La mitica fioreria di Mulberry

Un tempo uggioso gravava su Londra. Era un sabato grigio, malinconico e una sorta di malessere sembrava attanagliare Bond Street dalle prime e fioche luci del mattino. Esisteva però un luogo, o meglio un negozio, nel quale alla masnada di odori e rumori tipici della chiassosa città non era concesso entrare. Un piccolo paradiso terrestre interamente ospitato da un ginepraio di profumi, sensazioni, ricordi: la fioreria Mulberry. Miss Pym viveva nel suo negozietto dalle ampie e cristalline vetrate, si occupava scrupolosamente delle composizioni floreali e della disposizione dei numerosi vasi grondanti di petali. La si poteva osservare a qualsiasi ora della giornata, nell’atto di raccogliere fiori e portarseli al grembo come fossero dei pargoletti, per poi parlare con loro e riporli nell’apposita brocca. Ecco che arriva il primo cliente della giornata, e prontamente Miss Pym si dirige ad aprire la scricchiolante porticina. “Buongiorno e benvenuta. Sono così contenta di rivederla, ne è passato di tempo!” “O carissima Pym, sono corsa qui da lei perché so con certezza che lei sia la sola al mondo che possa aiutarmi a risolvere questo problema: questa sera ci sarà una festa di beneficenza a casa mia e devo ancora pensare a tutte le decorazioni floreali. Mi aiuti lei: prendiamo qualcosa di bello e leviamoci questo pensiero.” Sboccia tra le labbra della dolce signora un sorriso quasi materno e, subitamente, risponde: «Mia cara, un fiore è molto più di un semplice soprammobile. Non lo si può scegliere a casaccio, come il regalo per una persona di cui poco ci importa: il fiore è un colore, un profumo e soprattutto un messaggio. Il fiore sa dire ed esprimere segreti, sussurri ed emozioni impossibili da proferire con la bocca umana. Il fiore ha un suo significato, sempre. Vieni qui tesoro mio, vedrai che troveremo una soluzione giusta.» Mentre la giovane segue il suo mentore tra i vasi ricolmi di bellezze floreali, la mano rugosa e delicata dell’anziana si rivolge verso il soffitto, indicandone un punto a casaccio con l’indice: «Vedi? Tutto ha un suo perché, bisogna solo capire se lo si voglia comprendere. Guarda questo soffitto ricoperto di alloro: non è un caso che io abbia deciso di metterlo in mostra lassù, in alto! Il mito narra che la bellissima Dafne sia stata il primo amore di Febo: quest’ultimo, colpito dalla freccia dell’iracondo Cupido, si innamora perdutamente della figlia di Peneo, la quale però fugge da lui. Mentre sta correndo, il leggero venticello acuisce la sua bellezza, la sua figura diventa un sogno per il bramoso Apollo ed una condanna per la vergine, che pur di non concedersi chiede di mutare forma, e viene così trasformata in un albero di alloro.” “Non mi piace questa storia, non voglio comunicare niente di simile, perché la bellezza dovrebbe divenire una condanna?” Sorridendo risponde la saggia Pym: ”Ma lei non è stata condannata, era una bellezza troppo pura per potere essere stretta dalle mani di qualcuno. Ecco perché l’ho messo in alto, affinché sia inarrivabile per colui che apprezza solo la bellezza esteriore senza scoprire la sua meraviglia interiore. Questo è anche uno dei motivi per cui ti sconsiglio un narciso come fiore. Il gambo invece che rimanere bello e diritto tende a ritorcersi su se stesso, come il bel fanciullo riccioluto da cui prende il nome.” “Ah in questa città ne conosco fin troppi di narcisisti, e questa sera saranno tutti presenti nella mia dimora quindi eviterei di ritrovarmeli pure nei vasi!” sbuffa la giovane, che già inizia a sbirciare in altri recipienti. Miss Pym mostra allora un lato del negozio ricco di altre sorprese:“ Le posso ancora consigliare queste splendide magnolie: sin dalle loro origini preistoriche, questi fiori sono latori di un messaggio di dignità e perseveranza. Ma forse lei preferirebbe la dalia, un fiore elegante e molto scenografico per via dei suoi vari cromatismi, che permettono un gioco di colori ricco di fascino. Ma non mi sembra essere molto persuasa da questo fiore.” La giovane sospira con occhi sognanti e alzando involontariamente la voce esclama: “Mi guardo intorno e vedo questo quadro vivente di bellezza, di natura e mi sento trasportata ad annusare tutti questi colori profumati e mi sembra di provare sentimenti veri e autentici come l’amore tra Filemone e Bauci, la tristezza di Cerere e l’ira di
Giunone per le nefandezze del marito. Mi sento in empatia con tutto questo nuovo mondo che riesce ad essere rinchiuso in una piccola fioreria. Vorrei portarmi questa euforia, questa leggerezza e armonia anche fuori di qui, nel Chaos di tutti i giorni.” “Sei proprio uguale a tua madre. Sai cosa prese, dopo che le ebbi mostrato tutti i differenti tipi di fiori? Dopo averle fatto odorare i garofani, gli iris e i profumi liziosi dei lillà? Affondò la sua mano in una brocca di piselli odorosi e ne estrasse a grandissime quantità. Poi tutta contenta se ne andò via con aria dignitosa, neanche avesse visto la Regina in quella macchina che si era parcheggiata in Bond Street, facendo tutto quel rumore. Ecco, sicuramente non era stata lei a scegliere, ma un suo ricordo. Forse sua nonna era solita profumare gli ambienti di casa immergendo i piselli profumati nell’acqua, in un vaso cristallino. Non le pare anche questa una bella storia?” “Mi dia manciate di piselli profumati dunque, perché anche mia mamma sarà dei nostri questa sera!” Uscendo dal negozietto, la fanciulla si volge a Pym e questa, non nascondendo la lucidità dei suoi occhi aggrinziti ma comunque vispi, la saluta: “È proprio uguale a sua madre! Ci vediamo presto, Mrs Dalloway!”

The mythical Mulberry flower shop

The gloomy weather weighed on London city. It was a grey, melancholy Saturday, and a sort of malaise seemed to grip Bond Street from the early morning. In spite of this, there was a place, or rather a shop, in which all the smells and typical noises of the boisterous city were not allowed to enter. That place was a small paradise on earth surrounded by a set of scents, feelings, memories: The Mulberry flower shop. Miss Pym lived in her small shop which large and crystal-clear windows, she scrupulously took care of the floral arrangements and of the position of the many vases dripping with petals. At any time of the day she would pick flowers and carry them on her lap like they were babies, and then she would talk to them and put them in their specific pitcher. Here comes the first customer of the day, and Miss Pym opens the creaky little door right away. “Good Morning, and welcome. I am so delighted to see you again; it has been a long time!”. “Oh my dear Pym, I have come here because I know for sure that you are the only one in the world who can help me to solve this problem: tonight there will be a charity party at my place and I still have to think about all the floral decorations. Please, help me: I want to buy something beautiful and take this thought out of my mind”. A soft smile blooms on the warm lady’s lips and she immediately replies: “Sweetheart, a flower is much more than a simple ornament. You cannot choose it randomly, like a gift for someone you care little about: the flower is a color, a scent and above all a message. The flower can tell and manifest secrets, whispers and emotions which the human mouth cannot express. The flower has always its own meaning. Come here my darling, we will make the perfect choice”. While the young lady is following her mentor among the vases full of floral beauties, the old woman turns her winkled and delicate hand towards the ceiling, pointing her index finger at a random point: “Do you see? Everything has its own sense; you just need to know if you want to understand it. Look at this laurel-covered ceiling: it is no coincidence that I have decided to put it on display up there! The myth tells that the beautiful Daphne was the first love of Phoebus: this one, struck by Cupid’s angry arrow, falls madly in love with Penaeus’ daughter who, unfortunately, runs away from him. While she is running, the light breeze sharpens her beauty. Her figure becomes a dream for the longing Apollo and a condemnation for the virgin who, in order to not give herself to Apollo, asks to change her shape, thus she is transformed into a laurel tree”. “I do not like this story, I do not want to transmit anything like this, why should beauty become a condemnation?”. Miss Pym answer with a smile on her face: “She was not condemned; her beauty was too pure to be held by someone’s hands. That is why I put it high up, so that it cannot be reachable by those who only appreciate the external beauty without discovering its inner wonder. This is also one of the reasons why I do not recommend you a narcissus as a flower because the stem, instead of remaining beautiful and straight, tends to twist on itself, like the beautiful curly boy from which it takes its name”. “I have already known too many narcissists in this city and all of them will be present at tonight’s party ; so, I would avoid finding them even in the vases!” the young woman grumbles while peeking into other containers. Miss Pym then shows her one side of the shop full of other surprises: “I can still recommend you these beautiful magnolias: these flowers have been bearers of a message of dignity and perseverance since their prehistoric origin. But perhaps you would prefer the dahlia, an elegant and very scenic flower because of its chromatism with the result of a game of colors full of charm. But you do not seem to be very convinced by this flower”. The young lady sighs with dreamy eyes and, raising unintentionally her voice, she exclaims: “I am looking around me, I see this living picture of beauty, of nature; I am feeling almost relieved by the same light breeze which undressed Daphne during her escape and I would like to smell all these fragrant flowers. It is as if I was feeling true and authentic emotions like the love between Philemon and Baucis, Ceres’ sadness and Juno’s wrath because of her husband’s obscenity. I am feeling part of this whole new world which is locked up in this small flower shop. I would like to bring out this euphoria, this lightness and this harmony, in the everyday Chaos”. “You look just like your mother. Do you know what she took after I showed her all the different types of flowers? After making her smell the carnations, irises, and the delicious lilac scents? She sank her hand in a jug of sweet peas and took an exceptionally large quantity. Then she left the shop with a dignified air, as if she had seen the Queen in that noisy car parked in Bond Street. Well, it was not her choice for sure, but her memory’s. Perhaps her grandmother used to perfume the house with crystalline vases of scented peas soaked in the water. Don’t you think this is also a good story?”. “Give me a handful of sweet peas then, because my mother will also be one of us tonight!”. While she is leaving the little shop, the young lady turns to Pym and this one, who is not hiding the emotion of her shriveled but still lively eyes, greets her: “You are just like your mother! See you soon, Mrs. Dalloway”.

