrou-lhe um sorriso, não muito generoso, e virou-se. Antes de tomar a estrada para o centro da aldeia, havia este pequeno caminho que conduzia ao bosque. Havia uma pedra, bastante lisa, enorme, rolada pela montanha há anos atrás, perto de um carvalho. Esse era “o lugar habitual” dela. Deitava-se ali com o seu fato de banho e lia durante tardes inteiras. Muitas vezes ficava até tarde da noite, independentemente dos convites e lembretes dos seus pais. Mas desta vez a pedra estava ocupada. Um senhor, um senhor bonito, nos seus cinquenta anos, sem camisa, fumava um charuto enquanto cantarolava uma canção. Elena aproximou-se dele com um passo determinado e perguntou: “Quem é você?” O senhor, que sabemos chamar-se Gianni, levantou ligeiramente a cabeça, para depois a baixar novamente e após um longo suspiro exclamou: “Eu sou o cornudo maluco”. Elena respondeu sem medo: “Ah bem, prazer em conhecê-lo! Eu sou a solteirona louca”. Gianni examinou-a, “Tu? Solteirona? Mas mal tens 16 anos”.  “Eu tenho 20 anos”. “Ah, grande diferença. Agora diz-me, és uma solteirona porque és louca?” “Não, sou louca porque sou uma solteirona”. “Então não é assim tão mau, eu sou maluco porque sou um cornudo!”  Eles desatam a rir. “Mas não tens de pensar nestas coisas, no que as pessoas nesta pequena aldeia pensam. Tens de abrir a tua mente, não tens de pensar na aldeia, tens de pensar no mundo”. Elena ficou intrigada: “Tenho o meu próprio mundo. Está a vê-lo? Aqui está!” A rapariga tirou o seu livro. “Bom, muito bom”. O meu mundo, por outro lado, pode ouvi-lo se permanecer em silêncio”. Ficaram em silêncio. De repente, ouviu-se uma canção, ou melhor, uma melodia, mas era muito baixa. “É o rádio da minha casa e… sabes que mais? Eu levo-te lá, anda. Tenho de te explicar uma coisa”. Os dois saíram, em silêncio total. Elena segurava o livro na mão direita e Gianni olhava para o céu. O volume da música aumentava à medida que se aproximavam da casa. Uma vez lá dentro, Elena apaixonou-se completamente pela casinha. Estava cheia de livros: na cozinha, na casa de banho, na arrecadação. E ainda havia papéis espalhados por todo o lado, eram partituras musicais. “Então é verdade que está louco”.”Oh sim, claro!”.  Deixou-a vaguear pela casa, e viu que os seus dedos, cada vez que tocavam numa superfície, mantinham o tempo, tocando o ritmo nela. “Elena, vem cá. Tenho algo importante para te dizer”. Elena sentou-se ao lado do piano enquanto Gianni sentou-se em frente ao instrumento. “Agora vou contar-te uma coisa. E tens de me ouvir como deve ser. O teu mundo é literatura. O meu mundo era Anita. Encontrámo-nos em África. Eu tinha acabado de deixar a minha mulher. Era um homem despedaçado. Vivíamos na aldeia, tínhamos acabado de casar quando descobri toda uma série de traições que tinham ocorrido diante dos meus olhos, sem eu o saber. Sabes quem me disse?  Os nossos simpáticos aldeões. Pensando que eu sabia tudo, já que as traições tinham ocorrido antes do casamento, falaram-me disso um dia no bar, enquanto brincavam. Estavam convencidos de que eu sabia disso, mas que a tinha perdoado e que portanto nós tínhamos casado depois. Fiquei devastado. E sabes aquele sentimento de raiva tão forte, tão dilacerante, que se transforma numa profunda desilusão? Aquele para o qual se chega a casa e não se lhe diz nada. Aquele em que não se consegue encontrar uma única razão para dormir com ela novamente, nem mesmo por uma noite. Então sabes o que eu fiz? Fiz algo que eles pensaram ser uma loucura. Saí de casa. Sem dizer uma palavra a ninguém. Fugi nessa mesma noite. Eu nem sequer tinha uma mala comigo. Apenas os meus documentos. Assim vim para esta pequena casa no bosque, que pertencia ao meu avô. Na altura era apenas uma estrebaria, por isso nunca tinha lá levado ninguém. Passei lá a noite. No dia seguinte apanhei um avião e fui para África. Será isso possível? Sim, porque, como médico, eu tinha estado lá recentemente para alguma pesquisa experimental que estávamos a fazer numa aldeia. Mas nunca tinha passado tempo algum a conhecer os habitantes, tinha ficado sempre na clínica, a estudar, a fazer pesquisas. Eu chorei durante toda a viagem.  Ao aterrar, vi esta mulher a vir na minha direcção. Era belíssima. Olha, Elena, eu nunca tinha visto tanta beleza nos gestos, no sorriso, nos olhos. Mas o ponto forte dela era a simpatia, um talento que eu nunca tinha considerado importante para uma mulher. Ela ria, ria-se sempre e com gosto. E foi assim que me apaixonei, dois dias depois de sair de casa. Eu, a minha voz ainda treme a falar sobre isso, devo estar grato por ser um “cornudo maluco” porque de outra forma não teria encontrado Anita, não teria encontrado a minha África, onde volto todos os anos, não teria voltado aqui, não teria reestruturado a casa para torná-la a nossa casinha cada vez que voltávamos das nossas missões. Elena, o que te quero dizer é que é importante ter um mundo próprio, mas também é importante viver neste mundo, torná-lo próprio, vivê-lo plenamente, esta vida que tens o dom de poder observar com olhos inteligentes, com astúcia, com sinceridade, com bondade. Tenha sempre um livro na mão, está certo, mas enquanto o segura, vá e descubra o mundo. É inútil ficar ressentido com este lugar. Olha para mim, por exemplo. Teoricamente, eu nunca deveria ter voltado. Em vez disso, fiz aqui a minha casa e foi aqui que cuidei da minha Anita até ao seu último suspiro. E à pergunta que já sei que me vais fazer: ‘Mas então tu também, porque é que não vais descobrir o mundo?’, vou dizer-te que já o descobri e experimentei, depois da morte de Anita estive fora durante anos, mas agora decidi voltar. A única coisa que me faz sentir bem agora é estar aqui a ler, a tocar piano e a ouvir a voz de Anita a cantar. Ela canta esta canção. Ouve a sua voz… Mas não tu. Tu precisas de ver as coisas de uma forma diferente. Tu és inteligente… e tu também és louca!  Tens o que é preciso para descobrir o mundo lá fora. Saia, descubra, aprenda e ame”. “Talvez eu seja um pouco covarde”. “Nem pensar… és apenas jovem. Leva isto e encontrarás aí tudo”. Dito isto, Gianni começou a tocar, no tempo com as canções de Anita.  Elena pegou no caderno que ele lhe tinha dado e leu-o junto à porta. Era o diário de viagem de Gianni na África. Quando ela estava prestes a começar a ler, viu uma sombra aproximar-se. “O que fazes aqui?” Era Marcello. Nunca tinham falado um com o outro. Elena respondeu curiosamente: “A verdadeira questão é o que fazes tu aqui”? Gianni gritou sem parar de tocar: “Marcello és tu? Elena, apresento-te o meu sobrinho”! Os olhos de Elena alargaram-se, Marcello não entendeu muito mas perguntou-lhe imediatamente: “É o diário do tio? Mas como é que ele nunca me deixou lê-lo? Deixe-me ver, posso?” E com a voz de Anita e a música de Gianni, os dois rapazes sentaram-se um ao lado do outro e começaram a ler juntos, olhando um para o outro e sorrindo ocasionalmente. Como é estranho o destino.

Die kleine Hütte im Wald

Im kleinen Dorf in den Bergen ging es um nichts anderes mehr: jemand war in die Hütte im Wald zurückgekehrt. Marco und Luca schworen, es mit eigenen Augen gesehen zu haben: es kam Rauch aus dem alten Schornstein, die Zimmer waren mit Musik erfüllt, die sich von den Türen nicht aufhalten ließ und durch den ganzen Wald erklang. Die kleine Hütte befand sich genau an der Waldgrenze am Fuße des naheliegenden Berges, das Echo der Musik war also kein Wunder. Die Leute aus dem Dorf konnten sich kaum vorstellen, dass tatsächlich jemand dorthin zurückgekehrt war. Normalerweise diente das Haus als Treffpunkt, an dem man Verstecken spielte oder sich heimlich mit seinem Freund oder seiner Freundin traf. Die Jungs hatten sogar das sogenannte „Spiel der verlassenen Hütte“ erfunden. Es handelte sich dabei um eine Mutprobe, der sich alle jungen Männer des Dorfes stellen mussten: man sollte eine ganze Nacht alleine im Haus verbringen. Bestand man diese Mutprobe, wurde man von da an als erwachsener Mann angesehen.

„Wer könnte nur dort eingezogen sein? Der letzte Hausbesitzer? Der Verrückte?“ Elena grübelte vor sich hin, während sie ihren Blick aus dem Busfenster schweifen ließ. „Aber wer sagt eigentlich, dass er wirklich verrückt ist? Wahrscheinlich haben die Dorfbewohner das wieder nur erfunden. Ach, wie ich diesen Ort hasse, diese scheinheiligen, falschen Menschen, die gemein sind und Gerüchte in die Welt setzen. Ich könnte mir tatsächlich vorstellen, dort oben in der kleinen Hütte zu wohnen!“

Da sah sie, dass Sabrina in den Bus einstieg, allen zulächelte und mit einem scharfen Blick die neuesten Geschehnisse kommentierte, beurteilte und sich lustig machte, so wie alle anderen auch. Elena hoffte, dass sie sie nicht bemerken würde. Sabrina war ein paar Meter weiter weg stehen geblieben, um sich einer Gruppe Jungs anzuschließen, die fast schreien mussten, um ihre eigene laute Musik zu übertönen. „Wie sie sich nur für jene interessiert, die ihr nachlaufen…“, dachte Elena kopfschüttelnd. Plötzlich wurde die Musik ganz leise und die Stimmen der Gruppe hörte man im ganzen Bus: sie sprachen von der kleinen Hütte im Wald: „Der Verrückte ist zurück, ja, der Betrogene Verrückte.“ Sie konnten sich nicht mehr halten vor Lachen. „Der Alte will sein Vergnügungshaus abreißen, aber ich geh trotzdem hin, wer weiß, vielleicht finde ich dort seine Frau…“, „Sie will bei jedem sein, außer bei ihrem Ehemann.“. Manche lachten so sehr, dass sie Tränen in den Augen hatten. Elena hatte genug. Sie stand abrupt auf und stieg bei der nächsten Haltestelle aus, ohne darauf zu achten, wo sie sich befanden. „Besser alleine zu Fuß laufen als mich mit diesen Leuten abzugeben.“, dachte sie wütend und winkte mit einem aufgesetzten Lächeln Sabrina zu, die ihr vom Inneren des Busses winkte und ihr Küsse zuwarf. Sie konzentrierte sich auf ihre Schritte und dachte über diese Leute nach, die wohl nichts Besseres zu tun hatten, als sich über andere lustig zu machen. Sie hatte Mitleid mit ihnen und hoffte, dass sie irgendwann etwas Interessanteres finden würden – in ihren Augen jedoch war alles stumpf, unbedeutend und traurig geworden. Sie hatte Freunde hinter dem Rücken der anderen sprechen gehört, Menschen, die über ihre Nachbarn und Familienmitglieder schimpften, Pärchen, die lächelten und Hand in Hand spazierten, obwohl sie alles andere außer verliebt waren. Aber das wäre normal, hatte man ihr gesagt: „Du bist jung, hab doch Spaß!“ „Aber wozu soll ich anderen zeigen, ach wie toll doch mein Leben ist – ohne dabei wirklich glücklich zu sein?“ Sie hatte also aufgegeben, nach Antworten zu suchen.

Marcello beobachtete sie aus der Ferne. Er hatte sich schon immer für dieses Mädchen interessiert, das so anders war als alle anderen. Sie war wie in ihrer eigenen Welt, weit weg von allem und jedem. Sie hatte ihn natürlich, so wie jedes Mal, nicht einmal wahrgenommen. Dachte er zumindest. Sie öffnete ihren Rucksack, um nachzusehen, ob sie ihr Buch dabeihatte. „Ich gehe nicht sofort nachhause, sondern schaue noch kurz an meinem Lieblingsort vorbei.“ Sie hob den Blick und sah Marcello, der ihr kurz aufmunternd zulächelte und sich blitzartig umdrehte.

Bevor man der Straße Richtung Stadtzentrum folgte, bog dieser kleine Weg ab, der in den Wald führte. Dort gab es einen großen Stein, der schon seit Jahren an der gleichen Stelle lag, direkt neben einer riesigen, alten Eiche. Das war ihr Lieblingsort. Sie legte sich dort meistens auf den Stein und verbrachte ganze Nachmittage damit, ihre Bücher zu durchschmökern. Manchmal blieb sie sogar bis spät am Abend, trotz der besorgten Anrufe ihrer Eltern. Aber dieses Mal kam es anders – der Stein war bereits besetzt. Ein gutaussehender Mann, um die 50 Jahre alt, saß mit nacktem Oberkörper auf dem Stein. Er starrte in die Ferne, rauchte eine Zigarre und sang dabei ein Lied. Elena ging mit bestimmtem Schritt auf ihn zu und fragte: „Wer sind Sie?“ Der Mann, von dem man weiß, dass er Gianni heißt, hob leicht den Kopf, senkte ihn wieder und, nach einem langen Ausatmen, rief er glucksend: „Ich bin der Betrogene Verrückte!“ Elena antwortete, ohne einen Hauch von Angst: „Ah, Sie sind das also. Freut mich, Ihre Bekanntschaft zu machen! Ich bin das alte, verrückte Mädchen.“ Gianni sah sie forschend an: Du? Du bist doch gerade mal 16 Jahre alt.“ „Ich bin 20.“ „Ist doch fast dasselbe. Und du bist das alte Mädchen, weil du verrückt bist?“ „Nein, ich verrückt, weil ich das alte Mädchen bin.“ „Na dann ist das doch gar nicht so schlimm, wenn du denkst, dass ich verrückt bin, weil ich der Betrogene bin!“ Sie mussten lachen. „Ich hoffe du glaubst nicht daran, was die Leute im Dorf erzählen. Man muss aufgeschlossen sein, man darf nicht nur an das Leben im Dorf denken, man muss die ganze Welt miteinbeziehen, die es außerhalb dieses Dorfes gibt.“ Elena wurde neugierig: „Keine Angst, ich habe mein eigenes Universum. Sehen Sie? Das hier.“ Sie nahm das Buch aus ihrer Tasche. „Sehr gut. Was mich dahingegen betrifft, mein Universum kann man nur durch die Stille wahrnehmen.“ Sie wurden still und plötzlich hörte man ein Lied, oder eher eine Melodie, die sehr leise war. „Das ist der Radio von meinem Haus und… weißt du was? Ich zeig’s dir, komm mit. Ich möchte dir etwas erzählen.“

So folgten sie dem Weg, während sie, ohne zu sprechen, der Musik lauschten. Elena hielt ihr Buch in der rechten Hand und Gianni starrte in den Himmel. Als sie dem Haus näherkamen, wurde die Musik immer lauter. Und sobald Elena einen Schritt über die Türschwelle machte, war sie bereits in das Haus verliebt. Es war voll mit Büchern: in der Küche, im Badezimmer, im Wohnzimmer, ja sogar im Keller. Und dann waren überall Schriftstücke verstreut: Partitionen.

„Es ist also wahr, dass du verrückt bist.“ „Oh ja, das ist es.“ Er ließ sie sein Haus bestaunen. Sobald ihre Finger eine Oberfläche streiften, klopfte sie den Rhythmus der Melodie nach. „Elena, komm her. Ich muss dir etwas Wichtiges sagen.“ Elena setze sich neben das Klavier, Gianni nahm davor Platz. „Hör gut zu. Dein Universum ist die Literatur. Mein Universum war meine liebe Anita. Ich habe Anita in Afrika kennengelernt, kurz nachdem ich meine Frau verlassen habe. Ich war ein zerbrochener Mann. Ich hatte mit meiner Frau in diesem Dorf gelebt, wir hatten gerade geheiratet, als ich herausfand, dass sie mich bereits seit längerer Zeit betrogen hatte. Wer denkst du, hat es mir gesagt? Unsere lieben Dorfbewohner natürlich. Sie dachten, ich wüsste Bescheid, da sie bereits vor unserer Hochzeit etliche Liebhaber hatte. Sie waren überzeugt, dass ich es wissen müsste und ihr wohl dafür vergeben hätte. Ich war am Boden zerstört, als ich die Wahrheit herausfand. Kennst du dieses Gefühl von Wut, das so stark ist, dass es sich einfach nur in tiefe Enttäuschung verwandelt? So bin ich nachhause zurückgekehrt, ohne auch nur irgendetwas zu sagen. Ich konnte keine Nacht mehr an ihrer Seite verbringen, also weißt du, was ich gemacht habe? Ich habe etwas gemacht, das wohl alle für verrückt hielten. Ich habe mein Zuhause verlassen. Ohne jemandem Bescheid zu geben. In jener Nacht bin ich abgehaut, ohne Koffer, nur mit den nötigsten Dokumenten. Ich bin zu diesem Haus gekommen, das mir mein Großvater vererbt hat. Damals war es nur eine Scheune, weshalb ich es nie jemandem gezeigt habe. Ich habe eine Nacht dort verbracht, am nächsten Morgen bin ich ins Flugzeug nach Afrika gestiegen. Da ich Arzt bin, konnte ich dort leicht Arbeit finden und vielen Menschen helfen.

Die ganze Reise lang habe ich geweint. Als wir gelandet sind, ist diese Frau auf mich zugekommen. Sie war beeindruckend. In meinem ganzen Leben habe ich noch keine so schöne Frau gesehen – ihre Bewegung, ihr Lächeln, ihre Augen. Aber ihre eigentliche Stärke war ihre Freundlichkeit, eine Qualität, die mir früher bei Frauen gar nicht aufgefallen ist. Sie konnte über sich selbst lachen und amüsierte sich dabei. Und so habe ich mich zum ersten Mal richtig verliebt, zwei Tage nachdem ich mein Haus verlassen hatte. Meine Stimme zittert noch immer, wenn ich von ihr spreche. Ich bin dankbar, der Betrogene Verrückte zu sein, denn ansonsten hätte ich niemals Anita getroffen, ich hätte niemals mein Afrika gefunden, wohin ich jedes Jahr zurückkehre, ich wäre niemals hierher zurückgekommen, ich hätte nicht nach jedem Einsatz die Hütte renoviert und ein neues Zuhause daraus gemacht. Elena, was ich dir sagen möchte, ist, dass es wichtig ist, sein eigenes Universum zu besitzen, aber auch, dass es wichtig ist, in dieser Welt zu leben, voll und ganz. Du hast die Gabe, dieses Leben mit klugen Augen, mit scharfem Sinn, mit Ehrlichkeit und Gutmütigkeit zu betrachten. Hab immer ein Buch dabei, aber während du bei dir trägst, vergiss nicht, die Welt außen zu entdecken. Es macht keinen Sinn, diesem Ort die Schuld zu geben. Denk an mich. Ich bin niemals direkt dorthin zurückgekehrt. Anstelle dessen habe ich mir hier mein Haus gebaut, wo ich mich um meine Anita gekümmert habe, bis sie ihren letzten Atemzug nahm. Und als Antwort auf die Frage, die dir wahrscheinlich auf der Zunge liegt: ‚Also wirst auch du die Welt wiederentdecken?‘, sage ich dir, dass ich sie bereits entdeckt habe. Nach Anitas Tod war ich jahrelang weit weg, habe aber beschlossen, zurückzukehren. Das Einzige, das mir im Moment guttut, ist an diesem vertrauten Ort zu sein, zu lesen, Klavier zu spielen und Anitas Stimme zuzuhören. Sie singt dieses Lied. Hör doch zu…

Aber du musst die Dinge anders als ich und als all diese Menschen angehen. Du bist schlau, neugierig und ein bisschen verrückt – so hast du alles, was es braucht. Geh hinaus in die Welt, entdecke Neues, höre niemals auf zu lernen und liebe mit Leidenschaft.“ „Vielleicht habe ich zu viel Angst davor.“ „Nein, du bist nur jung. Sei dir bewusst über all das, was ich dir gesagt habe und du wirst dein Glück finden.“ In dem Moment fing Gianni an, die Lieder von Anita mit dem Klavier zu begleiten. Elena nahm das Buch, das er ihr gegeben hatte und begann zu lesen. Es war Giannis Reisetagebuch aus Afrika. Genau in dem Moment, als sie zu lesen begann, sah sie jemanden näherkommen. „Was machst du denn hier?“ Es war Marcello. Noch nie zuvor hatten sie miteinander gesprochen. Elena antwortete durcheinander: „Die eigentliche Frage ist, was du hier machst!“ Gianni, ohne sein Klavierspiel zu unterbrechen, rief: „Marcello, bist du das? Elena, ich stelle dir meinen Neffen vor!“ Elena machte große Augen, Marcello verstand nicht wirklich, was vor sich ging, aber fragte sogleich: „Ist das das Tagebuch meines Onkels? Warum hat er es mich niemals lesen lassen? Darf ich es sehen?“. Und mit Anitas Stimme und Giannis Klavierspiel im Hintergrund setzten sich die beiden nebeneinander und begannen zu lesen, während sie sich ab und zu ein Lächeln zuwarfen. Ach, das Schicksal…

La casita en el bosque

En el pequeño pueblecito de montaña no se hablaba de otra cosa. Alguien había vuelto a vivir en la casita del bosque. Marco y Luca juraron que lo habían visto con sus propios ojos: el humo salía de la antigua chimenea, las habitaciones estaban iluminadas y una canción retumbaba por todo el bosque, llevada por el viento. Esta pequeña casita estaba justo al lado de una de las cordilleras más bajas de la región, entre el final del bosque y las montañas: el eco no podía faltar. A todos los chicos del pueblo les parecía imposible pensar que alguien hubiese vuelto a vivir en ese lugar. Ellos solían ir por la noche, lo usaban como lugar de encuentro, para llevar a sus primeras novias o para jugar al escondite. Además, se habían inventado incluso ‘’El juego de la casa abandonada’’. Consistía en una prueba de valor a la que todos los chicos del pueblo tenían que enfrentarse: pasar una noche entera, solos, en ese hogar. Lo consideraban la real transición de la adolescencia a la madurez. Si conseguías hacerlo ya no eras un niño, eras un hombre.
‘’¿Quién podría haber vuelto a vivir ahí? ¿El viejo dueño? ¿Ese loco?’’. Elena se quedó pensando mientras miraba por la ventanilla del autobús, con indiferencia. ‘’Además, ¿quién dice que está loco? Los típicos paisanos. Odio este sitio, estos hombres tan irritables, chafarderos, falsos, tan malos. Por cierto, sinceramente yo sí que viviría en esa casita. Claro que sí. ‘’ Sabrina entró en el autobús, sonreía a todo el mundo pero con los ojos afilados vigilaba, hacía comentarios, juzgaba. Elena quería pasar de ella. Se había parado cerca de ella, se había unido a un grupo de chicos que gritaba, con la música a tope. ‘’Como le gusta que la miren, vaya suerte eh..’’. De repente bajó el volumen de la música y sus voces eran las únicas que se oían en todo el autobús: estaban hablando de la casita en el bosque: ‘’El loco ha vuelto, sí, el loco cornudo’’. Todos se rieron. ‘’Ese viejo nos quiere quitar nuestra casa de diversión y de ocio, pero yo iré igualmente, puede que encuentre a su mujer..’’ ‘’Total, ella quiere estar con todos menos con su marido’’. Algunos de ellos lloraban de la risa. Elena bajó del autobús, sin saber en qué parada se encontraba. ‘’Mejor ir andando que con esta gentuza.’’ Esto era lo que pensaba, mientras sonreía y saludaba a Sabrina, que desde el autobús le hacía señas y le mandaba besos. Caminando, miraba a la gente. Veía a todos tan feos, tan ocupados con asuntos inútiles, tan tristes a pesar de no saber nada de la verdadera tristeza. Se identificaba con ellos, deseaba encontrar algo interesante, pero veía todo monótono, insignificante y… triste.
Veía amigos que hablaban mal los unos de los otros, continuas traiciones, parejitas que no estaban ni enamoradas, pero sonreían. Pero era normal, se lo habían avisado – Eres joven, pasatelo bien.- ‘’Entonces, ¿por qué tengo que mostrar al mundo que soy feliz, si yo, en verdad, no lo soy realmente?’’. Entonces se paró. Marcello la miraba desde lejos. Siempre había tenido curiosidad por esa chica tan diferente a los demás, encerrada en su mundo, lejos de todo y de todos. Pero ella no lo veía, como siempre. O por lo menos, él pensaba eso. Elena de repente se paró. Abrió el bolso y se aseguró de tener su libro con ella.
‘’Yo no voy a volver a casa. Me paso por el lugar de siempre.’’ Levantando la mirada vio a Marcello, le sonrió, sin más, y se dio la vuelta. Antes de ir por la calle que llega hasta el centro del pueblo, existía este pequeño camino que llegaba al bosque. Había una piedra bastante lisa, muy grande, que cayó de la montaña y llegó a un árbol. Ese era el ‘’lugar de siempre’’. Se tumbaba ahí, con el bañador y se quedaba leyendo toda la tarde. Muchas veces se quedaba hasta la noche, sin preocuparse por quejas y llamadas por parte de los padres. Pero esta vez esa piedra estaba ocupada. Un señor, un señor muy guapo, de unos

50 años, sin camiseta, fumaba un cigarro mientras tarareaba una canción. Elena, con paso firme, se acercó y segura de sí misma preguntó: ‘’¿ Y tú quién eres?’’
El señor, que nosotros sabemos que se llama Gianni, levantó la cabeza, para luego volver a agacharla y después de un largo suspiro exclama: ‘’ Soy el loco cornudo’’. Elena rebatió sin miedo: ‘’Ah, bueno, encantada. Yo soy la solterona loca’’. Gianni la miró, ‘’¿Tu, soltera? Si tienes 16 años.’’ ‘’Tengo 20.’’ ‘’Ah, vaya diferencia. ¿Y estás soltera porque estás loca?’’ ‘’No, estoy loca porque estoy soltera.’’ ‘’Entonces no es tan grave, si piensas en que yo estoy loco porque me han puesto los cuernos.’’ Los dos se ríen. ‘’Pero tú no pienses en eso, en lo que los demás piensan en este pueblo tan pequeño. Tu tienes que abrir la mente, no pienses en el pueblo, piensa en el mundo entero.’’ Elena tenía curiosidad: ‘’Yo tengo mi mundo, ¿no lo ves? Aquí está.’’ La chica sacó su libro. ‘’Bien, muy bien. Si te quedas en silencio, mi mundo se puede oír.’’ Los dos dejaron de hablar. De repente se escucha una canción, o mejor dicho una melodía, pero no muy fuerte. ‘’Es la radio de mi casa… ¿Y sabes qué? Vamos a ir, vamos ven. Te tengo que explicar una cosa.’’ Los dos se pusieron de camino, en silencio absoluto. Elena tenía cogido su libro con la mano derecha y Gianni miraba al cielo. A medida que se acercaban a la casa, el volumen de la música aumentaba. Y ahora, que Elena estaba dentro de la casa, ya estaba enamorada de ella. Estaba llena de libros, llena: en la cocina, en el baño, en el armario. Y luego habían hojas esparcidas por todas partes, eran partituras. “Entonces es verdad que estás loco”. “Sí, lo estoy.” La dejó vagar por la casa, y vió que sus dedos, cada vez que tocaban una superficie, llevaban el tiempo, pulsando el ritmo sobre ella. “Elena, ven aquí. Tengo que decirte algo importante.’’ Elena se sentó al lado del piano, Gianni se sentó en frente. “Te diré algo. Y tienes que escucharme bien. Tu mundo es la literatura. Mi mundo era Anita. Nos conocimos en África. Yo acababa de dejar a mi esposa. Era un hombre roto. Vivíamos en el pueblo, nos acabábamos de casar cuando descubrí toda una serie de traiciones que habían ocurrido ante mis ojos, sin que me diera cuenta. ¿Sabes quién me lo dijo? ¿O mejor, sabes quiénes me lo dijeron? Nuestros simpáticos paisanos. Pensando que era consciente de todo, ya que las traiciones ocurrieron antes de la boda, me lo contaron un día en el bar, bromeando. Estaban convencidos de que yo lo sabía, pero que la había perdonado y que luego nos íbamos a casar igualmente. Estaba destrozado.
¿Y sabes esa sensación de rabia tan fuerte, tan desgarradora que se convierte en una profunda decepción? Aquella por la que vas a casa y no le dices nada. Aquella por la que no encuentras una sola razón para volver a dormir con ella, aunque sea por una noche. ¿Y entonces sabes lo que hice? Hice algo que para ellos era una locura. Me fui de casa. Sin decir una palabra a nadie. Me escapé esa misma noche. Ni siquiera tenía una maleta conmigo. Sólo los documentos. Y vine a esta casita en el bosque, que era de mi abuelo. En ese momento era sólo un granero, y por lo tanto nunca había traído a nadie. Pasé allí la noche. Al día siguiente cogí un avión y me fui a África. ¿Es posible? Sí, porque como médico, estuve allí hace poco en una investigación experimental que estábamos haciendo en un pueblo.
Pero nunca me había quedado a conocer a los habitantes, había estado siempre en la clínica, estudiando, investigando. Lloré durante todo el viaje. Cuando aterricé, vi a esta mujer venir hacia mí. Era tan guapa. Mira Elena, yo nunca había visto tal belleza en los gestos, en la sonrisa, en los ojos. Pero su punto fuerte era la simpatía, un don que nunca había considerado importante para una mujer. Ella reía, reía siempre a carcajadas. Y así me enamoré: después de dos días de irme de casa. Yo, mira me tiembla la voz mientras hablo, tengo que agradecer ser un “loco cornudo” porque si no no habría conocido a Anita, no habría conocido a mi África, donde vuelvo cada año, no habría vuelto aquí, no habría

reformado nuestra casa para convertirla en nuestro pequeño hogar cada vez que volvíamos de nuestras misiones. Elena, lo que te quiero decir es que es importante tener tu propia realidad, pero también es importante vivir en este mundo, hacer que sea tuyo, disfrutar al máximo esta vida que tienes el don de poder observar con ojos inteligentes, con astucia, con sinceridad, con bondad. Ten siempre un libro en la mano, eso es justo, pero mientras lo aguantas, ve a descubrir el mundo. Es inútil guardar rencor por este lugar. ¡Piensa en mí! ¡Yo nunca pensé que iba a volver! Y en cambio, hice mi casa y aquí es donde cuidé a mi Anita hasta que dejó de respirar.
Y a la pregunta que ya sé que me harás: – Entonces vete tú también a redescubrir el mundo- yo te contesto que yo ya lo he descubierto y ya lo he vivido, después de la muerte de Anita he estado lejos durante años, pero ahora he decidido volver. Lo único que me hace sentir bien es estar aquí leyendo, tocando el piano y escuchando la voz de Anita cantando. Ella es la que canta esta canción. Escucha esa voz… Pero tú no. Tienes que mirar las cosas de manera diferente. ¡Eres inteligente, capaz y tú también estás loca! Eres la indicada para ponerse en juego. Sal, descubre, aprende y ama.” “Quizás soy un poco cobarde.” “Pero qué dices… eres joven. Coge esto y allí lo encontrarás todo.” Dicho esto Gianni empezó a tocar, a tiempo con las canciones de Anita. Elena cogió el cuaderno que le había dado y se puso a leerlo al lado de la puerta. Era el diario de viaje de Gianni a África. Justo cuando estaba a punto de comenzar la lectura vió una sombra acercarse. “¿Qué haces aquí?” era Marcello. Nunca se habían hablado. Elena respondió intrigada: “La verdadera pregunta es qué haces tú aquí.” Gianni gritaba sin parar de tocar: “¿Marcello, eres tú? ¡Elena te presento a mi sobrino!” Elena abrió los ojos, Marcello no entendió mucho pero le preguntó enseguida: “¿Ese es el diario de mi tío? ¿Cómo es que nunca me dejó leerlo? Déjame ver, ¿puedo?” Y con la voz de Anita, la música de Gianni, los dos chicos se sentaron juntos y empezaron a leer juntos, de vez en cuando mirándose y sonriendo. Qué extraño es el destino.

Tutta colpa della gravità pt.1

Inspiegabilmente, forse per qualche errore tecnico durante il viaggio, era arrivato ad una destinazione sbagliata. E pensare che si erano raccomandati con lui: “Mi raccomando, quando passi vicino alla Terra, non rallentare, non ti soffermare ma accelera.” Gli avevano poi fatto tutto una lunga spiegazione su una forza. Com’era già? Forza grave? Forza della gravitità? Boh, non ricorda. Ma era così bella. Giura che non poteva resistere. Gli occhi si sono sgranati, il cuore ha iniziato a battere all’impazzata e lui, sì lo ammette, non ha solo rallentato, non si è solo soffermato, ma è letteralmente rimasto immobile a contemplarla. A contemplare questa gigantesca palla, macchiata da colori mai visti: un azzurro movimentato e un verde che si ergeva a marrone in alcune zone. Tutto miracolosamente circondato, talvolta, da del cotone bianco, da cui uscivano tante gocce d’acqua; in altre zone, da cotone che era grigio, e dal quale usciva una vera e proprio cascata d’acqua con dei bagliori bianchi o gialli, accecanti, a cui seguiva sempre un rumore fortissimo, assordante, pauroso. Ma mentre cercava di sbirciare quella parte della Terra che risplendeva alla luce del grande re Sole, si è sentito attratto di colpo da essa, da una forza che ha quel nome che non ha ben capito, e di colpo, paf! Casca letteralmente dalle nubi, in questa penisola che dall’alto sembra uno stivaletto. Oh mamma che posto strano. Mai visto nulla di simile. Aveva subito capito di essere atterrato in Italia. Gliene avevano parlato così tanto: pasta, festa, mare, montagna, colori, profumi, accoglienza e soprattutto tanta simpatia. Ma non solo, aveva un cioccolato buonissimo, dei liquori pazzeschi, la moda, la pizza, il buon vino. E così, felice di essere capitato in questo meraviglioso paradiso terrestre, pieno di chiese e di arte, di cinema e letteratura, si alza in piedi e vede… Nulla. Non vede praticamente nulla. Sì, certo, ci sono delle strade bellissime, colorate. Sì, certo, si sente il profumo del sugo che esce fuori da quella finestra. Sì, certo, la campane suonano, sta per cominciare la messa. Ma per il resto? Tutto chiuso. Nessuno per strada. Sarà successo qualcosa. Bisogna capire. Gli hanno detto che sono ospitali e quindi prova a chiedere a qualcuno. Si avvicina ad una porta. “E chi è?” “Salve signora, sono uno straniero e sono appena arrivato e volevo chiedere se..” “Ce l’hai la mascherina?” “Come scusi?” “Chiedo se hai una mascherina!” “Non capisco.” “E allora se non capisce arrivederci.” Stava giusto per interrogarsi su cosa volesse intendere la signora ma ecco che arriva un uomo: alto, elegante, con il capello curato e due occhi azzurri che lo guardano con disprezzo. Ha una mascherina anche lui addosso. È azzurrina, gli copre metà volto: dal naso fino sotto il mento. “Spostati che non ho voglia di litigare. Vatti a comprare una mascherina.” “Dove la compro?” “E dimmi un po’ dove la vorresti comprare? In farmacia, no? Sgancia sti soldi.” Avrebbe voluto chiedergli cosa fossero, ma ha preferito sorridere e andarsene. Che disastro. Ma veramente il mondo era così brutto? Sconsolato, si siede per terra. Si dispera. E ora che si fa? Proprio quando stava per mettersi a piangere, sente cantare. Una voce così bella, non l’aveva mai sentita. È un sussurro ma così intonato, così dolce, così emozionante, che sembra impossibile esistere in un posto, in cui la gente porta una mascherina per tapparsi la bocca.