La mythique fleuriste Mulberry

Le temps maussade pesait sur la ville de Londres. C’était un samedi gris et mélancolique et une sorte de malaise oppressait Bond Street dès le petit matin. Toutefois, il y avait un endroit, ou plutôt un magasin, où l’ensemble d’odeurs et le brouhaha ambiant de la ville n’avaient pas le droit d’entrer : un petit paradis sur terre entièrement hébergé dans un envoutant cortège de parfums, de sensations, de souvenirs : la fleuriste Mulberry. Miss Pym vivait dans son petit magasin aux grandes vitrines cristallines, elle s’occupait scrupuleusement des compositions florales et de la disposition de nombreux vases débordants de pétales. On pouvait l’observer à tout moment de la journée cueillir des fleurs, les porter sur ses genoux comme s’ils étaient de petits bébés, ensuite elle leur parlait et les mettait dans leur pot. Voici le premier client de la journée et, promptement, Miss Pym va ouvrir la petite porte grinçante. « Bonjour et bienvenue. Je suis si contente de vous revoir, cela faisait longtemps qu’on ne s’était pas vues ! ». « Ô ma très chère Pym, je suis venue ici parce que je suis certaine que vous êtes la seule au monde qui puisse m’aider à résoudre ce problème. Ce soir il y aura une soirée caritative chez moi et je dois encore penser à toutes les décorations florales. Aidez-moi, s’il-vous-plaît, je veux prendre quelque chose de beau et me libérer de ce souci ». Un doux sourire s’épanouit sur les lèvres de la chaleureuse dame et, aussitôt, elle répond : « Ma chérie, une fleur est beaucoup plus qu’un simple bibelot. On ne peut pas la choisir au hasard, comme un cadeau pour une personne dont on se soucie peu : la fleur est une couleur, un parfum et surtout, un message. La fleur est capable de dire et d’exprimer des secrets, des chuchotements et des émotions, impossibles à exprimer par l’Homme. La fleur a toujours sa propre signification. Viens ici, ma chérie, tu verras nous allons faire le choix idéal ». Tandis que la jeune fille suit son mentor parmi les vases remplis de beautés florales, la main ridée et délicate de la femme âgée se tourne vers le plafond, en pointant au hasard de son index : « Tu vois ? Tout a un sens, il faut juste savoir si on veut le comprendre. Regarde ce plafond recouvert de laurier : ce n’est pas au hasard si j’ai décidé de l’étaler là-haut ! Selon le mythe, la belle Daphné était le premier amour de Phoebus : ce dernier, frappé par la flèche de l’irascible Cupidon, tombe follement amoureux de la fille de Pénée qui, pourtant, s’enfuit. Pendant qu’elle est en train de courir, la brise légère aiguise sa beauté. Sa silhouette devient un rêve pour l’avide Apollon, et une condamnation pour la vierge qui, afin de ne pas s’offrir, demande de changer de forme. Elle est ainsi transformée en laurier ». « Je n’aime pas cette histoire, je ne veux pas communiquer ce genre de choses, pourquoi la beauté devrait-elle devenir une condamnation ? ». La sage Pym répond en souriant : « Mais elle n’a pas été une condamnation, sa beauté était trop pure pour être possédée par quelqu’un. Voilà pourquoi je l’ai mis en haut, pour qu’il soit inaccessible à celui qui n’apprécie que la beauté extérieure sans découvrir sa merveille intérieure. Cela est également une des raisons pour lesquelles je déconseille le narcisse comme fleur. La tige, au lieu de rester belle et droite, a tendance à se tordre sur elle-même, comme le beau petit garçon bouclé dont il tire son nom ». « Ah, je connais déjà beaucoup trop de narcisses dans cette ville, et ils seront tous présents chez moi, donc j’éviterais de les retrouver mêmes dans les vases ! » soupire la jeune femme, qui commence déjà à jeter un coup d’œil dans d’autres vases. Miss Pym lui montre alors un côté du magasin plein d’autres surprises : « Je peux encore vous recommander ces beaux magnolias : depuis leurs origines préhistoriques, ces fleurs sont porteuses d’un message de dignité et de persévérance. Mais peut-être que vous préféreriez le dahlia, une fleur élégante et très scénographique en raison de ses différents chromatismes, qui permettent un jeu de couleurs très charmant. Mais vous ne me semblez pas trop convaincue de cette fleur ». La jeune fille soupire les yeux rêveurs et, élevant sa voix involontairement, elle dit : « Je regarde autour de moi et je vois cette image vivante de beauté, de nature. Je me sens presque soulevée par la même brise légère, qui déshabillait Daphné pendant sa fuite, et je me sens transportée vers toutes ces couleurs parfumées. J’ai l’impression d’éprouver des sentiments vrais et authentiques tels que l’amour entre Philémon et Baucis, la tristesse de Cérès et la colère de Juno pour les infamies de son mari. J’empathise avec tout ce nouveau monde, qui co-existe dans une petite boutique de fleuriste. Je voudrais faire sortir cette euphorie, cette légèreté et cette harmonie, je voudrais les amener avec moi dans le Chaos quotidien ». « Tu ressembles vraiment à ta mère. Tu sais ce qu’elle prit après lui avoir montré tous les différents types de fleurs ? Après lui avoir fait sentir les œillets, les iris et les lilas ? Elle mit sa main dans un vase de pois de senteur, et en sorti d’énormes quantités. Ensuite, tout heureuse, elle s’en alla d’un air digne, comme si elle avait vu la Reine dans cette voiture bruyante, garée à Bond Street. Cela n’était pas son choix, c’est certain, mais l’un de ses souvenirs. Peut-être que sa grand-mère avait l’habitude de parfumer la maison en trempant les pois de senteur dans l’eau, à l’intérieur d’un vase en cristal. Ne pensez-vous pas que c’est une belle histoire ? ». « Alors donnez-moi une poignée de pois de senteur, parce que ce soir il y aura aussi ma mère. ! ». En sortant du petit magasin, la jeune fille se tourne vers Pym, dont les yeux ridés, bien que toujours brillants, ne cachaient pas son émotion, la salua : « Vous êtes vraiment comme votre mère ! À bientôt, Mrs Dalloway ! ».

Der geheimnisvolle Blumenladen Mulberry

Die dunklen Wolken hingen schwer über London. Es war ein grauer, melancholischer Samstag und eine unbehagliche Stimmung lag seit dem Morgengrauen über der Bond Street. Und dennoch gab es einen Ort, oder besser gesagt einen Laden, in dem sich die Gesamtheit des Gestanks und des Lärms der Stadt in Luft aufzulösen schien: ein kleines Paradies auf Erden, umhüllt von einer bezaubernden Atmosphäre aus Düften, Gefühlen und Erinnerungen: der Blumenladen Mulberry. Miss Pym lebte in ihrem kleinen Geschäft, in das man dank glasklarer Vitrinen einen Blick von außen erhaschen konnte; sie kümmerte sich gewissenhaft um die Zusammenstellung von neuen Blumensträußen und die Anordnung der Blumenvasen, die mit unzähligen prächtigen Blüten bestückt waren. Den ganzen Tag lang konnte man beobachten, wie die etwas ältere Dame behutsam verschiedene Blumen zusammensammelte, sie in ihren Schoß legte, als wären sie kleine Kinder, anschließend mit ihnen sprach und sie in ihre Vase steckte.

Hier kam auch schon die erste Kundin des Tages. Miss Pym öffnete mit einem Schwung die alte, knarrende Tür. „Guten Tag und herzlich willkommen! Ich bin so glücklich, Sie wieder zu sehen, es ist schon lange her!“. „Oh meine liebe Pym, ich bin hierhergekommen, weil ich mir sicher bin, dass Sie die Einzige auf dieser Welt sind, die mir helfen kann, mein Problem zu lösen. Heute Abend findet ein Wohltätigkeitsfest bei mir zuhause statt, aber ich habe ganz vergessen, mich um die Blumendekoration zu kümmern! Helfen Sie mir bitte, ich möchte etwas Schönes kaufen und mich von dieser Sorge befreien.“ Ein sanftes Lächeln umspielte die Lippen der herzlichen Frau und sie antwortete sogleich: „Meine Liebe, eine Blume ist viel mehr als nur eine einfache Dekoration. Man kann sie nicht einfach zufällig wählen, wie ein Geschenk für eine Person, die einen nicht besonders kümmert: eine Blume ist eine Farbe, ein Duft und vor allem übermittelt sie eine Nachricht. Eine Blume kann Geheimnisse ausplaudern, Emotionen und Zuneigung ausdrücken, die von uns Menschen nicht in Worte gefasst werden können. Eine Blume hat immer eine eigene Bedeutung. Kommen Sie mit, meine Liebe, Sie werden sehen, wir werden die perfekte Auswahl treffen.“

Während die junge Frau der Floristin durch das blühende Paradies folgt, dreht diese ihre zarte, faltige Hand und richtet ihren Zeigefinger nach oben auf die Decke: „Alles hat einen Sinn, man muss nur danach suchen, um ihn zu verstehen. Sehen Sie sich diese Decke an, die voll mit Lorbeeren bewachsen ist: Es ist kein Zufall, dass ich beschlossen habe, sie dort wachsen zu lassen! Einer griechischen Sage nach war die schöne Daphne die erste Liebe von Apollo: dieser, getroffen von Armor’s Pfeil, hatte sich Hals über Kopf in Daphne verliebt, die schöne Tochter von Peneios, die aber vor ihm flüchtete. Die Jungfrau war irgendwann so erschöpft, dass sie ihren Vater darum bat, ihre reizvolle Gestalt zu verändern, um dem begierigen Apollo zu entkommen. So wurde sie in einen Lorbeerstrauch verwandelt.“ „Diese Geschichte gefällt mir nicht, so eine Nachricht möchte ich nicht an meine Gäste vermitteln; warum soll Schönheit zur Strafe werden?“ Pym antwortet mit einem allwissenden Lächeln: „Aber sie wird doch nicht zur Strafe, ihre Schönheit war so rein, dass sie niemandem gehören sollte. Aus diesem Grund habe ich den Lorbeer nach oben gegeben, damit er unerreichbar für all jene bleibt, die nur äußere Schönheit aber nicht die inneren Werte sehen. Das ist auch der Grund, warum ich dir von Narzissen abrate. Der Stängel, anstatt schön und gerade

zu bleiben, tendiert dazu, sich zu verbiegen – so wie der schöne Junge aus der Sage, der sie ihren Namen verdankt.“ „Ah, ich kenne schon genug Narzissten in dieser Stadt, sie umgeben mich andauernd, da will ich lieber vermeiden, sie auch noch in Vasen zu stecken!“, seufzt die junge Frau, die schon dabei war, einen Blick auf die anderen Blumenvasen zu werfen. Miss Pym zeigt ihr also die hintere Seite des Ladens, die voll mit anderen Überraschungen war: „Ich kann Ihnen diese schönen Magnolien empfehlen: ihrer frühhistorischen Herkunft nach vermitteln sie Würde und Beharrlichkeit. Aber vielleicht möchten Sie lieber Dahlien – eine elegante und eindrucksvolle Blume, dank ihrer breiten Farbvielfalt, die ein charmantes Farbspiel bewirkt.“ Sie sieht sie prüfend an. „Aber Sie erscheinen mir nicht sehr überzeugt von dieser Blume“. Die junge Frau seufzt mit verträumten Augen und sagt mit leicht erhobener Stimme: „Ich sehe mich um und sehe dieses lebendige Bild von Schönheit, von Natur. Ich fühle mich wie mitgerissen von jener leichten Brise, die Daphne auf ihrer Flucht enthüllte und von ihr in Richtung der bunten Düfte gezogen. Es kommt mir vor, als würde ich wahrhaftige Gefühle empfinden, die Liebe zwischen Philemon und Baucis, die Traurigkeit von Ceres und den Zorn von Juno über die Untreue ihres Ehemannes. Ich fühle mit ihnen allen, mit all jenen Gestalten die hier in diesem kleinen Blumenladen vereint sind. Ich würde sie gerne mitnehmen, diese Euphorie, diese Leichtigkeit und diese Harmonie, ich würde sie gerne mitnehmen in mein tägliches Chaos.“ „Sie ähneln wirklich Ihrer Mutter. Wissen Sie, was sie gemacht hat, als ich ihr all die verschiedenen Blumenarten gezeigt habe? Nachdem ich sie an den Nelken, den Iris und den Lilien riechen lassen habe? Sie hat ihre Hand in eine Vase voll mit Platterbsen gesteckt und eine große Menge davon genommen. Dann, überglücklich, hat sie damit den Laden verlassen, mit einer Würde als hätte ihr die Königin höchstpersönlich aus einem der in der Bond Street geparkten Wagen zugewunken. Diese Blumen waren bestimmt nicht ihre bewusste Wahl, aber eine Erinnerung, die sie dazu verleitet hat. Wer weiß, vielleicht duftete es im Haus ihrer Großmutter immer nach frischen Platterbsen, die in einer schönen Kristallvase aufgestellt waren? Was denken Sie, ist das nicht eine schöne Geschichte?“ „Also gut, ich habe mich entschieden, geben Sie mir bitte eine Handvoll duftender Platterbsen, denn heute Abend wird auch meine Mutter kommen!“

Während sie den kleinen Laden verlässt, blickt sich die junge Frau noch einmal zu Pym um, deren mit Falten umrandete Augen, die aber noch immer strahlen, ihre Gefühle nicht verstecken können; sie grüßt sie lächelnd zum Abschied: „Sie sind wirklich wie Ihre Mutter! Bis bald, Miss Dalloway!“.

Il quadro

Era una splendida giornata. Lo si sarebbe potuto intuire sin dalle prime luci dell’alba. Il sole era già caldo, ma una piacevole e leggera arietta faceva dondolare la persiana della lunga finestra, nella sua camera da letto. In questo modo, si alternavano momenti di totale buio e momenti di pura luce che andavano a infastidire il sonno della ragazza. In quei giorni si sentiva particolarmente malinconica. Era sempre così: quando arrivava il momento di andare in villeggiatura, nella casa del padre, viveva i primi giorni con totale distacco, come trasognando, mentre sentiva che la realtà circostante sembrava essere sempre più sfocata. La colazione con la zia, i lunghi discorsi a tavola, gli album di famiglia che puntualmente venivano riguardati ogni sera, gli stessi vestiti che indossava non le sembravano reali. Si poneva molte domande, alle quali non riusciva mai a darsi delle risposte. Leggeva molto, ma saltando le descrizioni e ogni tanto qualche riga. Era sfuggente a tutti, e per questo decisamente attraente. Lo pensavano tutti: dalle zie che tanto la criticavano ma che in realtà tanto la invidiavano, ai suoi cugini, alle domestiche della casa, fino al giovane giardiniere della residenza. Ai balli era la più guardata, a tavola era la più composta, ai brunch era la più elegante. Questa sua naturalezza alla solitudine la rendeva scultorea, imponente. Eppure lei faceva di tutto per passare inosservata. Non parlava quasi mai, rispondeva solo con sorrisi appena accennati ai molti complimenti. Non si fermava mai dopo il pasto a chiacchierare, non faceva mai tardi la sera. Nessuno sapeva esattamente come occupasse le sue lunghe giornate. La si vedeva e la si ammirava solo per questo suo fatto di essere, di esistere in questo modo. Se solo avessero capito tutto quello che di più raro e di più bello vi era in quella ragazza. Se solo le avessero chiesto di parlare del suo dolore, se solo avessero compreso questa sua essenza, senza osannarla ma compiacendola. Se solo lei avesse avuto un minimo di interesse a presentarsi per quello che era, a voler dimostrare a tutti quello in cui credeva, certo non saremmo arrivati a quella passeggiata sotto il sole. Ogni tanto avrebbe voluto farlo. Si diceva che si sarebbe presentata a tavola, sempre composta e puntuale. E al primo accenno di una scorrettezza, di un pettegolezzo insulso della padrona, di una battuta volgare dello zio, al vacuo sproloquiare di uno dei tanti ospiti della casa, si sarebbe alzata in piedi. Tutti l’avrebbero ammirata, come sempre. Si sarebbero guardati fra di loro stupiti, le domestiche sarebbero andate a chiamare tutti: dai cuochi agli stallieri. E prendendosi tempo, guardando ma senza vedere veramente i suoi interlocutori, il suo pubblico, avrebbe vomitato addosso loro tutte le ingiustizie, tutto il dolore, tutto il suo pensiero critico nei confronti di quella piccola e inutile società borghese, dei suoi protocolli imbarazzanti, delle sue parole spropositate, dei suoi giudizi elementari, della misoginia degli uomini di casa, del finto conservatorismo cattolico della zia. Avrebbe buttato l’argenteria per terra, si sarebbe liberata del fardello dell’etichetta e dei falsi moralismi. E avrebbe infine urlato loro che quella casa era di suo padre e che loro, proci di quella reggia, avevano sperperato tutta la ricchezza, avevano condannato la galanteria e avevano dimenticato la cultura che il babbo aveva trasmesso alla sua domus. Se ne sarebbe andata, libera da tutto e da tutti con il suo sguardo disincantato e allo stesso tempo alto ed evanescente. Ma tutto questo non era possibile. Non era possibile perché, per quanto idealmente perfetta, la libertà della donna, in quel tempo, non esisteva. Lei stessa non avrebbe saputo veramente dire cosa fosse la libertà. Nessuno lo sapeva. Sentiva un’esigenza che nessuno sembrava comprendere come reale. E quindi prendeva il suo vestito più bello, quello bianco. Quel giorno aveva preso anche un ombrellino per ripararsi dal sole. Si era ben pettinata e truccata, era bellissima. Ed elegantemente, partiva sola per la lunga passeggiata che portava sopra la collinetta. E quindi salì nell’unico posto in cui sarebbe potuta essere libera, per ora e per molto tempo ancora: in mezzo alla natura, con la testa fra le nuvole.

Amelia era soddisfatta, sì doveva proprio essere così la storia di questa donna. Si allontanò dal quadro, con qualche passo indietro. Sentiva la porta aprirsi, ma poco importava. Contemplava la sua opera, fino a quando Diego non entrò nella stanza e con uno sguardo sbalordito disse: «Amore, ma che bello! Quella è la donna con il parasole di Monet.»

The painting

It was a wonderful day. One could have foreseen it from the first lights of dawn. The sun was already hot, but a pleasant and light breeze was swinging the shutter of the long window in her bedroom. In this way, moments of total darkness alternated moments of pure light which annoyed the girl’s sleep. In those days, she felt particularly melancholic. It was always like this: when the time came to go on holiday at her father’s house, she lived the first days with total detachment, as if she was dreaming, whereas she felt the surrounding reality increasingly blurry. Everything did not seem real to her: the breakfast with her auntie, the long speeches at the table, the family albums that were repeatedly looked at every night, the same clothes she used to wear. She asked herself a lot of questions, to which she could never give any answers. She read a lot, but she also skipped some descriptions and sometimes a few lines. She was elusive to everyone, and for this reason certainly attractive. Everyone thought soher aunties who were continuously criticizing her even if they envied her a lot, her cousins, the house maids and the young gardener of the residence. While dancing, everyone looked at her; while eating, she was the most composed; at brunches she was the most elegant. Her loneliness was so natural that gave her a sculptural and majestic appearance. In spite of this, she did everything to go unnoticed. She hardly ever spoke, she only hinted at a smile when answering the many compliments she received. She never stopped talking after the meal, she was never late during the night. Nobody exactly knew what she did during her long days. Everyone saw and admired her only for the fact of being, of existing in this way. If only they had understood all the rarest and the most beautiful things about that girl. If only they had asked her to talk about her pain, if only they had understood her soul, without praising her, but smiling at her. If only she had had the slightest interest in presenting herself for what she was, in showing everyone what she believed in, we certainly would not have reached that walk in the sun. She would have liked to do that every now and then. She told herself to always be composed and punctual. And she would stand up at the first hint of a mistake, of a silly gossip of the mistress, of her uncle gross joke, of the vacuous speechify of one of the many guests of the house. Everyone would have admired her as always. They would have looked amazed at each other, the maids would have called everyone: from the cooks to the grooms. While taking her time and looking at her interlocutors and her audience without really seeing them, she would have told them all the injustices, all the pain, all her critical thinking about that small and useless bourgeois society, about its embarrassing protocols, its outrageous words, its elementary judgments, about the misogyny of the men of the house, about her aunt’s fake Catholic conservatism. She would have thrown the silverware on the floor, she would have rid herself of the burden of etiquette and false moralism. And she would have finally shouted at them that the house belonged to her father and that they had squandered all their wealth, they had condemned gallantry and they had forgotten the culture that their father had transmitted to his house. She would leave, free from everything and everyone with her disenchanted and, at the same time, high and evanescent gaze. But all this was not possible. It was not possible because, even if it was ideally perfect, women’s freedom did not exist at that time. She would not have been able to say what freedom really was. Nobody knew it. Nobody really understood this need of freedom as real. Therefore, she took her most beautiful dress, the white one. That day she also took an umbrella to protect herself from the sun. She had combed her hair and put on some make-up; she was beautiful. And she elegantly left alone for the long walk that led over the hill. And then she went up to the only place where she could have been free, for now and for a long time yet: surrounded by nature, with her head in the clouds. Amelia was satisfied, this could have been the story of this woman. She walked away from the painting, with a few steps back. The door opened, but that did not matter. She contemplated her work, until Diego entered the room and with an astonished look, said – My dear, this is so beautiful. That is the woman with Monet’s parasol-.