“Ah ciao amico mio.” Si sta rivolgendo a me. È un uomo così bello, un po’ trasandato, pieno di gioia e infatti gli sorride. Aspetta un attimo. Ma se sorride, allora non ha la mascherina, ma perché? Non capisco nulla. “Ma tu non hai la mascherina!” Un momento, ma cosa sto facendo? Tratto gli altri come hanno trattato me? Ribatte subito: “Come se tu ce l’avessi amico mio…” Ha ragione. Mi siedo vicino a lui. “Io non ce l’ho perché non so cosa siano i soldi.” L’uomo si illumina e subito risponde: “Neanche io!”.

Mi metto a ridere. Che buffo questo uomo che non è elegante, non mi tratta male, non ha una mascherina e nemmeno i soldi. “Non ho la mascherina perché nessuno si vuole avvicinare a me. Quindi non servirebbe. Non ho una casa. Ho molti amici che mi lasciano queste monete, vedi sono questi i soldi. Tengo solo una mascherina di scorta, perché il rispetto per le altre persone è sempre importante. Per il resto vivo così.”

“Così come?”

“Ma come non lo vedi? Scelgo un posto che mi piace. Di solito un ponte. Mi siedo e comincio a cantare, a suonare, a ridere da solo, a raccontarmi le cose. Qualche amico mi porta qualcosa da mangiare, un altro mi offre una sigaretta. Ah, tu non saprai cosa sia. Fidati, meglio così. E poi me la godo.”

“Cosa?”

“La vita! Questa opportunità di essere venuti al mondo senza averlo chiesto. La vita è un regalo, una sorpresa continua. Senza chiederlo, tu vieni catapultato in questo mondo meraviglioso e devi imparare a vivere. E devi vedere come la gente si complica questa vita. Non capisce questa storia del “regalo” e allora comincia a crearsi problemi, a seguire delle idee che nessuno ha detto siano giuste, a creare relazioni con persone senza che nessuno glielo abbia imposto, per poi lamentarsi di quelle stesse persone. Io non li capisco. Ma poi aspetta, vanno a scuola ma solo per prendersi la laurea. Poi, però, se gli chiedi che cosa abbiano capito dalla vita e cosa abbiano imparato dalla storia che hanno studiato, dalla letteratura che hanno letto, ti guardano come se fossi pazzo. Benedetta sia la pazzia, in tutte le sue forme. E poi si fissano appuntamenti, prendono la macchina per andare a comprare il pane. Vanno ai supermercati e comprano tutto quello che vi è di più colorato, più appetibile e con più conservanti. Ah tu non saprai cosa siano i conservanti. Meglio così. Se chiedi a qualcuno se sia felice ti ride in faccia. Sembra che abbiano dei problemi insormontabili. E adesso, loro che dovevano stare fuori tutto il giorno per fare cose che si erano obbligati di fare senza che nessuno glielo avesse chiesto, si ritrovano chiusi in casa. Poverini.”

“E tu?”

“ Ah no. Io non ho una casa. Casa mia in questo momento è affianco a te, per esempio. E quando i carabinieri fermano gli altri perché sono usciti dopo il coprifuoco fanno le multe. Ah, tu non saprai cosa siano, fidati meglio così, se vedono me, mi guardano e mi lasciano passare.”

“ Allora mi sa che tu sei una persona strana, qui.”

“Sono un barbone, che ci vuoi fare.”

“Chi è un barbone?”

“Il barbone è una persona che non deve rendere conto a nessuno. Io cambio la mia vita ogni giorno, sempre in cerca della felicità. È il mio denaro. Vivo grazie ad essa. E quando sono infelice, è la mia tristezza che diventa denaro. Mi metto sotto la pioggia e canto tutto il mio dolore e la gente mi dà i soldi perché vede qualcosa di vero e di puro. Loro lo vedono, io lo vivo.”

“Posso essere un barbone anche io?”

“Solo ad una condizione: che tu ti metta in testa che devi essere felice ma anche triste perché fa bene; che tu ti metta nel cuore di amare prima di essere amato; e che ti metta in faccia una mascherina perché altrimenti dovrai conoscere cosa sia una multa  e fidati non ti piacerà! AHAHAHAH!”

Un pesce molto particolare pt.2

Ed eccoci finalmente nel suo regno: il ponte. Mi continua a dire che gli piace il fatto di rimanere sospeso per aria, più vicino al cielo, più alto delle strade così trafficate, e proprio sopra all’acqua. E poi mi ha anche detto che l’acqua è il bene più prezioso del mondo. E allora io mi sporgo dal ponte, la voglio vedere, voglio capire cosa sia questa acqua che osanna così tanto. La guardo, tutto felice, l’acqua del fiume che scorre sotto di noi. Ma ecco ci rimango male.

-Ah, è questa… la famosa acqua…-

-Ma come? Ma non sei felice? Ma guarda!-

-Ma è marrone, è sporca, sembra quasi terra.-

E il barbone si ferma un secondo. Non parla. Sta pensando: “Chiunque veda per la prima volta l’acqua dal ponte della città, chiunque veda per la prima volta l’acqua di un fiume nella sua vita, crede che sia marrone. Non sa com’era. Non saprà mai come sia veramente.”

Io insisto: -Mi hai parlato così tanto di questo ponte! Sono felice di essere qui. È vero, non mi aspettavo che fosse così l’acqua, però sto vedendo per la prima volta un pesce! –

Il barbone è entusiasta. Si sporge subito anche lui per vedere cosa stia indicando il dito del suo amico. Ma non vede nessun pesce. Allora gli chiede subito: – Ma che pesce? Ma cosa stai dicendo? –

E allora io ribatto con orgoglio: – Guarda che ho ascoltato tutti i tuoi insegnamenti. Ho preso nota. Ma come non lo vedi? Tu mi hai detto che nel fiume ci sono dei pesci, che sono dei piccoli esseri che stanno nell’acqua, e che si possono vedere dalla sua superficie. Quello allora è un pesce! –

Il barbone guarda disperato il fiume e capisce che quello che galleggia nell’acqua, e che ogni tanto sprofonda a causa della corrente, certo non è un pesce.

-Ma quella è una bottiglia di plastica.-

-È un tipo di pesce?-

-Ma certo che no, ma che domande.-

-E perché sta in mare come un pesce?-

“Bella domanda, davvero una bella domanda. Una domanda che lui si è riuscito a porre dopo solo qualche ora passata su questa Terra e noi, uomini, che ci viviamo da generazioni, forse, non ce lo siamo mai chiesto veramente.”

-L’ho visto ora, ma certo! Dovevo immaginare che il pesce fosse più piccolo, eccolo là, guarda che piccolo, che carino. Vieni, vieni!-

-Ma quello è…-

Ma poi pensa che: “No, non glielo dico. Come faccio a spiegargli cosa sia un cotton fioc? No, forse meglio lasciar perdere.”

-Guarda! Ce n’è un altro! E uno è lì. E guarda quelli sono spiaggiati, che carini che sono.-

-Ma figliolo guarda che…-

-Sì, sì lo so. Non è un pesce normale.-

-Esatto, non sapevo come dirtelo. Io, io ho cercato di farti capire ma non sai quanto sia difficile e poi mi vergogno. Sì mi vergogno così tanto e…-

-No, ma non ti devi vergognare, ho capito, è il pesce plastica! Lui non sta sotto l’acqua ma galleggia sopra.-

-Mmm… certo! Oh, ma certo! Hai ragione, hai ragione! Ma lo sai perché non galleggia? Perché quella non è la sua casa. Presto! Andiamo a salvarli, corri!-

E così un passante vede questo barbone, insieme ad un suo amico, correre lungo il fiume, e raccogliere tutta la plastica che vi era nei dintorni.

– Presto salviamola! – Perché ecco, il barbone proprio non se la sentiva di dire che la colpa fosse sua, dei suoi concittadini che gli offrono cibo e  sigarette, del sindaco, di quel passante che li sta guardando in malo modo dal ponte. E le urla continuano: – La stai salvando, presto mettila in quel baule così sta al sicuro.-  Ma il baule non è altro che un cestino della raccolta della plastica, e loro urlano felici di salvare tutti i rifiuti che trovano.

Il signore sul ponte se ne va via ridacchiando sotto i baffi: “Questi salvano la plastica…mah!” E allora il barbone urla: “Salviamo la plastica, è vero, ma in realtà stiamo salvando anche i suoi nipoti!”

L’uomo non si volta, e i due amici continuano a salvare il pesce plastica. E quindi, caro lettore e cara lettrice, se doveste mai vedere dei pesci plastica in difficoltà, seguite i consigli di questi due simpatici personaggi, lasciate stare le parole dei passanti, e andate ad aiutarli! Il nostro mondo ha bisogno di gente come loro e come te!

All the gravity’s fault pt.1

Inexplicably, perhaps due to a technical error during the journey, he had arrived at the wrong destination. And consider that he was told: “Remember, when you pass by the Earth, do not slow down, do not stop, but speed up”. They had also provided him a clear explanation of a force. How was it already? Gravity force? Dunno, he does not remember. But the Earth was so beautiful. He swears he could not resist such beauty. He opened his eyes widely, his heart went mad and he admits it: not only did he slow down and stop, but he also admired it, motionless. This giant ball had colors he had never seen before: deep blue and green which sometimes turned into brown. Occasionally it was surrounded by white cotton from which many drops of water came out; occasionally by grey cotton from which a real waterfall with blinding white or yellow flashes came out and it was always followed by a loud, deafening, frightening noise. However, as he tried to look at the part of the Earth under the light of the great King, the Sun, he suddenly felt attracted to it by a force whose name he could not remember, and suddenly, “paf”! He literally falls out of the blue into this peninsula which looks like a boot from above. Oh my god, what a strange place. I have never seen anything like this. He knew immediately that it was Italy. He had heard so much about it: pasta, the parties, the sea, the mountains, the colors, the perfumes, the hospitality and above all, nice people. Not only that, Italy had good chocolate, exquisite liqueurs, fashion, pizza, and good wine as well… He was so happy to be in this paradise full of churches and art, of cinema, and literature, but when he stands up, he sees… Nothing. He saw nothing at all. There are beautiful and colorful streets. One can smell the tomato sauce coming out of that window. The bells are ringing, the Mass is about to begin. But otherwise? Everything is closed. No one in the streets. Something must have happened. I have to understand. They told him they were hospitable, so he tries to ask someone. He approaches a door. “Who are you?” “Hello madam, I am a foreigner and I have just arrived and I wanted to ask if…” “Do you have a mask?” “Excuse me?” “I’m asking if you have a mask!” “I don’t understand.” “Then if you don’t understand, goodbye.” He was just about to wonder what the lady meant with her words, but here comes a man: tall, elegant, with neat hair and two blue eyes which were looking at him with disdain. He has a mask on too. It is blue and covers half of his face: from the nose to the chin. “Move away, I do not want to fight. Go and buy a mask.” “Where can I buy one?” “Where do you want to buy it? At the pharmacy? Bring out the money.” He wanted to ask him what it was, but he just smiled and left. What a disaster. Was the world really that bad? He is sorrowful and sits down on the ground. He despairs. And now what? Just as he was about to start crying, he hears someone singing. He had never heard such a beautiful voice before. It is a whisper and it so melodious, so sweet, so emotional, that it seems impossible to exist in a place where people wear masks to cover their mouths.

“Ah hello my friend.” He is addressing me. This man is so handsome, he looks shabby, but he is very cheerful, and he is smiling at him. Wait, if he is smiling, he is not wearing a mask, but why? I do not get it. “You are not wearing a mask!” Wait a minute, what am I doing? Am I treating the others as they have treated me? The other man immediately replies: “As if you had one, my friend…” He is right. I sit down next to him. “I do not have it because I do not know what money is.” The man lights up and immediately replies, “Neither do I!”

I start laughing. How funny is this man who is not elegant, does not treat me badly, does not wear a mask and does not have money? “I do not have a mask because nobody wants to move closer to me. So, it would not help. I do not have a house. I have many friends who leave me these coins, you see, this is money. I only have a spare mask because respect for other people is always important. Otherwise, I live like this.”

“Like what?”

“Don’t you see? I choose a place I like. Usually a bridge. I sit down and start singing, playing, laughing, telling myself things. Some friends bring me to eat, others offer me a cigarette. Ah, you do not know what it is. Trust me, it is better you do not know it. Besides, I enjoy it.”

“What?”

“Life! This opportunity to have come into the world without asking for it. Life is a gift, a surprise. You can live in this wonderful world without asking for it and you have to learn how to live. But you have to see how people complicate this life. They do not understand that life is a gift, as a result they start to create problems, to follow ideas that no one has said they are right, to create relationships with people without anyone having imposed it on them, and then to complain about those same people. I do not understand them. But more, they go to school but only to get a degree. Then, if you ask them what they have understood from life and what they have learned from the history they have studied, from the literature they have read, they look at you as if you were crazy. Blessed be madness, in all its forms. And then they make appointments, they take the car to go and buy some bread. They go to supermarkets and buy everything which is more colorful, more appetizing and with a lot of preservatives. Ah! You do not know what preservatives are. It is better like this. If you ask people if they are happy, they will laugh in your face. They seem to have a lot of problems. And now that they have stay out all day to do things they had forced themselves to do, they find themselves locked up at home. Poor ones.”

“And you?”

“Ah no. I do not have a home. My house right now is next to you, for example. And when the police stop people for breaking curfew, they give them tickets. Ah, you do not know what they are, trust me, it is better like this. However, if the police see me, they look at me and do not say anything.”

“I guess you are a strange person here.”

“I’m a tramp”.

“Who is a tramp?”

“A tramp is a person who is free to do as he likes. I change my life every day, always looking for happiness, which is my money. I live for it. And when I am unhappy, sadness becomes my money. I stand in the rain and sing all my sorrow and people give me money because they see something true and pure. They see it, I live it.”

“Can I be a tramp too?”

“Only on one condition: you have to be happy but also sad because it is good for you; you have to love before being loved; and you have to put a mask on your face because otherwise you will have to know what a fine is and trust me, you will not like it! AHAHAH!”

A very unusual fish pt.2

Here we are finally in his kingdom: the bridge. However, he keeps telling me he likes more being up in the air, closer to the sky, higher than all the busy streets, and right above the water. Then, he also told me that water is the most valuable asset in the world! Therefore, I stick my head out of the bridge, I want to see and understand what water is since he has been speaking a lot about it. I am happy as I look at the water flowing under our feet; yet I am disappointed.

– Ah, this is it… the water you have talked so much about…

– Aren’t you happy? Look at that!

– But it is brown, it is dirty, it almost looks like mud.

Tha trump stops for a second. He does not speak. He is thinking, “Anyone who sees water from the city bridge thinks it is brown. That person does not know what it was like before and will never know what it really looks like.”

I insist. -You have told me so much about this bridge! I am happy to be here. The truth is that I did not expect the water to be like this. Anyway, look, I am seeing a fish for the first time! –

The tramp is thrilled. He wants to see what his friend’s finger is pointing at. However, he does not see any fish. He immediately asks him: – Which fish? What are you talking about? –

I reply with pride: – Look, I have taken note of everything you taught me. How can you not see it? You told me that in the river there are fish, small beings which live in the water, and that they can be seen from the surface. Then this is a fish! –

The tramp looks desperately at the river and realizes that what is floating in the water, and that every now and then it sinks because of the current, is certainly not a fish.

– No, that one is a plastic bottle.

– Is it a type of fish?

– Of course not, but is that a question?

– And why is it in the river like a fish?

“Good question, this is really a good question. He asked himself that only after a few hours spent on this Earth and we, the Humans, who have been living on it for generations have never really wondered about that.”

– I have seen it now! I should have guessed that the fish was smaller. So, there it is, look how small and cute it is. Come, come here!

– But that is…

“No, I do not tell him the truth. How am I supposed to explain to him what a cotton swab is? No, I will not tell him”.

– Look! There is another one! And another one there. How cute they are!

– But son, look…

– Yes, yes, I know. It is not a normal fish.

– Exactly, I did not know how to tell you. I wanted to try to make you understand but you do not know how difficult it is and I am so ashamed. Yeah, I am so ashamed and…

– No, but you do not have to be ashamed, I understand, it is a plastic fish! It is not under the water, he floats on top. of it

– Mmm… That is true! You are right ! But you know why he doesn’t float? Because that is not its home. Hurry up! Let’s go save them, run!

A passerby sees the tramp with his friend who is running along the river and is picking up all the plastic that was around, while shouting: – Hurry up, let’s save it! – The tramp didn’t feel like saying that it was his fault, the fault of his fellow citizens who offered him food and cigarettes, the fault of the mayor, the fault of that passerby who looked at them from the bridge. And the shouts continued: – You’re saving the plastic, put her in that trunk so it will be safe. – But the trunk was nothing more than a plastic collection bin, and they shouted happily to save all the garbage they could find.

The passerby on the bridge walked away chuckling under his breath, “These two are saving the plastic…this is so weird!” Then the homeless man yelled, “We’re saving the plastic, which is true, but we are actually saving your grandchildren too!”

The passerby does not turn around, and the two friends continue to rescue the plastic fish. And so, dear readers, if you ever see any plastic fish in trouble, follow the advice of these two friendly characters, forget the words of passersby, and go help them! Our world needs people like them and like you!

Tout cela à cause de la gravité

Quel mystère ! Il était arrivé à une mauvaise destination, peut-être à cause d’une erreur technique pendant le voyage. Et figurez-vous qu’on lui avait dit : « Fais gaffe à quand tu passes près de la Terre, ne ralentis pas, ne t’arrête pas, mais accélère ». On lui avait alors donné une longue explication sur une force. C’était comment déjà ? La force de gravitation ? De pesanteur ? Bah, il ne se souvient pas. Mais la Terre était si belle. Il ne pouvait pas résister à une telle beauté. Ses yeux se sont écarquillés, son cœur a commencé à battre comme un fou et lui, il l’admet : non seulement il a ralenti et s’est arrêté, mais il l’a aussi contemplée, immobile. Il a contemplé cette boule géante, tâchée de couleurs qu’il n’avait jamais vues auparavant : bleu animé et vert qui devenait marron à certains endroits. Tout était entouré tantôt de coton blanc d’où sortait de nombreuses gouttes d’eau ; tantôt de coton gris d’où sortait une véritable cascade d’eau aux reflets blancs ou jaunes aveuglants, suivies toujours d’un bruit fort, assourdissant, effrayant. Toutefois, alors qu’il essayait de lorgner la partie de la Terre qui brillait sous la lumière du grand Roi Soleil, il s’est senti soudainement attiré par elle, par une force dont il ne se souvient plus le nom et, d’un coup, « paf » ! Il tombe littéralement des nuages, dans cette péninsule qui ressemble à une botte vue d’en haut. Oh là là, mais quel endroit bizarre. Je n’ai jamais rien vu de pareil. Il a immédiatement compris qu’il avait atterri en Italie. On lui en avait tellement parlé : les pâtes, les fêtes, la mer, les montagnes, les couleurs, les parfums, l’hospitalité et surtout beaucoup de sympathie. Mais pas seulement, l’Italie avait aussi un très bon chocolat, des liqueurs exquis, la mode, les pizzas et du bon vin… Heureux d’être tombé sur ce merveilleux paradis terrestre plein d’églises et d’art, de cinéma et de littérature, il se lève et voit…Rien. Il ne voit rien du tout. Il y a de très belles rues colorées. On peut sentir l’odeur de la sauce tomate qui sort par cette fenêtre-là. Les cloches sonnent, la messe est sur le point de commencer. Mais sinon ? Tout est fermé. Il n’y a personne dans les rues. Il s’est passé quelque chose. Je veux mieux comprendre. On lui a dit qu’ils sont très accueillants, alors il essaie de poser une question à quelqu’un. Il s’approche d’une porte. « Qui est-ce ? », « Bonjour Madame, je suis étranger, je viens d’arriver et je voulais vous demander si… ». « Vous avez votre masque ? » « Pardon ? ». « Je vous ai demandé si vous avez un masque ! ». « Je ne comprends pas ». « Bah écoutes, si tu ne comprends pas, au revoir ». Alors qu’il cherchait à comprendre ce que la dame voulait dire, voilà qu’un homme arrive : grand, élégant, aux cheveux soignés et aux yeux bleus qui le regardent avec mépris. Lui aussi il porte un masque. Il est bleu et couvre la moitié de son visage : du nez jusqu’à son menton. « Déplace-toi, je n’ai pas envie de me disputer avec toi. Va acheter un masque ». « Où puis-je en acheter un ? ». « Où veux-tu l’acheter ? À la pharmacie, non ? Sors ton argent». Il aurait voulu lui demander de quoi il parlait, mais il a juste souri et il est parti. Quel désastre. Mais le monde, était-il vraiment si mauvais ? Découragé, il s’assoit par terre. Il désespère. On fait quoi maintenant ? Juste au moment où il allait commencer à pleurer, il entend chanter. Il n’avait jamais entendu une voix si belle. On dirait un murmure, mais si mélodieux, si doux, si émouvant qu’il ne semble pas être réel dans un endroit où les gens portent des masques qui couvrent leur bouche.

« Bonjour, mon ami ». Il s’adresse à moi. Cet homme est si beau, il a l’air négligé, mais il est très joyeux, et, en fait, il lui sourit. Attends, il sourit, donc il ne porte pas de masque, mais pourquoi ? Je ne comprends rien. « Tu ne portes pas de masque ! ». Attends, qu’est-ce que je fais ? Je traite les autres comme ils m’ont traité ? L’homme réplique immédiatement : « Comme si tu en avais un, mon ami… ». Il a raison. Je m’assois à son côté. « Moi je n’en ai pas un, parce que je ne sais pas ce qu’est l’argent ». L’homme est surpris et répond tout de suite : « Moi non plus ! ». Je commence à rire. C’est drôle, cet homme, il n’est pas habillé élégamment, il ne me traite pas mal, il ne porte pas de masque et il ne connaît pas l’argent. « Moi, je ne porte pas de masque parce que personne ne veut s’approcher de moi. Donc, ça ne servirait à rien. Je n’ai pas de maison. J’ai beaucoup d’amis qui me laissent ces pièces, tu vois, c’est ça de l’argent. Je garde juste un masque de réserve car le respect pour les autres personnes est toujours important. Sinon, je vis comme ça ».

« C’est-à-dire ? »

« Tu ne le vois pas ? Je choisis un endroit qui me plaît. Un pont, généralement. Je m’assois et je commence à chanter, à jouer, à rire en me racontant des choses. Certains amis m’apportent quelque chose à manger, d’autres m’offrent une cigarette. Ah, tu ne sais pas ce que c’est. Crois-moi, c’est mieux comme ça. Ensuite, j’en profite ».

« De quoi ? ».

« De la vie ! Cette chance d’être venu au monde sans l’avoir demandé. La vie est un cadeau, toujours une surprise. Sans le demander, tu te retrouves dans ce monde merveilleux et tu dois apprendre à vivre. Mais tu devrais voir comment les gens compliquent cette vie. Ils ne comprennent pas cette histoire de don et commencent alors à créer des problèmes, à suivre des idées qui ne sont pas forcément les bonnes, à créer des relations sans que personne leur ait imposé. Je ne les comprends pas. Mais attends, ils étudient juste pour avoir un diplôme. Ensuite, si tu leur demandes ce qu’ils ont compris de la vie et ce qu’ils ont appris de l’histoire qu’ils ont étudiée, de la littérature qu’ils ont lue, ils te croient un fou. Bénie soit la folie, dans toutes ses formes. De plus, ils prennent des rendez-vous, ils prennent la voiture pour aller acheter du pain. Ils vont aux supermarchés et achètent tout ce qui est le plus coloré, le plus appétissant et avec le plus de conservateurs. Ah oui c’est vrai, tu ne connais pas les conservateurs. Bah, c’est mieux ainsi. Si tu demandes à quelqu’un s’il est heureux, il rit à ton nez. C’est comme s’ils avaient des problèmes insurmontables. Et maintenant qu’ils devraient être dehors toute la journée faire des choses qu’ils s’efforcent de faire, ils se retrouvent enfermés chez eux. Les pauvres ».

« Et toi ? ».

« Bah moi je n’ai pas de maison. Chez moi actuellement est à côté de toi, par exemple. Et quand la gendarmerie arrête les autres gens, parce qu’ils ont violé le couvre-feu, ils leur donnent une contravention. Ah oui, tu ne sais pas ce qu’est une contravention. Fais-moi confiance, c’est mieux comme ça. Si la gendarmerie me voit, elle me regarde et ne me fait rien ».

« Bah du coup, tu es une personne bizarre, ici ».

« Je suis un clochard ».

« C’est quoi un clochard ? ».

« Un clochard est quelqu’un qui n’a pas de compte à rendre à personne. Je change ma vie tous les jours, toujours à la recherche du bonheur. Cela est mon argent. Je vis grâce au bonheur. Et quand je suis malheureux, c’est la tristesse qui devient mon argent. Je me tiens sous la pluie et chante toute la douleur et les gens me donnent des pièces, parce qu’ils voient quelque chose de vrai et pur. Eux, ils le voient, moi, je le vis ».

« Puis-je être un clochard moi aussi ? ».

« À une seule condition : tu dois être heureux mais aussi triste, parce que cela fait du bien ; tu dois aimer avant d’être aimé et surtout, mets ton masque, sinon tu devras connaître ce qu’est une amende et crois-moi, tu n’aimerais pas cela ! Hahaha. »

Un poisson très spécial pt. 2

Et nous voici enfin dans son royaume : le pont. Il ne cesse de me dire qu’il aime être suspendu dans les airs, être plus près du ciel, plus haut par rapport aux rues de grand passage, et surtout juste au-dessus de l’eau. Ensuite, il m’a aussi dit que l’eau était le bien le plus précieux à ses yeux. Et donc je regarde au-dessus de la barrière, je veux la voir et comprendre ce que cette eau a de si particulier pour qu’il en parle autant. Je suis heureux en regardant l’eau du fleuve qui coule sous nos pieds ; pourtant, je suis déçu.

« – Ah, c’est ça…l’eau dont tu m’as tant parlé…

– Comment ?! Tu n’es pas heureux ? Mais regarde !

– L’eau est marron, elle est sale, on dirait de la boue ! »

Le clochard réfléchit un instant, il ne parle pas. Il pense : « Qui que ce soit qui regarde l’eau d’un fleuve pour la première fois pensera qu’elle est sale. Il ne saura jamais comment elle était auparavant et à quoi elle ressemble sans pollution. ».

J’insiste : « -Vous m’avez tellement parlé de ce pont ! Je suis heureux d’être ici. Certes, je ne m’attendais pas à ce que l’eau soit comme ça, mais je vois un poisson pour la première fois !

Le clochard est enthousiasmé. Il se penche rapidement pour voir ce que son ami montre du doigt. En revanche, il ne voit aucun poisson. Alors il lui demande immédiatement : « Pardon, mais de quel poisson parles-tu ? »

Je réplique avec fierté : « – J’ai pris note de tout ce que tu m’as appris. Pourquoi tu ne le vois pas ? Tu m’as pourtant dit que dans le fleuve il y a des poissons : de petites créatures dans l’eau et qu’on peut voir depuis la surface. Celui-ci est donc un poisson ! »

Le clochard regarde le fleuve avec désespoir car il comprend que ce qui flotte dans l’eau, et parfois sombre à cause des courants, n’est certainement pas un poisson.

« -Mais enfin, c’est une bouteille en plastique !

-C’est une espèce de poisson ?

-Mais bien sûr que non, quelle question !

-Bah alors, pourquoi est-il dans le fleuve comme un poisson ? »

« Bonne question, très bonne question, pense le clochard. Le petit s’est posé cette question seulement après quelques heures passées sur cette Terre. Nous, les Hommes, nous ne nous sommes jamais demandés pourquoi, alors qu’on y vit depuis des générations ».

« -Ah d’accord. Dans ce cas j’en vois un ! continua l’enfant. En fait, j’aurais dû me douter que le poisson était plus petit. Le voilà, regarde comme il est petit, comme il est mignon. Viens, viens voir !

-Mais ça non plus ce n’est pas un poisson… »

« Non, cette fois je ne lui dirais pas la vérité, s’imposa le clochard. Comment lui expliquer ce qu’est un coton-tige ? Peut-être qu’il vaut mieux ne rien dire ».

« -Regarde ! Il y en a un autre ! Et il y en a un là-aussi. Regarde, ils sont tous échoués. Ils sont si mignons !

-Mais fils, regarde…

-Oui, je sais, ce n’est pas un poisson normal.

-Tout à fait, je ne savais pas comment te le dire. J’ai essayé de te faire comprendre, mais tu ne sais pas à quel point c’est difficile, et j’ai honte. Oui, j’ai tellement honte et…

-Non, mais tu n’as pas à avoir honte, j’ai compris. C’est le poisson en plastique ! Il n’est pas sous l’eau, il flotte au-dessus.

-Hum, bien sûr. Oui, bien sûr. Tu as raison, tu as raison. Mais tu sais pourquoi il ne flotte pas ? Parce que ce n’est pas sa maison. Vite ! Allons les sauver, cours ! »

C’est ainsi qu’un passant vit un clochard, accompagné d’un enfant, courir le long du fleuve et ramasser tout le plastique des environs.

« – Vite, allons le sauver ! » Le clochard n’avait pas envie de dire que c’était sa faute, la faute de ses concitoyens qui lui offraient de la nourriture et des cigarettes, la faute du maire, la faute de ce passant qui les regardait mal depuis le pont et la faute de tous les autres. Et les cris continuent : « – Tu es en train de le sauver, mets-le vite dans cette malle pour qu’il soit en sécurité. » Sauf que la malle n’est rien d’autre qu’une poubelle de collecte en plastique. Ils crient joyeusement tout en sauvant tous les déchets qu’ils peuvent trouver dans le fleuve.

Le passant s’éloigne en riant dans sa barbe, « Ils sauvent du plastique… plutôt bizarre ! ». Le clochard hurle alors : « Nous sauvons le plastique, certes, mais nous sauvons aussi vos petits-enfants ! »

L’homme ne se retourne pas, et les deux amis continuent à sauver les poissons en plastique.

Et donc, chères lectrices, chers lecteurs, si vous voyez un jour des poissons en plastique en difficulté, écoutez les conseils de ces deux sympathiques personnages : oubliez les mots des passants et allez les aider ! Notre monde a besoin des personnes comme eux et comme vous !

Tudo culpa da gravidade

Inexplicavelmente, talvez devido a algum erro técnico durante a viagem, ele tinha chegado a um destino errado. E pensar que lhe tinham recomendado: “Não se esqueça, quando passar perto da Terra, não abrande, não se demore, mas acelere”. Tinham-lhe então dado toda uma longa explicação sobre uma força. Como é que se chamava? Força grave? Força na gravidade? Não, não consegue lembrar-se. Mas era tão bela. Ele jurou que não conseguia resistir. Os seus olhos alargaram-se, o seu coração começou a bater forte e ele, sim admite-o, não se limitou a abrandar, não se limitou a ficar parado, mas ficou literalmente imobilizado a contemplá-la. A contemplar esta bola gigantesca, manchada com cores nunca antes vistas: um azul animado e um verde que se elevava ao castanho em algumas áreas. Tudo miraculosamente rodeado, por vezes, por algodão branco, do qual saíam muitas gotas de água; noutras zonas, por algodão que era cinzento, e do qual saía uma verdadeira cascata de água com clarões brancos ou amarelos cegantes, à qual se seguia sempre um barulho intenso, ensurdecedor e assustador. Mas ao tentar espreitar a parte da Terra que brilhava à luz do grande Rei Sol, sentiu-se subitamente atraído por ela, uma força que tem esse nome que não compreendeu bem, e de repente, puf! Ele cai literalmente das nuvens, nesta península que, vista de cima, parece uma bota. Meu deus, que lugar estranho. Nunca tinha visto nada parecido. Soube imediatamente que tinha aterrado em Itália. Tinham-lhe falado tanto sobre este país: massa, festas, mar, montanhas, cores, aromas, hospitalidade e, sobretudo, muita simpatia. Mas não só isso, também chocolate delicioso, licores incríveis, moda, pizza, bom vinho. E assim, feliz por ter acontecido neste maravilhoso paraíso na terra, cheio de arte e igrejas, cinemas e literatura, ele levanta-se e vê… nada. Ele não vê praticamente nada. Sim, claro, há ruas bonitas e coloridas. Sim, claro, pode sentir-se o cheiro do molho de tomate a sair por aquela janela. Sim, claro, os sinos estão a tocar, a missa está prestes a começar. Mas o resto? Todo fechado. Ninguém na rua. Alguma coisa deve ter acontecido. É preciso entender. Disseram que este é um povo hospitaleiro, por isso tente perguntar a alguém. Ele aproxima-se de uma porta. “Quem é?” “Olá senhora, sou um estrangeiro. Acabei de chegar e queria perguntar se…” “Tem uma máscara?” “Desculpe?” “Estou a perguntar se tem uma máscara!” “Não estou a entender”. “Então, se você não entende, adeus.”