Le tableau

C’était une journée magnifique. Cela se devinait dès les premières lueurs de l’aube. Le soleil était déjà chaud, mais une brise légère et agréable faisait basculer le volet de la longue fenêtre dans sa chambre. Ainsi, les moments d’obscurité totale alternaient avec les moments de lumière qui perturbaient le sommeil de la jeune fille. En ces jours-là, elle se sentait particulièrement mélancolique. C’était toujours comme ça : quand ils devaient partir en vacances dans la maison de son père, elle vivait ses premiers jours avec un détachement total, comme si elle rêvait, alors qu’elle sentait la réalité autour d’elle de plus en plus floue. Le petit déjeuner avec sa tante, les longs discours à table, les albums de famille qui étaient invariablement regardés chaque soir, les mêmes vêtements qu’elle portait ne lui semblaient pas réels. Elle se posait beaucoup de questions, auxquelles elle n’arrivait jamais à donner des réponses. Elle lisait beaucoup, mais en sautant des descriptions et parfois quelques lignes. Elle était insaisissable et, pour cette raison, très charmante. Tout le monde le pensait : les tantes qui la critiquaient beaucoup mais qui en réalité l’enviaient, ses cousins, les servantes de la maison jusqu’au jeune jardinier de la résidence. Quand elle dansait, elle était la plus regardée ; à table, elle était la plus composée ; aux brunch, elle était la plus élégante. Son attrait à la solitude la rendait sculpturale, imposante. Pourtant, elle faisait tout son possible pour passer inaperçue. Elle ne parlait presque jamais, elle répondait aux nombreux compliments seulement avec des esquisses de sourire. Elle ne s’arrêtait jamais après le repas pour discuter, elle ne rentrait jamais tard le soir. Personne ne savait exactement ce qu’elle faisait pendant ses longues journées. On la regardait et on l’admirait pour sa façon d’être et d’exister. Si seulement ils avaient compris toutes les plus belles et les plus rares choses sur cette fille. Si seulement ils lui avaient demandé de parler de sa douleur, si seulement ils avaient compris son essence, sans la louer mais en lui souriant. Si seulement elle avait eu le moindre intérêt à se présenter pour ce qu’elle était, à montrer à tout le monde en quoi elle croyait, on ne serait certainement pas arrivés à cette promenade au soleil. De temps en temps elle aurait voulu le faire. On disait qu’elle serait toujours ponctuelle et polie aux repas, et à la première allusion déplacée, d’un bavardage insensé de sa maitresse, d’une blague idiote de son oncle, des parler pour rien dire d’un des nombreux invités de la maison, elle se lèverait. Tous l’admireraient, comme toujours. Ils se regarderaient avec stupéfaction, les bonnes chercheraient tout le monde : des cuisiniers aux garçons d’écuries. Et, prenant son temps, regardant sans vraiment voir ses interlocuteurs, son public, elle vomirait sur eux toutes les injustices, toute sa douleur, toute sa pensée critique sur cette petite et inutile société bourgeoise, ses protocoles embarrassants, ses mots démesurés, ses jugements faciles, la misogynie des hommes de la maison, le faux conservatisme catholique de sa tante. Elle jetterait l’argenterie à terre, elle se débarrasserait du poids de l’étiquette et de la fausse moralité. Elle leur crierait enfin que cette maison appartenait à son père, et qu’eux, ils avaient dilapidé toutes leurs richesses,  condamné la galanterie et oublié les valeurs que son père avait transmises à sa maison. Elle partirait, libre de tout et de tous avec son regard désenchanté et, en même temps, haut et évanescent. Mais tout cela n’était pas possible. Ce n’était pas possible car, même si idéalement parfaite, la liberté de la femme n’existait pas encore à l’époque. Elle non plus, elle ne savait pas vraiment ce que la liberté était. Personne ne le savait. Elle ressenti un besoin que personne ne comprenait. Donc, elle prenait sa plus jolie robe, la blanche. Ce jour-là, elle avait même pris une ombrelle afin de se protéger du soleil. Elle s’était coiffée et maquillée, elle était très belle. Et élégamment, elle partait toute seule pour la longue marche sur la colline. Elle alla au seul endroit où elle pourrait être libre, maintenant et pour longtemps encore : entourée de la nature, la tête dans les nuages. Amélie était satisfaite, parce que cette histoire était vraiment celle de cette femme. Elle s’éloigna du tableau, faisant quelques pas en arrière. Elle entendit la porte s’ouvrir, mais cela n’avait pas trop d’importance. Elle contemplait son œuvre, jusqu’à ce que Diego entre dans la pièce et, l’air étonné, dit. – Mais mon amour, c’est la femme avec l’ombrelle de Monet-.

O quadro

Foi um belo dia. Poder-se-ia ter sentido desde a primeira luz do amanhecer. O sol já estava quente, mas uma brisa agradável e leve abanava a persiana da janela do seu quarto. Desta forma, momentos de escuridão total alternaram-se com momentos de pura luz que perturbaram o sono da rapariga. Naqueles dias ela sentia-se particularmente melancólica. Era sempre assim: quando chegava a altura de ir de férias, na casa do seu pai, ela vivia os primeiros dias com total desapego, como se estivesse a sonhar, enquanto sentia que a realidade envolvente parecia estar cada vez mais confusa. O pequeno-almoço com a sua tia, os longos discursos à mesa, os álbuns de família que eram pontualmente folheados todas as noites, as mesmas roupas que ela usava não lhe pareciam reais. Fazia a si própria muitas perguntas, às quais nunca podia dar respostas. Lia muito, mas saltando descrições e, ocasionalmente, algumas linhas. Ela era esquiva para todos, razão pela qual era tão atraente. Todos pensavam assim: desde as tias que a criticavam tanto, mas na realidade invejavam-na tanto, às suas primas, às empregadas da casa, ao jovem jardineiro da residência. Nos bailes era a mais admirada, à mesa era a mais composta, no brunch era a mais elegante. Esta naturalidade face à solidão tornava-a escultórica, imponente. Contudo, ela fazia tudo o que podia para passar despercebida. Quase nunca falava, apenas respondia aos muitos elogios com pequenos sorrisos. Ele nunca parava após a refeição para conversar, ela nunca ficava até tarde da noite. Ninguém sabia exactamente como é que ela ocupava os seus longos dias. Ela só era vista e admirada pelo seu ser, por existir desta forma. Se ao menos eles tivessem compreendido tudo o que era raro e belo naquela rapariga. Se ao menos lhe tivessem pedido para falar da sua dor, se ao menos tivessem compreendido a sua essência, sem a elogiarem mas sorrindo para ela. Se ao menos ela tivesse tido o menor interesse em se apresentar pelo que era, em mostrar a todos aquilo em que acreditava, certamente não teríamos chegado a esse passeio ao sol. Ela teria querido fazer isso de vez em quando. Aparecer à mesa, sempre composta e a tempo. E à primeira dica de impropriedade, de uma fofoca tola da senhora, de uma piada vulgar do seu tio, ao vago divagar de um dos muitos hóspedes da casa, levantar-se. Nesse momento, todos a teriam admirado, como sempre. Eles teriam olhado um para o outro com espanto, as criadas teriam ido chamar todos, desde os cozinheiros até aos tratadores. E, levando tempo, olhando mas sem realmente ver os seus interlocutores, o seu público, a rapariga teria vomitado sobre eles palavras sobre todas as injustiças, toda a dor, todo o seu pensamento crítico sobre aquela pequena e inútil sociedade burguesa, os seus protocolos embaraçosos, as suas palavras ultrajantes, os seus juízos elementares, a misoginia dos homens da casa, o falso conservadorismo católico da sua tia. Ela teria atirado os talheres de prata para o chão, livrar-se-ia do fardo da etiqueta e do falsa moralidade. E ele teria finalmente gritado-lhes que a casa pertencia ao seu pai e que eles, os antepassados daquele palácio, tinham desperdiçado toda a sua riqueza, tinham condenado a galanteria e tinham esquecido a cultura que o seu pai tinha transmitido à sua domus. Ela teria saído, livre de tudo e todos com o seu olhar desencantado mas elevado e evanescente. Mas tudo isto não era possível. Não era possível porque, por muito perfeita que fosse, a liberdade da mulher, naquela altura, não existia. Ela própria não conseguia realmente dizer o que era a liberdade. Ninguém sabia. Ela sentia uma necessidade que ninguém parecia compreender como real. E assim ela levou o seu vestido mais bonito, o branco. Nesse dia ela até levou um guarda-sol para se proteger do sol. Ela tinha o cabelo e a maquilhagem feitos, ela era linda. E elegantemente, ela saiu sozinha para a longa caminhada sobre a colina. E depois foi para o único sítio onde podia… ser livre, por agora e por muito tempo: no meio da natureza, com a cabeça nas nuvens. Amélia ficou satisfeita, sim, esta deve ter sido a história desta mulher. Ela afastou-se do quadro, com alguns passos atrás. Ela sentiu a porta aberta, mas isso não importava. Ela estava a contemplar o seu trabalho, até que Diego entrou na sala e com um olhar de espanto disse. -Meu amor, que bom! É a mulher com o guarda-sol de Monet. –

Das Gemälde

Es versprach, ein wunderbarer Tag zu werden. Dies machte sich bereits durch die ersten Sonnenstrahlen bemerkbar. Die Sonne verbreitete schon Wärme, aber eine leichte, angenehme Brise bewegte die Fensterläden zu ihrem Zimmer. Das Wechselspiel zwischen vollkommener Dunkelheit und Licht störte den Schlaf des jungen Mädchens. An Tagen wie diesen fühlte sie sich besonders melancholisch. Es war immer das gleiche: Sobald sie in das Ferienhaus ihres Vaters fuhren, lebte sie die ersten paar Tage mit einer vollkommenen Gleichgültigkeit dahin, als ob sie schlafen würde, sodass sie die Realität um sie herum nur verschwommen wahrnahm. Das Frühstück mit ihrer Tante, die langen Gespräche am Esstisch, die Familienfotoalben, die jeden Abend unveränderlich angesehen wurden und selbst die Kleidung, die sie trug, erschienen ihr nicht wirklich. Sie stellte sich viele Fragen, auf die sie keine Antworten wusste. Sie las viel, aber übersprang dabei die Beschreibungen und manchmal sogar mehrere Zeilen. Alle dachten sich das gleiche: die Tanten, die sie kritisierten, sie in Wirklichkeit aber beneideten, ihre Cousins, die Bediensteten des Hauses bis hin zum jungen Gärtner des Anwesens. Wenn sie tanzte, waren alle Blicke auf sie gerichtet; am Tisch war sie diejenige, die sich am meisten zurückhielt; beim Frühstück war sie immer die Eleganteste von allen. Ihre Ausstrahlung der Einsamkeit gab ihr ein atemberaubendes Aussehen, sie wirkte wie eine lebendige Statue. Und dennoch gab sie fast alles dafür, um unbemerkt zu bleiben. Sie sprach so gut wie nie, auf Komplimente reagierte sie nur mit einem schüchternen Lächeln. Nach dem Abendessen blieb sie nie länger als notwendig, um die unnötigen Diskussionen zu vermeiden und sie kam niemals spät nach Hause. Niemand wusste genau, was sie während der langen Tage so machte. Man sah ihr zu und bewunderte ihre Art des Existierens. Ach, wenn sie doch nur all die schönen und die außergewöhnlichen Dinge dieses Mädchens verstehen würden. Wenn sie sie doch nur bitten würden, von ihrem Schmerz zu sprechen, wenn sie doch nur das Wesentliche erkennen würden, ohne sie zu verherrlichen, sondern ihr einfach nur mit einem Lächeln begegnen würden. Wenn sie doch nur das geringste Interesse daran hätte, so zu sein, wie sie wirklich war, der ganzen Welt zu zeigen, an was sie glaubte, so wäre es bestimmt nicht zu diesem Spaziergang in der Sonne gekommen. Ab und zu hätte sie schon Lust dazu gehabt. Man sagte, dass sie immer pünktlich und höflich bei den gemeinsamen Essen erschien, und, bei der ersten unpassenden Bemerkung, sei es unsinniges Geplapper der Hausherrin, ein dummer Witz ihres Onkels oder das nichtssagende Geschwätz von einem der vielzähligen Gäste, würde sie dieses Mal einfach aufstehen. Alle würden sie erstaunt ansehen, die Dienstmädchen würden alle vor Ort versammeln, von den Köchen bis zu den Stallburschen. Und, während sie sich Zeit nehmen würde, sich umblickend, ohne ihre Mitmenschen, ihr Publikum, wirklich zu sehen, würde sie ihnen alle Ungerechtigkeiten, all ihren Schmerz, all ihre kritische Gedanken über diese kleine und nutzlose bürgerliche Gesellschaft, ihre unangenehmen Erinnerungen, ihre maßlosen Worte, ihre einfachen Urteile, die Frauenfeindlichkeit der Männer des Hauses, den falschen katholischen Konservatismus ihrer Tante und noch viel mehr, all das würde sie ihnen vor die Füße spucken. Sie würde ihren Silberschmuck zu Boden werfen und sich so vom Gewicht der falschen Moral befreien. Schließlich würde sie sie anschreien, dass dieses Haus nur ihrem Vater gehören würde und dass sie alle ihren Reichtum verschwendet hätten, die Höflichkeit verurteilt hätten und all die Werte, die ihr Vater achtsam und liebevoll in dieses Haus gebracht hatte, vergessen hätten. Sie würde fortgehen, frei von allem und allen, mit leerem Blick aber mit erhobenem Kopf. Aber all das war nicht möglich. Es war nicht möglich, denn, auch wenn alles wie geplant laufen würde, gab es die Meinungsfreiheit der Frau zu jener Zeit noch nicht. Sie selbst wusste nicht einmal, was Freiheit überhaupt war. Niemand wusste es. Sie hatte Sehnsucht nach einer Person, die sie verstehen könne. Mit diesen Gedanken zog sie ihr schönstes Kleid an, das weiße. An diesem Tag nahm sie auch einen Sonnenschirm, um sich vor der Sonne zu schützen. Sie hatte sich frisiert und Makeup aufgetragen, sie war sehr schön. Elegant wie sie war, machte sie sich auf den langen Weg, der sie auf den Hügel führte. Sie ging zum einzigen Ort, an dem sie sich frei fühlen konnte, in diesem Moment und noch für lange Zeit: Umgeben von der Natur, den Kopf in den Wolken. Amélie lächelte zufrieden, weil das Werk wahrhaftig die Geschichte jener Frau darstellte. Sie entfernte sich von dem Gemälde und machte ein paar Schritte nach hinten. Sie hörte, wie die Tür sich öffnete, aber das war ihr nicht wichtig. Sie betrachtete das Kunstwerk, bis Diego das Zimmer betrat und mit erstaunter Miene sagte: „Aber mein Liebling, das ist die Frau mit Sonnenschirm von Monet!“

L’armadio

Quella mattina proprio non riusciva a rimanere a letto. Era sveglio da più di un’ora e ogni volta che chiudeva gli occhi per cercare di riaddormentarsi, sperava che il tempo accelerasse e che al risveglio potesse vedere le luci del sole che oltrepassavano le sottili fessure delle persiane della sua camera. Doveva attendere, ma era troppo entusiasta, troppo esuberante per rimanere sdraiato, fingendo di dormire in pigiama. Dopo aver contato le pecore, ripetute le tabelline e ripassato a mente le filastrocche di Natale, con suo stupore vide che erano le otto del mattino. Non c’era un minuto da perdere, il grande giorno era arrivato: il giorno dell’armadio. Oggi entrava ufficialmente nel mondo adulto. Ma ora, cari lettori, ritengo essere necessario parlarvi di questo armadio, che si trovava all’ingresso di tutte le abitazioni di questa grande metropoli occidentale. Era sistematico: come si entrava in una casa, in un’abitazione quindi privata, si sapeva di ritrovarsi, o dal lato destro o sinistro dell’ingresso, un grande armadio con un altrettanto grande specchio. Fino a qui mi direte essere tutto nella norma. Potreste dirmi che fosse l’armadio per i cappotti e le giacche, e che lo specchio servisse a darsi un’ultima sistemata prima di uscire di casa. Potreste dirmi che certo è un po’ strano che proprio tutti ce l’avessero, ma che non ci vedete nulla di male. Vero, ma vedete questo armadio non contiene eleganti pellicce o gilet estivi. Non contiene nemmeno dei guanti o dei cappelli. Quest’armadio contiene… Beh chiediamolo al nostro stesso protagonista. ʺEhi tu, giovanotto.ʺ Il ragazzino si alza di soprassalto dal letto. ʺMa dite a me?ʺ ʺMa certo che diciamo a te, e a chi altro potremmo mai riferirci? Sappiamo che oggi è il tuo giorno, il giorno dell’armadio.ʺ Entusiasta, sale in piedi sul letto, immaginandosi non so che folla davanti a sé, portandosi una mano al cuore come per cantare l’inno, dichiara glorioso: ʺOggi è la giornata dell’armadio e io divento grande.ʺ Vedete cari lettori, in questa metropoli occidentale accedere al contenuto dell’armadio dell’ingresso di casa significa entrare nel mondo degli adulti. O meglio, dei cosiddetti adulti. ʺMa allora che aspetti. Vai, corri, facci vedere cosa ci sia in questo famigerato armadio.ʺ Neanche il tempo di dirlo che si toglie il pigiama, si lava la faccia e i denti, prende le pantofole, e, cercando di dominare il fiatone, corre giù per le scale ancora buie. Il padre, immaginando l’entusiasmo del figlio, era già in cucina a fare colazione con la moglie. Non si guardavano, ognuno intento a seguire le notizie del giorno: chi dallo smartphone, chi dalla televisione. La colazione era apparecchiata, ordinata e ordinaria. Caffelatte e due biscotti con la marmellata per lei, un toast e un caffè amaro per lui. Vorreste che ve li descriva, vero? Giusto per avere una visione più reale della scena. Non posso. O meglio, posso dirvi che la cucina risulta carina ma abbastanza convenzionale e particolarmente fredda. Posso ancora dirvi che lei fosse molto elegante con un pantalone attillato e una camicetta bianca, di lino. Lui, invece, indossava ancora il suo pigiama nero di seta, scalzo. Per quanto riguarda le facce, io proprio non posso dirvi nulla. Non capisco il motivo ma è come se non riuscissi a vederle. Mi sforzo in ogni modo, sapete che farei di tutto per il mio lettore, ma proprio non ci riesco. Però ecco che proprio ora i genitori si accorgono del figlio appoggiato alla porta della cucina, che li guarda con uno sguardo trasognato. «Presto, tesoro, andiamo di fronte all’armadio.» Ed eccoli, tutti e tre davanti all’armadio, davanti all’ingresso per una nuova vita. Il ragazzino, in mezzo ai due genitori, non parla ma si strofina le mani per poi allungarle lungo il pantalone, su cui lasciano macchiette di sudore. Il padre, non eccessivamente emozionato, si appresta ad aprire lo sportello dell’armadio; la madre mira con l’obiettivo del cellulare lo sguardo del figlio, in attesa della sua reazione. Tutto è pronto. L’anta si apre. Una luce lo investe totalmente, illuminando il suo sguardo attonito e perplesso. La madre cattura il momento, il padre indietreggia, come per avere una visione più completa della scena e lasciare da solo il giovane di fronte alla nuova realtà. «Ma non capisco, ma queste sono…» «Dillo amorino, dillo a voce alta.» «Queste sono delle maschere!» «Ma certo amore mio che sono delle maschere! Ma guarda che è facilissimo, ti ci devi solo abituare. Vedi la prima volta fa un po’
male indossarle, ti senti quasi in colpa perché vai a coprire il tuo vero viso. Ma guarda papà e mamma come riescono ad indossarle bene. Vedi?» «Ma mi schiacciano il naso, mi fanno male sulle tempie e poi non sono della mia misura.» La madre quasi sconvolta dalle innocenti lamentele ribatte: «Ma tesoro, non sono le maschere che si devono adattare a te, ma il tuo viso che si deve adattare a loro. Vedi come abbiamo fatto noi? Senza maschere siamo irriconoscibili, non abbiamo più tratti caratteristici da mostrare. La maschera diventa la tua identità. E in base a cosa vuoi fare, decidi la maschera giusta per te. Tra l’altro caro io devo proprio scappare, passami quella là. No, non quella, l’altra un po’ stizzita ma con un accenno di sorriso, e vedrai come passerà veloce questa riunione in ufficio.» «Guarda figliolo, prendiamone una uguale per andare al parco.» «Ma papà io non voglio andare al parco.» «È questo il bello. Noi adulti facciamo solo cose che non vogliamo fare e che il più delle volte non ci interessano minimamente. Invitiamo a cena gente che non ci piace, compriamo vestiti per farli vedere agli altri, mangiamo come ci dicono le pubblicità e lavoriamo per soldi. Ma questo nessuno lo saprà mai, perché prendiamo una bella maschera sufficientemente sorridente e appariamo come gli altri vorrebbero che fossimo. Il gioco è fatto!» «Papà ma allora io mi prendo quella maschera che ride tantissimo e vengo al parco con te.» «Bravo tesoro e prenditene una di scorta, più triste, non si sa mai.» Il ragazzino allora pensa che in questo modo non avrebbe più dovuto fingere, perché tanto sarebbe stato coperto da una maschera che fingeva al posto suo. Era entrato nel mondo adulto, e già sentiva che tutta quella storia delle emozioni fosse effettivamente da superare. E poi tanto, se una volta fosse stato triste o se avesse voluto piangere, sarebbe bastato mettersi una bella maschera che faceva ʺAHAHAH.ʺ

The wardrobe

That morning he just could not stay in bed. He lay awake for over an hour and every time he closed his eyes to try to go back to sleep, he hoped that time would speed up and that when he woke up he would see the sunlight coming through the thin slits in the shutters of his bedroom. He had to wait, but he was too enthusiastic, too exuberant to lie down, pretending to sleep in his pajamas. After counting the sheep, repeating the multiplication tables and reviewing the Christmas nursery rhymes, he was astonished when he saw it was eight o’clock in the morning. There was not a minute to lose, the great day had arrived: the day of the wardrobe. Today he was officially entering the adult world. But now, my dear readers, I think it is necessary to tell you something about this wardrobe, which is located at the entrance of all the houses in this big western metropolis. It was systematic: as you entered a house, therefore a private home, you would find a big wardrobe with a mirror of the same size, either on the right or on the left side of the entry. Up to this point you will tell me that everything is normal. You could tell me that it was the wardrobe for coats and jackets, and that the mirror was there to look at yourself one last time before leaving the house. You could tell me that it is a little bit strange that everyone has one, but that you do not see anything wrong with that. It is true, but this wardrobe does not contain elegant furs or summer vests. It does not even contain gloves or hats. This closet contains… Well, let’s ask our protagonist. “Hey, young man”. The little boy wakes up with a start. “Are you talking to me?”. “Of course, we are talking to you, who else otherwise? We know that today is your day, the day of the wardrobe”. He stands up on the bed, imagines a crowd in front of him, takes a hand to his heart as if to sing the hymn and he gloriously declares: “Today is the day of the wardrobe and I am becoming an adult”. Well, my dear readers, in this western metropolis when you discover the content of the wardrobe at the house entrance, that means you are entering the adult world. Or rather, the so-called adults. Not even the time to say it, he takes off his pajamas, washes his face and brushes his teeth, grabs his slippers and, while trying to control his breath, he runs down the still dark stairs. His father, imagining his son’s enthusiasm, was already in the kitchen having breakfast with his wife. They were not looking at each other, because they were focused on following the news from the smartphones and the television. The breakfast was set, tidy and ordinary. A coffee with milk and two cookies with some jam for her, a toast and a bitter coffee for him. Would you like me to describe them to you, wouldn’t you? Just to have a more real view of the scene. I cannot. Or rather, I can tell you that the kitchen is nice but quite conventional and particularly cold. I can still tell you that she was very elegant in her tight pants and in her white linen blouse. On the other hand, he was still wearing his black silk pajamas and he was barefoot. As for the faces, I really cannot tell you anything. I do not understand why, but it is as if I cannot see them. I am trying in every way, you know that I would do anything for my reader, but I just cannot. But right now, the parents notice their son leaning against the kitchen door, looking at them with a dreamy look. “Hurry, honey, let’s go in front of the wardrobe”. And here they are, the three of them in front of the closet, at the entrance of a new life. The little boy, between his two parents, does not speak but rubs his hands and then stretches them along his pants, on which they leave stains of sweat. His father, not really excited, is about to open the closet door; his mother is aiming at her son’s gaze through the lens of her mobile phone, waiting for his reaction. Everything is ready. The door opens. A light invades him completely, illuminating his astonished and puzzled look. His mother seizes the moment, his father moves away, in order to have a more complete vision of the scene and he leaves the young man alone in front of the new reality. “Well, I don’t understand, but these are…”. “Say it, my love, say it out loud”. “These are masks!”. “Of course, my love, they are masks! But look how easy it is, you just have to get used to it. The first time it hurts, you feel almost guilty because you are covering your real face. But look how well mom and dad are wearing them. Don’t you see?”. “But they crush my nose, my temples hurt and then they’re not my size”. His mother, almost upset by the innocent complaints, says: “But darling, it’s not the mask that has to fit your face, it is your face that has to fit them. Take us as an example, we are unrecognizable without masks, we no longer have our traits to show. The mask becomes your identity. You have to decide the right mask to wear, depending on what you want to do. By the way, my dear, I really have to run away, pass me that one there. No, not that one, the other one a bit irritated but with a little smile, and this meeting in the office will quickly come to an end”. “Look son, let’s take one just like it and let’s go to the park”. “But daddy, I don’t want to go to the park”. “Here is the advantage of the mask. When you become an adult, you only do things you do not want to do, and most of the time you don’t care about them at all. Adults invite people to dinner they do not like, they buy clothes to show them to the others, they eat as advertisements tell them to and they work for money. But no one will ever know that, because they take a nice smiling mask and look like the others would like them to be. That’s it”. “Daddy, then I’ will take that mask which laughs a lot, and I am coming to the park with you”. “Good thing, darling, and take a spare one, maybe sadder, you never know”. The little boy then thinks that in this way he would not have to pretend anymore, because he would have been covered by a mask that pretended in his place. He had entered the adult world, and he already felt that all that history of emotions was something to overcome. And then, if he had once been sad or if he wanted to cry, he would have put a nice mask that made ʺAHAHAH.ʺ