Ele estava prestes a interrogar-se sobre o que a senhora queria dizer, mas aí vem um homem: alto, elegante, com o cabelo bem cuidado e dois olhos azuis a olhar para ele com desdém. Ele também tem uma máscara posta. É azul, cobre metade do seu rosto: desde o nariz até debaixo do queixo. “Afasta-te, eu não quero discutir. Vai e compra uma máscara”. “Onde posso comprar uma?” “Diga-me, onde gostaria de comprar uma? Na farmácia, não é óbvio? Arranjem o dinheiro”. Ele queria perguntar-lhe o que era, mas apenas sorriu e foi-se embora. Que desastre. Mas será que o mundo era realmente assim tão mau? Desapontado, senta-se no chão.  Ele desespera. E agora o quê? Quando ele estava prestes a começar a chorar, ouve cantar. Uma voz tão bonita que ele nunca tinha ouvido antes. É um sussurro, mas tão afinado, tão doce, tão comovente, que parece impossível existir num lugar onde as pessoas usam máscaras para esconder a boca. “Ah, olá meu amigo”. Ele está a virar-se para mim. É um homem tão bonito, um pouco desajeitado, cheio de alegria e de facto ele sorri para ele. Espere um momento. Mas se ele está a sorrir, então não está a usar máscara, mas porquê? Não percebo nada.  “Desculpa! Você não está a usar máscara”!  Espera, o que é que estou a fazer? Estou a tratar os outros da mesma maneira que eles me trataram? O homem responde imediatamente: “Como se tu a tivesses, meu amigo”.  Está certo. Sento-me ao lado dele. “Eu não a tenho porque não sei o que é dinheiro”. O homem ilumina-se e responde prontamente: “Nem eu!”. Começo a rir. Que engraçado é este homem que na verdade não está bem vestido, não me trata mal, não tem uma máscara ou mesmo dinheiro. “Não tenho uma máscara porque ninguém quer se aproximar de mim. Por isso, não serviria para nada. Não tenho uma casa. Tenho muitos amigos que me deixam estas moedas Vês, este é o dinheiro. Eu apenas mantenho uma máscara de reserva porque o respeito pelas outras pessoas é sempre importante. Caso contrário, eu vivo assim”.

“Assim como?”

“Mas como? Não vês isso? Escolho um sítio de que gosto. Normalmente uma ponte. Sento-me e começo a cantar, a tocar, a brincar para mim próprio, a dizer coisas. Um amigo traz-me algo para comer, outro oferece-me um cigarro. Ah, provavelmente não sabes o que isso é.  Confia em mim, é melhor assim. Além disso, eu aproveito”.

“O quê?”

“A vida! Aproveito a vida! Esta oportunidade de ter vindo ao mundo sem o ter pedido. A vida é um presente, uma surpresa constante. Sem perguntar, somos lançados a este mundo maravilhoso e temos de aprender a viver. Espera até veres como as pessoas complicam esta vida. Eles não compreendem esta história do presente e por isso começam a criar problemas, a seguir ideias que ninguém disse estarem certas, a criar relações com pessoas sem que ninguém lhes tenha imposto, e depois queixam-se dessas mesmas pessoas. Eu não os compreendo. Sabes, eles vão à escola, mas apenas para obterem um diploma. Se lhes perguntarmos o que compreenderam da vida e o que aprenderam com a história que estudaram, com a literatura que leram, olham para você como se estivesse louco. Bendita seja a loucura, em todas as suas formas. E depois marcam encontros, levam o carro para ir comprar pão. Vão aos supermercados e compram tudo o que é mais colorido, mais apetitoso e com mais conservantes. Ah, provavelmente não sabes o que são conservantes. É melhor assim. Se perguntar a alguém se ele está feliz, ele ri-se na sua cara. Parecem ter problemas insuperáveis. E agora, aqueles que tinham de estar fora todo o dia a fazer coisas que se obrigavam a fazer sem que ninguém lhes pedisse para as fazer, vêem-se fechados em casa. Coitadinhos.”

“E tu ?”

“Eu? Eu não tenho casa. A minha casa neste momento está ao teu lado, por exemplo. E quando os carabinieri param os outros por saírem após o recolher obrigatório, dão bilhetes. Ah, provavelmente não sabes quem eles são, confia em mim, é melhor assim. Se me virem, olham para mim e deixam-me passar”.

“Então acho que és uma pessoa estranha aqui”.

“Sou um sem-abrigo, o que se pode fazer”.

“Quem é um sem-abrigo?”

“Um sem-abrigo é uma pessoa que não tem de prestar contas a ninguém. Eu mudo a minha vida todos os dias, sempre à procura da felicidade. Esse é o meu dinheiro. Eu vivo disso. E quando estou infeliz, é a minha tristeza que se torna dinheiro. Eu estou à chuva e canto toda a minha tristeza e as pessoas dão-me dinheiro porque vêem algo verdadeiro e puro. Eles vêem-no, eu vivo-o”.

“Eu também posso ser um sem-abrigo?”

“Apenas com uma condição: que te meta na cabeça que tens de ser feliz, mas também triste porque é bom para ti; que te meta no coração que tens de amar antes de seres amado; e que ponhas uma máscara na cara porque senão terás de saber o que é um bilhete e confia em mim que não vais gostar!  Ahahahaha!”

Um peixe muito particular

E aqui estamos nós, finalmente no reino dele: a ponte. Ele continua a dizer-me que gosta do fato de estar suspenso no ar, mais perto do céu, mais alto do que as ruas movimentadas, e mesmo acima da água. E depois diz-me também que a água é o bem mais precioso do mundo. E por isso inclino-me da ponte, quero vê-la, quero saber o que é que é esta água que ele tanto exalta. Olho para ele, todo excitado, a água do rio que corre abaixo de nós. Mas é aí que fico desapontado.
-Ah, esta é… a famosa água…-
-Mas como? Não está feliz?-
-…é castanha, é suja, quase parece terra.-
O sem-abrigo para por um segundo. Não fala. Ele está a pensar: “Quem vê água da ponte da cidade pela primeira vez, quem vê água de um rio pela primeira vez na sua vida, pensa que é castanha. Não sabe como era. E nunca saberá como é realmente”.
Eu insisto: – Falaste-me tanto desta ponte! Estou feliz por estar aqui. É verdade, eu não esperava que a água fosse assim, mas estou a ver um peixe pela primeira vez! –
O sem-abrigo está entusiasmado. Ele inclina-se imediatamente para ver para onde o dedo do seu amigo está a apontar. Mas não vê peixe nenhum. Então pergunta-lhe imediatamente: – Que peixe? Do que é que está a falar? –
Eu respondo com orgulho: – Olha, escutei todos os teus ensinamentos. Tomei notas. Mas não vê? Disse-me que há peixes no rio, e que são pequenas criaturas na água, e que podem ser vistos a partir da superfície. Então isso é um peixe! –
O sem-abrigo olha desesperadamente para o rio e percebe que o que está a boiar na água, e por vezes a afundar-se por causa da corrente, não é certamente um peixe.
-Mas isso é uma garrafa de plástico.-
-É um tipo de peixe?-
-Claro que não, que pergunta é essa?-
-Então porque é que está na água como um peixe?-
“Uma boa pergunta, uma pergunta muito boa mesmo. Uma pergunta que ele faz após apenas algumas horas passadas nesta Terra, e nós, homens, que nela vivemos há gerações, talvez, nunca nos tenhamos realmente interrogado”.
-Vi-o agora, claro! Devia ter imaginado que o peixe era mais pequeno, ali está ele, olha como é pequeno, como é bonitinho. Vem cá, Vem cá!
-Mas isso é….-
Mas depois o sem-abrigo pensa: “Não, eu não lhe vou dizer. Como é que lhe posso explicar o que é um cotonete? Não, talvez seja melhor não falarmos nisto”.
-Olha! Há outro! E um está lá. E olha para eles. Estão todos encalhados. São todos tão bonitinhos.-
-Filho, olha…-
-Sim, sim, eu sei. Não é um peixe normal.-
-Exactamente, não sabia como te dizer. Tentei fazer-te compreender, mas não imaginas como é difícil, e sinto-me envergonhado. Sim, estou tão envergonhado e…-
-Não tens de ter vergonha, eu percebo, é o peixe de plástico! Ele não está debaixo de água, ele bóia sobre ela.-
-Um, claro. Oh, é claro. Tens razão, tens razão. Mas sabe porque é que ele não bóia? Porque essa não é a sua casa. Rápido! Vamos salvá-los, corre!-
E assim um transeunte vê este sem-abrigo, juntamente com um amigo dele, a correr ao longo do rio e a apanhar todo o plástico que estava ao redor.

Rápido! Salva-o! – Porque eis que o sem-abrigo não teve vontade de dizer que a culpa era sua, a culpa dos seus concidadãos que lhe ofereceram comida e cigarros, a culpa do presidente da câmara, a culpa daquele transeunte que os olhava mal da ponte. E os gritos continuam: – Estás a salvá-lo, coloca-o rapidamente naquele baú para que fique seguro – Mas o baú não é mais do que um caixote de recolha de plástico, e eles gritam alegremente para salvar todo o lixo que encontram.

O senhor na ponte vai-se embora a rir, “Estes estão a salvar o plástico…ridículo!” Então o sem-abrigo grita: “Estamos a salvar o plástico, é verdade, mas na verdade estamos a salvar também os seus netos!”

O homem não se vira, e os dois amigos continuam a salvar o peixe de plástico. E assim, cara leitora e caro leitor, se alguma vez vir algum peixe de plástico em necessidade, siga os conselhos destes dois personagens simpáticos, esqueça as palavras dos transeuntes, e vá ajudá-los! O nosso mundo precisa de pessoas como eles e como você!

Alles nur wegen der Schwerkraft

Welch ein ungeschickter Zufall! Er war an einem falschen Ort gelandet, wahrscheinlich wegen eines technischen Problems während der Reise. Und stellt euch vor, was man ihm davor eindringlich gesagt hatte: „Pass auf, wenn du nah an der Erde vorbeifliegst, werde ja nicht langsamer, halte dich nicht auf, sondern flieg schneller.“ Man hatte ihm schier endlos lange etwas über eine seltsame Kraft erklärt. Wie war das nochmal? Die Schwerkraft? Erdbeschleunigung? Ach, er konnte sich nicht mehr genau erinnern. Aber die Erde hatte aus der Ferne doch so schön ausgesehen! Er hatte nicht anders gekonnt, er hatte einfach kurz anhalten müssen. Seine Augen waren weit aufgerissen gewesen, sein Herz hatte begonnen, wie verrückt zu schlagen und, er hatte zugeben müssen: nicht nur war er langsamer geworden und war schließlich stehen geblieben, sondern hatte er sie auch für eine ganze Weile angestarrt.

Er hatte diese riesige Kugel, die von kräftigen Farben, die er noch nie zuvor gesehen hatte, bedeckt war, lange bewundert: ein lebendiges Blau und ein sattes Grün, das an manchen Stellen ins Braune oder Gelbe überging. All dies war an der Oberfläche bedeckt von weißer Zuckerwatte, aus der an manchen Stellen einige Wassertropfen fielen. Manchmal war die Watte von einem dunklen Grau: an diesen Stellen ähnelten die Tropfen eher einem Wasserfall, der von grellen Lichtblitzen durchbrochen wurde. Kurz darauf war ein ohrenbetäubender Lärm zu hören gewesen, der ihn zugleich einschüchtert und beeindruckt hatte. Er hatte wirklich versucht, nicht die Seite der Erde anzustarren, die unter dem Licht des Königs des Sonnensystems, der Sonne selbst, erstrahlte. Und trotzdem hatte er sich genau von dort angezogen gefühlt, durch eine unsichtbare Kraft, die er sich nicht erklären konnte und plötzlich – Puff – war er buchstäblich aus allen Wolken gefallen, mitten auf diese Halbinsel, die von oben wie ein Stiefel ausgesehen hatte. Was für ein merkwürdiger Ort! Noch nie zuvor hatte er etwas Derartiges gesehen.

Er wusste sofort, dass er in Italien gelandet sein musste. Man hatte ihm viel davon erzählt: das Essen, die Feste, das Meer, die Berge, die Farben, die verschiedenen Gerüche, die Gastfreundlichkeit und vor allem die sympathischen Einwohner. Aber das war nicht alles, in Italien gab es auch gute Schokolade, exquisite Liköre, Luxusmode, Pizza und guten Wein. Glücklich und überwältigt zugleich, in dieses wunderbare Paradies auf Erden, voll mit Kirchen und Kunst, Film und Literatur, gefallen zu sein, stand er auf und sah … nichts. Nichts, von alldem, was er von diesem Ort gehört hatte. Naja, es gab schöne bunte Straßen. Aus einem Fenster roch es auch nach Tomatensauce. Die Glocken erklangen, die Messe würde bald anfangen. Aber sonst? Alles war geschlossen, die Straßen waren menschenleer. Es musste etwas passiert sein. Er wollte herausfinden, was vor sich ging. Man hatte ihm gesagt, dass die Italiener besonders einladend waren, also versuchte er, jemandem eine Frage zu stellen. Er näherte sich einem Haus und klopfte an die Tür. „Wer ist da?“ „Guten Tag, ich komme von weit her und wollte fragen, ob…“ „Tragen Sie Ihre Maske?“ „Entschuldigen Sie?“ „Ich habe gefragt, ob Sie Ihre Maske tragen!“ „Ich verstehe nicht…“, antwortete er verwirrt. „Also gut, wenn Sie nicht verstehen, dann Auf Wiedersehen!“

Als er versuchte, zu verstehen, was die Frau ihm sagen wollte, ging ein Mann an ihm vorbei: groß, elegant, gepflegte Haare und blaue Augen, die ihm misstrauisch entgegenblickten. Im gleichen Moment wurde ihm klar, was die Frau gemeint hatte: der Mann trug mitten im Gesicht eine blaue Maske, die die Hälfte seines Gesichts bedeckte, von der Nase bis zum Kinn. „Geh mir aus dem Weg und kauf dir eine Maske!“ „Wie bitte? Wo soll ich die kaufen?“ „Wo du sie kaufen sollst? In der Apotheke natürlich. Hast du kein Geld?“ Er wollte ihn fragen, wovon er sprach, doch der Mann ging einfach weiter. Was für eine Katastrophe. Waren die Menschen tatsächlich so unfreundlich? Ratlos und traurig setzte er sich zu Boden. Er fing langsam an, zu verzweifeln. Was sollte er jetzt nur machen? Gerade in dem Moment, als er fast zu weinen angefangen hätte, hörte er jemanden singen. Noch nie zuvor hatte er eine so bezaubernde Stimme gehört! Es war fast nur ein leises Murmeln, war aber so klangvoll, so zart, so berührend, dass es nicht echt zu sein schien, an einem Ort wo Menschen ihr Gesicht mit Masken bedeckten.

„Hallo mein Freund.“, sagte der Mann, dessen Stimme er gehört hatte. Er sah gut aus, ein bisschen lumpig, aber so fröhlich, dass er den anderen mit seinem Lächeln ansteckte. Warte, man sah sein Lächeln, also trug er keine Maske? Warum? Unser außerirdischer Freund war verwirrt. „Du trägst keine Maske!“, warf er ihm vor. Sogleich biss er sich auf die Zunge. Wie konnte er den Mann nur so behandeln, wie er zuvor von den anderen behandelt wurde? Dieser gab sofort zurück: „Als ob du eine hättest, mein Freund…“ Der Mann hatte Recht. Er setzte sich an seine Seite. „Ich habe keine, weil ich nicht weiß, was Geld ist.“ Der Mann war überrascht und antwortete sofort: „Ich auch nicht!“ Sie mussten lachen. Er war lustig, dieser Mann, er war nicht elegant gekleidet, er behandelte ihn gut, trug keine Maske und wusste auch nicht, was Geld war. „Ich trage keine Maske, weil mir sowieso keiner näherkommt. Das wäre also sinnlos. Ich besitze kein Haus. Ich habe aber viele Freunde, die mir ab und zu ein paar Münzen zukommen lassen, siehst du, das ist Geld. Ich habe eine Reserve-Maske eingesteckt, aus Respekt vor den anderen. Ansonsten lebe ich so, wie ich bin.“

„Was meinst du damit?“

„Siehst du es nicht? Ich suche mir Tag für Tag einen Ort, der mir gefällt. Eine Brücke normalerweise. Ich setze mich hin und beginne zu singen, spielen und lachen. Manche Freunde bringen mir etwas zu essen, andere bieten mir eine Zigarette an. Ah, du weißt wahrscheinlich nicht, was das ist. Glaub mir, das ist auch besser so. Und dann genieße ich es.“

„Was genießt du?“

„Das Leben! Das Glück, auf die Welt gekommen zu sein. Das Leben ist ein Geschenk, voll mit Überraschungen. Ohne danach gefragt zu haben, befindest du dich in dieser wunderbaren Welt und musst lernen, darin zu leben. Aber du müsstest sehen, wie sich manche Menschen dieses Leben schwer machen. Sie verstehen nicht, dass das Leben ein Geschenk ist und fangen an, Probleme zu kreieren, Ideen zu verfolgen, die nicht unbedingt die besten sind und Beziehungen aufzubauen, die ihnen nicht guttun. Ich verstehe sie nicht, diese Menschen. Aber warte, es gibt noch mehr, sie studieren nur, um einen Abschluss zu haben. Wenn du sie fragst, ob sie das Leben verstanden haben und was sie von dem, was sie studiert oder gelesen haben, gelernt haben, halten sie dich für verrückt. Gesegnet sei die Verrücktheit, in all ihren Formen! Außerdem nehmen sie das Auto, um Brot zu kaufen, oder zum Supermarkt zu fahren, um sich das zu leisten, das ihnen am besten gefällt, meistens voll mit Konservierungsstoffen. Ah, du kennst wahrscheinlich keine Konservierungsstoffe, aber das macht auch nichts. Wenn du jemanden fragst, ob er glücklich ist, lacht er dir ins Gesicht. Als ob sie alle permanent unlösbare Probleme hätten. Und jetzt, wo sie eigentlich draußen sein sollten, um Dinge zu erledigen, die sie eigentlich gar nicht machen wollen, sind sie zuhause eingesperrt. Die Armen.“

„Und du?“

„Ach, ich habe kein Haus. Bei mir zuhause ist im Moment neben dir, zum Beispiel. Wenn die Polizei die anderen Menschen aufhält, da sie die Ausgangsperre nicht eingehalten haben, bekommen diese eine Strafe. Ah, du weißt wahrscheinlich nicht, was eine Strafe ist. Glaub mir, das ist auch besser so. Wenn die Polizei mich sieht, beachten sie mich nicht und lassen mich in Ruhe.“

„Also halten die anderen dich für merkwürdig?“

„Manchmal. Ich bin ein Obdachloser.“

„Was ist das, ein Obdachloser?“

„Ein Obdachloser ist jemand, der niemandem etwas schuldet. Ich verändere mein Leben jeden Tag, immer auf der Suche nach neuem Glück. Das ist mein Reichtum. Ich lebe, dank des Glückseins. Und wenn ich unglücklich bin, verhilft mir die Traurigkeit zu meinem Geld. Ich bleibe im Regen stehen und singe all meinen Schmerz heraus. Und die Menschen geben mir Münzen, weil sie etwas Echtes sehen. Sie sehen es, ich sehe sie.“

„Kann ich auch ein Obdachloser sein?“

„Unter einer Bedingung: du musst glücklich und gleichzeitig traurig sein, denn das tut einem gut; du musst lieben, bevor du geliebt wirst und vor allem, setz deine Maske auf, ansonsten lernst du, was es bedeutet, eine Strafe zu bekommen und glaub mir: das würde dir nicht gefallen! Hahaha.“

Ein ungewöhnlicher Fisch

Und hier waren sie schon, in seinem Königreich: die Brücke. Der Obdachlose wiederholte unaufhörlich, ihm zu sagen, wie sehr er es liebte, in dieser Umgebung zu sein, noch näher am Himmel und höher als die umliegenden Straßen – und vor allem, genau über dem Wasser. Dann sagte er ihm auch, dass Wasser das Wertvollste für ihn war. Also blickte der Junge über das Geländer, um das Wasser zu sehen und zu verstehen, was nun so besonders daran war. Auch wenn er sich beim Anblick des fließenden Wassers im ersten Moment freute, war der Junge trotzdem etwas enttäuscht.

„Ah, also das ist das Wasser, von dem du gesprochen hast…“

„Was ist los? Du bist nicht glücklich? Aber schau doch!“

„Da gibt’s nicht viel zu sehen, das Wasser ist schmutzig, es sieht aus wie Schlamm!“

Der Obdachlose dachte stumm einen Moment nach. Er überlegte sich: „Er sieht das Wasser des Flusses zum ersten Mal und denkt, es wäre schmutzig. Wenn er nur wüsste, wie es ohne Verschmutzung ausgesehen hat!“

Der Junge bestand darauf: „Du hast mir doch so viel von dieser Brücke erzählt! Ich bin auch froh darüber, hier zu sein, aber ich habe nicht erwartet, dass das Wasser so aussehen würde.“ Plötzlich sprang er auf: „Aber warte, ich sehe einen Fisch!“

Der Obdachlose war begeistert. Schon lange hatte er keine Fische mehr im Fluss gesehen! Schnell näherte er sich, um zu sehen, worauf sein neuer Freund aufgeregt zeigte. Anders als erwartet, sah er aber keinen Fisch. „Tut mir leid, aber wo ist der Fisch, von dem du sprichst?“

Der andere erwiderte verwundert: „Ich habe doch alles beachtet, was du mir gelernt hast. Warum siehst du ihn nicht? Du hast mir doch gesagt, dass im Fluss Fische wären: kleine Kreaturen im Wasser, die man von der Oberfläche aus sieht. Das muss also ein Fisch sein!“

Der Bettler warf einen enttäuschten Blick auf den Fluss, als er verstand, was dort im Wasser dahintrieb – auch wenn es durch die Strömungen wie ein Fisch auszusehen schien, war es leider nichts dergleichen, kein anderes Lebewesen und schon gar kein Fisch.

„Hm, ja das ist eine Plastikflasche…“

„Ist das eine bestimmte Fischart?“

„Aber nein, was für eine Frage!“

„Warum bewegt sich das Ding dann im Fluss, als wäre es ein Fisch?“

„Gute Frage… dort sollte es eigentlich nicht sein“, antwortete der Obdachlose mit betrübter Miene. Der Junge fragte sich bereits nach wenigen Stunden auf der Erde, warum da eine Plastikflasche im Fluss schwamm. „Die meisten von uns Menschen lässt das wohl eher gleichgültig, obwohl wir schon lange hier leben.“

„Hm das verstehe ich nicht. Oh, aber dort sehe ich einen Fisch! Ich hätte mir gleich denken können, dass Fische viel kleiner sind. Sieh doch, wie klein der ist, so süß! Komm, komm doch!

„Aber das ist auch kein Fisch…“, seufzte der Mann. Er dachte sich: „Dieses Mal werde ich ihm nicht die Wahrheit sagen. Wie soll ich ihm nur beibringen, dass das nichts als ein achtlos weggeworfenes Wattestäbchen ist? Vielleicht ist es besser, einfach nichts zu sagen.“

Der Junge hatte ihn sowieso nicht gehört und fuhr fort: „Schau doch, da ist ein zweiter! Und dort ist noch einer. Ach, wie niedlich sie aussehen. Ohje, jetzt sind sie alle auf Grund gelaufen! Wir müssen ihnen helfen!“

„Aber mein Junge, sieh doch…“

„Ja ja, ich weiß, es sind keine normalen Fische.“ Er verzog traurig das Gesicht.

„Ganz richtig, ich weiß nur nicht, wie ich es dir am besten sage. Ich habe versucht, es dir zu erklären, aber du weißt ja nicht, wie schwierig das ist und wie sehr ich mich dafür schäme. Ja, ich schäme mich und…“

„Nein, du musst dich nicht schämen, ich habe verstanden. Der Fisch ist aus Plastik! Er schwimmt nicht unter Wasser, sondern treibt auf der Oberfläche.“

„Hm, ja natürlich. Du hast Recht, du hast Recht. Aber weißt du, warum er nicht schwimmt? Weil das nicht sein Zuhause ist. Komm, retten wir sie!“

So kam es dazu, dass ein vorbeigehender Spaziergänger beobachtete, wie ein Obdachloser, begleitet von einem ungewöhnlich aussehenden Kind, den Fluss entlanglief, im Wasser herumhüpfte und Plastik aufsammelte – und, wie ihr euch vorstellen könnt, gab es eine ganze Menge davon.

„Komm, retten wir sie alle!“ Der Obdachlose wollte sich nicht länger sagen, dass es seine Schuld sei, oder die Schuld der Mitbürger, die ihm Essen und Zigaretten schenkten, die Schuld des Bürgermeisters, die Schuld dieses Spaziergängers, der sie so schief ansah, oder die Schuld von allen anderen Menschen um sie herum. Und die Rufe gingen weiter: „Großartig, du bist dabei, sie zu retten, gib sie schnell in diesen Sack, damit sie in Sicherheit sind.“ Der Außerirdische wusste natürlich nicht, dass der Sack nichts weiter als eine gewöhnliche Mülltonne war, aber das war auch egal. Mit großer Freude sprangen sie herum und sammelten den ganzen Müll, den sie im Fluss und daneben fanden, auf.

Der Spaziergänger entfernte sich kopfschüttelnd und murmelte: „Sie retten Plastik… wie merkwürdig!“. Der Obdachlose rief zurück: Für Sie retten wir vielleicht nur Plastik, aber damit retten wir auch eure Nachkommen und die ganze Erde!“

Der Mann drehte sich nicht mehr um, die beiden neuen Freunde aber fuhren ungehemmt fort, die Fische aus Plastik einzusammeln.

Also, liebe Leser und Leserinnen, wenn ihr eines Tages Fische aus Plastik in Not seht, zögert nicht und handelt wie diese zwei sympathischen Freunde: hört nicht auf die Worte gleichgültiger Passanten und helft den Dingen, die im Wasser nichts verloren haben! Unsere Welt braucht Personen wie diese!

Todo culpa de la gravedad

De forma inexplicable, quizás debido a algún fallo técnico durante el trayecto, había llegado
a una destinación equivocada; y pensar que le habían avisado: “Ten cuidado, cuando pases
cerca de la Tierra no frenes, no pares, acelera. ‘’ Además, también le habían dado una
amplia explicación sobre un tipo de fuerza. ¿Cómo se llamaba? ¿Fuerza grave? ¿Fuerza de
gravedad? No sabe, no se acuerda. Pero sí se acuerda de que era tan bonita. Jura que no
podía resistir. Los ojos abiertos, el corazón se estaba disparando y él admite que no
solamente ha frenado, no solamente se ha parado, pero, literalmente, se ha quedado
inmovilizado, mirándola fijamente. Contemplando esta enorme bola, con colores que nunca
se han visto: un azul agitado y un verde que se volvía marrón en algunas partes. Todo
milagrosamente rodeado de algodón blanco, del que salían varias gotas de agua; en otras
partes, de algodón gris del que salía una auténtica cascada de agua con resplandores
blancos y amarillos, que dejan ciegos, a los que siempre seguía un ruido muy fuerte,
atronador, espantoso. Mientras intentaba mirar esa parte de la Tierra que brillaba a la luz del
gran rey Sol, de repente se sintió atraído por ella, por esa fuerza que tiene un nombre que
no entendió muy bien, y de pronto, paf! Se cae literalmente de las nubes, en esta península
que desde arriba parece una bota. Oh Dios mío, qué sitio tan raro. Nunca vió algo parecido.
Enseguida entendió que había aterrizado en Italia. Le habían hablado mucho de este país:
pasta, fiesta, mar, montañas, colores, olores, hospitalidad y sobretodo mucha simpatía… y
hay más: chocolate delicioso, licores tremendos, la moda, la pizza, el buen vino. Y así, feliz
de haberse encontrado en este maravilloso paraíso terrenal, lleno de iglesias y de arte, de
cine y literatura, se levanta y ve… nada. No ve prácticamente nada. Sí, claro, hay calles
muy bonitas, coloridas. Si, claro, siente el olor del jugo que viene de la ventana. Sí, claro,
están sonando las campanas, está a punto de empezar la misa. ¿Por lo demás? Todo
cerrado. Nadie por la calle. Habrá pasado algo. Hay que descubrirlo. Le dijeron que las
personas son amables, entonces intenta preguntar a alguien. Se acerca a una puerta.
‘’¿Quién es? ‘’
‘’Hola señora, soy extranjero y acabo de llegar y quería saber si…’’
‘’¿Tienes mascarilla?’’
‘’¿Perdón?’’
‘’Te estoy preguntando si tienes mascarilla’’
‘’No entiendo.’’
‘’ Pues si no entiende, adiós.’’
A punto de preguntarse lo que la mujer quería decir, llega un hombre: alto, elegante, con el
pelo bien cuidado y dos ojos azules, que lo miran con desprecio. Él también lleva mascarilla.
Es azul, le tapa la mitad de la cara: de la nariz hasta la barbilla. ‘’Quitate que no quiero
discutir. Vete a comprarte una mascarilla.’’ ‘’¿Y dónde la compro?’’ ‘’ ¿Y dime, dónde se
compran? En la farmacia, ¿no? Saca el dinero.’’
Le habría gustado preguntarle lo que eran, pero prefirió sonreír e irse. Que desastre. ¿De
verdad el mundo era tan feo? Triste, se sienta en el suelo. Se desespera. ¿Y ahora qué? A
punto de empezar a llorar, oye cantar. Una voz tan bonita, no la había oído nunca. Es un
susurro pero tan entonado, tan dulce, tan emocionante, que parecía imposible existir en un
sitio en el que la gente lleva mascarillas para taparse la boca.
‘’¡Ah, hola amigo!’’ Está hablando conmigo. Un hombre muy guapo, un poco descuidado,
lleno de alegría y por eso sonríe. Espera un momento. Si sonríe quiere decir que no llevamascarilla, ¿por qué? No entiendo nada. ‘’¡Tú no llevas mascarilla!’’ Un momento, ¿qué
estoy haciendo? ¿Me estoy portando como los demás se portan conmigo?’’ En seguida
contesta: ‘’Ni que tú la tuvieras, amigo mío…’’ Tiene razón. Me siento a su lado. ‘’ Yo no
llevo porque no sé que es el dinero’’. El hombre se ilumina y enseguida responde: ‘’¡Yo
tampoco!’’
Empiezo a reírme. Que gracioso este hombre que no es elegante, no se porta mal conmigo,
no tiene ni mascarilla ni dinero. ‘’No tengo mascarilla porque nadie quiere acercarse a mí,
entonces no la necesito. No tengo casa. Tengo muchos amigos que me dan estas monedas,
ves, este es el dinero. Solo tengo una mascarilla de reserva, porque respetar a las otras
personas siempre es importante. Por lo demás, vivo así.’’
‘’¿Así como?’’
‘’¿De verdad no lo ves? Elijo un sitio que me gusta. Suele ser un puente. Me siento y
empiezo a cantar, a tocar algo, a reirme solo, a contar cosas. Un amigo me trae comida,
otro me invita a un cigarrillo. Bueno, tú no sabrás lo que es. Créeme, mejor así. Al fin y al
cabo, disfruto.’’
‘’¿De qué disfrutas?’’
‘’¡De la vida! Esta increíble oportunidad de nacer sin haberlo pedido. La vida es un regalo,
una continua sorpresa. Sin pedirlo, entras en este maravilloso mundo y tienes que aprender
a vivir. Tienes que ver cómo la gente se hace la vida más difícil. No entienden esta historia
del regalo y entonces empiezan a meterse en problemas, a seguir ideas que nadie
considera justas, a crear relaciones con las personas sin que nadie les obligue, para luego
quejarse de esas mismas personas. No los entiendo. Además mira, van al colegio pero solo
para sacarse un título, pero luego si les preguntas qué es lo que han entendido sobre la vida
y lo que han aprendido de la historia que han estudiado, de la literatura que han leído, te
miran como si estuvieras loco. Bendita sea la locura, en todas sus formas. Concertan citas,
cogen el coche para ir a comprar pan. Van a los supermercados y compran todo lo que es
más colorido, más apetecible y con más conservantes. Bueno tu puede que no sepas lo que
son los conservantes. Es mejor así. Si le preguntas a alguien si es feliz, se ríe en tu cara.
Parece que tienen problemas insuperables. Ahora los que tenían que pasar todo el día fuera
de casa para hacer cosas que se obligaron a hacer sin que nadie se lo pidiera, se
encuentran encerrados en casa. Pobres.’’
‘’¿Y tú?’’
‘’Ah no, yo no tengo casa. Ahora mismo, mi casa está a tu lado, por ejemplo. Y cuando la
policía para a los demás porque se han saltado el toque de queda, les multan. Ah, tú quizás
no sabes lo que quiere decir, créeme, mejor así, si me ven a mi, me miran y me dejan
pasar.’’
‘’Entonces creo que eres una persona un poco rara, aquí’’.
‘’Soy un indigente, que le vamos a hacer.’’
‘’¿Qué es un indigente?’’‘’El indigente es una persona que no tiene que darle explicaciones a nadie. Yo cambio mi
vida cada día, en búsqueda de la felicidad. Es mi dinero. Vivo gracias a ella. Cuando estoy
triste, es mi tristeza que se convierte en dinero. Voy bajo la lluvia y canto todas mis penas y
las personas me dan dinero porque ven algo puro y verdadero. Ellos lo ven, yo lo vivo.’’
‘’Puedo ser un indigente yo también?’’
‘’Solo con una condición: que tú te metas en la cabeza que debes ser feliz y también triste,
porque hace bien; que tu te metas en el corazón que tienes que amar antes de ser amado y
que te pongas en la cara una mascarilla porque si no tendrás que conocer lo que es una
multa y créeme, ¡no te gustará! ¡Jajajajaja! ”

Un pez muy extraño


Por fin estamos en su mundo: el puente. Me sigue diciendo que le gusta estar suspendido
en el aire, más cerca del cielo, más alto de las calles tan transitadas, y justo encima del
agua. Además también me ha dicho que el agua es el bien más preciado del mundo.
Entonces me asomo desde el puente, la quiero ver, quiero entender que es esta agua que
adora tanto. Miro, feliz, el agua del río que fluye debajo de nosotros, y aquí llega la
decepción.
– Ah, es esta… la famosa agua…
– ¿Qué pasa? ¿No estas feliz? ¡Pero mira!
– Pero es marrón, está sucia, parece casi tierra.
El vagabundo se para un segundo. No habla. Está pensando: ‘’Cualquier persona que vea
por primera vez el agua del puente de la ciudad, cualquier persona que vea por primera vez
en su vida el agua de un río piensa que es marrón. No sabe cómo era. Nunca sabrá cómo
es realmente.
’’
Yo insisto. – ¡Me has hablado mucho de este puente! Estoy feliz de estar aquí. Es verdad, no
me esperaba que el agua fuera así, ¡pero estoy viendo un pez por primera vez! –
El vagabundo está entusiasmado. Se asoma enseguida para ver qué es lo que está
señalando su amigo con el dedo, pero no ve ningún pez, entonces le pregunta: ¿Pero qué
pez? ¿Qué dices? –
Entonces yo contesto, con orgullo: -Mira, yo siempre he escuchado todas tus enseñanzas,
he tomado nota. ¿De verdad no lo ves? Tú me dijiste que en el río hay peces, que son
seres pequeñitos que están en el agua, y que se pueden ver desde la superficie. ¡Entonces
ese es un pez! –
El vagabundo, desesperado, vuelve a mirar dentro del río y entiende que esa cosa que flota
en el agua y que de vez en cuando se hunde debido a la corriente del mar no es un pez.
– Esa es una botella de plástico.
– ¿Es un tipo de pez?
– Claro que no, vaya.
– Entonces… ¿por qué está en el agua como un pez?
‘’Buena pregunta, muy buena pregunta. Una pregunta que él se ha planteado solamente
después de unas horas en la Tierra y nosotros, hombres, que vivimos aquí desde hace
generaciones, quizás nunca nos lo hemos preguntado de verdad. ‘’

¡Lo acabo de ver, claro! Tenía que imaginarme que los peces eran más pequeños,
ahí está, mira que pequeñito, que bonito. ¡Ven, corre!
– Pero… ese es…
‘’No, no se lo voy a decir. ¿Cómo le explico lo que es un bastoncillo? No, quizás mejor dejar
todo así.’’
El hombre miró para otro lado, y los dos amigos siguieron salvando el pez plástico, cada día
de sus vidas.


¡Mira! ¡Ahí hay otro! Y otro ahí. Mira esos varados, que bonitos que son.
– Hijo, espera…
– Sí, sí lo sé. No es un pez normal y corriente.
– Exacto, no sabia como decirtelo. He intentado explicártelo pero no sabes lo difícil
que es y además me da vergüenza. Si, me da mucha vergüenza y…
– No te tiene que dar vergüenza, sé lo que es, ¡Es el pez plástico! No está ni bajo del
agua ni por encima.
– Mmm.. ¡Claro! ¡Claro que sí! ¡Tienes razón, tienes razón! ¿Sabes por qué no flota?
Porque esa no es su casa. ¡Corre! Vamos a salvarlos, ¡corre!
Un hombre ve a este vagabundo, junto a un amigo suyo, corriendo por el río, recogiendo
todo el plástico que había por ahí, y gritando: – ¡Corre, tenemos que salvarlo! – Porque claro,
el vagabundo no quería decir que la culpa era suya, de sus conciudadanos que le dan
comida y cigarrillos, del alcalde, de ese hombre que les miraba con mala cara desde el
puente. Los gritos seguían: – Lo estás haciendo bien, corre, ponlo en esa caja así está a
salvo. –
Pero esa caja era solamente una bolsa para recoger el plástico, y ellos gritaban felices
porque estaban salvando toda la basura que encontraban.
El hombre del puente se fue, riendose: ‘’ Estos dos salvan el plástico… ¡bah!’’, entonces el
vagabundo gritó: ‘’ Es verdad, salvamos el plástico, pero en realidad también salvamos a
sus nietos.’’

El hombre miró para otro lado, y los dos amigos siguieron salvando el pez plástico, cada día
de sus vidas.

Una coincidenza chiamata destino

Povero Massimiliano. Guarda come cerca di combattere il tempo per arrivare in orario. Ma cosa fa? Si sta per mettere la maglia al contrario! Ma povero Massimiliano, non sa che a quel film non ci arriverà mai. Ma lui ci prova. Ora eccolo mentre corre in garage dimenticando la giacca, appoggiata sulla poltrona affianco all’ingresso. Così, una volta messa in moto la macchina, si rende conto di non aver con sé la giacca. Alza gli occhi al cielo, sbuffa, tenta di uscire dall’auto senza togliere la cintura. Allora sbatte il palmo della mano contro il volante urlando qualcosa che è meglio non ripetere, slaccia la cintura e spalanca la porta. Su per le scale, agguanta la giacca, riscende, entra in macchina. Il telecomando del cancello l’ha lasciato nel cappotto, che si trova invece in camera da letto. E allora riaccade tutto quanto già avvenuto prima: lotta con la cintura, schiaffo al volante e corsa per le scale.

Povera Giulia. È così meteoropatica. Stava con il suo calice di vino, accanto alla finestra, a guardare quel freddo che le sembrava entrare nelle vene. È felice di essere a casa. È felice di essere tranquilla, di avere il caminetto acceso, uno stereo nuovo, un bello stipendio. È tutto così… La casa è in ordine, i quadri erano stati ormai appesi, le foto di famiglia e degli amici sono ben in vista sul comodino, la cucina è perfettamente pulita. È tutto così… Poi vive in un bel quartiere, il balconcino si affaccia al parco che ama tanto, e proprio sotto casa c’è il suo ristorante preferito. Ed è tutto così… noioso.

Massimiliano è riuscito ad uscire di casa. Visti i precedenti, sembra già cosa buona. Eccolo svoltare verso il grande viale alberato, eccolo andare a tutta velocità verso la meta quando, di colpo, la voce metallica lo avverte: -Chiamata in arrivo da Giulia.- Si era totalmente dimenticato. Giulia lo stava aspettando. Ma perché? Perché non le piaceva questa ragazza, così carina, così educata, così… noiosa?

Ecco di cosa aveva bisogno. Aveva bisogno di cambiare, di uscire di casa, di andarsi a prendere quel freddo sulla pelle nuda del viso, di girovagare, di non starsene sola in un perfetto monolocale, ma di uscire, senza sapere nulla, senza prendere da mangiare nel solito ristorante sotto casa, di sporcarsi le scarpe col fango vicino al laghetto del parco e tornare a casa solo una volta che si sentiva esausta, si sentiva viva. Sbatte la porta, sta per attraversare il portone, ma si rende conto di aver dimenticato la giacca, era troppo occupata dai suoi pensieri. Ride da sola e torna in casa.

Ma lui non ci vuole andare. Ma certo che non ci vuole andare. E quindi resta fermo, parcheggiato in doppia fila, con le quattro frecce mentre temporeggia. E poi lo vede là, all’angolo. Il suo cinema, o come lo amava chiamare, il suo cinematografo. No, non sarebbe andato a parlare del nulla ad un insulso aperitivo dall’altra parte della città. Quella era la sua destinazione: la sala 3 con i vecchi film in bianco e nero. Giulia poteva aspettare. Parcheggia la macchina vicino ad un parco.

Giulia è ora pronta per uscire di casa e proprio mentre sta per uscire dal palazzo, ecco Gaia, la portinaia, che la ferma per parlare per l’ennesima volta della nuova coppia al primo piano che fa troppo rumore, ma come è possibile, non se ne può più e blah blah blah.

Massimiliano chiude a chiave la macchina e prende il marciapiede a destra. Ma che senso ha? Perché ha attraversato la strada? Sarà in sovrappensiero ed ecco che si ferma, una ragazza le ha appena tagliato la strada, uscendo da un portone. Gli sembra di riconoscerla. Ma certo è proprio lei.

Giulia è decisa, andrà al parco. Sta per attraversare la strada quando sente una voce, inconfondibile.

-Giulia. Io, ecco… ti ho vista e allora ho pensato che forse…- Ma non riesce a parlare. Si interrompe perché Giulia è più bella di sempre. Così struccata, così naturale, così Giulia. La vera e unica Giulietta era tornata in città e la incontrava per puro caso, per strada.

-Massimiliano! Che sorpresa. Beh vedi io sto andando al cinema, quindi devo proprio scappare, ci sentiamo.- Cerca così, con una scusa e una piccola bugia, di fuggire via.

No, non sarebbe andata così. Giulia odia il cinema. Lo sa Massimiliano, lo sa lei. Una volta gliene avrebbe fatto una colpa, ora , invece, sarebbe il primo a non andarci più. – Anche io stavo andando al cinema. Anzi no, mettiamo le cose in chiaro. Stavo andando ad un appuntamento, con una ragazza che, guarda a caso, si chiama Giulia, come te. Poi ho capito che non ho più voglia di fingere, quindi sto andando da solo dal cinematografo e incontro te. E ora non ho più voglia di andare al cinema perché vorrei fare qualsiasi cosa che stai per fare tu.-

– Io non so cosa sto per fare.-

– Bene, allora mettiamoci in fila. Vediamo un film a caso e dopo parleremo del film, di questi cinque anni e di come io non sia cambiato per nulla fino a qualche minuto fa.-

– No ma in realtà Massimiliano, non mi sembra il caso.-

– Ecco, lo sapevo. Me lo merito, dopo tutto quello che ti ho fatto.-

– No dico, non mi sembra il caso, dopo cinque anni, di dovermi sorbire uno dei tuoi noiosi film in bianco e nero in sala tre eh.-

Scoppiano a ridere. Aveva una memoria inconfondibile per le piccole cose. E così entrano nel cinema, senza sapere che film stanno per vedere, ma sicuri che sarà, comunque, bellissimo.

Coincidence or destiny?

Poor Massimiliano. Look how he tries to fight against time to arrive punctual. But what is he doing? He is going to put his sweater inside out! Poor Massimiliano, he does not know that he will never get to the cinema on time. Anyway, he gives it a try. Right now, he is running into the garage, but he has forgotten his jacket on the armchair in the hall. He realizes he did not get it after starting the car. He looks up to the sky, grumbles and tries to get out of the automobile without taking off his seatbelt. At that moment, he slams the palm of his hand against the steering wheel, shouting something which is better avoid repeating, unfastens his belt and opens the door wide. He takes the stairs, grabs his jacket, goes downstairs, and gets back in the car. Yet, he has left the remote control of the garage door in his coat, which is in the bedroom. And then, it happens all over again: the struggle against the seatbelt, the slap on the steering wheel and the running up the stairs.

Poor Giulia. She is so affected by weather conditions. She was standing with her glass of wine by the window, watching the cold that seemed to enter her veins directly. She is happy to be home. Happy to be quiet, to have the fireplace lighted up, a new stereo, a good salary. Everything is like this… The house is tidy, the paintings had been hung, the family and friends’ photos are visible on the bedside table, the kitchen is perfectly neat. It is al like that… Moreover, she lives in a nice neighborhood, the small balcony overlooks the park she loves so much, and her favorite restaurant is right below her house. And everything is so…boring.

Massimiliano managed to get out of the house. Considering what has happened before, this sounds quite good. Now he turns towards the wide tree-lined avenue and drives at full speed towards his destination when, suddenly, a metallic voice warns him: – Incoming call from Giulia -. He had completely forgotten. Giulia was waiting for him. But why? Why didn’t he like this girl so pretty, so polite, so… boring?

Here is what Giulia needed. She needed to change, to get out of her house, to feel the cold on her face, to go for a walk, and not to stay all alone in her tidy one-bedroom apartment. More, she needed to get some fresh air, without thinking about anything, without going to the same next-door restaurant. She needed to get her shoes dirty with mud by the pond in the park and come home only once she felt exhausted, or alive. She slams the door, is about to walk through the gate, but then realizes she has forgotten her jacket, she was too busy with her thoughts. She laughsand enters her house.

Yet, he does not want to go to the appointment. Of course, he does not want to go. Therefore, he double parks with his hazard lights on while playing for time. And then he sees it, on the corner. His cinema, or as he liked to call it, his cinematography. No, he did not feel like going to a bland aperitif on the other side of the town. His destination was now theatre 3 with the old black-and-white movies. Giulia could wait. He parks his car next to a parc.

Giulia is now ready to leave her house and, just as she is about to leave the building, Gaia, the janitor, stops her. She talks for the umpteenth time about the new couple on the first floor saying they make too much noise, “but how is it possible, we cannot take it anymore and blah blah blah”.

Massimiliano locks his car and takes the right-hand pavement. But what is the point? Why did he cross the street? He must be lost in his thoughts and suddenly he stops. A girl has just cut him off while coming out of a front gate. He seems to recognize her. It is her.

Giulia made up her mind, she will go to the park. She is about to cross the street when she hears a unique voice.

“Giulia, listen. I saw you and thought that maybe…”. But he cannot speak. He stops because Giulia is more beautiful than ever. Without make-up, so natural, so Giulia. The real and only Giulietta had come back to town and Massimiliano met her in the street by chance.

“Massimiliano! What a surprise. Well, you see, I am going to the cinema, so I’d better to get a move, we will keep in touch”. Therefore, she runs off with this little excuse and a little lie, also.

No, it would not have been like that. Giulia hates the cinema. They both know it well. Once he would have blamed her, now, on the contrary, he would have avoided going there.

“I was going to the cinema as well. No, let’s make things plain. I was going on a date with a girl called Giulia, like you. Then I realized I do not want to pretend anymore, so I was going to the cinema alone and then I met you. No, I do not feel like going to the cinema because I would like to do whatever you are about to do”.

“I do not know what I am going to do”.

“Well, then let’s get in line. Let’s watch a random movie, then we will talk about that movie, about these five years and about the fact that I have not changed at all until a few minutes ago”.

“No, Massimiliano. I do not think this is a good idea”.

“I knew it. I deserve it, after all I have done to you”.

“No, what I actually mean is that even after five years I still do not want to see any of your boring black and white films in Theatre 3”.

They burst out laughing. She had a unique memory for small things. Therefore, they go to the cinema, not knowing which film they are going to see, but knowing it will be amazing.

Coïncidence ou destin ?

Le pauvre Massimiliano ! Regarde comme il essaie de lutter contre le temps pour arriver à l’heure. Mais que fait-il ? Il va se mettre le pull à l’envers ! Pauvre Massimiliano, il ne sait pas qu’il n’arrivera jamais à l’heure au cinéma. Pourtant, il essaie. Le voici maintenant qui court dans le garage, mais il a oublié sa veste sur le fauteuil de l’entrée. Il réalise qu’il ne l’a pas seulement après avoir démarré la voiture. Il lève les yeux au ciel, souffle et essaie de sortir en oubliant d’enlever la ceinture. À ce moment-là, il frappe la paume de sa main contre le volant en criant quelque chose qu’il vaut mieux ne pas répéter, ensuite il déboucle sa ceinture et ouvre tout grand la portière. Il monte les escaliers, attrape sa veste, redescend et remonte dans la voiture. Mais, il a laissé la télécommande du portail dans son manteau, qui se trouve dans la chambre. Par conséquent, tout ce qui s’est passé avant se reproduit : la lutte contre la ceinture, une claque au volant et la course dans les escaliers.

La pauvre Giulia ! Elle est si sensible aux changements de la météo. Elle se tenait debout avec son verre de vin près de la fenêtre, et observait le froid qui semblait entrer directement dans ses veines. Elle est heureuse d’être chez elle. Heureuse d’être tranquille, d’avoir la cheminée allumée, une nouvelle stéréo, un bon salaire. Tout est comme ça…La maison est bien rangée, les tableaux ont été accrochés, les photos de famille, des amis sont visibles sur la table de nuit, la cuisine est parfaitement rangée. Tout est ainsi…  De plus, elle vit dans un beau quartier, le petit balcon donne sur le parc qu’elle aime beaucoup, et, juste au-dessous de sa maison il y a son restaurant préféré. Pourtant tout est si monotone !

Massimiliano est finalement sorti de sa maison. Compte tenu de tout ce qui s’est passé avant, cela est déjà une bonne chose. Le voilà qui tourne vers la grande avenue bordée d’arbres et qui roule à toute vitesse vers sa destination quand, tout d’un coup, une voix métallique l’avertit : – Appel entrant de Giulia. – Il avait complètement oublié ! Giulia l’attendait. Mais pourquoi ? Pourquoi n’aimait-t-il pas cette fille si jolie, si polie, si…ennuyeuse ?

Voilà ce dont Giulia avait besoin : d’un changement, de sortir de sa maison, de sentir le froid sur la peau de son visage, de se promener, de ne pas rester toute seule dans son studio bien rangé. Au contraire, elle avait besoin de s’aérer, sans penser à rien, sans aller manger toujours dans le même restaurant juste à côté de la maison. Elle avait besoin de salir ses chaussures avec la boue près de l’étang dans le parc, et de décider de rentrer chez elle une fois épuisée, avec la sensation d’être vivante. Elle claque la porte, s’apprête à franchir le seuil, mais réalise qu’elle a oublié sa veste, tellement occupée par ses pensées. Elle rit toute seule et entre chez elle.

Pourtant lui, il ne veut pas aller au rendez-vous. Bien sûr qu’il ne veut pas y aller. Il reste garer en double file, avec ses quatre clignotants et il prend son temps. Et puis, là il le voit, au coin de la rue, son cinéma, ou comme il aimait l’appeler, son cinématographe. Et non, il n’avait pas envie d’aller à un apéritif fade à l’autre bout de la ville. Sa destination était la salle 3 avec les vieux films en noir et blanc. Giulia pouvait attendre. Il gara la voiture près d’un parc.

Giulia est maintenant prête à quitter sa maison et, au moment où elle s’apprête à sortir de l’immeuble, voici Gaia, la concierge, qui l’arrête pour lui parler pour la énième fois du nouveau couple du premier étage qui fait trop de bruit, « mais comment est-ce possible, on n’en peut plus et bla bla bla ».

Massimiliano verrouille sa voiture et prend le trottoir de droite. Mais quel intérêt ? Pourquoi a-t-il traversé la rue ? Il est perdu dans ses pensées et d’un coup il s’arrête. Une fille vient de lui couper la route, en sortant d’un portail. Il la reconnaît. Bien sûr, c’est elle.

Giulia a pris sa décision. Elle ira au parc. Elle est sur le point de traverser la rue, quand elle entend une voix unique.

-Giulia ! Ecoute, je t’ai vu et j’ai pensé que peut-être-… mais il n’arrive pas à parler. Il s’arrête, car Giulia est plus belle que jamais. Si démaquillée, si naturelle, si Giulia. La vraie et unique Giulietta était revenue en ville et l’avait rencontrée par hasard, dans la rue.

-Massimiliano ! Quelle surprise ! Je vais au cinéma, donc je dois vraiment me dépêcher, on se tient au courant-. Ainsi, elle s’enfuit avec cette petite excuse et un petit mensonge.

Non, cela n’aurait pas été comme ça. Giulia déteste le cinéma. Les deux le savent très bien. Autrefois, il l’aurait blâmée, maintenant il serait prêt à ne plus y aller.

-Moi aussi, j’allais au cinéma. En fait, non, mettons les choses au clair. J’avais un rendez-vous avec une fille qui s’appelle Giulia, comme toi. Puis j’ai réalisé que je ne voulais plus faire semblant, c’est pour cette raison je suis en train d’aller tout seul au cinéma et je te rencontre. Et maintenant je ne veux plus aller au cinéma parce que j’aimerais faire ce que tu es sur le point de faire. –

-Je ne sais pas ce que je vais faire. –

– Très bien, alors mettons-nous en queue. Allons voir un film au hasard, ensuite nous parlerons du film, de ces cinq années et du fait que je n’ai pas changé du tout jusqu’à il y a quelques minutes-.

-Non, Massimiliano, je ne pense pas que cela soit une bonne idée-.

-Je le savais. Je le mérite, après tout ce que je t’ai fait-.

-Non mais dans le sens qu’après cinq ans, je ne veux pas regarder un de tes films ennuyeux en noir et blanc dans la salle 3-.

Ils éclatent de rire. Elle avait une mémoire inégalable pour les petites choses. Ils entrent donc dans le cinéma, sans savoir quel film ils vont voir, mais en étant sûrs qu’il sera certainement magnifique.

Uma coincidência chamada destino

Pobre Massimiliano. Olha como tenta lutar contra o tempo para chegar a horas. Mas o que é que está a fazer? Ele vai vestir a camiseta do avesso! Pobre Massimiliano, ainda não sabe que nunca chegará a ver aquele filme. Mas ele tenta. Agora, aqui está ele a correr para a garagem esquecendo-se do seu casaco, que repousa na poltrona ao lado da entrada. Assim, quando liga o carro, percebe que não tem o seu casaco com ele. Revira os olhos, tenta sair do carro sem tirar o cinto de segurança. Depois bate a palma da mão contra o volante, grita algo que é melhor não repetir, tira o cinto e abre a porta do carro.

Sobe as escadas, agarra no seu casaco, desce, entra no carro. Deixou o controlo remoto para o portão no seu casaco, mas este está no quarto da cama. E então tudo o que aconteceu antes volta a acontecer: luta com o cinto de segurança, palmada no volante e corrida pelas escadas.

Pobre Giulia. Ela é tão meteoropática. Ela estava com o seu copo de vinho, ao lado da janela, a observar aquele frio que parecia entrar nas suas veias. Ela está feliz por estar em casa.  Feliz por estar tranquila, por ter a lareira acesa, uma nova aparelhagem de som, um bom salário. É tudo assim… a casa está arrumada, as fotos foram penduradas, as fotos de família e amigos estão à vista na mesa de cabeceira, a cozinha está perfeitamente limpa. É assim que tudo é… e ela vive num belo bairro, a pequena varanda tem vista para o parque que tanto ama, e mesmo por baixo da casa está o seu restaurante favorito.  E é tudo tão… aborrecido.

Massimiliano conseguiu sair de casa. Levando em conta os precedentes, já parece uma coisa boa. E ei-lo, está a virar-se para a grande avenida arborizada, vai a toda a velocidade para o seu destino quando, de repente, a voz metálica o avisa: -Chamada a chegar da Giulia.- Ele tinha-se esquecido completamente. Giulia estava à sua espera. Mas porquê? Porque não gostava dessa menina, tão bonita, tão educada, tão… aborrecida?

Era disso que ela precisava. Ela precisava de mudar, de sair de casa, de ir e apanhar aquele frio na pele nua do seu rosto, de vaguear por aí, de não ficar sozinha num estúdio perfeito, mas de sair, sem saber nada, sem ir buscar comida ao restaurante habitual por baixo da casa, de sujar os seus sapatos com a lama junto ao lago no parque e de voltar para casa apenas quando se sentia exausta, sentia-se viva. Ela bate com a porta, prestes a entrar pelo portão, mas percebe que se esqueceu do casaco, estava demasiado ocupada com os seus pensamentos. Ela ri sozinha e volta para dentro de casa.

Mas ele não quer ir. É claro que ele não quer ir. E assim fica parado, estacionado em segunda fila, com os seus quatro piscas ligados, enquanto empata. E então ele vê-o ali, na esquina. O seu cinema, ou como ele gostava de o chamar, o seu cinematógrafo. Não, ele não ia falar de nada num aperitivo banal do outro lado da cidade. Era essa a sua destinação: sala 3 com os velhos filmes a preto-e-branco. Giulia podia esperar. Estaciona o carro perto de um parque.

Giulia está agora pronta para sair de casa e no momento em que está prestes a deixar o edifício, aí está Gaia, a porteira, que a detém para falar pela enésima vez sobre o novo casal no primeiro andar que faz demasiado barulho, mas como é possível, não aguentamos mais e blá blá blá blá.

Massimiliano fecha o carro e leva a calçada para a direita. Mas qual é o objectivo? Porque ele atravessou a rua? Deve estar distraído e para, uma menina acaba de cortar o seu caminho, saindo de uma porta. Parece que a reconhece. É claro que é ela.

Giulia está decidida, irá para o parque.  Ela está prestes a atravessar a rua quando ouve uma voz, inconfundível.

-Giulia. Eu… eu vi-te e pensei que talvez…- Mas ele não consegue falar. Para porque Giulia é mais bela do que nunca. Sem maquilhagem, tão natural, tão Giulia.  A verdadeira e única Giulietta tinha regressado à cidade e encontrou-se com ela por acaso, na rua.

-Massimiliano! Que surpresa. Bem, como podes ver, eu estou a caminho do cinema, por isso tenho mesmo de correr, até logo. – Então ele tenta, com uma desculpa e uma pequena mentira, fugir.

Não, não teria ido assim. Giulia odeia o cinema. Massimiliano sabe-o, ela sabe-o. Em tempos, ele tê-lo-ia culpado, mas agora ele seria o primeiro a não ir. – Eu também estava a caminho do cinema. Não, vamos lá esclarecer isto. Eu ia num encontro com uma menina que por acaso se chama Giulia, como tu. Depois percebi que já não quero fingir, por isso vou sozinho ao cinema e encontro-me contigo. E agora não quero ir mais ao cinema porque gostaria de fazer o que quer que estás prestes a fazer.-

– Não sei o que vou fazer.-

– Bem, então vamos fazer a fila. Vamos ver um filme ao acaso e depois vamos falar sobre o filme, estes cinco anos, e como eu não mudei nada até há poucos minutos atrás.

– Não, Massimiliano, não me parece bem.

– Eu sabia-o. Eu mereço-o, depois de tudo o que te fiz.

– Não, quero dizer, não me parece apropriado, após cinco anos, ter de ver um dos seus aborrecidos filmes a preto e branco na sala três.

Eles desatam a rir. Ele tinha uma memória inconfundível para pequenas coisas. E assim vão ao cinema, sem saberem que filme vão ver, mas com a certeza de que será, em qualquer caso, maravilhoso.

Zufall oder Schicksal?

Armer Massimiliano! Schau doch, wie er vergeblich versucht, den Wettkampf gegen die Zeit zu gewinnen, um doch noch pünktlich zu sein. Aber was macht er nur? Er zieht seinen Pulli verkehrt an! Armer Massimiliano, er weiß noch nicht, dass er niemals pünktlich beim Kino sein würde. Und doch gibt er nicht auf. Da läuft er schon in die Garage, hat aber seine Jacke auf dem Sessel im Eingang liegen lassen. Das bemerkt er aber erst, als er das Auto bereits gestartet hat. Er verdreht die Augen, atmet tief durch und will wieder aussteigen, hat aber vergessen, sich wieder abzuschnallen. Daraufhin schlägt er mit der Hand auf das Lenkrad und schreit etwas, das ich euch lieber nicht wiederhole. Dann löst er seinen Gurt und reißt die Autotür auf. Er läuft die Treppe hoch, nimmt seine Jacke, läuft die Treppe wieder runter und hüpft ins Auto. Aber… er hat die Fernbedienung fürs Garagentor in seiner Manteltasche vergessen, die sich wiederrum in seinem Zimmer befindet. So wiederholt sich das ganze Schauspiel von vorne: der Kampf mit dem Gurt, das Schlagen aufs Lenkrad und der Lauf über die Treppe.

Arme Julia! Sie reagiert doch so sensibel auf das Wetter. Mit einem Glas Wein in der Hand steht sie vor dem Fenster und beobachtet die Kälte draußen, die direkt in ihren Körper überzugehen schien. Sie ist froh, zuhause zu sein. Froh, ihre Ruhe zu haben, einen warmen Kamin zu haben, eine neue Stereoanlange und einen guten Lohn. Alles ist perfekt… Das Haus ist ordentlich aufgeräumt, die Bilder hängen gerade an der Wand, die Fotos mit den lachenden Gesichtern ihrer Freunde und Familie stehen auf dem Nachtkästchen und auch die Küche ist sauber. Alles ist so, wie es sein sollte. Sie lebt in einem schönen Viertel, der kleine Balkon gibt einen Ausblick auf den Park, den sie so gerne mag, und direkt unter ihrem Haus befindet sich ihr Lieblingsrestaurant. Alles scheint perfekt zu sein… und trotzdem ist Julia gelangweilt.

Massimiliano hat nun endlich das Haus verlassen. Ein beträchtlicher Fortschritt, in Anbetracht dessen, was davor passiert war. Da ist er schon, er biegt in eine große, von Bäumen gesäumte Allee ein und fährt mit voller Geschwindigkeit in Richtung seines Zielorts, als ihn plötzlich eine metallische Stimme benachrichtigt: „Eingehender Anruf von Julia.“ Oh nein, Julia wartet schon auf ihn. Doch irgendwie war ihm das plötzlich… egal. Er kann es nicht verstehen. Warum fühlte er sich nicht zu ihr hingezogen, sie war doch hübsch, höflich und doch so… langweilig?

Julia weiß jetzt, was sie braucht: eine Veränderung, das Haus verlassen, die Kälte im Gesicht und auf der Haut spüren, spazieren zu gehen, nicht mehr allein in ihrem gründlich aufgeräumten Studio zu sein. Im Gegenteil, sie muss nach Luft schnappen, ihre Gedanken loswerden und nicht immer im gleichen Restaurant nebenan essen. Sie muss ihre Schuhe im Schlamm neben dem kleinen Teich beim Park schmutzig machen und erst wenn sie erschöpft ist, nach Hause gehen und sich dabei endlich lebendig fühlen. Sie macht mit einem Schwung die Tür auf, bereit, die über die Schwelle zu treten und bemerkt, dass sie ihre Jacke vergessen hat, so verloren ist sie in ihren Gedanken. Sie lächelt und dreht noch einmal um.

Ach, er will doch gar nicht zu dieser Verabredung gehen. Natürlich will er nicht hingehen. Er fährt an den Randstreifen und nimmt sich Zeit. Nein, er hat keine Lust, zu einem langweiligen Date am Ende der Stadt zu fahren. Sein eigentliches Ziel ist Saal 3 seines Lieblingskinos, wo er alte Schwarzweißfilme sehen kann. Julia kann warten. Er parkt das Auto neben einen Park.

Julia ist jetzt bereit, das Haus zu verlassen. Doch in dem Moment, wo sie sich darauf vorbereitet, aus der Tür zu gehen, trifft sie Gaia, die Portierin, die so gerne plaudert. Diese hält sie auf, um sich ein weiteres Mal über das Pärchen vom ersten Stock zu beschweren, dass zu viel Lärm macht: „… aber wie ist das nur möglich, das hält doch keiner aus, …“.

Massimiliano versperrt sein Auto und nimmt den Gehsteig auf der rechten Seite. Aber warum hat er die Straße überquert? Er ist in seinen Gedanken verloren, als er plötzlich stehenbleibt. Ein Mädchen, das wie aus dem nichts durch das Gartentor eines Hauses herausstürzt, hat ihm den Weg abgeschnitten. Aber wie ist das möglich, er kennt sie doch! Natürlich ist sie das.

Julia hat ihre Entscheidung getroffen. Sie würde in den Park gehen. Sie ist gerade dabei, enthusiastisch die Straße zu überqueren, als sie eine bekannte Stimme hört.

„Julia, warte! Was machst du hier? Ich will dich nicht stören, aber vielleicht… doch er bekommt keinen geraden Satz zustande. Stumm starrt er sie an, sie war hübscher als jemals zuvor. Ungeschminkt und natürlich, so wie er sie kennt. Die einzig und wahre Julia ist in die Stadt zurückgekehrt und er hat das Glück, sie zufällig auf der Straße zu treffen.

„Massimiliano! Was für eine Überraschung! Tut mir leid, ich muss mich beeilen, ich bin auf dem Weg zum Kino.“

Sie wissen beide, dass das eine Ausrede ist. Julia geht nicht gern ins Kino, das war schon immer so. Früher hätte er nicht eingesehen, warum, aber jetzt wäre er sogar bereit, selbst nicht mehr hinzugehen. Für sie. Er tut dennoch so, als würde er ihr glauben.

„Ich bin auch auf dem Weg zum Kino! Also eigentlich… naja stellen wir die Sache gleich klar. Ich habe eine Verabredung mit einem Mädchen, das auch Julia heißt. Dann habe ich realisiert, dass ich nicht mehr so tun will, als ob und eigentlich keine Lust habe, hinzugehen. Deshalb bin ich gerade unterwegs zum Kino, um mir allein einen Film anzusehen. Und jetzt treffe ich dich und will nicht mehr ins Kino gehen, weil ich lieber machen möchte, was immer du vorhast.“

Massimiliano war dafür bekannt, nicht lange um den heißen Brei zu reden. 

„Ich weiß gar nicht so genau, was ich vorhabe…“

„Sehr gut, dann unternehmen wir doch etwas gemeinsam. Gehen wir einen zufälligen Film sehen und dann können wir uns über die letzten Jahre und Tatsache, dass ich mich nicht verändert habe, bis vor fünf Minuten, unterhalten.“

„Tut mir wirklich Leid Massimiliano, ich weiß nicht, ob das eine so gute Idee ist.“

Er seufzt. „Ich habe es mir gedacht. Ist ja nicht so, als würde ich es nicht verdienen, nach allem, was vorgefallen ist.“

„Nein, was ich eigentlich meine, ist, dass ich selbst nach fünf Jahren noch immer keinen deiner langweiligen Schwarzweißfilme in Saal 3 sehen will.“

Massimiliano starrt sie mit offenem Mund an, dann brechen sie in Lachen aus. Sie hat ein einzigartiges Gedächtnis für kleine Dinge. So gehen sie ins Kino, ohne zu wissen, welchen Film sie sehen würden (sie hatten nur sichergestellt, nicht in Saal 3 zu gehen), aber sie sind sich sicher, dass dieser wunderbar sein würde.

Una casualidad llamada destino

Pobre Massimiliano, mira como intenta luchar contra el tiempo para llegar puntual. ¿Pero qué hace? ¡Está a punto de ponerse la camiseta al revés! Pero pobre Massimiliano, no sabe que nunca llegará a tiempo a esa película, él lo intenta. Ahora aquí está corriendo hacia el garaje, olvidándose de la chaqueta que había apoyado en el sofá al lado de la entrada. Y así, después de poner en marcha el coche, se da cuenta de que no lleva su chaqueta. Levanta los ojos al cielo, resopla, intenta salir del coche sin quitarse el cinturón, entonces golpea el volante con la palma de la mano gritando algo que es mejor no repetir, se quita el cinturón y abre la puerta. Sube las escaleras, coge la chaqueta, vuelve a bajar, monta en el coche. El mando de la puerta automática lo ha dejado en el abrigo, que en cambio se encuentra en la habitación. Entonces vuelve a repetirse todo lo que acaba de pasar: pelearse con el cinturón, golpear el volante y correr por las escaleras.

Pobre Giulia. Su humor siempre ha dependido del tiempo. Estaba con su copa de vino, al lado de la ventana, mirando ese frío que parecía entrar en las venas. Está feliz de estar en casa. Está feliz de sentir tranquilidad, de tener la chimenea encendida, un estéreo nuevo, un buen sueldo.Todo es así.. la casa está ordenada, los cuadros ya están colgados, las fotos de la familia y de los amigos están a la vista en la mesita de noche, la cocina está toda limpia. Además, vive en un barrio bonito, el balcón se asoma al parque que tanto le gusta y justo debajo de casa está su restaurante favorito. Y es todo tan… aburrido.

Massimiliano ha conseguido salir de casa. Considerando su historial, suena bastante bien. Ahí está, girando hacia la alameda, ahí está, mientras va a toda velocidad hacia la meta, cuando, de repente, la voz metálica lo avisa: – LLamada entrante de Giulia. – Se había olvidado completamente. Giulia lo estaba esperando. ¿Pero por qué? ¿Por qué no le gustaba esta chica, tan bonita, tan educada, tan…. aburrida?