L’armoire

Il ne pouvait vraiment pas rester au lit ce matin-là. Il s’était réveillé il y a plus d’une heure et à chaque fois qu’il fermait ses yeux afin de chercher à se rendormir, il espérait que le temps s’accélère et qu’à son réveil, il pourrait voir la lumière du soleil passer à travers les fines fentes des volets de sa chambre. Il devait attendre, mais il était trop enthousiaste, trop excité pour rester au lit et il faisait semblant de dormir en pyjama. Après avoir compté les moutons, répété les tables de multiplication et révisé les comptines de Noël, il s’aperçu à sa grande surprise qu’il était huit heures du matin. Il n’y avait pas une minute à perdre, le grand jour était arrivé : le jour de l’armoire. Aujourd’hui il entrait officiellement dans le monde des adultes. Maintenant, mes chers lecteurs, j’estime qu’il est nécessaire de vous parler de cette armoire, qui est d’habitude située à l’entrée de toutes les maisons de cette grande métropole occidentale. En entrant dans une maison, donc dans une propriété privée, on trouve, à droite ou à gauche de l’entrée, un grand placard avec un miroir tout aussi grand. Jusqu’à présent, vous pourriez me dire que tout est normal. Vous pourriez me dire que c’est l’armoire où on range les manteaux et les vestes, et que le miroir sert à se regarder une dernière fois avant de quitter la maison. Vous pourriez me dire que c’est un peu étrange que tout le monde en ait un, mais vous ne voyez rien de mal à cela. C’est vrai, mais cette armoire ne contient ni élégantes fourrures ni gilets d’été. Il ne contient même pas de gants ou de chapeaux. Ce placard contient… eh bien, demandons-le à notre protagoniste. « Coucou, jeune homme ». Le garçon s’éveille en sursaut. « C’est à moi que vous parlez ? ». « Bien-sûr que c’est à toi ! Sinon à qui d’autre ? Nous savons qu’aujourd’hui c’est ton jour, le jour de l’armoire ». Enthousiaste, il se met debout sur le lit et s’imagine une foule devant lui et, posant sa main sur le cœur comme pour chanter l’hymne, il déclare glorieux : « Aujourd’hui c’est le jour de l’armoire, et moi je deviens adulte ». Vous voyez, mes chers lecteurs, dans cette métropole occidentale, accéder au contenu de l’armoire signifie entrer dans le monde des adultes. Ou plutôt, des soi-disant adultes. « Mais alors qu’est-ce que tu attends ? Vas-y, cours, montre-nous ce qu’il y a dans cette fameuse armoire ». La phrase même pas finie, il enleva déjà son pyjama, se lava le visage et les dents, prit ses pantoufles et, retenant son souffle, il dévala les escaliers encore sombres à toute allure. Son père, anticipant l’enthousiasme de son fils, était déjà dans la cuisine en train de prendre le petit-déjeuner avec sa femme. Ils ne se regardaient pas, ils étaient occupés à s’informer des nouvelles du jour provenant du portable et de la télévision. Le petit-déjeuner était prêt, rangé et ordinaire. Un café au lait et deux biscuits avec de la confiture pour elle, un toast et un café amer pour lui. Vous voudriez que je vous les décrive, n’est-ce pas ?  Juste pour avoir une vision plus réelle de la scène. Je ne peux pas. Ou plutôt, je peux vous dire que la cuisine est mignonne, mais assez conventionnelle et particulièrement froide. Je peux encore vous dire qu’elle, était très élégante en son pantalon serré, et en sa blouse blanche en lin. Lui, au contraire, il était encore en son pyjama de soie noire, les pieds nus. Quant aux visages, je ne peux vraiment rien vous dire. Je ne comprends pas pourquoi, mais c’est comme si je ne pouvais les voir. J’essaie par tous les moyens, vous savez que je ferais n’importe quoi pour mon lecteur, mais cette fois je ne peux vraiment pas. A l’instant, les parents remarquèrent que leur fils était appuyé sur la porte de la cuisine et les regardant d’un air rêveur. « Vite, mon chéri, allons devant l’armoire ». Et les voici, tous les trois devant l’armoire, à l’entrée d’une nouvelle vie. Le garçon, entre ses deux parents, ne parle pas, mais il se frotte ses mains et les étend ensuite le long de son pantalon, sur lequel elles laissent de petites taches de sueur. Son père, peu ému, est sur le point d’ouvrir la porte de l’armoire ; sa mère vise le regard de son fils au travers l’objectif de son portable, en attendant sa réaction. Tout est prêt. La porte s’ouvre. Une lumière l’envahit entièrement, éclairant son regard étonné et perplexe. Sa mère saisit l’instant, son père s’éloigne, afin d’avoir une vision plus complète de la scène et de laisser le jeune homme seul face à la nouvelle réalité. « Mais je ne comprends pas, mais ce sont… ». « Dis-le, mon amour, dis-le à voix haute ». « Ce sont des masques ! ». « Bien sûr, mon amour, ce sont des masques ! C’est si simple, il faut juste s’y habituer. La première fois ça fait un peu mal de les porter, tu te sens presque coupable, parce que tu couvres ton vrai visage. Mais regarde papa et maman comme ils les portent bien. Tu vois ? ». « Mais ils m’écrasent mon nez, ils me font mal aux tempes et puis ils ne sont pas à ma taille ». Sa mère, presque bouleversée par ces plaintes innocentes, dit : « Mais chéri, ce ne sont pas les maques qui doivent s’adapter à ton visage, c’est ton visage qui doit s’adapter aux masques. Tu vois comme nous avons fait ? Sans masques, nous sommes méconnaissables, nous n’avons plus de traits à montrer. Le masque devient ton identité. En fonction de ce que tu veux faire, tu dois choisir le masque qui te convient le plus. Au fait, mon chéri, je dois y aller, passe-moi ce masque-là. Non, pas celui-là, celui un peu irrité mais avec un petit sourire et cette réunion au bureau passera très vite ». « Mon fils, prenons le même masque pour aller au parc ». « Mais papa, moi je ne veux pas aller au parc ». « Voici l’avantage du masque. Nous, les adultes, on ne fait que des choses dont nous n’avons pas envie, et la plupart du temps, nous ne nous en soucions pas du tout. Nous invitons les gens que nous n’aimons pas pour le dîner, nous achetons des vêtements pour les montrer aux autres, nous mangeons ce que les publicités nous disent de manger et nous travaillons pour de l’argent. Mais personne ne le saura jamais, parce que nous prenons un joli masque souriant et nous apparaissons comme les autres voudraient que nous soyons. Et voilà ». « Papa, alors je vais prendre ce masque qui fait beaucoup rire et je viens au parc avec toi ». « Bravo, chéri, et prends-en un de réserve, plus triste, juste au cas où ». Le gamin pense alors que de cette façon il n’aurait plus à faire semblant, car il serait couvert d’un masque qui faisait semblant à sa place. Il était entré dans le monde des adultes, et il sentait déjà que toute cette histoire d’émotions était vraiment quelque chose à surmonter. Et puis, s’il avait été triste une fois ou s’il avait envie de pleurer, il aurait suffi de mettre un joli masque qui faisait « MDR ».