Eso era justo lo que necesitaba. Necesitaba cambiar, salir de casa, ir a coger ese frío que acariciaba su piel desnuda, pasear, no estar sola en su estudio. Necesitaba salir, sin saber nada, sin comprar comida en el mismo restaurante en su puerta, necesitaba ensuciarse los zapatos en el barro cerca del estanque en el parque y volver a casa solamente cuando se sienta agotada, se sienta viva. Da un portazo, está a punto de entrar, pero se da cuenta de que ha olvidado su chaqueta, estaba demasiado perdida en sus pensamientos. Se ríe sola y vuelve a casa.

Pero él no quiere ir. Claro que no quiere ir. Entonces se queda parado, aparcado en doble fila, con los intermitentes puestos mientras gana tiempo. Después lo ve allí, en la esquina. Su cine, o como le gustaba llamarlo, su cinematógrafo. No, no habría ido a hablar de nada a un insípido aperitivo en la otra punta de la ciudad. Ese era su destino: la sala 3 con viejas películas en blanco y negro. Giulia podía esperar. Aparca el coche cerca de un parque.

Giulia ya está preparada para salir de casa y justo mientras está casi saliendo de la urbanización, Gaia, la portera, la para para hablar por enésima vez de la nueva pareja del primero que hace mucho ruido, pero como es posible, no se puede y blah blah blah.

Massimiliano cierra con llave el coche y coje la calzada derecha. ¿Pero qué sentido tiene? ¿Por qué ha cruzado la calle? Estará pensando y justo se para, una chica le ha cortado el paso, saliendo de una puerta. Le parece reconocerla. Claro, es ella.

Giulia está decidida, irá al parque. Va a atravesar la calle cuando escucha una voz inconfundible.

-Giulia, yo… te he visto y he pensado que igual…-Pero no consigue hablar. Se interrumpe porque Giulia está más guapa que nunca, así sin maquillar, natural, así es Giulia, la verdadera y única Giulietta había vuelto a la ciudad y la encontraba por casualidad en la calle.

– ¡Massimiliano! Que sorpresa. Yo estaba de camino al cine, así que tengo que irme, hablamos.- intenta así, con una excusa y una pequeña mentira irse.

No, no habría ido de esa manera. Giulia odia el cine. Massimiliano lo sabe, ella lo sabe. Hace tiempo la habría culpado, en cambio ahora sería el primero en no ir.

– Yo también estaba yendo al cine. Bueno no, dejemoslo claro. Estaba yendo a una cita con una chica que, casualmente, se llama Giulia, como tú. Después entendí que ya no tengo ganas de fingir, entonces estoy yendo al cine solo y te veo a ti. Y ahora ya no tengo ganas de ir al cine porque me gustaría hacer lo que sea, si lo vas a hacer tú también.

– Yo no sé lo que voy a hacer.

– Bueno, entonces pongámonos en la fila. Veamos una película al azar y luego hablaremos de la peli, de estos cinco años y de como no ha cambiado nada en absoluto hasta hace unos minutos.

– En verdad, Massimiliano, no es el caso.

– Ya, lo sabía. Me lo merezco, después de todo lo que te hice.

– No, lo que digo es, no es el caso de que después de cinco años tenga que soportar una de tus pelis aburridas en blanco y negro en la sala tres.

Se echan a reír los dos. Tenía una memoria única para las pequeñas cosas. Entran al cine, sin saber qué película van a ver, pero sabiendo que será, de todas formas, increíble.

Un giro in taxi

Altro giro, altra corsa. Due passeggeri entrano e gli altri se non sono andati. Piazza dei Cinquecento come panorama di attese e partenze, di arrivi e ritardi, davanti alla stazione Termini di Roma.

Cappuccino al Caffé Trombetta e un cannolo dal bar vicino, con squisitezze siciliane. Poi ho preso il mio taxi e mi sono messo in coda. In coda, ad aspettare che qualche parlamentare abbia fretta, qualche turista tedesco abbia prenotato verso Trastevere e non sappia come raggiungerla con le valigie, qualche genitore venga a trovare suo figlio, che studia lontano da casa e allora affermi: «Questa volta mi vizio, prendo il taxi!» Ed è vero, è un vizio, cioè, per me, qualcosa di cui non posso fare a meno. Ho le corsie preferenziali, attraverso la città più bella del mondo, da privilegiato. Ma ecco che il politico che deve precipitarsi in Senato, attaccato a Piazza Navona, non vede che ho cambiato strada in modo da potermi godere le colonne illuminate dalle prime luci dell’alba a Largo Argentina. Non ci arriva a vedere che quando abbiamo fatto la rotonda più bella di tutta Roma, in piazza della Repubblica, se solo si fosse sporto un pochino, avrebbe notato una statua dell’Altare della Patria che sembra prevalere sul cielo, in fondo a Via Nazionale. Si prende il taxi come vizio, ma senza godere del vizio. E allora penso a quanta fortuna io abbia a saper godere della bellezza che mi attornia. Non capirò mai perché all’uomo sia stato dato il dono di poter essere così intelligente, di poter inventare nuove teorie della fisica, di arrivare sulla luna, di poter fantasticare e analizzare la realtà grazie ai  romanzi, di poter toccare il cielo con la filosofia e addentrarsi nella terra grazie alla geologia, ma poi non riesca godere del sole che ti scalda la pelle passeggiando per il rione Monti, dell’acquazzone improvviso che ti porta a ritirarti tra le colonne di San Pietro, uno dei pochi porticati in tutta la città. Ha scoperto cose incredibili, l’uomo, eppure non si riesce a godere la vista dal finestrino di un taxi, che ti porta a passeggio per il lungo Tevere, che, passando vicino al Colosseo, ti porta fino al Circo Massimo per poi andare verso l’isola Tiberina e ammirare la Sinagoga del ghetto ebraico. E la sua cupola mi emoziona quanto il cupolone che scorgo quando devo andare verso Castel Sant’Angelo. Ma a loro non importa. Portami qui, portami là. Per loro sono posti, ma come spiegare che sono stati scenari di guerra, di arte e di bombardamenti, se si va verso il quartiere di San Lorenzo? Come spiegare loro che passeggiando per Via Vittorio Veneto, qualche tempo fa, avresti beccato Fellini che se la spassava davanti all’hotel Excelsior? Come poter dimostrare loro che se prosegui per quella via dei divi arrivi a Villa Borghese dove i personaggi di Pasolini cercavano esperienze notturne? E io, con il mio taxi, ci passo affianco, mi commuovo ancora adesso a vedere i fori imperiali al tramonto o piazza Trilussa piena di ragazzetti, i colori della Garbatella così come il Gianicolo di notte, quando ci accompagno le coppiette che si sbaciucchiano vicino allo sguardo coraggioso di Garibaldi.

Ma eccoli questi due turisti, appena entrati, che ti guardano con stizza perché non hai subito caricato le valigie come avrebbero voluto, perché non sai un inglese perfetto e ti guardano con sufficienza, perché sai, sei il loro cocchiere e quindi devi essere educato, umile e gentile. Ma quanto vorrei raccontare questa città, quanto vorrei dire di levare gli occhi da quei social che ti fanno vedere cosa gli altri stiano mangiando e cosa si siano comprati. Vorrei dire: siete una coppia, nella città più bella del mondo, alzate il volto, innalzate lo sguardo e innamoratevi perdutamente. Vorrei proporgli dove portarla a cena, dove portarla a passeggiare, in quali vicoletti farle vedere una chiesa con Caravaggio, che si nasconde in molte chiesette a Roma. Entra in quella in Piazza Sant’Agostino. Ma a cosa serve?  E mentre passo vicino al teatro Marcello mi dico che la bellezza è giustamente destinata a chi sa vedere, il vero amore solo a chi lo può veramente provare e Roma solo a chi ha il coraggio di sognare.

A taxi ride

Another ride, another race. Two passengers get on as soon as the others have just left. The square called “Piazza dei Cinquecento” is a jewel located just in front of Rome’s Termini station, which has a constant flow of people who arrive, leave, hurry, and wait. After that, I grab a cappuccino at “Café Trombetta” and one cannolo from the nearby Sicilian bar before getting back into my taxi to start queuing at the taxi rank, waiting for any parliamentarians who might be in a rush, any German tourists who booked a stay in the Trastevere area not knowing how to get there with their suitcases, and for parents who came to visit their child, who is studying away from home, stating: “This time I will take the taxi!”. It is true, I am so lucky to be able to do this, it is something I cannot do without. I ride in the fast tracks through the most beautiful city in the world. However, the politician who is in a hurry to get to the Senate – which is located next to Piazza Navona (Navona’s Square) – does not notice that I have changed way to admire the columns lit up by the first lights of dawn in Piazza Argentina (Argentina’s Square). More, he does not even realize that we took the most beautiful roundabout of Rome, located in Piazza della Repubblica, if he had just leant over a little, he would have noticed a statue of the “Altare della Patria” which seems to dominate the sky at the end of the street “Via Nazionale”. We usually take the taxi for pleasure, but without really taking pleasure in the ride. At that very moment, I have realized how lucky I am to be able to enjoy the beauty that surrounds me. I will never understand why the human being has been given the gift of being so smart, of being able to invent new theories of physics, of reaching the moon, of dreaming and analyzing reality through novels, of touching the sky with philosophy and of diving into the earth through geology. Despite all this, Man is not able to enjoy the sun which warms us up while walking in the Monti district or to enjoy a sudden shower which forces us to take refuge among the Saint Peter’s columns, one of the few arcades of this city. Man has discovered incredible things and yet, he cannot enjoy the view from the window of a taxi which takes him for a long ride along the Tiber, next to the Coliseum and then arrives to Circus Maximus and the Tiber Island to finally admire the Synagogue of the Jewish ghetto. Its dome moves me as much as the “cupolone” I see every time I go to Castel Sant’Angelo. Still, they do not care. Take me here, take me there. They are just places for them, but how can I explain to them that San Lorenzo district has been a scene of war, art, and bombing? How can I explain to them that if they had walked along the Street “Via Vittorio Veneto” a few years ago, they would have met Fellini in front of the Excelsior? And more, if they continue walking along “Via dei Divi”, they will arrive at Villa Borghese where Pasolini’s characters were looking for nocturnal experiences. As far as I am concerned, I always drive next to it and I am still moved to see the Imperial Forums at sunset, the Trilussa Square full of children, the colors of the Garbatella district and the Janiculum at night, when I accompany couples who affectionately smoother each other with kisses near Garibaldi’s brave gaze. Here they are, two tourists who look askance at you, because you have not immediately put their suitcases as they would have liked or because you have not an advanced level of English. They also look down on you because you are only their coachman, therefore you must be polite, humble, and kind. However, you do not know how much I would like to talk about this city and how much I would like to tell everyone to avoid using too much the social networks which only show us what the others are eating and what they have bought. I would like to say: you are a couple and you are in the most beautiful city in the world, so raise your eyes and fall madly in love. I would like to suggest him where to take her for dinner, all the places where he can take her for a walk, and I would also like to tell them in which little alleys they can find a church with a Caravaggio painting. For example, enter the church in Piazza Sant’Agostino (Sant’Agostino’s Square). But what is it for? As I walk next to the Theatre of Marcellus, I tell myself that beauty is only for those who can see it, true love only for those who can truly love, and Rome only for those who have the courage to dream.

Un trajet en taxi

Un autre tour, une autre course. Deux passagers montent alors que les autres viennent de descendre. La Place « dei Cinquecento » s’offre comme un joyau face à la gare Termini de Rome où les personnes partent, arrivent, se pressent et attendent. Après, un cappuccino au Café Trombetta et un cannolo au bar d’à côté qui a des spécialités siciliennes, puis, je remonte dans mon taxi et me mets dans la file d’attente. En attendant que quelques parlementaires se pressent, que quelques touristes allemands réservent à coté de Trastevere sans savoir s’y rendre avec leurs valises, qu’un parent vienne visiter son fils qui étudie loin de chez lui, en lui disant : « Cette fois je vais me faire plaisir, je vais prendre un taxi ! ». Et c’est vrai, pour moi c’est une chance et c’est quelque chose dont je ne peux pas me passer, je roule dans les couloirs de bus, à travers la plus belle ville du monde, en tant que personne privilégiée. Mais le politicien pressé pour se rendre au Sénat, qui est rattaché à Place « Navona », ne voit pas que j’ai changé mon itinéraire afin d’admirer les colonnes éclairées par les premières lueurs de l’aube sur la Place « Argentina ». Il ne s’aperçoit pas que lorsque nous avons pris le plus beau rond-point de tout Rome, sur la Place de la République, si seulement il s’était penché un peu plus, il aurait remarqué la statue de « l’Altare della Patria » qui semble dominer le ciel, au bout de la rue « Via Nazionale ». On prend le taxi par plaisir, mais sans vraiment profiter du plaisir. A ce moment-là, je me rends compte à quel point je suis chanceux de savoir profiter de la beauté qui m’entoure. Je ne comprendrai jamais pourquoi l’Homme a reçu le don d’être si intelligent, d’être capable d’inventer de nouvelles théories de la physique, d’atteindre la lune, de rêver et analyser la réalité grâce aux romans, de toucher le ciel avec de la philosophie et de plonger dans la terre grâce à la géologie. Malgré tout cela, l’Homme n’arrive pas à profiter du soleil qui nous réchauffe pendant qu’on se promène dans le quartier « Monti » ou d’une averse soudaine qui nous pousse à se retrancher parmi les colonnes de Saint Pierre, l’une des rares arcades de toute la ville. L’Homme a découvert des choses incroyables et pourtant, il n’arrive pas à profiter de la vue depuis la fenêtre d’un taxi qu’il l’amène faire une promenade le long du Tibre, en passant à côté du Colisée jusqu’au Circus Maximus, l’Ile du Tibre pour enfin admirer la Synagogue du ghetto juif. Et son dôme m’émoi autant que le « cupolone » que je vois quand je vais vers Castel Sant’Angelo. Mais eux, ils s’en fichent. Emmène-moi ici, emmène-moi là. Pour eux, ils ne sont que des lieux, mais comment leur expliquer que le quartier « San Lorenzo » a été une scène de guerre, d’art et de bombardements ? Comment leur expliquer qu’en se promenant sur la rue « Vittorio Veneto » on aurait rencontré Fellini devant l’Excelsior il y a quelques années ? Comment leur expliquer que si l’on poursuit sa propre marche dans la rue « via dei divi », on arrive à Villa Borghese où les personnages de Pasolini recherchaient des expériences nocturnes ? Et moi, avec mon taxi, j’y passe toujours à côté et à chaque fois je suis ému de voir les Forums Impériaux au coucher du soleil, la Place « Trilussa » pleine d’enfants ou les couleurs de la Garbatella ainsi que le Janicule la nuit, quand j’accompagne les couples qui s’embrassent près du regard courageux de Garibaldi. Mais voici deux touristes qui regardent de travers si on ne dépose pas les valises comme ils l’auraient souhaité, si on ne parle l’anglais parfaitement et ils me regardent mal aussi parce que, tu sais, je suis leur chauffeur, par conséquent je dois être poli, humble et gentil. Vous ne savez pas à quel point je voudrais vous raconter cette ville et vous dire d’éviter de trop regarder les réseaux sociaux qui nous montrent que ce que les autres mangent et ce qu’ils ont acheté. J’aimerais bien dire : vous êtes un couple et vous êtes dans la plus belle ville du monde, levez vos yeux et tombez éperdument amoureux. Je voudrais leur proposer un restaurant où dîner, des endroits où se promener ou encore leur dire dans quelles petites ruelles ils peuvent trouver une église avec un tableau de Caravaggio. Entrez dans l’église qui se trouve sur la place « Sant ’Agostino ». Mais à quoi cela sert ? En passant devant le théâtre « Teatro Marcello », je réfléchis au fait que la beauté est destinée seulement à ceux qui savent la voir, le véritable amour seulement à ceux qui peuvent vraiment aimer et Rome seulement à ceux qui ont le courage de rêver.

Um passeio de táxi

Mais um passeio de táxi. Dois passageiros entram e os outros saem. Piazza dei Cinquecento, lugar de esperas e partidas, chegadas e atrasos, em frente à estação Termini em Roma. Cappuccino no café Trombetta e um cannolo do bar ao lado, com iguarias sicilianas. Depois peguei no meu táxi e juntei-me à fila. Na fila, à espera que algum parlamentar esteja com pressa, ou que algum turista alemão tenha reservado na zona do Trastevere e não saiba como lá chegar com as suas malas, ou que algum pai venha visitar o seu filho, que está a estudar longe de casa e depois diga: “Desta vez quero mimar-me, vou apanhar um táxi”! E é verdade, isso é para mim, um vício, algo sem o qual não posso passar sem ele. Posso passar nas vias rápidas, através da cidade mais bela do mundo, como um privilegiado. Mas aqui está o político que tem de se apressar para o Senado, perto da Piazza Navona, não vê que mudei o meu percurso para poder desfrutar das colunas iluminadas pela primeira luz do amanhecer no Largo Argentina. Ele não consegue ver que quando fizemos a rotunda mais bonita de Roma, na Piazza della Repubblica, se ao menos se tivesse debruçado um pouco, teria reparado numa estátua do Altare della Patria que aparentemente se eleva sobre o céu no fundo da Via Nazionale. Apanha-se o táxi como um vício, mas sem desfrutar do vício. E depois penso na sorte que tenho em poder desfrutar da beleza que me rodeia. Nunca compreenderei porque é que o homem recebeu o dom de ser tão inteligente, de ser capaz de inventar novas teorias da física, de alcançar a lua, de ser capaz de fantasiar e analisar a realidade graças aos romances, de ser capaz de tocar o céu com a filosofia e mergulhar na terra graças à geologia. Mas depois é incapaz de apreciar o sol que aquece a pele enquanto caminha através do bairro Monti, a súbita aguaceira que o leva a abrigar-se entre as colunas de San Pietro, um dos poucos pórticos de toda a cidade. Descobriu coisas incríveis, o homen, e no entanto não se consegue apreciar a vista da janela de um táxi, que o leva a passear ao longo do Tevere, que, passando perto do Colosseo, o leva ao Circo Massimo e depois vai à Ilha do Tevere e admira a Sinagoga do gueto judeu. E a sua cúpula emociona-me tanto como a cúpula que vejo quando tenho de ir em direção ao Castel Sant’Angelo. Mas eles não se importam. Leve-me até aqui, leve-me até lá. Para eles são lugares, mas como explicar que têm sido cenas de guerra, de arte e de bombardeamentos, se você vai ao bairro de San Lorenzo? Como lhes pode explicar que ao descer a Via Vittorio Veneto, há algum tempo atrás, se podia ter encontrado com o Fellini a divertir-se em frente ao Excelsior? Como pode mostrar-lhes que se continuar ao longo dessa rua de celebridades chegará a Villa Borghese onde as personagens de Pasolini estavam à procura de experiências noturnas? E eu, com o meu táxi, passo, ainda me comovo agora para ver os Fóruns imperiais ao pôr-do-sol ou a Piazza Trilussa cheia de jovens rapazes, as cores do bairro Garbatella assim como o Gianicolo à noite, quando acompanho os casais que se beijaram perto do olhar corajoso de Garibaldi.  Mas aqui estão eles, estes dois turistas, assim que entras, que te olham com irritação porque não carregaste imediatamente as malas como eles gostariam, porque não sabes inglês perfeito e eles olham para ti com condescendência, porque sabes, és o cocheiro deles e por isso deves ser educado, humilde e gentil. Mas o quanto gostaria de dizer a esta cidade, o quanto gostaria de dizer para vos tirar os olhos daquelas redes sociais que vos mostram o que os outros estão a comer e o que compraram. Gostaria de dizer: vocês são um casal, na cidade mais bela do mundo, levantam a cara, levantam os olhos e apaixonam-se loucamente. Gostaria de propor onde a levar para jantar, onde a levar para um passeio, em que pequenos becos para lhe mostrar uma igreja que tem obras de Caravaggio, que estão escondidas em muitas pequenas igrejas de Roma. Entrar no da Piazza Sant’Agostino. Mas para que serve? E ao passar pelo Teatro de Marcello, digo a mim mesmo que a beleza está destinada apenas para aqueles que a sabem ver, o amor verdadeiro apenas para aqueles que amam verdadeiramente, e Roma apenas para aqueles que têm a coragem de sonhar.

Fahrt mit dem Taxi

Eine andere Fahrt, eine andere Runde. Zwei Passagiere steigen ein, sobald die anderen ausgestiegen sind. Der Piazza dei Cinquecento erweist sich mit seiner Lage direkt gegenüber des Bahnhofs Termini, wo die Menschen wegfahren, ankommen, warten und gestresst durch die Gegend laufen, als wahrer Juwel für uns Taxifahrer. Ein Cappuccino im Café Trombetta, ein Cannolo in der Bar daneben, die bekannt für ihre sizilianische Spezialitäten ist, und dann geht’s weiter: ich steige in mein Taxi und reihe mich in die Warteschlange.

Jetzt warte ich darauf, dass ein gestresster Abgeordneter die Tür aufreißt, dass deutsche Touristen verlangen, samt ihren schweren Koffern ins Viertel Trastevere gebracht zu werden, dass Eltern ihr Kind, das weit weg von zuhause studiert, besuchen kommen und sich sagen: „Heute ist ein besonderer Tag, ich nehme mir ein Taxi!“ Und sie haben Recht, für mich ist es wahres Glück und etwas, auf das ich nicht verzichten möchte, auf dem Busfahrstreifen zu fahren, und das Privileg zu genießen, in der schönsten Stadt der Welt zu sein.

Aber der gestresste Politiker, der so schnell wie möglich zum Senat will, welcher sich gleich am Platz Navona befindet, sieht nicht einmal, dass ich die Route gewechselt habe, um die Säulen am Piazza Argentina unter den ersten Sonnenstrahlen zu bewundern. Er bemerkt noch nicht einmal, dass wir den eindrucksvollsten Kreisverkehr von ganz Rom passieren, auf dem Piazza Repubblica. Wenn er sich doch nur etwas vorgelehnt hätte, so hätte er die Statue vom Altare della Patria am Ende der Via Nazionale gesehen, die wirkt, als würde sie bis in den Himmel hinaufragen. Man nimmt ein Taxi, um sich selbst Freude zu bereiten, jedoch ohne die Fahrt wirklich zu genießen.

In diesem Moment wird mir klar, welch Glück ich habe, diese Schönheit, die mich umgibt, schätzen zu wissen. Ich werde niemals verstehen, warum der Mensch die Gabe der Intelligenz erhalten hat, wodurch er in der Lage ist, neue Physiktheorien aufzustellen, zum Mond zu fahren, Träume zu haben und deren Realität zu analysieren, mit philosophischen Gedanken den Himmel zu hinterfragen und dank der Geologie die Erde zu verstehen. Und trotz all dem, ist der Mensch nicht fähig, einfach nur die warmen Sonnenstrahlen zu genießen, während er durch das Viertel Monti spaziert, oder einen kurzen Regenschauer, der ihn stattdessen dazu bringt, sich hinter den Säulen von Saint Pierre zurückzuziehen. Der Mensch hat unglaubliche Dinge entdeckt und dennoch, er schafft es nicht, sich am Ausblick aus einem Taxi zu erfreuen, das ihn auf eine Spazierfahrt entlang des Tibers bringt, wobei es am Kolosseum und am Circus Maximus vorbeifährt, an der Insel des Tibers, wo schließlich die Synagoge vom jüdischen Viertel bewundert werden könnte. Seine Kuppel berührt mich jedes Mal genauso wie die cupolone, die ich sehe, wenn ich in Richtung Castel Sant’Angelo schaue.

Aber den Menschen, denen ist das egal. Bring mich hier hin, bring mich dort hin. Für sie sind es nur Orte, aber wie soll man ihnen nur klarmachen, dass das Viertel San Lorenzo ein ehemaliger Kriegsschauplatz ist, geprägt von Kunst und Bombenschlägen? Wie soll man ihnen erklären, dass man bei einem Spaziergang auf der Straße Vittorio Veneto vor einigen Jahren auf Fellini hätte treffen können? Wie soll man ihnen erklären, dass, wenn man der Straße Via dei Divi folgt, die Villa Borghese erreicht, wo die Charaktere von Pasolini’s Werken auf der Suche nach nächtlichen Abenteuern waren?

Und ich, in meinem Taxi, fahre dort tagtäglich vorbei und bin immer aufs Neue bewegt, die römischen Kaiserforen im Sonnenuntergang, den Piazza Trilussa voll mit glücklichen Kindern oder die Farben der Garbatella, als auch das Janiculum bei Nacht zu sehen, während ich verliebte Pärchen kutschiere, die jedoch nur Augen für sich haben.

Aber da sind schon wieder zwei Touristen, die einen sofort schief anschauen, wenn man die Koffer nicht so abstellt, wie sie es gerne hätten, wenn man nicht perfekt Englisch spricht und die mich von oben herab behandeln, weil ich nur der Fahrer bin, weswegen ich wohl höflich, untertänig und freundlich sein muss. Ihr könnt euch nicht vorstellen, wie gerne ich ihnen nur mehr über diese Stadt erzählen möchte und ihnen sagen will, dass sie zu viel Zeit in ihren sozialen Netzwerken verbringen, nur um zu kritisieren, was andere essen oder gekauft haben. Ich würde gerne sagen: ihr seid hier in der schönsten Stadt der Welt, hebt euren Blick und verliebt euch für immer. Ich würde ihnen gerne ein Restaurant fürs Abendessen vorschlagen, Orte, an denen sie spazieren gehen sollten, oder ihnen sagen, in welchen unscheinbaren Straßen sie eine Kirche mit Gemälden von Caravaggio finden können. Geht doch in diese Kirche, die sich am Piazza Sant’Agostino befindet!

Aber zu welchem Zweck? Während ich am Teatro Marcello vorbeifahre, denke ich darüber nach, dass all diese Schönheit wohl nur für jene bestimmt ist, die sie sehen wollen. Wahre Liebe ist nur für jene gedacht, die die Stadt Rom wirklich schätzen und nur für jene, die noch den Mut haben, zu träumen.

Un paseo en taxi

Nuevo día, nuevo viaje. Dos pasajeros entran y otros se van. Piazza dei Cinquecento, lugar
de idas y vueltas, llegadas y salidas, en frente de la estación Termini de Roma.
Cappuccino en el Caffé Trombetta y un cannolo en el bar de al lado, con delicias sicilianas.
Luego monté en mi taxi y me puse en la cola. En la cola, esperando a algún diputado con
prisa, a algún turista alemán al que llevar hacia Trastevere que no sepa como llegar allí con
las maletas, a algún padre que vaya a ver a su hijo, que estudia lejos de casa y que diga:
“Esta vez me permito un lujo, voy a coger un taxi!” Y es verdad, es un lujo, para mi, algo
de lo que no puedo prescindir. Paso por el carril rápido, atravieso la ciudad más bonita del
mundo, como un privilegiado.
Y ahora el político que tiene que llegar corriendo al Senado, al lado de Piazza Navona, no
se da cuenta de que he cambiado de ruta para que pueda disfrutar de las columnas
iluminadas a través de las primeras luces del amanecer en Largo Argentina. No consigue
ver que en el momento en el que hicimos la rotonda más bonita de Roma, en Piazza della
Repubblica, si solo se hubiese asomado un poco, habría visto que la estatua de Altare della
Patria parecía triunfar en el cielo, al final de Via Nazionale. Cogemos el taxi como si fuera
un lujo, pero sin disfrutar de ese lujo. Y entonces pienso en la suerte que tengo yo por saber
disfrutar de la belleza de mi alrededor. Nunca entenderé por qué el hombre tenga el poder
de ser tan inteligente, de inventar nuevas teorías físicas, de llegar a la luna, de poder
imaginar y analizar la realidad gracias a las grandes novelas, de poder tocar el cielo a
través de la filosofía y penetrar en la tierra gracias a la geología, pero que luego no sepa
disfrutar del sol que te calienta la piel mientras paseas por rione Monti, de la lluvia repentina
que te obliga a buscar refugio bajo las columnas de San Pietro, entre los pocos porches de
toda la ciudad. Descubrió cosas increíbles, el hombre, y a pesar de ello no consigue
apreciar el panorama desde la ventanilla de un taxi, que te pasea por el río Tevere, y que, al
pasar cerca del Coliseo, te lleva hasta el Circo Massimo para luego ir hacia la isla Tiberina
y admirar la Sinagoga del gueto judío. Y su cúpula me emociona tanto como la cúpula que
veo cuando voy hacia Castel Sant’Angelo. Pero a ellos no les importa. Llévame a un lado,
llévame al otro. Para ellos solo son lugares, pero cómo explicar que han sido todos teatros
de guerra, de arte, de bombardeos, si vas hacia el barrio de San Lorenzo? Cómo explicarles
que hace tiempo, paseando por Via Vittorio Veneto, habrías visto a Fellini divirtiéndose en
frente del hotel Excelsior? Cómo demostrarles que si sigues por aquella calle de estrellas
llegas a Villa Borghese, donde los personajes de Pasolini iban en busca de experiencias
nocturnas? Y yo, con mi taxi, pasando por ahí, aún me emociono viendo atardecer los foros
imperiales o piazza Trilussa llena de jóvenes, los colores del barrio Garbatella y el Gianicolo
por la noche, cuando acompaño las parejitas que se besan bajo la valiente mirada de
Garibaldi.
Pero aquí están, los dos turistas que acaban de entrar, mirándote irritados porque no has
subido sus maletas en seguida como ellos querían, porque tu inglés no es perfecto y te
miran con cara de superioridad, porque claro, tu eres su cochero y por eso tienes que ser
educado, humilde y amable. Pero cuánto me gustaría contar sobre esta ciudad, cuando me
gustaría decirles de levantar los ojos de esas redes sociales que solo te enseñan lo que los
demás están comiendo o lo que compraron. Me gustaría decir: sois una pareja, en la
ciudad más bonita del mundo, levantad la cabeza, levantad la mirada y enamoraros locamente. Me gustaría aconsejarle lugares para llevarla a cenar, para llevarla de paseo, en
que callejuelas enseñarle una iglesia con Caravaggio, escondido en muchas pequeñas
iglesias de Roma. Entrar en piazza Sant’Agostino. Pero para qué? Y mientras estoy
pasando cerca del teatro Marcello, pienso que la belleza está justamente destinada a quien sabe mirar, el verdadero amor solo a quien lo puede sentir y Roma a quien tiele el coraje de soñar.

L’incrocio delle emozioni

Un crocevia di strade: alcune sembravano delle vere e proprie tangenziali, grandi, asfaltate, imponenti; altre, invece, dei vicoletti stretti, tortuosi, con delle piccole curve e con grandi buche; altre ancora mostravano tra un sanpietrino e l’altro dei simpatici ciuffi d’erba e qualche fiorellino colorato. E questa è la descrizione di un solo lato dell’incrocio: se vi dovessi parlare delle infinite vie che arrivavano da ovest, non avrei il tempo di raccontare la mia storiella. Tutti questi sentieri portavano ad un grandissimo incrocio. Impossibile comprendere chi avesse la precedenza, come lo si dovesse attraversare, chi dovesse fermarsi, chi avesse colpe nel ripartire e mettere in moto per svoltare, e chi avrebbe dovuto, invece, rallentare. Al centro di quello che potremmo definire forse un crocicchio, un quadrivio o non so nemmeno come poterlo descrivere, vi era un vigile del traffico. Siccome non si era mai visto nulla di simile nemmeno nelle più grandi città del mondo, bisognava chiedere a lui. Come mi potevo avvicinare, in tutto questo trambusto, all’unica persona che sarebbe stata in grado di darmi delle spiegazioni? Così schivando, correndo, poi fermandomi di colpo, e poi di nuovo camminando e quasi saltellando da una parte all’altra del grande incrocio, arrivai da lui.

– Ecco lo vede cosa ha fatto?- mi rimproverò subito, senza neanche guardarmi in faccia.

-Non capisco davvero…-

-Ah, lei non capisce! Non vede come ha ridotto Nostalgia? Allora già quella fa una fatica tremenda ad accelerare, sempre ancorata a quella specie di motoretta che è Malinconia, tu le tagli anche la strada e quella non riparte più! E poi… Aspetta un secondo. Allora Rabbia non lo vedi che è rosso? È rosso per tutti, quindi anche per te. Non mi venire a dire che non lo hai visto perché non ci credo.

-Scusi la domanda ma mi sembra di vedere che sia rosso per tutti, perché?-

-No, girati verso nord. Vedi chi arriva da quel grande stradone? Lei è Perseveranza. Lei può passare, ha il telepass. Se lo è guadagnato. Forza, dico forza Timidezza che sta per scattare il giallo, dai che è ancora verde, passa, dai, su. Eccone un’altra: Educazione. Ormai di questi tempi è sempre titubante alla guida: sbaglia direzione, tentenna. Ed eccola lì, quella mocciosa. Scusa di nuovo.-

Di colpo tirò fuori il fischietto e iniziò a buttare fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni.: -Questa volta ti faccio la contravvenzione, non mi interessa. Ma è possibile che tu, solo perché sei Invidia, possa sgusciare fuori così! Non vedi che quello era un senso unico? Ma a te non interessa nulla delle regole e tra poco facevi un incidente con Felicità, come accade quasi sempre!

– Scusi, vigile, chi è quella macchina con le quattro frecce?-

– È Amore. Le ho tolto io l’olio. Non se ne poteva più. Sempre a girovagare con tutti quei suoi amici, Innamoramenti. Su questo incrocio ha creato solo danni. Quando passava Amore, tutti iniziavano a comportarsi in maniera anomala. Ma ti dirò anche Ira, che la vedi tutta bella sicura di sé, anche lei non capiva più nulla. L’unica che riusciva a dominarlo un po’ era Gelosia, quella che se noti sta là in seconda fila, sempre a dargli fastidio. Prego, circolare, facciamo circolare la Virtù, prego circolare Determinazione, eccone un altro: DivertimentoDivertimento, metta la cintura e no, non si azzardi a prendere la strada per andare da Follia! Non si azzardi in questo momento! Ecco, ora arriva l’altro vigile. Il mio nemico per eccellenza. Vedrà ora, vedrà che macello. Arrivederci signorina.-

E se ne andò via così, tutto composto, dopo un sorprendente baciamano. Ed ecco il nuovo vigile, che mi abbraccia, mi stritola, commosso di avere visite.

– Bene, bene, iniziamo. Scatta il verde, per tutti!-

Di colpo, un rumore assordante, un movimento continuo di emozioni che vanno, vengono, fanno retromarcia, girano intorno. Volevo subito chiedere spiegazioni di questo nuovo modo di dirigere il traffico ma mi accorsi che il vigile non c’era più. Mi voltai e lo vidi là, vicino a AmiciziaAffettoDoloreCarismaFede che cercavano di sollevare Amore e allontanare Gelosia, che però non si voleva spostare. E ora tornava sconsolato. – Niente, è più forte di me. Quando ci sono io, Gelosia non ascolta nulla.-

– Scusi ma perché? Non dovrebbero ubbidire tutti a lei? –

– Ma no, mia cara. Tutti ubbidiscono solo a Mente. –

– Mente? –

-Sì, il vigile di prima. Agli ordini di Mente, tutti ascoltano! Mentre sai io sono Cuore e sono tempi duri per chi si fa guidare solo da me!

The crossroads of emotions

An intersection of roads. Some of them seemed to be real bypasses: large, paved and imposing; others were narrow and curvy alleys with small curves and big holes; others showed nice tufts of grass and some colorful flowers among the stones. This image describes only one side of the crossroads: if I had to tell you about the infinite number of streets which come from the west, I would not have the time to tell you my little story. All these paths led to a giant crossroads. It was impossible to understand who had the right of way, how one should cross it, who should stop, who was to blame for taking off again and turn and who, instead, should have slowed down. At the center of what we could call an intersection, or a crossroads – I do not even know how to describe it – one could find a traffic policeman. Since nobody had never seen something like this, not even in the biggest cities in the world, it was necessary to ask him. How could I move closer to the only one person who would be able to explain me the situation in this confusion? After some ups and downs, like running, stopping, and walking again, I finally reached the policeman.

-Do you see what you have done? He immediately scolded me, without even looking me in the face.

-I really do not understand…-

-Ah, so you do not understand. Look at what you have reduced Nostalgia to! She is already struggling a lot for accelerating since she is still anchored to that sort of scooter which is Melancholy. If you cut her off, she will never start up again! And then…wait a second. Anger, can’t you see that it is red? It is red for everyone, including you. Do not tell me that you have not seen it, because I do not believe you.

-Sorry for asking, but it seems to me that it is red for everyone, isn’t it?

-No, turn towards North. Do you see who is coming from that big road? Her name is Perseverance. She can pass, she has her tale-toll. She has earned it. Come on, I say come on Shyness! The traffic light is turning yellow, go now that it is still green! So, pass, come on. Here is another one, Education. These days she always hesitates on driving: she takes the wrong direction, she staggers. And there she is, that snotty kid. Sorry again. Suddenly, he pulled out his whistle and started to let out all the air he had in his lungs. – This time I will get you a ticket, I do not care. It is not possible that you sneak out in this way only because your name is Envy. Can’t you see that it was a one-way street? But you do not care about the rules and you were about to have an accident with Happiness, as it almost always happens!

-Excuse me, policeman, who is that car with the four arrows?

-It is Love. I am the one who took him off the oil. I could not stand him anymore. He was used to wander around with his friends, called “fallings in love”, and he caused a lot of damage on this crossroads. When Love was around, everyone started to behave abnormally. Even Rage, who is normally self-confident, did not understand anything anymore. The only one who was able to dominate Love was Jealousy. If you have noticed it, she is always in the second row to bother him. Please, circulate. It is Virtue’s turn. So please, circulate. Determination, here is another one. Fun! Entertainment, put your seat belt on and do not dare to take the road only to follow Madness! Don’t you dare right now! Here comes the other traffic policeman. My enemy par excellence. You will see, you will see what a mess. Goodbye, Miss.

Thus, he went away in a composed manner after a surprising kiss on the hand. And here is the new policeman who hugs me, crushes me and he is particularly moved to have visitors.

-Well, well, let’s start. The green light goes off, for everyone.

Suddenly, I hear a deafening noise, a continuous movement of emotions which come and go, do an about-face and move around. I immediately demanded an explanation for this new way of directing traffic, but I realized that the policeman was no longer there. I turned around and saw him there, next to FriendshipAffectionPainCharisma and Faith who were trying to relieve Love and distance Jealousy which instead did not want to move. When he came back, he was sorrowful.

-No way, he is stronger than me. When I am around, Jealousy does not listen to anything.

-Sorry, but why? Shouldn’t all obey you?

-No, my dear. Everyone obeys only Mind.

Mind?

-Yes, the traffic policeman from before. Everyone obeys Mind’s orders! You know, my name is Heart and times are hard for those who let themselves be guided by me.

Le carrefour des émotions

Un croisement de routes. Certaines semblaient être de grands boulevards : larges, goudronnés et imposants ; d’autres, en revanche, semblaient être des ruelles étroites, tortueuses, avec de petits virages et de grands trous. D’autres encore présentaient des touffes d’herbes et quelques fleurs colorées. Et ceci n’est que la description d’un seul côté du carrefour : si je devais vous parler de toutes les rues qui venaient de l’Ouest, je n’aurais pas le temps de raconter ma petite histoire. Toutes ces rues menaient à un très grand carrefour. Il était impossible de comprendre qui avait la priorité, comment on devait le traverser, qui devait s’arrêter, qui était à blâmer pour avoir repris la route et tourné tout de suite et qui, au contraire, aurait dû ralentir. Au centre de ce que nous pourrions définir un carrefour – en effet je ne sais pas vraiment comment le décrire- il y avait un agent de la circulation. Puisque personne n’avait jamais rien vu de similaire, même dans les plus grandes villes du monde, il fallait lui demander. Comment pouvais-je me rapprocher de la seule personne qui serait capable de m’expliquer le fonctionnement du carrefour ? Après avoir couru, je me suis arrêté d’un coup et j’ai marché à nouveau et j’ai finalement atteint le policer.

-Voilà, est-ce que vous voyez ce que vous avez fait ? – me reprocha-t-il immédiatement, sans même me regarder dans les yeux.

-Je ne comprends vraiment pas…-

-Oh, vous ne comprenez pas. Regardez à quoi vous avez réduit la Nostalgie ! Elle a déjà du mal à accélérer, vu qu’elle est encore ancrée à cette espèce de moto qu’est la Mélancolie. Si tu lui coupe la rue, elle ne repartira jamais ! Et puis…attends une seconde. Toi, la Colère, tu ne vois pas que le feu est rouge ? Il est rouge pour tout le monde, y compris pour toi. Ne me dis pas que tu ne l’as pas vu, car je ne te croirais pas.

-Excusez-moi de vous demander, mais je pense que c’est rouge pour tous, n’est-ce pas ?

-Non, retourne-toi vers le Nord. Tu vois qui arrive de cette grand-route-là ? Elle s’appelle la Persévérance. Elle peut passer, elle a son télépéage. Elle l’a mérité. Allez la Timidité, le feu est sur le point de devenir orange, allez-y maintenant qu’il est encore vert ! Allez, allez-y. En voici une autre, l’Education. Ces jours-ci elle hésite toujours à conduire : elle prend la mauvaise direction, elle se montre hésitante. Et la voilà, cette gamine. Désolée, une fois encore. –

Tout à coup, il sortit son sifflet et commença à faire sortir tout l’air de ses poumons – Je vais t’infliger une contravention cette fois, je m’en fiche. Il n’est pas possible que tu sortes en douce ainsi seulement parce que ton prénom est l’Envie.  Tu n’as pas vu que cette rue était à sens unique ? Mais toi, tu ne te soucis pas de règles et tu étais sur le point d’avoir un accident avec le Bonheur, comme cela arrive presque toujours.

-Excusez-moi, Monsieur le policier, qui est cette voiture avec les quatre flèches ?

– Il est l’Amour. C’est moi qui lui aie enlevé l’huile. On en pouvait plus. Il est toujours en train de se balader avec tous ses amis, les « Amoureux », et il n’a fait que des dégâts sur ce carrefour. Quand l’Amour passait, tout le monde commençait à se comporter bizarrement. Et même la Colère, qui est normalement très sûre d’elle, n’arrivait à plus rien comprendre. Seulement la Jalousie était capable de dominer un peu l’Amour. Si vous l’avez remarqué, la Jalousie est toujours au deuxième rang pour l’embêter. S’il-vous-plaît, circulez. C’est le tour de la Vertu. Alors s’il-vous-plaît, circulez. La Détermination, en voici une autre. Divertissement ! Amusement, attache ta ceinture et n’ose pas prendre la route pour suivre Folie ! N’ose vraiment pas en ce moment ! Voici l’autre agent. Mon ennemi par excellence. Tu verras maintenant quelle catastrophe. Au revoir, Mademoiselle. –

Et il partit comme ça, d’un air posé, après un surprenant baisemain. Et voici le nouveau policier : il me serre fort dans ses bras et il est très ému d’avoir des visiteurs.

-Très bien, commençons alors. Feu vert pour tout le monde. –

Tout à coup, j’entends un bruit assourdissant, un mouvement continu d’émotions qui vont et viennent, font marche en arrière et se déplacent. Je voulais immédiatement demander des explications sur cette nouvelle façon de diriger la circulation, mais je me suis rendu compte que le policier n’était plus là. Je me suis retourné et je l’ai vu à côté de l’Amitié, l’Affection, la Douleur, le Charisme et la Foi. Eux, ils cherchaient à soulager l’Amour et éloigner la Jalousie, qui ne voulait pas se déplacer. Et maintenant, il revenait d’un air désolé. – Rien à faire, il est plus fort que moi. Quand je suis là, la Jalousie n’écoute pas. –

-Pardon, mais pourquoi ? Ne devraient-ils pas tous vous obéir ? –

-Non, ma chérie. Tout le monde n’obéit qu’à l’Esprit. –

-L’ Esprit ? –

– Oui, l’agent d’avant. Tout le monde obéit aux ordres de l’Esprit ! Tu sais, moi je suis le Cœur, et les temps sont durs pour ceux qui ne se laissent guider que par moi. –

A encruzilhada das emoções

Um cruzamento de estradas. Algumas pareciam verdadeiros desvios: grandes, asfaltadas, imponentes; outras, porém, becos estreitos e sinuosos, com pequenas curvas e grandes buracos; outras mostraram, entre um paralelepípedo e outro, bonitos tufos de grama e algumas flores coloridas.  E esta é a descrição de apenas um lado da encruzilhada: se eu vos falasse das intermináveis estradas que vieram do Ocidente, não teria tempo para contar a minha storiella. Todos estes caminhos levaram a uma encruzilhada muito grande. Era impossível compreender como atravessá-la, quem tinha o direito de passagem, quem tinha de parar, quem tinha de ligar o carro e virar, e quem tinha de abrandar. No meio do que talvez se possa chamar um cruzamento, uma encruzilhada ou nem sequer sei como o descrever, havia um guarda de trânsito. Como nada disto tinha sido visto mesmo nas maiores cidades do mundo, era preciso perguntar-lhe. Como poderia eu me aproximar, em toda esta agitação, da única pessoa que seria capaz de me dar explicações? Assim, depois de correr, parar subitamente, começar a andar de novo e saltar de um lado do grande cruzamento para o outro, cheguei até ele.

– Está a ver o que fez? – Ele repreendeu-me imediatamente, sem sequer olhar para a minha cara.

– Realmente não entendo… –

– Oh, você não entende! Não vê o que fez à Saudade? Então ela já está a ter uma péssima aceleração, está sempre ancorada em esse tipo de pequena lambreta que é Melancolia, você corta-lhe o caminho e ela não volta a andar! E depois… Espere um segundo. Raiva, não vê que o semáforo está vermelho?  Está vermelho para todos, incluindo você. Não me diga que não o viu porque não acredito.

– Desculpe-me por perguntar, mas parece estar vermelho para todos. Porquê? –

– Não, vire-se para o norte. Vê quem vem por esse grande caminho? Ela é Perseverança.

Ela consegue passar, tem a autorização. Ela mereceu-a. Vá lá, vamos lá, Timidez, o semáforo está quase a ficar amarelo. Vá lá, ainda está verde. Passa logo, vai! Aqui está outro: Educação. Hoje em dia está sempre hesitante em conduzir. Ele balança, ele hesita. E ali está aquela pirralha. Lamentamos novamente.

De repente, ele puxou o seu apito e começou a deixar sair todo o ar dos seus pulmões: – Desta vez vou dar-lhe um bilhete, não me importo. Mas é possível que você, só porque é Invidia, possa aparecer assim! Não vê que essa era uma rua de sentido único? Mas não se preocupa com as regras e quase teve um acidente com Felicidade, como quase sempre acontece!

– Desculpe, senhor guarda, quem é aquele carro com as quatro piscas? –

– É o Amor. Tirei-lhe o óleo. Eu não aguentava mais. Sempre a vaguear com todas aquelas amigas dela, as Paixonetas. Tudo o que ela fez neste cruzamento foi danificar. Quando o Amor passava, todos começavam a agir de forma estranha. Mas Fúria também, que a vê toda bela e autoconfiante, já não compreendia nada. O único que conseguia dominá-lo um pouco era o Ciúme, aquele que está sempre presente na segunda fila, sempre a incomodá-lo. Por favor circule, circule Virtude, por favor circule Determinação, aqui está outra: DiversãoDiversão, ponha o cinto de segurança e não, não se atreva a fazer o caminho para a Loucura! Não se atreva, neste momento! Aí vem o outro guarda de trânsito.  O meu inimigo por excelência. Vais ver, vais ver que confusão. Adeus, menina. –

E foi-se embora assim, todo composto, depois de um beijo na mão surpreendente. E aqui está a nova guarda de trânsito, que me abraça, me aperta, comovido por ter visitantes.

– Bem, bem, vamos começar. Luz verde, para todos!

De repente, um ruído ensurdecedor, um movimento contínuo de emoções a entrar e a sair, a recuar, a andar de um lado para o outro. Queria imediatamente pedir uma explicação sobre esta nova forma de dirigir o tráfego, mas percebi que o guarda de trânsito já não estava lá. Virei-me e vi-o lá, perto de AmizadeAfetoSofrimentoCarisma que tentavam levantar o Amor e afastar o Ciúme, que no entanto não queriam mexer-se. E agora regressava desconsolado. – Nada, é mais forte do que eu. Quando estou por perto, o Ciúme não ouve nada.

– Desculpe, mas porquê? Porque não lhe deveriam obedecer? –

– Mas não, minha querida. Todos eles obedecem apenas à Mente. –

– Mente? –

– Sim, o guarda de trânsito de à pouco. Às ordens da Mente, todos ouvem! Enquanto, sabe, eu sou Coração e os tempos são difíceis para aqueles que se deixam guiar apenas por mim!

Die Kreuzung der Gefühle

Stellt euch eine große Kreuzung vor, an der viele Straßen aufeinandertreffen. Einige von ihnen wirkten, als wären sie gewaltige Umfahrungsstraßen aus Beton; andere waren schmale, kurvige Wege mit großen Schlaglöchern; dann gab es welche, die von Grasflächen und bunten Blumen, die sich ihren Weg durch den Asphalt gebahnt hatten, umgeben waren. Diese Beschreibungen treffen aber nur auf ein paar der Straßen zu. Würde ich euch nur die unzähligen Straßen, die aus Richtung Westen kamen, beschreiben, hätte ich keine Zeit, diese Geschichte zu erzählen. Eines hatten diese vielen Wege aber gemeinsam: sie führten alle zu jener riesigen Kreuzung. Es war unmöglich, zu verstehen, wer hier Vorrang hatte, wie man die Kreuzung überqueren sollte, wer stehenzubleiben hatte, wem man die Schuld geben sollte, wenn zu früh losgefahren wurde oder wer eigentlich langsamer fahren hätte sollen. Im Zentrum von dem was ich als Straßenkreuzung bezeichne – oder wie auch immer man sich das Beschriebene vorstellen will – stand ein Verkehrspolizist.

Nachdem wohl noch nie jemand etwas Derartiges gesehen hat, nicht einmal in den größten Städten dieser Welt, musste er der Einzige sein, der mir weiterhelfen konnte. Doch wie konnte ich nur der einzigen Person, die mir diese Situation erklären konnte, näherkommen? Nach ein paar Auf- und Abs, kurz laufen, dann wieder stehenbleiben und dazwischen gehen, erreichte ich endlich den Polizisten.

„Ist dir bewusst, was du angerichtet hast?“, schimpfte er sogleich.

„Es tut mir leid, ich verstehe nicht…“

„Ah, du verstehst also nicht. Schau doch, was du mit Nostalgie gemacht hast. Sie hat ja sowieso schon Probleme, zu beschleunigen, nachdem sie von dem Roller, auf dem Melancholie sitzt, verdrängt worden ist. Wenn du sie auch noch ablenkst, wird sie nie wieder starten können! Und dann… warte kurz. Wut, kannst du nicht sehen, dass die Ampel rot ist? Rot gilt für alle, auch für dich! Sag mir nicht, dass du es nicht gesehen hast, ich glaube dir nicht.“

„Tut mir leid für die Frage, aber alle haben gerade rot, oder?“

„Nein, dreh dich nach Norden. Siehst du, wer von dieser großen Straße kommt? Ihr Name ist Ausdauer. Sie darf weiterfahren, sie hat die Maut gezahlt. Komm schon, beeil dich Schüchternheit! Die Ampel wird gleich orange, fahr weiter, solange noch grün ist! Gib Gas! Da ist noch eine, Ausbildung. Heutzutage zögert sie immer, weiterzufahren: sie zögert und fährt dann in die falsche Richtung. Und da ist es, dieses jämmerliche Etwas. Die Reue schon wieder.“ Auf einmal nahm er eine Trillerpfeife hervor und begann, energisch hineinzupusten. „Dieses Mal bekommst du einen Strafzettel! Du glaubst, du kannst dich davonschleichen, nur weil dein Name Neid ist? Kannst du nicht sehen, dass das eine Einbahn ist? Aber dir sind die Verkehrsregeln ja anscheinend egal – pass auf, sonst hast du wieder einen Unfall mit Ausbildung, wie letztes Mal!“

„Entschuldigen Sie mich für die Frage, Herr Polizist, aber wer ist dieses Auto mit den vier Pfeilen?“

„Das ist die Liebe. Ich habe sie aus dem Verkehr gezogen, weil ich sie nicht mehr ausgehalten habe. Sie war immer mit ihrem Freund, namens Verliebtheit, unterwegs, wobei sie an dieser Kreuzung viel Schaden angerichtet haben. Wenn die Liebe hier war, fingen alle an, sich merkwürdig zu verhalten. Sogar die Wut, die normalerweise immer selbstbewusst ist, war ganz verwirrt. Die Einzige, die die Liebe in den Griff bekommt, ist die Eifersucht. Sie verhält sich meistens unauffällig, aber ist immer dabei, die Liebe zu stören. Kommt schon, fahrt weiter! Jetzt ist der Anstand dran. So bitte, bewegt euch! Spaß, Unterhaltung, legt den Gurt an und glaubt ja nicht, ihr könntet diese Straße nehmen, nur um der Verrücktheit zu folgen! Wagt es ja nicht! Ah, da kommt mein Kollege, um mich abzulösen. Sie werden sehen, was das für ein Chaos wird. Auf Wiedersehen, Miss.”

Dann, nachdem er mir auf überraschende Weise die Hand geküsst hatte, ging er gelassen davon. Und da war schon der neue Polizist, der mich stürmisch umarmte und offensichtlich entzückt darüber war, einen Besucher zu haben.

„Na gut, dann geht’s los. Grünes Licht für alle!”

Auf einen Schlag war ein ohrenbetäubender Lärm zu hören, von all den Gefühlen, die kamen und gingen, eine plötzliche Wende machten und blindlings herumfuhren. Ich wollte natürlich sofort eine Erklärung für diese neue Art der Verkehrsregelung, da bemerkte ich, dass der Polizist nicht mehr neben mir war. Ich drehte mich um und sah ihn neben Freundschaft, Zuneigung, Schmerz, Charisma und Hoffnung stehen, die alle versuchten, die Liebe und die Eifersucht auseinanderzubringen, die sich aber nicht vom Fleck bewegen wollten. Als er zurückkam, wirkte er betrübt.

„Keine Chance, sie ist stärker als ich. Wenn ich da bin, hört die Eifersucht auf gar nichts.“

„Warum? Sollten sie eigentlich nicht alle auf dich hören?“

„Nein mein Liebes. Alle hören nur auf den Verstand.“

„Der Verstand?“

„Ja, der Polizist von vorhin. Jeder hört nur auf die Befehle von Verstand. Weißt du mein Liebes, mein Name ist Herz und in Zeiten wie diesen ist es schwierig für jene, die sich nur von mir leiten lassen.“

Domenica mattina

– Tutto bene?-

– Sì, sì, grazie.-

– Beh, non sembrerebbe, fammi un po’ vedere. Posso?-

Delicatamente poggia il dito indice sulla guancia del ragazzo, e ne raccoglie una lacrima che stava attraversando tutto il lato destro del naso. Poi si guarda l’indice e, prima, con aria innocente, scruta la piccola goccia, poi la mostra al ragazzo.

– Ne vuoi parlare?-

Luca si mette a ridere: – Ma dai ma veramente credi che uno come me pianga? Sarà allergia o che ne so io.-

-Ah certo, la famosa allergia che si manifesta in pieno centro a Torino, in un bar in via Verdi. Mi sembra evidente. Vabbé mi sa che ti porto un’altra birra. O sbaglio anche su questo?-

-Ecco, bravo, vedi che hai capito qualcosa, porta un media.-

Che figura. Ma poteva farsi veder piagnucolare da un barista praticamente della sua età? Assurdo. Eppure non riusciva a gestire questo dolore. Sì era un dolore, gli stritolava la pancia e sembrava salire per tutto il costato fino ad arrivare alla gola, a dei singhiozzi che a stento riusciva a gestire. Il barista gli porta la birra. Non lo guarda neanche in faccia, non lo ringrazia, è troppo intento a capire cosa stia accadendo al suo corpo. Sbuffa esasperato, e gran parte della schiuma cade ai bordi del boccale. Si sente nudo, totalmente esposto a ogni tipo di fragilità. Il mento continua a tremare, non riesce a controllare i suoi movimenti, gli occhi sono spenti mentre guardano fuori dalla vetrata del locale e si sente solo, estremamente solo. Ecco però che comincia a sorridere, non si rende subito conto del motivo per cui di colpo i suoi denti non abbiano più stretto le labbra, cercando di trattenere il tremolio del mento e quindi, distraendosi inevitabilmente dal controllo dei suoi sentimenti, scoppia a piangere. Un pianto quasi silenzioso, fatto di singhiozzi, di spalle che si alzano per riabbassarsi, un pianto dal respiro affannato, dagli occhi gonfi, uno di quelli che sembrano non finire mai. Il barista allora alza il volume della radio. E solo in quel momento Luca capisce il motivo per cui non si era più riuscito a controllare. Alza lo sguardo, si asciuga le lacrime e cerca il barista. Si sorridono.

Luca ironizza sulle sue lacrime: -Eh sai l’allergia…-

Scoppiano a ridere. Ma Luca si fa subito serio: – Come hai fatto a capirlo? Come sai che Pino Daniele è il mio artista preferito?-

Il ragazzo finisce di pulire il bancone, poi lascia il grembiule su una mensola e si siede vicino a Luca: – Come ho capito che tu sia un napoletano che sta soffrendo la lontananza da casa? Innanzitutto perché non prendi mai il caffè qui. –

Scoppiano di nuovo a ridere. – E jamm, è imbevibile…-

– Non l’ho capito solo dal tuo accento, ma dal tuo sguardo vuoto. Uno sguardo che era abituato al mare, al caldo, al calore, lo sguardo di un ragazzo che ha fatto di tutto per venire a studiare qui e ora si sente perso e solo, nonostante tutte le amicizie che avrai fatto. E poi perché è domenica, il giorno della nostalgia per noi.-

– Noi? Anche tu napoletano?-

– Sì, Torino mi ha accolto anni fa. Mi trovo bene, mi piace, ho trovato l’amore qui. Ma ecco, vedi, la domenica mattina è ancora oggi il mio momento della nostalgia. Non è un caso che Nostos significhi ritorno, mentre Algos significhi dolore: la nostalgia è il dolore di non poter tornare a casa.- Luca è perplesso, non si sarebbe certo mai immaginato di trascorrere la domenica con un barista di origine napoletana, anche se ha quasi perso del tutto l’accento, che gli dà lezioni di greco. – Scusa la domanda, ma perché allora tu non torni a Napoli? Perché non torni a casa tua?- Il barista si alza, spilla la birra, si risiede vicino a Luca. Tira fuori il portafoglio e gli mostra una fototessera di Rebecca, sua moglie. – Perché la casa non è un luogo, non è un posto. Casa è un modo di sentirsi, un riparo dal caos di tutti i giorni, è un rifugio. Non torno a Napoli perché, vedi, casa è qui, in questa piccola foto che tengo tra gli scontrini. Napoli non è casa ma è uno stato d’animo. Ecco il mio unico consiglio, cerca qualcuno che ti faccia sentire a casa anche in un posto dove il caffé proprio non lo sanno fare.-

-Ne vale la pena?-

– Secondo me, ne vale la vita, la tua.-

Sunday morning

-Is everything alright? –

-Yes, yes, thank you –

-Well, it looks more like the opposite, show me. May I? –

He gently lays his index finger on the boy’s cheek and collects a tear that was running down the right side of his nose. Then he observes his index finger and first, naively, looks at the little drop, after that he shows it at the young man. – Do you want to talk about it? –

Luca laughs: – Come on, do you really think that someone like me cries? It must be my allergy or something like this, I do not know. –

-Yes sure, the famous allergy which occurs in the center of Turin, in a café on Verdi Street. It seems obvious to me. Well, I guess I will get you another beer. Or am I wrong about that too? –

-Ah, I see you got the idea. Bring me a pint –

How embarrassing! Could he be whining in front of a barman almost his age? Nonsense.

Yet he could not handle this pain. And yes, it was a sort of pain which was crushing his belly and seemed to go all the way up his ribs to his throat and more, he could not handle his sobs. The waiter brings him beer. He does not even look him in the eyes, does not thank him, he really tries to understand what is happening to his body.

He grumbles, he is exasperated and much of the foam is falling over the edges of the beer stain. He feels naked, completely exposed to any kind of fragility. His chin does not stop shaking, he cannot control his movements, he takes his eyes off while looking out of the window of the café and he feels alone, extremely alone. But then he starts smiling. He does not immediately realize the reason why, all of a sudden, his teeth stopped clenching his lips trying to hold back the trembling of his chin. Then he burst into tears, being unable to control his feelings. Silent tears, made of sobs, shoulders that rise and then fall, the sound of his labored breathing, eyes filled with tears and tears that never seem to end. The waiter turns up the volume on the radio. Only then Luca does understand why he was no longer able to control himself. He looks up, dries his tears and looks for the barman. They both smile. Luca laughs at his tears: – Hey you know, that allergy…they burst out laughing. But Luca immediately becomes serious: – How did you know that? How did you know that Pino Daniele is my favorite singer? -.

The boy finishes cleaning the terrace, then leaves his apron on a shelf and sits down next to Luca. – How did I understand that you are a Neapolitan who suffers from being away from home? First of all, because you have never drunk coffee here. –

They burst out laughing again. – And jamm (Neapolitan expression), it’s undrinkable…-

– Not only because of your accent, but also because of your empty look. A look that was used to the sea, to the heat, the look of a boy who has done everything to come here to study and who now feels lost and alone, despite all the friendships you have made. And then because it is Sunday, the day of nostalgia for us. –

– Us? Do you come from Naples too? –

– Yes, Turin welcomed me some years ago. I feel good here, I love this city, I have found love here. But you see, Sunday morning is always a moment of nostalgia for me. It is no coincidence that Nosto means return, while Algos means pain: nostalgia is the pain of not being able to return home. –

Luca is perplexed, he would certainly never have imagined spending his Sunday with a Neapolitan waiter who, even though he has almost completely lost his accent, gives him Greek lessons.

– Sorry for asking, but why don’t you go back to Naples? Why don’t you go back home? The barman gets up, draws a beer and sits down next to Luca. He takes out his wallet and shows him the photo of Rebecca, his wife.-

-Because home is not a place. Home is a way of feeling, a shelter from the chaos of everyday life, it is a refuge. I will not go back to Naples because, as you can see, my home is here, in this little photo that I keep among my tickets. Naples is not my home, but it is a state of mind. Here is my only advice, find someone who makes you feel at home even in a place where they do not know how to make coffee. –

Is it worth it?

– In my opinion, your life is worth it.

Le dimanche matin

-Tout va bien ?

-Oui, oui, merci.

-On dirait plutôt le contraire. Montre-moi. Puis-je ?

Il pose doucement son index sur la joue du garçon et il recueille une larme qui coulait tout le long de l’arête droite de son nez. Puis il regarde son index et d’abord, d’un air innocent, scrute la petite goutte, ensuite il la montre au jeune homme. – Tu veux en parler ? –.

Luca rit : – Allez, tu crois vraiment que quelqu’un comme moi pleure ? Ce doit être mes allergies, je n’en sais rien, moi. –

-Oh oui, la fameuse allergie qui se produit dans le centre-ville de Turin, dans un café rue Verdi. Cela me semble évident. Allez, je vais vous chercher une autre bière. Ou je me trompe aussi à ce sujet ?

-Oh, je vois que tu as compris l’idée. Apporte- moi une pinte.

Quelle honte. Pouvait-il pleurnicher devant un barman de presque son âge ?  Absurde.

Pourtant, il n’arrivait pas à gérer cette douleur. Oui, c’était une douleur, elle lui écrasait le ventre et semblait remonter tout au long de ses côtes jusqu’à sa gorge, et il avait du mal à gérer ses sanglots. Le serveur lui apporte de la bière. Il ne le regarde même pas dans les yeux, ne le remercie pas, il essaie de comprendre ce qui arrive à son corps. Il soupire de façon exaspérée, et une grande partie de la mousse tombe sur les bords de la chope. Il se sent nu, complètement exposé à tout type de fragilité. Son menton ne cesse pas de trembler, il n’arrive pas à contrôler ses mouvements, son regard est éteint lorsqu’il regarde par la fenêtre du café et il se sent seul, extrêmement seul. Mais le voici qui commence à sourire. Il ne réalise pas immédiatement pourquoi, tout d’un coup, ses dents ont cessé de serrer ses lèvres, essayant de retenir le tremblement de son menton. Ensuite, n’arrivant pas à contrôler ses sentiments, il fond en larmes. Des pleurs silencieux, faits de sanglots, d’épaules qui s’élèvent pour ensuite s’abaisser, d’une respiration haletante, d’yeux bouffis de larmes, des pleures qui ne semblent jamais terminer. Le barman augmente le volume de la radio. Et seulement à ce moment-là Luca comprend pourquoi il n’était plus capable de se contrôler. Il lève ses yeux, essuie ses larmes et cherche le barman. Les deux sourient. Luca se moque de ses larmes : – Eh vous savez, l’allergie…ils éclatent de rire. Mais Luca devient tout de suite sérieux : – Comment l’as-tu compris ? Comment tu sais que Pino Daniele est mon chanteur préféré ? –.

Le garçon finit de nettoyer la terrasse, puis laisse son tablier sur une étagère et s’assied à côté de Luca. – Comment ai-je compris que tu es un Napolitain qui souffre d’être loin de chez lui ? Tout d’abord parce que vous ne prenez jamais de café ici. –

Ils éclatent de rire à nouveau. – Et jamm (expression napolitaine), c’est imbuvable…-

– Je l’ai compris non seulement à cause de ton accent, mais aussi de ton regard vide. Un regard qui était habitué à la mer, à la chaleur, le regard d’un garçon qui a tout fait pour venir étudier ici et qui se sent maintenant perdu et seul, malgré tous les liens d’amitiés que tu as noués. Et puis parce que c’est dimanche, le jour de la nostalgie pour nous –

– Nous ? Toi aussi tu es napolitain ?

– Oui, Turin m’a accueilli il y a des années. Je me sens bien ici, j’aime cette ville, j’ai trouvé l’amour ici. Mais, tu vois, le dimanche matin est toujours mon moment de la nostalgie. Ce n’est pas un hasard si Nosto signifie retour, tandis qu’Algos signifie douleur : la nostalgie est la douleur de ne pas pouvoir rentrer chez soi.

Luca est perplexe, il n’aurait certainement jamais imaginé passer son dimanche avec un barman d’origine napolitaine qui, même s’il a presque complètement perdu son accent, lui donne des cours de grec.

– Pardon pour ma question, mais pourquoi tu ne retournes pas à Naples ? Pourquoi tu ne retournes pas chez toi ? Le barman se lève, lui sert une bière en pression et s’assied à côté de Luca. Il sort son portefeuille et lui montre la photo d’identité de Rebecca, sa femme.

– Parce que la maison n’est pas un lieu. La maison est une façon de se sentir, un abri contre le chaos de la vie quotidienne, c’est un refuge. Je ne retournerai pas à Naples parce que, tu vois, ma maison est ici, sur cette petite photo que je garde parmi mes tickets. Naples n’est pas ma maison, mais c’est un état d’esprit. Voici mon seul conseil, trouve quelqu’un qui te fasse sentir chez toi même dans un endroit où ils ne savent pas faire le café.

Cela en vaut-il la peine ? – À mon avis, ta vie en vaut la peine

Domingo de manhã

– Está tudo bem? –

– Sim, sim, obrigado. –

– Bom, não parece ser assim, deixa-me ver. Posso? –

Delicatamente toca com o dedo indicador na bochecha do rapaz, e apanha uma lágrima que corria por todo o lado direito do seu nariz. Ele olha para o seu dedo indicador e, primeiro, com um ar inocente, examina a pequena gota, depois mostra-a ao rapaz. – Quer falar sobre isso?-

Luca começa a rir: – Vá lá, acha mesmo que alguém como eu chora? Deve ser uma alergia ou lá o que é.

-Oh claro, a famosa alergia que ocorre no centro de Turim, num bar na Via Verdi. Parece-me óbvio. Bem, vou buscar-lhe outra imperial. Ou também estou errado sobre isso?

-É isso, já percebeu, traga uma imperial. -Bom.

Que vergonha. Chorar à frente de um barman da sua própria idade. Absurdo. No entanto, ele não conseguia lidar com esta dor. Sim, era uma dor, estava a apertar-lhe a barriga e parecia subir todo o seu lado até chegar à sua garganta, para depois se transformar em soluços que ele mal conseguia aguentar.  O barman traz-lhe a cerveja. Nem sequer olha para a sua cara, nem lhe agradece, está demasiado empenhado em compreender o que está a acontecer ao seu corpo. Ele está exasperado, e a maior parte da espuma cai nas bordas do copo.  Ele sente-se nu, totalmente exposto a todos os tipos de fragilidades. O seu queixo continua a tremer, ele não consegue controlar os seus movimentos, os seus olhos ficam inexpressivos quando olham pela janela de vidro do clube. Ele sente-se sozinho, extremamente sozinho. Mas aqui ele começa a sorrir, não se apercebe imediatamente porque é que, de repente, os seus dentes deixaram de lhe apertar os lábios, tentando reter o tremor do queixo e depois, inevitavelmente distraindo-se de controlar os seus sentimentos, rebenta em lágrimas. Um choro quase silencioso, feito de soluços, de ombros que sobem e descem novamente, um choro com respiração fatigada, com olhos inchados, um daqueles que parecem nunca mais acabar. O barman aumenta então o volume do rádio. E só nesse momento Luca compreende a razão pela qual já não se conseguia controlar. Ele olha para cima, limpa as suas lágrimas e procura o empregado de bar. Sorriem um para o outro.