O armário

Ele simplesmente não podia ficar na cama naquela manhã. Estava acordado há mais de uma hora e cada vez que fechava os olhos para tentar voltar a dormir, esperava que o tempo acelerasse e que acordasse com a luz do sol a atravessar as fendas das persianas do quarto dele. Teve de esperar, mas estava demasiado entusiasmado, demasiado exuberante para se deitar, fingindo dormir no seu pijama. Após contar carneirinhos, dizer a tabuada e rever as rimas de Natal na sua mente, para seu espanto viu que eram oito horas da manhã. Não havia um minuto a perder, o grande dia tinha chegado: o dia do armário. Era tempo de entrar no mundo dos adultos. Mas agora, caros leitores, penso que é necessário falar-vos deste armário, que estava localizado à entrada de todas as casas desta grande metrópole ocidental. Era sistemático: ao entrar numa casa, uma casa privada, sabia que encontraria, do lado direito ou esquerdo da entrada, um grande armário com um espelho igualmente grande. Até este ponto, dir-me-ão que tudo é normal. Podia dizer-me que era o guarda-roupa para casacos, e que o espelho era usado para se dar um último olhar antes de deixar a casa. Poderia dizer-me que é um pouco estranho que todos o tivessem, mas não se vê nada de errado com ele. É verdade, mas vê-se que este armário não contém casacos de pele nem coletes. Não contém sequer luvas ou chapéus. Este armário contém… bem, vamos perguntar ao nosso próprio protagonista. ʺEi, miúdo!” ele sai da cama. ʺEstá a falar comigo?” “Claro que sim! Com quem mais estaríamos a falar? Sabemos que hoje é o seu dia, o dia do armário”. Entusiasmado, ele levanta-se na cama, imaginando uma grande multidão à sua frente, levando uma mão ao coração como que para cantar o hino, ele declara glorioso: “Hoje é dia do armário e estou a ficar grande.ʺ Caros leitores, nesta metrópole ocidental aceder ao conteúdo do armário em casa significa entrar no mundo dos adultos. Ou melhor, os chamados adultos. ʺEntão de que estás à espera! Vá, mostre-nos o que há neste famoso armário.ʺ Ele tira logo o pijama, lava a cara e os dentes, agarra os chinelos e, tentando controlar a respiração, corre pelas escadas ainda escuras. Os pais, imaginando o entusiasmo do seu filho, já estavam na cozinha a tomar o pequeno-almoço. Eles não estavam a olhar uns para os outros, cada um com a intenção de seguir as notícias do dia: alguns de smartphones, outros de televisão. A mesa foi posta. O pequeno-almoço foi o mesmo de sempre. Café com leite e dois biscoitos com geleia para ela, uma torrada e um café amargo para ele. Gostaria que eu os descrevesse, não é? Só para ter uma visão mais real da cena. Não posso. Ou melhor, posso dizer-vos que a cozinha é agradável mas bastante convencional e particularmente fria. Posso ainda dizer-vos que ela era muito elegante com calças apertadas e uma blusa branca, de linho. Ele, por outro lado, ainda estava a usar o seu pijama de seda preta, descalço. Quanto aos rostos, não posso realmente dizer-vos nada. Não percebo porquê, mas é como se não os conseguisse ver. Eu tento em todos os sentidos, sabem que faria qualquer coisa para os meus leitores, mas não consigo. De qualquer modo, neste momento os pais notam o filho deles encostado à porta da cozinha, a olhar para eles com um olhar sonhador. “Rápido, querido, vamos para a frente do armário”. E ali estão eles, os três em frente ao armário, em frente à entrada para uma nova vida. O rapazinho, entre os dois pais, não fala mas esfrega as mãos suadas juntas. O pai, não excessivamente excitado, está prestes a abrir a porta do armário; a mãe aponta a câmara do telemóvel aos olhos do filho, à espera da reacção dele. Tudo está pronto. A porta abre-se. Uma luz invade-o totalmente, iluminando o seu olhar atónito e perplexo. A mãe capta o momento, o pai recua, como que para ter uma visão mais completa da cena e deixar o jovem em paz perante a nova realidade. “Eu não entendo, estas são…” “Di-lo, amor, em voz alta”. “Estas são máscaras”! “Claro, meu amor, são máscaras! É tão fácil, que é preciso habituar-se a isso. Olha, a primeira vez dói um pouco usá-las, quase se sente culpado porque está a cobrir o sua verdadeira cara. Mas vejam como o papá e a mamã as usam bem. Vê?” “Mas eles esmagam-me o nariz, magoam-me os templos e não são do meu tamanho”. A mãe quase chateada com as queixas inocentes dele diz: “Mas querido, não são as tuas máscaras que têm de te caber, é a tua cara que tem de lhes adaptar”. Vê como o fizemos? Sem máscaras, somos irreconhecíveis, já não temos traços a mostrar. A máscara torna-se a sua identidade. E, dependendo do que quiser fazer, decide a máscara certa para si. A propósito, querido, tenho de me apressar. Passa-me essa. Não, esse não, o outro não, um pouco irritado mas com uma pitada de sorriso, e verá como esta reunião no escritório irá passar rapidamente”. “Olha filho, vamos arranjar duas máscaras idênticas para ir ao parque”. “Mas pai, eu não quero ir ao parque”. “Essa é a beleza da coisa. Nós adultos só fazemos coisas que não queremos fazer e a maior parte das vezes não nos importamos nada com elas. Convidamos as pessoas de quem não gostamos para jantar, compramos roupa para as pessoas verem, comemos como dizem os anúncios publicitários e trabalhamos por dinheiro. Mas ninguém jamais o saberá, porque usamos uma máscara bonita e sorridente e parecemos como os outros gostariam que fôssemos. Está feito”! “Papá, vou buscar aquela máscara que ri muito e vou contigo para o parque”. “É isso mesmo, querido, e arranja uma de reserva, mais triste, só por precaução”. O miúdo pensa então que desta forma já não teria de fingir, porque estaria coberto por uma máscara a fingir no seu lugar. Ele tinha entrado no mundo dos adultos, e já sentia que todas essas coisas emocionais eram realmente algo a superar.  Além disso, se uma vez estivesse triste ou se quisesse chorar, teria sido suficiente colocar uma máscara agradável que fizesse “AHAHAH”.

Der Schrank

An diesem Morgen konnte er absolut nicht im Bett bleiben. Er war schon vor mehr als einer Stunde aufgewacht und jedes Mal, als er die Augen schloss, um wieder einzuschlafen, hoffte er, die Zeit würde schneller vergehen, sodass er, wenn er sie wieder öffnen würde, endlich die ersten Sonnenstrahlen durch die Spalten der Rollladen seiner Fenster sehen könnte. Er musste warten, aber er war zu zappelig und aufgeregt, um im Bett zu bleiben. Nachdem er Schafe gezählt hatte, seine Rechenaufgaben wiederholt hatte und sich Weihnachtsreime aufgesagt hatte, bemerkte er überrascht, dass es schon acht Uhr war. Er hatte keine Minute zu verlieren, der große Tag war gekommen: Der Tag des Schranks. Heute würde er offiziell in die Welt der Erwachsenen eintreten.

Nun, meine lieben Leser, ist es wohl an der Zeit, euch von jenem Schrank, der sich normalerweise am Eingang eines jeden Hauses dieser westlichen Metropole befindet, zu erzählen. Beim Eintreten durch die Tür befindet sich rechts oder links vom Eingang ein großer Schrank mit einem Spiegel, der fast genauso groß wie dieser ist. Bis jetzt werden Sie sich denken, dass es daran nichts Außergewöhnliches gibt. Sie werden mir sagen, dass dies der Schrank ist, wo man seine Mäntel und Jacken verstaut und dass der Spiegel dazu da ist, sein Aussehen noch ein letztes Mal zu überprüfen, bevor man das Haus verlässt. Sie werden sich vielleicht denken, dass es ein wenig merkwürdig ist, dass jeder einen davon hat, aber Sie wird wahrscheinlich nichts daran stören. Das ist schon richtig, aber dieser Schrank beinhaltet weder elegante Pelzmäntel noch leichte Sommerjacken. Er beinhaltet nicht einmal Wollhandschuhe oder schicke Hüte. Dieser Schrank enthält… also gut, das fragen wir besser unseren Protagonisten. „Hallo junger Mann.“. Der Junge erwachte schlagartig und richtete sich kerzengerade im Bett auf. „Sprechen Sie mit mir?“ „Natürlich spreche ich mit dir! Mit wem sonst? Wir wissen, dass heute dein großer Tag ist, der Tag des Schranks.“ Enthusiastisch stellte er sich auf die Bettkante, stellte sich eine große Menschenmenge vor ihm vor und, während er seine Hand auf sein Herz legte, als würde er die Landeshymne singen, verkündete er ehrenvoll: „Heute ist der Tag des Schranks und ich werde zum Erwachsenen.“

Ihr seht, meine lieben Leser, in dieser westlichen Metropole wurde man zum Erwachsenen, sobald man jenen Schrank öffnen durfte. Oder viel mehr zum sogenannten Erwachsenen. „Auf was wartest du? Nun mach schon, zeig uns was in diesem besagten Schrank…“ Bevor der Satz noch beendet war, zog er sich schon eifrig an, wusch sich das Gesicht, putzte sich die Zähne, nahm seine Hausschuhe und, während er die Luft anhielt, rannte mit voller Geschwindigkeit die Treppe hinunter, die noch im Dunkeln lag. Sein Vater, der die Vorfreude seines Sohnes teilte, war schon in der Küche und gerade dabei, gemeinsam mit seiner Frau das Frühstück vorzubereiten. Sie sahen sich nicht an, sosehr waren sie damit beschäftigt, sich von den Fernsehnachrichten berieseln zu lassen. Das Frühstück war ordentlich und einfach. Ein Milchkaffee und zwei Kekse mit Marmelade für sie, ein Toast und ein bitterer Kaffee für ihn. Ihr möchtet, dass ich euch die beiden beschreibe, nicht wahr? Nur um sich ein besseres Bild von der Szene verschaffen zu können. Es tut mir leid, aber ich kann es nicht. Viel eher kann ich davon sprechen, dass die Küche hübsch eingerichtet ist, allerdings relativ gezwungen und kalt. Ich kann euch erzählen, dass sie sehr elegant aussah in ihrer engen Hose und weißer Leinenbluse. Er, im Gegenteil, trug noch seinen schwarzen Seidenpyjamaund war barfuß. Was ihre Gesichter betrifft, kann ich euch wirklich nichts sagen. Ich weiß nicht genau warum, aber es ist, als könnte ich sie nicht sehen. Ich versuche es mit allen Mitteln, ihr wisst, dass ich normalerweise alles für meine Leser mache, aber dieses Mal kann ich es wirklich nicht.

Sofort bemerkten die Eltern, dass ihr Sohn im Türrahmen stand und sie mit einem verträumten Blick ansah. „Komm, mein Liebling, gehen wir zum Schrank.“ Und da standen sie alle drei vor dem Schrank, am Eingang zu einem neuen Leben. Der Junge, zwischen seinen beiden Eltern stehend, sprach kein Wort, aber rieb sich die Hände und streckte sie anschließend entlang der Seite seiner Hose aus, wo sie kleine Schweißflecken hinterließen. Der Vater, etwas gleichgültig, war kurz davor, die Tür des Schranks aufzumachen; die Mutter fixierte den Blick ihres Sohnes mit dem Objektiv ihrer Handykamera, während sie auf seine Reaktion wartete. Alles war bereit. Die Schranktür wurde geöffnet. Ein grelles Licht strömte heraus, das den erstaunten und perplexen Ausdruck des Jungen erhellte. Die Mutter hielt den Augenblick fest, der Vater trat etwas zurück, um einen besseren Überblick der Szene zu haben und den Jungen allein seiner neuen Realität gegenübergestellt zu lassen. „Aber ich verstehe nicht, aber das sind …“ „Sag es, mein Liebling, sag es laut!“ „Das sind Masken!“ „Aber natürlich, mein Liebling, das sind Masken! Es ist so einfach, man muss sich nur daran gewöhnen. Wenn du sie das erste Mal trägst, ist es ein bisschen schmerzhaft, du wirst dich fast schuldig fühlen, weil du dein wahres Gesicht bedeckst. Aber schau dir Mama und Papa an, wie sie sie gut tragen. Siehst du?“ „Aber sie werden meine Nase eindrücken, mir auf der Stirn wehtun und sind noch nicht einmal in meiner Größe!“ Seine Mutter, die nun fast etwas eingeschnappt war von diesen undankbaren Beschwerden, sagte: „Aber Liebling, das sind doch nicht die Masken, die sich an dein Gesicht anpassen, es ist dein Gesicht, das sich an die Masken anpassen muss. Siehst du, wie wir es gemacht haben? Ohne Masken wären wir nicht wiederzuerkennen, wir haben keine Gesichtsausdrücke mehr zu zeigen. Die Maske wird deine Identität. Je nachdem, was du vorhast, suchst du die Maske aus, die am besten passt. Jetzt muss ich tatsächlich los, mein Junge, ich muss zur Arbeit, reich mir bitte diese Maske dort. Nein, nicht diese da, die andere, die die ein bisschen verärgert aussieht, aber trotzdem ein kleines Lächeln aufgesetzt hat – so wird diese Bürobesprechung wie im Flug vergehen.“ „Komm mein Sohn, nehmen wir die gleiche Maske, um in den Park zu gehen.“ „Aber Papa, ich habe keine Lust, in den Park zu gehen.“ „Das ist der Vorteil der Masken. Wir, die Erwachsenen, wir machen fast nur Dinge, die wir gar nicht machen wollen, aber die meiste Zeit kümmert uns das nicht. Wir laden Leute zum Abendessen ein, die wir eigentlich gar nicht mögen, wir kaufen Kleidungsstücke, nur um sie anderen vorzuführen, wir essen, was die Werbungen uns sagen und wir arbeiten hart, um viel Geld zu verdienen, das uns schlussendlich auch nicht glücklich macht. Aber niemand wird es jemals erfahren, denn wir setzen eine hübsche, fröhliche Maske auf und sind so, wie uns andere sehen wollen. Und gut so.“ „Na gut Papa, dann werde ich diese Maske nehmen, die ein großes Lächeln aufgesetzt hat und komme in den Park mit dir.“ „Sehr gut, mein Liebling, und nimm auch eine zur Reserve mit, die traurig aussieht, nur für den Fall. Der Junge dachte sich nun, dass dies eigentlich ganz praktisch war, da er ab jetzt nie wieder so tun müsste als ob, denn er würde von einer Maske bedeckt sein, die dies an seiner Stelle tat. Er war in die Welt der Erwachsenen eingetreten, und er fühlte, dass die Sache mit den Gefühlen etwas war, das er von nun an beherrschen konnte. Und, falls er in Zukunft traurig war und ihm zum Weinen zumute war, müsste er nur eine Maske aufsetzen, die sogleich ein glückliches Lächeln vortäuschte.