Luca escarnece das suas lágrimas: -Eh, bem sabe como é a alergia…-

Eles desatam a rir. Mas Luca torna-se sério: – Como é que sabia? Como sabe que Pino Daniele é o meu artista favorito?

O rapaz acaba de limpar o balcão, depois deixa o avental numa prateleira e senta-se ao lado do Luca: – Como é que eu sabia que você é um napolitano que está a sofrer a distância de casa? Antes de mais, porque você nunca toma café aqui. –

Voltaram a rir. – Vá lá, é imbebível…-

– Compreendi-o não só pelo seu sotaque, mas também pelo seu olhar vazio. Um olhar que estava habituado ao mar, ao calor, o olhar de um rapaz que fez tudo para vir estudar aqui e agora sente-se perdido e sozinho, apesar de todas as amizades que deve ter feito. E ainda porque é domingo, o dia da saudade para nós.

– Nós? Você também é napolitano?

– Sim, Turim acolheu-me há anos. Sinto-me bem, gosto, encontrei o amor aqui. Mas, vejam, domingo de manhã ainda é o meu momento de nostalgia. Não é por acaso que Nostos significa regressar, enquanto Algos significa dor: a nostalgia é a dor de não poder regressar a casa.- Luca está intrigado, certamente nunca teria imaginado passar o domingo com um barman de origem napolitana, mesmo que tenha perdido quase por completo o sotaque, que lhe dá lições de grego. – Desculpe a minha pergunta, mas porque não regressa a Nápoles? Porque não volta para a sua casa?

O barman levanta-se, derrama a cerveja e senta-se ao lado de Luca. Ele tira a sua carteira e mostra-lhe uma fotografia de Rebecca, esposa dele. – Porque o lar não é um lugar, não é um lugar. O lar é uma forma de sentir, um abrigo do caos da vida quotidiana, é um refúgio. Não vou voltar para Nápoles porque, como vêem, a minha casa está aqui, nesta pequena foto que guardo entre os meus recibos. Nápoles não é o seu lar, mas é um estado de espírito. Eis o meu único conselho: encontre alguém que o faça sentir em casa, mesmo num lugar onde não sabem realmente como fazer café.

– Vale a pena? –

– Na minha opinião, vale uma vida inteira. A sua vida.

Sonntagmorgen

„Hey, alles klar bei dir?“

„Ja ja, alles gut, danke.“

„Man würde eher das Gegenteil behaupten. Schau mal her. Darf ich?“

Er legte sanft seinen rechten Zeigefinger auf die Wange des Jungen und fing eine Träne auf, die entlang dessen rechten Nasenseite die Wange hinunterrollte. Dann betrachtete er stumm seinen Finger und zerrieb den kleinen Tropfen zwischen Daumen und Zeigefinger, wobei er letzteren dem jungen Mann vor die Augen hielt. „Willst du darüber sprechen?“

Luca lachte: „Komm schon, du denkst doch nicht wirklich, dass ich weine? Das ist wohl meine Pollenallergie, was weiß ich schon.“

„Ah ja, die berühmte Pollenallergie, die sich genau im Zentrum von Turin in einem Café in der Verdistraße bemerkbar macht. Das erscheint mir einleuchtend. Also, soll ich dir noch ein Bier holen? Oder irre ich mich da auch?“

„Ich sehe du hast alles verstanden. Bring mir ein großes Bier bitte.“

Wie beschämend, dass es soweit kommen musste. Warum heulte er auch genau hier herum, vor einem fast gleichaltrigen Barkeeper? Absurd.

Und dennoch, er konnte mit diesem Schmerz nicht umgehen. Ja, es war ein schmerzliches Gefühl, das ihm Bauchweh bereitete und von dem ihm übel wurde. Er konnte ein lautes Schluchzen nur mit Mühe unterdrücken. Der Kellner hatte ihm das Bier gebracht. Der Junge konnte ihm nicht in die Augen sehen, er bedankte sich nicht einmal und versuchte zu verstehen, warum er seinen Körper plötzlich nicht mehr unter Kontrolle hatte. Als er verzweifelt aufseufzte, schwappte ein großer Teil des Schaumes über den Glasrand. Er fühlte sich fast wie nackt, zerbrechlich. Sein Kinn hörte nicht auf zu zittern, er konnte seine Bewegungen kaum mehr kontrollieren; mit leerem Blick sah er durch das Fenster des kleinen Cafés. Ein Gefühl der Einsamkeit überkam ihn. Und dann, aus dem Nichts heraus, musste er auf einmal lächeln. Er konnte sich nicht erklären, warum, doch seine Zähne hatten aufgehört, seine Lippen zusammenzupressen, um damit das Zittern seines Kinns zu unterdrücken. Doch dann schaffte er es nicht weiter, seine Gefühle zu kontrollieren und brach in Tränen aus. Es war ein fast lautloses Weinen, die Tränen liefen stumm über seine Wangen. Seine Schultern hoben und senkten sich, er zuckte fast krampfartig zusammen und musste nach Luft ringen. Als der Barkeeper bemerkte, was vor sich ging, drehte er das Radio lauter. Und erst in diesem Moment verstand Luca, was mit ihm los war. Er erhob seine Augen, wischte sich die Tränen aus dem Gesicht und suchte den Blick des Barmanns. Da konnten sie nicht anders und mussten beide lächeln. Luca machte sich über seine Tränen lustig: „Ach du weißt ja, diese Allergie …“. Und sie begannen, zu lachen. „Wie hast du es verstanden? Wie konntest du wissen, dass Pino Daniele mein Lieblingssänger ist?“

Der andere Junge kehrte zuerst die Terrasse fertig, legte dann seine Schürze auf einem Regal ab und setzte sich neben Luca. „Wie ich verstanden habe, dass du Neapolitaner bist und an Heimweh leidest? Zuallererst, weil du hier am Sonntagmorgen lieber Bier als Kaffee trinkst.“

Sie brachen erneut in Lachen aus. „Und jamm (neapolitanischer Ausdruck), der ist auch ungenießbar bei euch!“

„Ich hab‘s nicht nur an deinem Akzent, sondern auch an deinem leeren Blick erkannt. Ein Blick, der es gewohnt ist, das Meer zu sehen, die warme Sonne zu spüren. Der Blick eines jungen Mannes, der hierhergekommen ist, um zu studieren, sich jetzt aber einsam fühlt, obwohl er viele neue Menschen kennengelernt hat. Und auch weil der Sonntag ein Tag der Nostalgie für uns ist.“

„Du auch? Du kommst auch aus Neapel?“

„Ja, ich bin schon vor Jahren hierher nach Turin gekommen. Mir gefällt’s hier, ich mag diese Stadt und ich habe mich hier verliebt. Aber wie du siehst, ist Sonntagmorgen auch für mich immer ein Moment der Nostalgie, in dem ich meine Heimat vermisse. Es ist kein Zufall, das Nosto Rückkehr bedeutet, genauso wie mit Algos der Schmerz bezeichnet wird. Nostalgie und der Schmerz, nicht Zuhause zu sein – Heimweh.“

Luca war verblüfft, er hätte sich nicht gedacht, dass er seinen Sonntagmorgen mit einem Kellner aus Neapel verbringen würde, der seinen Akzent fast verloren hatte und ihm nun griechische Wörter beibrachte.

„Entschuldige für die Frage, aber warum kehrst du nicht einfach nach Neapel zurück, anstatt hier zu arbeiten? Warum gehst du nicht wieder nach Hause? Der Kellner stand auf, zapfte sich selbst ein Bier und setzte sich erneut neben Luca. Er holte seine Brieftasche aus seiner Hosentasche und zeigte ihm ein Foto von Rebecca, seiner Frau.

„Weil Zuhause kein Ort sein muss. Zuhause kann ein Gefühl sein, eine Art Schutz vor dem alltäglichen Chaos, ein Zufluchtsort. Ich werde nicht nach Neapel zurückkehren, denn wie du siehst, ist mein Zuhause hier, auf diesem kleinen Foto, dass ich immer bei mir trage. Hier ist mein einziger Ratschlag an dich: Finde jemanden, der dir das Gefühl gibt, Zuhause sein, auch an einem Ort, wo sie nicht wissen, wie man guten Kaffee macht.“

„Ist es das wirklich wert?“

„Meiner Meinung nach ist dein Leben es wert.“

Super G

Era tutto pulito, tutto ordinato. Le lavagne lavate e asciugate, per poi essere riscritte con il solito: «Buongiorno ragazzi, siate il presente più bello del mondo!» Il thermos caldo sulla cattedra dell’aula professori, il riscaldamento acceso da un’oretta circa, e alcuni giornali, di varie testate, accanto al suo immancabile Hemingway sul suo tavolino sgangherato vicino all’ingresso. Un piccolo banco, di quelli tutti incisi dagli studenti sui bordi di legno e marchiati da macchie di inchiostro che non vanno più via. Uno di quelli poco stabili, che balla un po’, e quindi ha alcuni fogli ripiegati posti sotto una delle sue gambe. Ed ecco la solita routine: Teresa, insegnante di scienze, stizzosa e pignola, arrivava prima di tutti e con un accenno lo salutava, ma poi, entrata in sala professori, faceva un gran bel sorriso ritrovandosi il caffé caldo ad attenderla. Era poi il turno di tutti gli altri insegnanti, da Marco che sì, è vero, insegnava anche religione ma era più conosciuto come abile portiere tra i due alberi, usati come porta, per le partite di calcetto durante l’intervallo; Giulia, viso stropicciato, fondotinta sparso con decise pennellate per il viso, e profumo alla vaniglia, era la miglior insegnante di italiano del mondo. Ma non solo: «Buongiorno Carlo, buongiorno Luisa, la vedo in forma. O Direttore che bello incontrarla, vuole del caffé? Sa, è già pronto.» E poi arrivavano loro, i bambini. Lui si precipitava fuori come ne sentiva le prime voci. Non indossava neanche il cappotto, usciva così, in divisa, e iniziava a salutare alcune mamme, a chiacchierare con alcune nonne che accompagnavano i nipoti a scuola. Conosceva tutti i nomi, sia degli studenti, che dei loro famigliari. Ecco che salutava lo zio di Beatrice, classe 4B, e iniziavano a commentare le partite di calcio della domenica; ecco che andava ad accogliere i bambini che arrivavano con lo scuolabus. Come sentiva la solita strombazzata del clacson da parte dell’autista, che, indovinate un po’ , era anche lui un suo amico, si infilava una pettorina colorata e andava a dirigere il traffico della piazzetta accanto alla scuola, in modo che non ci fosse alcun pericolo per i suoi bambini. Poi entrava nell’edificio e faceva suonare la campanella. Si metteva seduto sul suo piccolo tavolino, battendo il cinque a tutti gli scolari che entravano. Marta, 3A, era affascinata da questo gigante buono e a casa parlava sempre e solo di lui. Ogni lunedì gli portava un disegno fatto da lei e molte volte anche qualcosa da mangiare. Fabio, della 1A, riusciva a entrare a scuola solamente dopo le sue parole, altrimenti rimaneva sul pianerottolo e piangere, perché lui, a scuola, proprio non ci voleva mettere piede. Guglielmo, 5C, il più maleducato, scapestrato, irruente studente che questa piccola scuola elementare avesse mai visto, si fermava a pulire, una volta finito l’orario scolastico, per aiutarlo. E lui, il nostro protagonista, veniva soprannominato Super G, super gigante, per la sua stazza. Due metri e qualche centimetro di gentilezza e di bontà. Quando tutti entravano in classe, lui si metteva stretto, stretto nel suo minuscolo banco e leggeva i suoi romanzi e i giornali. Così stava accadendo proprio quella mattina, ma mentre leggeva il suo buon vecchio Hemingway aveva sentito una presenza vicino a lui. Era il Direttore. – Vero… questa mattina anche il direttore è dei nostri…- aveva pensato, e dopo aver fatto la linguetta ad una pagina del libro, si era rivolto verso di lui, strusciando le grandi ginocchia sotto al tavolo.

-Scusi la domanda, ma davvero la chiamano Super G?

-Ebbene, si ahahah!- rispose divertito.

-Ma si può sapere il suo nome?

-Preferirei di no.

-Eh ascolti qui abbiamo poco da scherzare. È vero che ruba le merende ai bambini?

– Rubare ? Io? No, non è proprio nel mio stile se permette.

-Si dal caso che mi siano arrivate diverse segnalazioni di alcuni suoi comportamenti, che considero inammisabili. È vero che abbraccia i bambini, li tiene per mano?

– Se hanno paura o bisogno di conforto, solo in quei casi.

– Ah sempre meglio… è vero che un ragazzo si ferma oltre all’orario scolastico per aiutarla? Vale a dire per svolgere il lavoro per il quale noi la paghiamo?

-Certo, mi aiuta ogni tanto ma è più che altro un modo per aiutare il ragazzo. Ha bisogno di confrontarsi e di un parere adulto. Ma guardi che se non vuole mica lo faccio lavorare, si mette su una sedia e mi racconta di sé.

– Ah beh certo, mi sembra una cosa normale. Ho paura a chiederle quest’ultima domanda. È vero che lei arriva qui prima dell’orario stabilito nel contratto?

– Si perchè devo scrivere sulle lavagne.

– Come ha detto scusa?

– Ho detto che devo scrivere sulle lavagne e devo prepare i bigliettini della giornata, che lascio qui sul mio tavolino e tutti possono leggere. Sono alcune citazioni che io prendo dalla letteratura e…

– Lei è licenziato.

– Ma come scusi non capisco… io amo il mio lavoro e poi…

– Lei è inopportuno e pericoloso per i bambini.- Pericoloso in che modo?- Perché lei li tratta come fossero suoi figli e lei il padre.

– Beh, certo perché io li amo.

– Come sarebbe a dire che li ama, ma senti cosa devo sentirmi dire… E beh proprio perché li ama io la devo licenziare, io non mi posso fidare di lei.

– Dev’essere brutto vivere come lei.-

A quel punto si alza, due metri di bontà si innalzano al cielo e guardando il direttore dall’alto, in tutta la sua piccolezza, gli dice : – Mi dispiace per tutti quelli come lei. Tutti quelli che ancora non hanno capito che non esiste amore sprecato, mai. Io qui, dall’alto, vedo tutto in modo diverso, non è un’altezza fisica ma spirituale. Ma cosa può sapere un povero bidello, mi dirà lei. E allora ecco, me ne vado, portandomi dietro tutto l’amore non richiesto che ho sperperato con quegli abbracci, con quelle merende, con quelle chiacchiere, con le mie parole per loro. Lei mi potrà licenziare ma io domani mattina sarò qui fuori dalla scuola, e dopodomani anche e per tutta la settimana porterò il thermos caldo per gli insegnanti, prenderò i disegni di Marta e parlerò con Guglielmo nel doposcuola. Lei mi potrà licenziare come bidello ma non con Super G, perché, vede, non è vero che significa ‘‘Super gigante’’ ma ‘‘Super Gentilezza’’ e quella, caro il mio Direttore, è a contratto indeterminato!-

Super G o super K?

Everything was clean, everything was tidy: the blackboards, washed and dried, showing the sentence Good morning guys, be the best present ever! The hot thermos on the desk of the teacher’s classroom, the heating, which had been on for about one hour, and some newspapers, of various headlines, next to the indispensable Hemingway on the small wobbly desk near the entrance. One of those engraved by the students on the wooden edges and marked with ink spots forever. This wobbly desk was made stable by some papers folded under one of its legs. And here is the usual routine: Teresa, an irritable and pedantic science teacher, used to arrive before everyone else and used to greet him. But then, while entering the teachers’ classroom, she managed to get a big and beautiful smile when she found her hot coffee waiting for her. And then it was the turn of all the other teachers: Marco taught religion but was better known as a skilled referee between the two trees used as goalposts during the break. Giulia, the best Italian teacher in the world, usually had a tired face, sharp strokes of foundation cream and vanilla fragrance. Then: “Good morning Carlo, Good morning Luisa, you are in great shape. Headmaster, how nice to meet you, would you like some coffee? It is ready”. And then came the children. He would rush out as soon as he heard their voices. He was not even wearing a coat, he would go out in his uniform, and greet mothers, made small talks with grandmothers who accompanied their grandchildren to school. He knew all the first names of the students and their families. He greeted, among others, Beatrice’s uncle (4B) and the two of them would start commenting on Sunday’s football matches, and then he would welcome the children who arrived by bus. When he heard the usual long and loud honking from the driver, who, guess what, was also one of his friends, he would put on a colorful bib. He would direct the traffic in the small square next to the school so that there would be no danger for his children. Then he would enter the building and ring the school bell. He would sit on his little table and give a high five to all the students who entered. Marta, 3A, was fascinated by this gentle giant and she only talked about him at home. Every Monday, she would bring him a drawing she had made and sometimes also something to eat. Fabio, 1A, would only enter his classroom after hearing his words, otherwise he would stay on the landing and cry, because he really did not want to go to school. Guglielmo, 5C, the most reckless, impulsive and rude student in this small school, would help him clean up after school. Our protagonist was called Super G, super giant, because of his build: two meters and a few centimeters of kindness and goodness. When everyone entered the classroom, he would sit down and start reading his novels and newspapers, huddled in his little desk. That morning, while he was reading his old Hemingway, he had felt a presence near him. It was the Headmaster. – This morning also the Director is with us… – he had thought and, after bending the page of the book, he turned towards him, scraping his big knees under the table.

– Sorry for asking, but do they really call you Super G?

– Well yes, ah ah ah ah! he replied amused.

– But could I know your real name?

– I would rather not mention it.

– Look, there is no time for jokes. Is it true that you steal snacks from children?

– Me? Sorry, I am not the kind of person who would steal from people.

– Yet, I have received several reports of some of your behaviors that I consider unacceptable. Is it true that you hug the children or hold their hands?

– Yes, only if they are scared or if they need comfort.

– Also, is it true that there is a boy who helps you with the cleaning after school?

– Of course, sometimes he helps me, but it is more a way to help the kid. He needs to talk and more importantly, he needs an adult’s opinion. If he does not want to work, I will not make him work, he just sits down and tells me about himself

– Oh sure, that seems normal to me. I am afraid to ask you this last question. Is it true that you arrive here before the contractually agreed time?

– Yes, because I have to write on the blackboards.

– Sorry?

– I said I have to write on the blackboards and I have to prepare the quotes of the day and leave them on my little table for everyone to read.

– You are fired.

– No wait, I don’t get it… What? I love my job and then…

– Your behavior is inappropriate and dangerous for the children.

– Dangerous in what sense?

– In the sense that it is as if they were your children and you, their father.

– Of course, because I love them.

– What do you mean by “I love them”? That is why I have to fire you, because you love them. I cannot trust you.

– Your life seems to be sad.

At that moment he stood up, two meters of kindness rose to the sky and, looking at the headmaster from above, he told him: -I am sorry for all those people who are like you. All those who still have not understood that love is never wasted, never. I see everything differently from above and I am not talking about a physical height, but a spiritual one. “What does a poor janitor know about it”, you will think. So, here I go, and I will bring with me all the unneeded love that I have wasted with hugs, snacks, chats, with my words for them. You can fire me, but tomorrow morning I will be here in front of the school, and the day after tomorrow as well and every week I will bring hot thermos for the teachers, I will take Marta’s drawings and I will talk to Guglielmo after school. You can fire me as a janitor, but not as “Super G” or, even better “Super K” which means “Super Kind”. My dear headmaster, kindness is a permanent contract.

Super G

Tout était propre, tout était rangé. Les tableaux noirs, effacés et nettoyés, sur lesquels on retrouvait chaque jour la même phrase Bonjour les enfants, restez le meilleur avenir du Monde ! Le thermos chaud sur le bureau de la salle des professeurs. Le chauffage allumé depuis une heure environ. Et des journaux, de titres divers, à côté de son indispensable Hemingway, sur le petit banc bancal de l’école près de l’entrée. Un d’eux, gravé par les étudiants sur le bord en bois, et tachés d’encre à jamais. Ce banc-là, chancelant, était stabilisé grâce à des papiers pliés sous un de ses pieds. Et voici la routine habituelle : Teresa, professeur de science, irritable et tatillonne, arrivait avant tout le monde et le saluait. Ensuite, quand elle entrait dans la salle des professeurs, elle faisait un très grand sourire en trouvant le café chaud qu’il l’attendait. Ensuite, c’était le tour de tous les autres professeurs : Marco, professeur de religion, était surtout connu comme étant habile gardien des cages formées par les deux arbres pendant la récréation. Giulia, au visage fatigué, au fond de teint franchement étalé et au parfum de vanille, était le meilleur professeur d’italien au monde. Cela n’est pas tout : « Bonjour Carlo, bonjour Luisa, vous êtes en pleine forme. Oh Directeur, quel plaisir de vous rencontrer, voulez-vous du café ? Il est déjà fait ». Et puis, c’était le tour des enfants. Dès qu’il entendait les premières voix, il courait dehors. Il ne portait même pas de manteau, il sortait en uniforme, et saluait les mères, discutait avec les grands-mères qui accompagnaient leurs petits enfants à l’école. Il connaissait tous les prénoms des étudiants et de leur famille. Il saluait, entre autres, l’oncle de Béatrice (CM1 B) et les deux commençaient à commenter les matchs de football du dimanche, et ensuite, il accueillait les enfants qui arrivaient en bus. Lorsqu’il entendait le klaxon habituel du chauffeur, qui, devinez quoi, était aussi un de ses amis, il enfilait un plastron coloré. Il allait diriger la circulation sur la petite place à côté de l’école, afin qu’il n’y ait pas de danger pour ses enfants. Ensuite, il entrait dans le bâtiment et sonnait la clochette. Il s’asseyait sur sa petite table, et tapait dans la main tous les écoliers qui entraient. Marta, CE2 A, était fascinée par ce doux géant et, chez elle, elle ne parlait que de lui. Chaque lundi, elle lui apportait un dessin qu’elle avait fait et quelquefois aussi des choses à manger. Fabio, CP A, entrait dans sa classe seulement après avoir entendu ses paroles, sinon il restait sur le palier et pleurait, parce qu’il ne voulait vraiment pas aller à l’école. Guglielmo, CM2 C, l’élève le plus impoli, le plus perturbateur, le plus impétueux de cette petite école, l’aidait à nettoyer après ses cours. Et lui, notre protagoniste, était surnommé Super G, super géant, à cause de sa taille. Deux mètres et quelques centimètres de gentillesse et de bonté. Lorsque tout le monde entrait dans la classe, lui, s’asseyait et commençait à lire ses romans et ses journaux, serré dans son petit bureau. Ce matin-là, pendant qu’il lisait son vieux Hemingway, il avait ressenti une présence près de lui. C’était le Directeur. – Ce matin aussi le Directeur est parmi nous… – , avait-il pensé et, après avoir corné la page du livre, s’était tourné vers lui, en entrechoquant ses gros genoux sous la table.

Veuillez excuser ma question, mais est-ce qu’on vous appelle vraiment Super G ?

Eh bien oui, ah ah ah! Répondit-il amusé

Mais pourrais-je savoir votre vrai prénom ?

Je préfère ne pas le dire

Ecoutez, ce n’est pas le moment de plaisanter. Est-il vrai que vous volez le goûter aux enfants ?

Voler ? Moi ? Non, ce n’est vraiment pas mon truc.

Il se trouve que j’ai reçu plusieurs rapports sur certains de vos comportements que je considère inacceptables. Est-il vrai que vous serrez les enfants dans vos bras ou que vous leur tenez la main ?

Oui, s’ils ont peur ou s’ils ont besoin de réconfort, mais seulement dans certain cas.

De plus, est-il vrai qu’il y a un garçon qui vous aide avec le nettoyage après ses cours ? C’est-à-dire pour faire le travail pour lequel vous êtes payé ?

Bien sûr, parfois il me prête main forte mais c’est plus une façon d’aider le gamin. Il a besoin de parler et surtout, il a besoin de l’avis d’un adulte. S’il ne veut pas travailler, je ne le ferai pas travailler, juste il s’assoit et me parle de lui.

Ah bien sûr, cela me semble normal. J’ai peur de vous poser cette dernière question. Est-il vrai que vous arrivez ici avant l’heure convenue par contrat ?

Oui, parce que je dois écrire sur les tableaux noirs.

Pardon ?

J’ai dit que je dois écrire sur les tableaux noirs et je dois préparer les bouts de papier du jour que je laisse sur ma petite table pour que tout le monde puisse les lire. J’y inscrit des citations que je tire de la littérature…

-Vous êtes viré.

-Non attendez, je ne comprends pas du tout… moi, j’aime mon travail et puis…

-Votre comportement est déplacé et dangereux pour les enfants

-Dangereux dans quel sens ?

-Dans le sens que c’est comme s’ils étaient vos enfants et vous leur père

-Bien sûr, parce que je les aime.

-Que voulez-vous dire par « je les aime », vous vous entendez ? C’est pour cette raison je dois vous virer, parce que vous les aimez. Je ne peux pas vous faire confiance.

-Votre vie a l’air d’être triste

A ce moment-là il se lève, deux mètres de bonté se sont élevés vers le ciel et, regardant le Directeur d’en haut dans toute sa petitesse, il lui dit : -Je suis désolé pour tous ceux qui sont comme vous. Tous ceux qui n’ont toujours pas compris qu’aucun amour n’est gaspillé, jamais. D’en haut, je vois tout différemment et je ne parle pas de taille physique, mais disons d’une dimension spirituelle. Mais qu’est-ce qu’il en sait un pauvre concierge, me diriez-vous. Alors je m’en vais et j’amène avec moi tout l’amour non demandé que j’ai gaspillé avec les câlins, les goûters, les causettes, avec mes mots pour eux. Vous pouvez me virer, mais demain matin je serai ici devant l’école, et après-demain aussi et j’emmènerai le thermos chaud pour les professeurs toute la semaine, je prendrai les dessins de Marta et je parlerai à Guglielmo après l’école. Vous pouvez me virer en tant que concierge, mais pas en tant que Super G qui ne signifie pas « Super Géant », mais « Super Gentillesse » et cela, mon cher Directeur, est un contrat à durée indéterminée !

Super G

Alles war sauber, alles war aufgeräumt. Auch die schwarzen Tafeln waren frisch gewischt, bis auf einen Satz, den man dort jeden Morgen fand: „Guten Morgen Kinder, ihr seid die beste Zukunft dieser Welt!“. Die Thermoskanne, voll mit heißem Kaffee, stand auf dem Tisch im Lehrerzimmer bereit. Die Heizkörper waren schon vor einer guten Stunde eingeschaltet worden. Und die Zeitungen, die unterschiedliche Schlagzeilen trugen, lagen auf der kleinen wackeligen Bank, die sich nicht weit vom Eingang der Schule befand, bereit; neben ihnen dieses Mal ein Werk von Hemmingway. Die Lehne jener Bank war voll mit Kritzeleien der Schüler und Tintenflecken. Einer der Füße wurde von einem klein gefaltetem Papierstück gestützt.

So ging die tägliche Routine los: Teresa, die pingelige und leicht reizbare Naturwissenschaftslehrerin, kam vor allen anderen an und grüßte ihn. Als sie das Lehrerzimmer betrat, konnte sie sich, beim Anblick des heißen Kaffees, der sie dort erwartete, ein Lächeln kaum verkneifen. Dann kamen nach und nach die anderen Lehrer: Marco, der Religionslehrer, der vor allem als geschickter Torschützer während der großen Pause bekannt war.

Julia, mit müdem Gesicht, die aber durch gleichmäßig aufgetragenes Make Up und einen zarten Vanilleduft frisch wirkte, war die beste Italienischlehrerin, die man sich nur wünschen konnte. Das waren nicht alle: „Guten Morgen Karl, guten Morgen Luisa, ihr seht aber motiviert aus heute! Oh, Herr Direktor, was für eine Freude, Sie zu sehen, möchten Sie eine Tasse Kaffee? Er ist noch heiß.“ Und dann kamen die Kinder. Sobald er ihre Stimmen aus der Ferne hörte, lief er nach draußen. Er zog nicht einmal einen Mantel an, sondern trug nur seinen Arbeitsanzug. Zuerst grüßte er die Mütter und sprach mit den Großeltern, die ihre Enkel zur Schule brachten. Er kannte alle Vornamen der Schüler und die ihrer Familienmitglieder. Dann winkte er dem Onkel von Beate (3. Klasse) zu und die beiden fingen an, über das Fußballspiel vom letzten Sonntag zu diskutieren, anschließend empfing er die Kinder, die mit dem Bus zur Schule kamen.

Sobald er die Hupe des Busfahrers hörte, der, wer hätte es gedacht, auch einer seiner Freunde war, zog er eine leuchtende Warnweste über. Er regelte damit den Verkehr auf dem kleinen Platz vor der Schule, damit es keine Gefahr für seine Kinder gab. Dann ging er ins Schulgebäude und läutete die Glocke. Er setzte sich auf seinen kleinen Hocker und gab allen Schülern beim Eintreten ein High Five. Marta, aus der 4. Klasse, war begeistert von diesem sanftmütigen Riesen und sprach zuhause nur von ihm. Jeden Montag brachte sie ihm eine Zeichnung und manchmal sogar eine Kleinigkeit zu essen. Fabian, Klasse 1A, betrat seine Klasse erst, sobald er mit ihm gesprochen hatte, ansonsten blieb er auf dem Treppenabsatz sitzen und weinte, weil er eigentlich gar keine Lust hatte, zur Schule zu gehen. Wilhelm, Klasse 2C, der frechste, stürmischste Störenfried der Schule, half ihm nach dem Unterricht mit dem Putzen. So wie es kommen musste, trug er, unser Protagonist, wegen seiner Größe den Namen Super G – Super Groß. Zwei Meter und einige Zentimeter an Freundlichkeit und Güte. Sobald alle Schüler in ihren Klassen waren, setzte er sich hin und las seine Romane und Zeitungen, die er in seinem kleinen Schreibtisch aufbewahrte. An jenem Morgen, als er wieder einmal seinen alten Hemmingway las, spürte er plötzlich jemandes Anwesenheit. Es war der Direktor. „Ah, heute Morgen ist auch der Direktor unter uns…“, dachte er, und, nachdem er die Seite seines Buches eingeknickt hatte, drehte er sich zu ihm um, während seine großen Knie unter dem Bürotisch aneinanderstießen.

Der Direktor, die Stirn runzelnd, erhob das Wort:

In diesem Moment erhob er sich, zwei Meter und ein paar Zentimeter an Freundlichkeit und Güte. Er sah dem Direktor, der von oben ganz klein wirkt, direkt in die Augen und sagte: „Es tut mir wirklich leid für alle, die so sind wie Sie. All jene, die immer noch nicht verstanden haben, dass kein bisschen Liebe je verschwendet ist, niemals. Von oben sehe ich alles anders, und ich spreche nicht von physischer Größe. Aber was weiß ein armer Hausmeister schon, sagen Sie es mir. Ich gehe und nehme all meine unerwünschte Liebe, die ich mit Umarmungen, Pausenbroten, Geschwätz und Worten den Kindern gegeben habe, mit mir mit. Sie können mich feuern, aber morgen Früh werde ich vor der Schule stehen und Übermorgen auch und mit der heißen Thermoskanne die ganze Woche auf die Lehrer warten, ich werde die Zeichnungen von Marta entgegennehmen und mich nach dem Unterricht mit Wilhelm unterhalten. Sie können mich als Hausmeister feuern, aber nicht als Super G, denn das G steht nicht für „Super Groß“, sondern für „Super Großzügig“ und das, mein lieber Herr Direktor, ist ein Vertrag für die Ewigkeit!

-Entschuldigen Sie die Frage, aber nennt man Sie wirklich Super G?

Amüsiert. Aber natürlich, haha!

-Aber dürfte ich auch Ihren richtigen Vornamen erfahren?

-Mir ist es lieber ihn geheim zu halten. Augenzwinkern.

-Hören Sie zu, das ist nicht der richtige Moment, um Späße zu machen. Ist es wahr, dass Sie den Kindern das Pausenbrot stehlen?

-Stehlen? Ich? Aber nicht doch!

-In der Tat habe ich mehrere Berichte über Ihr Verhalten bekommen, das ich vollkommen inakzeptabel finde. Ist es wahr, dass Sie die Kinder umarmen und ihnen die Hand geben?

-Ja, wenn sie Angst haben und getröstet werden müssen, aber das kommt nicht oft vor.

-Außerdem, ist es wahr, dass ein Junge Ihnen nach dem Unterricht beim Putzen hilft? Das heißt, dass er die Arbeit macht, für die Sie bezahlt werden?

-Natürlich, manchmal unterstützt er mich, aber das ist auch eine Art, dem Jungen zu helfen. Er hat es nötig, sich zu unterhalten und braucht die Meinung eines Erwachsenen. Wenn er nicht arbeiten will, muss er das nicht, er kann sich auch einfach hinsetzen und erzählen.

-Ah ja, das erscheint mir vollkommen normal. Ich scheue mich davor, Ihnen diese letzte Frage zu stellen. Ist es wahr, dass sie bereits vor Ihrer gesetzlichen Arbeitszeit zur Schule kommen`?

-Ja, weil ich auf die Tafeln schreiben muss.

-Entschuldigen Sie mich?

-Ich habe gesagt, dass ich auf die Tafeln schreiben muss und dass ich die kleinen Papierzettel für das Tischchen am Eingang vorbereiten muss, damit jeder sie lesen kann. Ich schreibe darauf Zitate, die ich in Büchern finde…

-Sie sind gefeuert.

-Nein, warten Sie, ich verstehe nicht… ich liebe doch meine Arbeit und…

-Ihr Verhalten ist gefährlich für unsere Schüler.

-Gefährlich? Wieso das denn?

-Und zwar aus dem Grund, weil Sie sich so verhalten, als wären es Ihre Kinder und Sie ihr Vater.

-Natürlich, ich liebe sie ja!

-Was wollen Sie damit sagen, Sie „lieben“ sie? Hören Sie sich doch einmal selbst zu! Das ist der Grund, wieso ich Sie feuern muss, weil Sie sie lieben. Ich kann Ihnen nicht vertrauen.

-Ihr Leben erscheint mir traurig.

In diesem Moment erhob er sich, zwei Meter und ein paar Zentimeter an Freundlichkeit und Güte. Er sah dem Direktor, der von oben ganz klein wirkt, direkt in die Augen und sagte: „Es tut mir wirklich leid für alle, die so sind wie Sie. All jene, die immer noch nicht verstanden haben, dass kein bisschen Liebe je verschwendet ist, niemals. Von oben sehe ich alles anders, und ich spreche nicht von physischer Größe. Aber was weiß ein armer Hausmeister schon, sagen Sie es mir. Ich gehe und nehme all meine unerwünschte Liebe, die ich mit Umarmungen, Pausenbroten, Geschwätz und Worten den Kindern gegeben habe, mit mir mit. Sie können mich feuern, aber morgen Früh werde ich vor der Schule stehen und Übermorgen auch und mit der heißen Thermoskanne die ganze Woche auf die Lehrer warten, ich werde die Zeichnungen von Marta entgegennehmen und mich nach dem Unterricht mit Wilhelm unterhalten. Sie können mich als Hausmeister feuern, aber nicht als Super G, denn das G steht nicht für „Super Groß“, sondern für „Super Großzügig“ und das, mein lieber Herr Direktor, ist ein Vertrag für die Ewigkeit!

Questione di cinque minuti

6 del mattino.

Lucia mette la chiave nella toppa della porta d’ingresso. Trattiene il fiato, credendo che in questo modo riuscirà a fare meno rumore. Dà la prima mandata. Luca, suo figlio, dorme profondamente nella sua camera da letto, vicino al corridoio che conduce alla cucina. Paolo, scapolo sessantenne che vive al piano di sopra, si sveglia. Guarda l’ora e fa un lungo sospiro. Si siede sul bordo del letto e fissa il vuoto. Sembra inquieto. In quel momento lo spazzino passa a pulire il marciapiede davanti al condominio. Al terzo piano, Sofia, con la scusa di un improvviso mal di pancia, è rimasta sul divano per l’intera notte. Lui, Giacomo, dorme nel loro letto matrimoniale, con accanto la piccola Eleonora, con i suoi primi mesi di vita.


6.01

Lucia accompagna la porta, per non farla sbattere. Prima di attraversare l’intero corridoio, si sofferma nella camera di Luca. Si avvicina al letto a castello e lo guarda dormire, alza lo sguardo, per cercare Viviana, la gemella, ma il letto sovrastante è vuoto. Stupore. Luca sogna di combattere contro tre draghi contemporaneamente e sembra avere la meglio grazie alla sua bacchetta magica. Paolo continua a fissare il vuoto e, sentendosi accaldato, si tocca la fronte. Ha sudato tutta la notte. Non gli capita mai, non capisce. Le mani sono madide, le lenzuola puzzano. Ha bisogno di una doccia. Fredda. In quel momento lo spazzino si è fermato vicino al cancelletto dell’edificio e sta mandando un messaggio alla sua nuova fidanzata. – Buongiorno amore mio. – Sofia si è alzata, guarda attraverso la finestra. La città è ancora buia, la luna è ancora alta in cielo, c’è uno spazzino che guarda il cellulare, e lei si sente morire.


6.02

Si è messa a correre, ‘‘Come mai non è nel suo letto? Ma ti sembra normale che io, dopo aver staccato da lavoro, dopo una nottata infernale perché ovviamente il letto 23 lo hanno appioppato a me, e certo perché non so mai dire di no, debba ancora tornare a casa dall’ospedale e non trovare mia figlia nel letto? Voglio proprio sapere cosa stia facendo mio marito. Come fa a non accorgersi mai di nulla?’’ In bagno non c’è nessuno, si sente male. Con passo deciso va nella sua camera da letto. Luca si gira verso il lato del muro, questi draghi da combattere sono veramente tosti! Paolo è sotto la doccia e finalmente, sentendosi meno debole, gira la manopola verso destra, e, sotto il vapore di quella cascata d’acqua bollente, si mette a piangere. Appoggia una mano verso il muro e con la testa bassa e i capelli che fanno gocciolare l’acqua sul suo corpo dice: «Ho paura, ho paura cazzo.» Lo spazzino fischietta Lucio Dalla, è innamorato. Sofia riceve un messaggio da sua suocera. Ha visto il suo ultimo accesso su whatsapp alle quattro del mattino – La bimba non vi fa dormire?-. Sofia guarda il cellulare con odio. E presa da una strana forza, una particolare energia, va in bagno e comincia a truccarsi.

6.03


Lucia spalanca la porta della sua camera e si avvicina al letto, ormai non curante del rumore che potrebbe fare. Il marito si sveglia di colpo e prima che Lucia possa aprire bocca, si porta l’indice teso verso il suo naso, accompagnato da uno: «SSHHH.» Indica, poi, Viviana che dorme, tutta raggomitolata su di lui. Lucia sorride e pensa che ogni tanto sia veramente ansiosa senza motivo. Sussurra: «Scusami, scusami. Arrivo anche io ora.» Luca russa. Paolo esce dalla doccia, prende un accappatoio e, sgocciolando per tutta la casa, va in salotto, alza la cornetta del telefono. Passa qualche secondo, al ricevitore risponde una voce: «Pronto, pronto dottore mi dica.» Paolo fa un lungo respiro, poi tutto d’un fiato dice: «Io oggi non opero. Passa il caso a qualcuno, io questo bambino non lo voglio operare.» Riattacca. Lo spazzino alza lo sguardo e vede che differenti appartamenti dell’edificio hanno già la luce accesa. Attraversa la strada per pulire il marciapiede di fronte. Sofia ha deciso: niente fondotinta, solo rossetto, bello rosso, scuro. Un filo di mascara. Prende il suo beauty, lo mette in borsa. Va in camera da letto, accende la luce e inizia ad aprire i cassetti di Eleonora, per prenderle dei vestitini pesanti. Giacomo si gira nel letto, poi si accorge della luce accesa e si sveglia: «Ma cosa fai? Perchè stai vestendo la piccola?» Eleonora piange.


6.04

Lucia si mette il pigiama e si infila nel letto. Viviana allarga sia le gambe che le braccia, sembra voler toccare entrambi i genitori. Lucia e suo marito scoppiano a ridere. Luca, nel suo sogno, ha ormai sconfitto il primo drago. Paolo chiama il primario di chirurgia, il suo migliore amico, Mario: «Sono arrivato al limite. Non riesco più ad operare. Ho sbagliato l’ultima volta, un bambino non ce l’ha fatta per colpa mia. Toglimi il caso, io non voglio più operare, io non voglio più fare nulla. Non ce la faccio più, non voglio più operare, sono vecchio. Sono ormai un misero vecchio.» Lo spazzino continua a canticchiare, controllando le notifiche del suo cellulare. Sofia ha ormai preso in braccio la bambina, l’ha messa nel passeggino e l’ha portata in salotto. Giacomo è in piedi vicino al letto. Sofia entra nella camera, chiude la porta a chiave e tira fuori il cellulare.


6.05

Lucia, Viviana e suo papà dormono. Luca ha sconfitto tutti i draghi. Paolo si sente bene, si sente libero. Si sente che non farà più del male. Mario gli ha proposto di fare da tutor per i nuovi chirurghi e che non dovrà più toccare un bisturi in vita sua, se questo lo rende tranquillo. Prende le fotocopie degli esami del suo paziente e inizia a rileggerli mentre mette su il caffè. Sofia legge a voce alta il messaggio di sua suocera. A questo punto decide di fare un vocale: «Buongiorno Anna, le volevo dire che questa notte non ho chiuso occhio non perché la bambina non riuscisse a dormire ma perché ho scoperto che suo figlio mi tradisce da qualche settimana con una ragazzina che ha conosciuto in palestra. E volevo capire come dire a lui e a lei che deve uscire da questa casa entro mezzogiorno, quando vi avrò fatto rientro con Eleonora dopo essere stata prima dalla mia famiglia e poi dal mio avvocato.» Giacomo la guarda sbalordito e cade ai suoi piedi. Sofia esce dalla stanza, prende sua figlia in braccio ed esce di casa. Lo spazzino riceve un messaggio: – Buongiorno a te amore mio.

It only took five minutes

6 am.

Lucy puts the key in the keyhole of the front door. She holds her breath thinking she will make less noise this way. She turns the key.

Luca, her son, sleeps soundly in his bedroom next to the hallway leading to the kitchen.

Paul, a sixty-year-old bachelor who lives in the upper floor, wakes up. He gives a look at the time and takes a deep breath. He sits on the edge and stares into empty space. He looks troubled.

At that moment, the street cleaner cleans the pavement right in front of the apartment building.

On the third floor, Sophie has pretended having a sudden stomachache and has slept on the couch that night. As for Jack, he sleeps in their double bed, with his little daughter next to him.

6.01 am.

Lucy closes the door gently, so that it does not slam. Before crossing the entire hallway, she enters Luca’s bedroom. She moves closer to the bunk bed and watches him sleep, then she looks up to search for Viviane, his twin, but the bed above is empty. Astonishment.

Luca dreams of fighting against three dragons at the same time and seems to win thanks to his magic wand.

Paul continues to stare into empty space and, feeling hot, touches his forehead. He has been sweating all night. It never happens to him; he does not understand. His hands drip with sweat, the sheets stink. He needs to take a shower. A cold one.

At that moment, the street cleaner has stopped next to the building gate and is sending a message to his new girlfriend. – Good morning, my love -.

Sophie woke up, she looks through the window. The city is still dark, the moon is still high in the sky, there is a street cleaner looking at his phone and she feels like dying.

6.02 am.

She started running. – Why isn’t she in her bed? Is it normal that I do not find my daughter in bed after knocking off work and after a hellish nigh at the hospital? Yes, a hell of a night, because they obviously put me in the room 23, since I do not know how to say “no”. I really want to know what my husband is doing. How can he never notice anything? -. Nobody is in the bathroom. She does not feel good. She goes to her bedroom with a firm step.

Luca turns to the side of the wall; these dragons are tough to fight against!

Paul is in the shower, he feels less weak and turns the shower head to the right. He starts crying under the steam of boiling water. He holds on to the wall and keeps his head down. The water drips from his hair and over his body, he tells himself: – I am scared, I am really fucking scared! -.

The street cleaner whistles Lucio Dalla, he is in love.

Sophie receives a message from her mother-in-law, since her last WhatsApp connection was at four am. – Does the baby keep you awake? -. Sophie looks at the mobile with hatred. Thanks to a unusual force and a special energy, she goes to the toilet and starts putting on her make-up.

6h03

Lucie opens her bedroom door wide and walks towards the bed, without worrying about the noise she might make. Her husband suddenly wakes up and, before Lucy can open her mouth, he puts his index finger on her nose, accompanying this gesture with a -SHHHH-, then he points at Viviane who is sleeping, all curled up on him. Lucy smiles, telling herself that sometimes she is really anxious for nothing. She whispers -Sorry, sorry-. I am coming too.

Luca snores.

Paul gets out of the shower, takes a bathrobe and, spreading drops of water all over the house, goes into the living room and picks up the phone. A few seconds go by – Hello, hello Doctor, tell me-. Paul takes a deep breath and then suddenly says: – I am not going to operate today. Give this case to someone else, I do not want to operate on this child. – He hangs up.

The street cleaner looks up and sees that the lights are already on in several apartments of the building. He crosses the street to clean the pavement in front of it.

Sophie has decided: no foundation cream, just a pretty, red and dark lipstick. She also puts some mascara on. She takes her makeup bag and puts it in her bag. She goes into the bedroom, turns on the light, and starts opening Eleonor’s drawers to get some warm clothes. James turns over in his bed, then he notices that the light is on and wakes up – What are you doing? Why are you clothing our daughter? – Eleanor is crying.

6h04

Lucie puts on her pajamas and gets into bed. Viviane spreads her legs and arms, she seems to want to touch both her parents. Lucy and her husband burst out laughing.

Luca has now defeated the first dragon in his dream.

Paul calls the medical department head, his best friend, Mario: – I have reached the end of my strength. I can no longer operate. I made a mistake last time, a child died because of me. Do not leave me this patient, I do not want to operate anymore, I do not want to do anything. I cannot take it anymore, I do not want to operate anymore, I am old. I am just a miserable old man. –

The street cleaner continues to hum, while checking the notifications on his mobile phone.

Sophie holds her daughter in the arms, put her in the stroller and they are now in the living room. Jack is standing beside the bed. Sophie enters her bedroom, locks the door and takes her mobile phone.

6h05

Lucy, Viviane and her father are sleeping.

Luca has defeated all the dragons.

Paul feels good, he feels free. He thinks he will not cause any more damage. Mario has been offered to train the new surgeons so that he will never have to touch a scalpel again in his life, if it suits him. He takes the photocopies of his patient’s exams and starts to read them again while he is making some coffee.

Sophie reads aloud the message from her mother-in-law. She then decides to send her a voice message: – Hello Anna, I wanted to tell you that I have not slept all night and it is not the little one’s fault. However, I found out that your son has been cheating on me for a few weeks with a young girl he met at the gym. And I just wanted to figure out how to tell him and how to tell you that your son has to leave this house by noon, when I come back home with Eleonore after visiting my parents and my lawyer-. Jack looks at her dizzy and falls at her feet. Sophie gets out of the bedroom, holds her daughter in the arms and leaves the house.

The street cleaner receives a message – Good morning to you, sweetheart -.

Il a fallu cinq minutes

6h du matin.

Lucie met la clé dans la serrure de la porte d’entrée. Elle retient son souffle en pensant faire moins de bruit de cette façon. Elle tourne la clé une première fois.

Luca, son fils, dort profondément dans sa chambre, à côté du couloir qui mène à la cuisine.

Paul, un célibataire de soixante ans qui vit à l’étage du dessus, se réveille. Il regarde l’heure et pousse un long soupire. Il s’assit sur le bord du lit et regarde dans le vide. Il semble tourmenté.

À ce moment, l’éboueur passe pour nettoyer le trottoir juste devant l’immeuble.

Au troisième étage, Sophie, sous prétexte d’un mal au ventre soudain, est restée sur le canapé toute la nuit. Quant à Jacques, il dort dans leur grand lit, avec la petite Eléonore à ses côtés.

6h01

Lucie ferme la porte doucement, pour qu’elle ne claque pas. Avant de traverser tout le couloir, elle s’arrête dans la chambre de Luca. Elle s’approche du lit superposé et le regarde dormir, ensuite elle lève les yeux afin de chercher Viviane, sa jumelle, mais le lit du dessus est vide. Stupéfaction.

Luca rêve qu’il se bat contre trois dragons en même temps, et semble gagner grâce à sa baguette magique.

Paul continue de regarder dans le vide et, sentant la chaleur l’envahir, se touche le front. Il a transpiré toute la nuit. Il ne comprend pas, cela ne lui arrive jamais. Ses mains sont moites, les draps puent. Il a besoin de prendre une douche. Froide.

À ce moment, l’éboueur s’est arrêté à côté du petit portail de l’immeuble, et envoie un message à sa nouvelle petite-amie. -Bonjour, mon cœur-.

Sophie s’est réveillée, elle regarde par la fenêtre. La ville est encore sombre, la lune est encore haute dans le ciel, il y a cet éboueur qui regarde son portable et elle, elle a envie de mourir.

6h02

Elle a commencé à courir, -Pourquoi donc n’est-elle pas dans son lit ? Est-ce normal, que moi, après être sortie du travail, après une nuit infernale, je ne trouve pas ma fille dans son lit ? Une nuit infernale, parce qu’évidemment, on m’a encore refourgué la chambre 23, puisque je ne sais pas dire non. Je veux vraiment savoir ce que mon mari est en train de faire. Comment se fait-il qu’il ne remarque jamais rien ? -. Il n’y a personne dans la salle de bain. Elle ne se sent pas bien. Elle se rend dans la chambre d’un pas ferme.

Luca se tourne vers le mur, il est vraiment difficile de combattre ces dragons !

Paul est sous la douche et enfin, se sentant moins faible, tourne la pomme de douche vers la droite et, sous la vapeur de cette cascade d’eau bouillante, se met à pleurer. Il se tient au mur, la tête baissée et ses cheveux faisant ruisseler l’eau sur son corps, il dit : -J’ai peur, j’ai très peur, putain ! -.

L’éboueur sifflote Lucio Dalla, il est amoureux.

Sophie reçoit un message de sa belle-mère, sa dernière connexion WhatsApp remontant à quatre heures du matin -Le bébé ne vous laisse pas dormir ? -. Sophie regarde le portable avec haine. Grâce à une force étrange et à une énergie particulière, elle va aux toilettes et commence à se maquiller.

6h03

Lucie ouvre grand la porte de sa chambre et se dirige vers le lit, sans se soucier du bruit qu’elle pourrait faire. Son mari se réveille tout à coup et, avant que Lucie ne puisse ouvrir la bouche, il met son index sur le nez, accompagnant ce geste d’un -SHHHH-, puis il lui montre du doigt Viviane qui dort, toute recroquevillée sur lui. Lucie sourit en se disant qu’elle est vraiment anxieuse pour rien, parfois. Elle murmure -Pardon, pardon-. J’arrive, moi aussi.

Luca ronfle.

Paul sort de la douche, prend un peignoir et, dégoulinant dans toute la maison, il va dans le salon, décroche le téléphone. Quelques secondes passent -Allô, allô Docteur, dites-moi-. Paul pousse un profond soupire, puis d’un seul coup, dit : -Je ne vais pas opérer aujourd’hui. Confie cette affaire à quelqu’un d’autre, je ne veux pas opérer cet enfant. – Il raccroche.

L’éboueur lève les yeux et constate que les lumières sont déjà allumées dans plusieurs appartements de l’immeuble. Il traverse la rue pour nettoyer le trottoir juste devant.

Sophie a décidé, pas de fond de teint, juste du rouge à lèvres, joli, rouge et foncé. Un peu de mascara. Elle prend sa trousse à maquillage et la met dans son sac à main. Elle va dans la chambre, allume la lumière, et commence à ouvrir les tiroirs d’Eléonore pour prendre des vêtements chauds. Jacques se retourne dans son lit, puis il remarque que la lumière est allumée et se réveille -Mais que fais-tu ? Pourquoi habilles-tu la petite ? – Eléonore pleure.

6h04

Lucie met son pyjama et entre dans son lit. Viviane écarte ses jambes et ses bras, elle semble vouloir toucher ses deux parents. Lucie et son mari éclatent de rire.

Luca, dans son rêve, a maintenant vaincu le premier dragon.

Paul appelle le chirurgien-en-chef, son meilleur ami, Mario : – J’ai atteint la limite. Je n’arrive plus à opérer. J’ai fait une erreur la dernière fois, un enfant est mort à cause de moi. Ne me laisse pas ce patient, moi je ne veux plus opérer, je ne veux plus rien faire. Je n’en peux plus, je ne veux plus opérer, je suis âgé. Je ne suis qu’un vieil homme misérable. –

L’éboueur continue de chantonner, tout en vérifiant les notifications sur son portable.

Sophie a pris sa fille dans ses bras, l’a mise dans la poussette et elles sont maintenant dans le salon. Jacques est debout à côté du lit. Sophie entre dans sa chambre, ferme la porte à clef et prend son portable.

6h05

Lucie, Viviane et son père dorment.

Luca a vaincu tous les dragons.

Paul se sent bien, il se sent libre. Il pense qu’il ne fera plus du mal. Mario lui a proposé de former les nouveaux chirurgiens pour qu’il n’ait plus jamais à toucher au bistouri de sa vie, si cela lui convient. Il prend les photocopies des examens de son patient et commence à les relire pendant qu’il prépare le café.

Sophie lit à haute voix le message de sa belle-mère. Elle décide alors de lui envoyer un message vocal : -Bonjour Anna, je voulais vous dire que je n’ai pas dormi de la nuit et ce n’est pas parce que la petite n’arrivait pas à dormir, mais parce que j’ai découvert que votre fils me trompe depuis quelques semaines avec une jeune fille qu’il a rencontrée à la salle de sport. Et je voulais juste trouver comment lui dire et comment vous dire que votre fils doit quitter cette maison d’ici midi, quand je rentrerai avec Eléonore après avoir rendu visite à mes parents et à mon avocat-. Jacques la regarde étourdi et tombe à ses pieds. Sophie sort de la chambre, prend sa fille dans les bras et quitte la maison.

L’éboueur reçoit un message – Bonjour à toi, mon cœur -.

Naqueles cinco minutos

6 da manhã.

Lucia coloca a chave na fechadura da porta da frente. Ela prende a respiração, acreditando que desta forma será capaz de fazer menos barulho. Roda a chave na fechadura uma primeira vez.

Luca, o seu filho, está a dormir profundamente no seu quarto, perto do corredor que conduz à cozinha.

Paolo, um solteiro de sessenta anos que vive no andar de cima, acorda. Ele olha para as horas e deixa sair um longo suspiro. Senta-se à beira da cama e olha fixamente para o vazio. Ele parece inquieto.

Nesse momento, o varredor de rua passa para limpar a calçada em frente ao condomínio.

No terceiro andar, Sofia, com a desculpa de uma súbita dor de barriga, tem estado no sofá durante toda a noite. Ele, Giacomo, dorme na sua cama dupla, com a pequena Eleonora ao seu lado, com os seus primeiros meses de vida.

6.01

Lucia vai devagar com a porta para que não bata. Antes de atravessar todo o corredor, ela pára no quarto do Luca. Ela aproxima-se da cama de beliche e observa-o a dormir, depois olha para cima, para encontrar Viviana, a gémea, mas a cama de cima está vazia. Espanto.

Luca sonha em combater três dragões ao mesmo tempo e parece ter a vantagem graças à sua varinha mágica.

Paolo continua a olhar para o vazio e, sentindo-se quente, toca na sua testa. Tem estado a suar, toda a noite. Isso nunca lhe acontece, ele não compreende. As suas mãos estão encharcadas em suor, os lençóis cheiram mal. Precisa de um duche. Frio.

Nesse momento, o varredor de rua passou pelo portão do edifício e está a enviar uma mensagem à sua nova namorada. – Bom dia, meu amor. –

Sofia levanta-se, olha através da janela. A cidade ainda é escura, a lua ainda está alta no céu, há um varredor de rua a olhar para o seu telemóvel, e ela sente-se como se estivesse a morrer.

6.02

Ela começou a correr, – Como é que ela não está na cama? É tão absurdo que eu, depois de sair do trabalho, depois de uma noite infernal, em que fiquei a tomar conta da cama 23, porque claro, eu nunca consigo dizer que não, ainda deva voltar do hospital e não encontrar a minha filha na cama? Quero realmente saber o que o meu marido está a fazer. Como é que ele nunca repara em nada? Não há ninguém na casa de banho, ela sente-se doente. Vai para o seu quarto com um passo firme.

Luca vira-se para o lado do muro, estes dragões para lutar são realmente duros!

Paolo está no duche e finalmente, sentindo-se menos fraco, vira o botão para a direita e, sob o vapor daquela cascata de água a ferver, começa a chorar. Ele inclina a mão para a parede e com a cabeça para baixo e o cabelo a pingar água no corpo, diz ele – Tenho medo, tenho medo do caralho.-

O varredor de rua assobia Lucio Dalla, ele está apaixonado.

Sofia recebe uma mensagem da sua sogra, ela viu o seu último acesso no Whatsapp às quatro da manhã – Será que o bebé não a deixa dormir?-. Sofia olha para o seu telemóvel com ódio. É levada por uma força estranha, uma energia particular, ela vai à casa de banho e começa a maquilhar-se.

6.03

Lucia abre a porta do seu quarto e aproxima-se da cama, sem se preocupar com o barulho que possa fazer. O seu marido acorda de repente e antes de Lucia poder abrir a boca, traz o seu dedo indicador à frente da boca, acompanhado por um – SHHH – e depois aponta para Viviana que está a dormir em cima dele. Lucia sorri e pensa que por vezes está realmente ansiosa sem motivo. Ela sussurra – Desculpa, desculpa. Estou a chegar agora. –

Luca ressona.

Paolo sai do duche, toma um roupão e, pingando por toda a casa, vai à sala de estar, pega no telefone. Passados alguns segundos, o receptor responde – Olá, olá doutor, diga-me.- Paolo respira fundo, e de repente diz – hoje não vou operar. Passe o caso a outra pessoa, não quero operar esta criança – Ele desliga.

O varredor de rua olha para cima e vê que vários apartamentos do edifício já têm as luzes acesas. Atravessa a rua para limpar a calçada em frente.

Sofia decidiu, sem base, apenas batom, vermelho bonito, escuro. Um pouco de rímel. Ela pega no seu estojo de maquilhagem, coloca-o na sua bolsa. Ela vai para o quarto, acende a luz e começa a abrir as gavetas da Eleonora, para lhe arranjar algumas roupas quentes. Giacomo vira-se na cama, depois repara na luz acesa e acorda – O que estás a fazer? Porque estás a vestir a menina? Eleonora chora.

6.04

Lucia veste o seu pijama e sobe para a cama. Viviana espalha tanto as pernas como os braços, parecendo querer tocar ambos os pais. Lucia e o seu marido começam a rir.

Luca, no seu sonho, derrotou agora o primeiro dragão.

Paolo chama o chefe da cirurgia, o seu melhor amigo, Mario: – Eu atingi o limite. Já não posso operar. Fiz asneira da última vez, um miúdo não se safou por minha causa. Tire-me do caso, não quero continuar a operar, não quero fazer nada. Não aguento mais, não quero operar mais, estou velho. Sou agora um velho miserável. –

O varredor de rua continua a cantarolar, verificando as notificações no seu telemóvel.

Sofia pegou agora no bebé, colocou-o no carrinho de bebé e levou-o para a sala de estar. Giacomo está de pé junto à cama. Sofia entra na sala, tranca a porta e puxa o seu telemóvel para fora.

6.05

Lucia, Viviana e o seu pai estão a dormir.

Luca derrotou todos os dragões.

Paolo sente-se bem, sente-se livre. Ele sente que não fará mais mal. Mario ofereceu-lhe a oportunidade de ensinar os novos cirurgiões e assegurou-lhe que nunca mais terá de tocar num bisturi na sua vida, se isso o fizer sentir-se melhor. Ele pega nas fotocópias dos exames do seu paciente e começa a relê-las enquanto faz café.

Sofia lê em voz alta a mensagem da sua sogra. Nesta altura ela decide enviar uma mensagem de voz: -Bom dia Anna, queria dizer-lhe que ontem à noite não dormi nada, não porque a bebé não conseguia dormir, mas porque descobri que o seu filho me anda a trair há algumas semanas com uma rapariga que conheceu no ginásio. E eu queria descobrir como lhe dizer a ele e a ela que devem sair desta casa até ao meio-dia, quando terei regressado com Eleonora depois de ter sido primeiro pela minha família e depois pelo meu advogado.- Giacomo olha para ela sem palavras e cai aos pés dela. Sofia deixa o quarto, toma a filha nos braços e deixa a casa.

O varredor de rua recebe uma mensagem – Bom dia para ti, meu amor.-

Es ist eine Frage von fünf Minuten

6 Uhr morgens.

Lucie steckt den Schlüssel ins Schloss der Haustür. Sie hält ihren Atem an, um so noch weniger Lärm zu machen. Sie dreht den Schlüssel einmal nach rechts.

Luca, ihr Sohn, schläft tief und fest in seinem Zimmer, das neben dem Gang zur Küche liegt.

Paul, ein alleinstehender, 60 Jahre alter Mann, der im Stock darunter lebt, wacht auf. Er schaut auf die Uhr und seufzt. Er setzt sich auf die Bettkante und starrt ins Leere. Er scheint aufgewühlt zu sein.

Im gleichen Moment bleibt der Müllwagen vor dem Wohnhaus stehen, um den Gehsteig zu säubern.

Im dritten Stock ist Sophie, die wegen vorgetäuschten Bauchschmerzen die Nacht auf dem Sofa verbringt. Ihr Mann Jacques hingegen schläft im großen Bett, die kleine Eleonora an seiner Seite.

6:01

Lucie schließt vorsichtig die Tür. Bevor sie den Flur durchquert, bleibt sie vor Lucas Zimmer stehen. Sie nähert sich leise dem Bett und beobachtet seine tiefen Atemzüge, dann hebt sie den Blick, um nach Viviane, seiner Zwillingsschwester zu sehen – doch deren Bett ist leer. Lucie ist verblüfft.

Luca träumt, gegen drei Drachen auf einmal zu kämpfen, und es scheint, als würde er dank seines magischen Zauberstabes gewinnen.

Paul starrt noch immer ins Leere und greift sich an die Stirn, als ihn eine plötzliche Hitzewelle überkommt. Er ist schweißgebadet. Er ist verwundert, normalerweise passiert ihm das nie. Seine Hände sind feucht und die Bettlaken riechen nach Schweiß. Er braucht eine Dusche. Eiskalt.

In diesem Moment bleibt der Müllmann neben dem kleinen Tor zum Wohnhaus stehen und schickt seiner neuen Freundin eine Nachricht. –Guten Morgen, mein Liebling.

Sophie ist aufgewacht, sie sieht aus dem Fenster. Die Stadt ist noch dunkel, der Mond steht hoch am Himmel und da ist dieser Müllmann, der in sein Handy tippt. Und sie, sie würde am liebsten sterben.

6:02

Lucie fängt an, loszulaufen. „Warum ist sie nicht in ihrem Bett? Ist das normal, das ich, nachdem ich nach einer langen Nacht von der Arbeit zurückkomme, meine Tochter nicht in ihrem Bett vorfinde? Eine lange und anstrengende Nacht, denn, natürlich, hatten sie mir wieder Zimmer 13 zugeteilt und ich konnte ja wieder mal nicht nein sagen. Mich würde wirklich interessieren, was mein Mann macht. Wie kommt es, dass er nie bemerkt, was abläuft?“ Im Badezimmer ist keiner. Ihr wird schlecht. Mit bestimmtem Schritt läuft sie ins Zimmer.

Luca dreht sich in Richtung Mauer. Es ist wirklich schwierig, diese drei Drachen auf einmal zu besiegen!

Paul ist unter der Dusche und fühlt sich endlich etwas weniger schwach. Er dreht den Wasserhahn nach rechts, und, unter dem Dampf des nahezu kochenden Wasserfalls, beginnt er zu weinen. Er hält sich an der Mauer fest, den Kopf gesenkt. Das Wasser läuft seine Haare hinunter und über seinen Körper und er sagt sich: „Ich habe Angst. Ich habe Angst, verdammt nochmal!“

Der Müllmann pfeift Lucio Dalla; er ist verliebt.

Sophie erhält eine Nachricht von ihrer Schwiegermutter, die laut WhatsApp das letzte Mal um vier Uhr online war. –Lässt euch die Kleine mal wieder nicht schlafen?– Sophie starrt ihr Handy mit hasserfülltem Blick an. Dank eines plötzlichen Energieschubes schafft sie es, ins Badezimmer zu gehen und sich zu schminken.

6:03

Lucie reißt die Tür zum Schlafzimmer auf und geht bestimmten Schrittes zum Bett, diesmal ohne darauf zu achten, wieviel Lärm sie macht. Ihr Ehemann wacht auf schlagartig auf und, bevor sie den Mund aufmachen kann, legt er den Zeigefinger auf seine Lippen und deutet ihr, still zu sein. Dann zeigt er auf die schlafende Viviane, die fest an ihn geklammert schläft. Lucie lächelt und denkt sich, dass sie sich manchmal wirklich umsonst Sorgen macht. Sie flüstert: „Tut mir leid! Ich komme gleich.“

Luca schnarcht.

Paul steigt aus der Dusche, und, ohne sich abzutrocknen, wodurch er im ganzen Haus Wassertropfen verteilt, geht er ins Wohnzimmer, nimmt sein Telefon und wählt eine Nummer. Einige Sekunden vergehen. „Hallo, Doktor, was ist los?“. Paul atmet lange aus, dann sagt er plötzlich: „Ich werde nicht operieren heute. Geben Sie die Operation an jemand anderes weiter, aber ich werde das Kind nicht operieren.“ Er legt auf.

Der Müllmann hebt den Blick und sieht interessiert die Lichter an, die in mehreren Wohnungen des Hauses bereits an sind. Er überquert die Straße, um den Gehsteig davor zu reinigen.

Sophie hat entschieden, kein Make-Up aufzutragen, sondern nur Lippenstift, ein dunkles, schönes Rot. Ein bisschen Mascara. Sie nimmt ihr Schminktäschchen und gibt es in ihre Handtasche. Sie geht ins Zimmer, macht das Licht an und fängt an, die Schubladen von Eleonora zu öffnen, um warme Klamotten herauszunehmen. Jacques dreht sich im Bett und wacht auf, als er bemerkt, dass das Licht an ist. „Was machst du? Warum ziehst du die Kleine an?“ Eleonora ist auch aufgewacht und weint.

6:04

Lucie zieht ihren Pyjama an und legt sich ins Bett. Viviane streckt ihre Arme und Beine aus, als würde sie beide Elternteile gleichzeitig berühren wollen. Lucie und ihr Ehemann können nicht anders und müssen leise lachen.

Luca, hat es nun geschafft, den ersten Drachen zu besiegen.

Paul ruft jetzt den Chefchirurgen, seinen besten Freund, Mario, an: „Ich bin am Ende. Ich kann nicht mehr operieren. Beim letzten Mal habe ich einen Fehler gemacht und ein Kind ist wegen mir gestorben. Lass mir diesen Patienten nicht, ich will nicht mehr operieren, ich will war nichts mehr machen. Ich kann nicht mehr, ich bin zu alt dafür. Ich bin nichts als ein armseliger alter Mann.

Der Müllmann pfeift weiter vor sich hin, während er immer wieder auf sein Handy schaut.

Sophie hat das Mädchen in ihre Arme genommen und sie in den Kinderwagen gelegt. Jetzt sind sie im Wohnzimmer. Jacques ist aufgestanden und steht mit offenem Mund neben dem Bett. Sophie geht ins Zimmer und nimmt ihr Handy.

6:05

Lucie, Viviane und der Vater schlafen.

Luca hat alle Drachen besiegt.

Paul fühlt sich gut, er fühlt sich frei. Er würde nie wieder etwas Schlechtes machen. Mario hat ihm angeboten, neue Chirurgen auszubilden, er würde somit nie wieder ein Skalpell anfassen müssen, das war ihm mehr als Recht. Er nimmt die Akte seines Patienten und beginnt, sie nochmals durchzulesen, während er Kaffee zubereitet.

Sophie liest laut die Nachricht ihrer Schwiegermutter vor. Sie beschließt, ihr eine Sprachnachricht zu senden: „Hallo Anna, ich möchte dir sagen, dass ich nicht geschlafen habe diese Nacht – aber nicht wegen der Kleinen, sondern weil ich herausgefunden habe, dass dein Sohn mich seit mehreren Wochen betrügt. Mit einer jungen Frau, die er im Fitnessstudio kennengelernt hat. Und ich weiß nicht, wie ich es ihm oder wie ich es dir sagen soll, aber ich möchte, dass er diese Wohnung bis Mittag verlässt, wenn ich wieder mit Eleonora zurück komme, nachdem ich meine Eltern und meinen Anwalt gesehen habe.“ Jacques sieht sie ungläubig an und fällt auf seine Knie. Ohne ihn noch einmal eines Blickes zu würdigen, nimmt sie das Kind in die Arme, verlässt den Raum und dann die Wohnung.

Der Müllmann erhält eine Nachricht. –Guten Morgen, Schatz!-