A mia figlia

Ho pensato di scriverti una lettera, bambina mia. Ho pensato che solo le parole possano supportare veramente il peso delle mie sensazioni. Qualcuno poi le mette in musica, qualcun’altro ci danza sopra, altri ancora le recitano, e pensa che siamo arrivati al punto di inciderle sulla pelle o disegnarle sui muri della città. Insomma, ovunque tu guardi ci sarà un linguaggio da scoprire: da un stretta di mano ad un paesaggio autunnale. Tutto e tutti hanno una storia, che è fatta di parole. L’intera tua vita, mia cara, sarà una continua scoperta di commedie e tragedie, che un po’ tutti si portano dietro come un piccolo peso sulle spalle. E dovrai sempre cercare di curiosare, di capire, di empatizzare con tutti i linguaggi che ti circondano. Vorrei riuscire a scriverti una lettera chiara, semplice. Avrei potuto iniziare con il classico “Per te voglio tanta felicità.” Ma no, io non la voglio. Vedi, la felicità non la puoi volere, non la puoi pretendere. È un sentimento e come tutti i sentimenti va accudito. Io, per avere la mia felicità, ho dovuto attendere ben nove mesi. Funziona così con i sentimenti, devono crescere con calma, quasi in tempo con la natura, altrimenti diventano pesanti, vuoti e tristi. Se invece sono immediati ed esplosivi si chiamano emozioni. Sono bellissime, ma sono momenti. Ne puoi collezionare molti, ma saranno sempre solo delle istantanee. Il sentimento invece è più complicato: innanzitutto ha bisogno di tempo, poi di dedizione, e poi sicuramente di tanto affetto. Vedi, bambina, non ti auguro neanche di provare sentimenti o emozioni, perché è una scelta tua. Io ti ho solo imposto di venire al mondo, mi sembra già di averti influenzato abbastanza. Ti potrei parlare dell’amore, ma dell’amore non si parla, si fa. Ti potrei augurare serenità, ma sarebbe così falso da sembrarmi ingiusto. Non ti auguro nulla amore mio, ma immaginami mentre ti sposto i capelli dall’orecchio, e avvicinandomi così tanto ad esso da procurarti il solletico con il mio solo respiro, ti dico: assapora cibi diversi e conosci persone tanto diverse da te da sembrarti strane; ascolta ogni volta che puoi la pioggia, respira a pieni polmoni l’odore dell’erba appena tagliata; impara a leggere dei fogli per imparare a leggere le persone; ricordati che essere triste fa bene e anzi a livello creativo e artistico è molto efficace; sii educata sempre e comunque; almeno una volta prova a contare tutte le stelle che puoi (da fare in estate); impara le lingue per imparare a conoscere davvero; crea sempre un pensiero individuale altrimenti è solo tutto un copia e incolla; non avere paura della paura; imposta sempre una tua prospettiva nei tuoi giorni di vita; impara tanto dalla vita quanto puoi imparare dalla morte; fai amicizia con il tempo che altrimenti ti mangia; ridi ma solo quando lo puoi fare di gusto; impara dalla solitudine; impara a ricordare; sogna sia ad occhi chiusi che aperti; impara dagli altri ma più da te stessa; impara a cambiare idea; e, infine, ama le parole. Sì, amale. Perché tutto quello che pensiamo diventa parola, l’esperienza diventa parola, il ricordo diventa parola, un’emozione diventa parola e quando troverai una persona, con la quale invece non serviranno parole, beh allora in quel caso ama lei.

E io guardando te, creatura meravigliosa, capisco che solo in silenzio si possa veramente amare.

To my daughter

I’ve thought to write a letter to you, my child. I’ve thought that only words can really support the weight of my feelings. Someone then sets them to music, someone else dances on them, other people play them and we even went so far as to tattoo them or to draw them on the cities’ walls. In short, everywhere you look at, there will be a language to discover: from a handshake to an autumn landscape. Everything and everyone has a story which is made of words. My darling, your whole life will be a continuous discovery of comedies and tragedies that everyone carries like a small weight on their shoulder. You will always have to try to look around, to understand, to empathize with all the languages that sorround you. I would like to write a clear and simple letter to you. I could have started with the classic : “I want a lot of happiness for you”. But no, I don’t. I don’t want it. Well, you cannot want happiness, you cannot ask for it. It is a feeling and like every feeling, you have to take care of it. As far as I am concerned, I had to wait nine months for my happiness. That’s how it works with feelings, they have to grow calmly, almost in time with nature, otherwise they become heavy, empty and sad. If they’re immediate and explosive, they’re called emotions. They are wonderful, but they are just moments. You can collect a lot of emotions, but they will always be momentary. However, the feeling is more complicated: first of all it needs time, after that dedication and then surely lots of affection. My child, I don’t even wish you to have feelings or emotions, because this choice is up to you. I’ve only forced you to come into this world, it seems to me that I’ve already influenced you enough. I could talk to you about love, but you don’t talk about love, you do it. I could wish you piece of mind, but it would be so untrue and unfair. My love, I wish you nothing. Try now to imagine me moving your hair from you ear, getting closer to it as to tickle you with my only breath and telling you: “taste different foods and meet people so different from you that they seem strange to you; listen to the rain whenever you have the possibility to do it; breath deeply the smell of the freshly mown grass; learn how to read the papers in order to learn to learn how to read people; remember that being said is good and, actually, it is very useful on a creative and artistic level; be always polite; try to count all the stars in the sky (maybe in Summer); learn languages in order to learn to get to know; try to crate an individual way of thinking, otherwise it’s just a “copy and paste”; don’t be afraid of fear; set your own perspective on life; learn as much from life as you can learn from death; learn how to remember; be friend with time that otherwise destroys you; dream with your eyes opened and closed; learn from others but more from yourself; learn to change your mind and, finally, love the words. Yes, do love them. Everything we think of becomes a word, emotions become words. When you will find a person you don’t need words with, so love that person.
While I’m looking at you, my wonderful creature, I understand that only silence makes it possible to love.

À ma fille

J’ai pensé t’écrire une lettre, ma petite fille. J’ai pensé que seulement les mots peuvent vraiment soutenir le poids de mes sentiments. Quelqu’un les met ensuite en musique, quelqu’un d’autre danse sur ces mots, d’autres personnes les récitent et il nous est même arrivé de les tatouer ou de les dessiner sur les murs de la ville. Bref, où que tu regardes, il y aura un langage à découvrir : de la poignée de main au paysage d’automne. Tout et tous ont une histoire qui est faite de mots. Ma chérie, toute ta vie sera une découverte continue de comédies et de tragédies que chacun de nous porte comme un petit poids sur les épaules et tu devras toujours essayer d’être curieuse, de comprendre, de t’identifier à tous les langages qui t’entourent. J’aimerais pouvoir t’écrire une lettre claire et simple. Je pourrais commencer par le classique «Je veux tellement de bonheur pour toi». Mais non, je ne le veux pas. Tu vois, tu ne peux pas vouloir le bonheur, tu ne peux pas l’exiger. C’est un sentiment, et comme tout sentiment, il faut s’en occuper. Moi, j’ai dû attendre neuf mois pour obtenir mon bonheur. Ça marche de cette façon avec les sentiments, ils doivent grandir calmement, presque au rythme de la nature, sinon ils deviennent lourds, vides et tristes. Si, au contraire, ils sont immédiats et explosifs, on les appelle des émotions. Tu peux en collectionner beaucoup, mais il ne s’agira toujours que d’instantanées. En revanche, le sentiment est plus compliqué : tout d’abord il lui faut du temps, ensuite de la dévotion et enfin sûrement beaucoup de tendresse. Tu vois, ma fille, je ne te souhaite même pas d’éprouver des sentiments ou des émotions, parce que c’est à toi d’en faire le choix. Moi, je t’ai seulement imposé de venir au monde, j’ai l’impression de t’avoir déjà assez influencée. Je pourrais te parler de l’amour, mais on ne parle pas de l’amour, on le fait. Je pourrais te souhaiter la sérénité, mais ce serait tellement faux qu’il me semblerait injuste. Je ne te souhaite rien mon amour, mais imagine-moi en train de bouger les cheveux de ton oreille, m’approcher si près de toi jusqu’à te chatouiller avec mon souffle, et te dire : goûte différents types de nourriture et rencontre des gens si différents de toi qu’ils te semblent bizarres ; chaque fois que tu peux, écoute la pluie, respire à pleins poumons l’odeur de l’herbe fraîchement coupée ; apprends à lire des feuilles de papier pour apprendre à lire les personnes; souviens-toi qu’être triste c’est bien et, d’ailleurs, la tristesse est très efficace sur un plan créatif et artistique ; sois toujours polie ; essaie au moins une fois de compter toutes les étoiles que tu vois (à faire en été) ; apprends les langues pour apprendre à connaître vraiment ; crée toujours une pensée individuelle sinon ce n’est qu’un copier-coller, n’aie pas peur de la peur ; mets-toi toujours en perspective ; apprends autant de la vie que de la mort ; sois amie avec le temps qui autrement te dévore ; ris, mais seulement quand tu peux le faire de bon cœur ; apprends à te souvenir ; rêve les yeux fermés et ouverts ; apprends des autres mais surtout de toi-même ; apprends à changer d’avis ; et, enfin, aime les mots. Oui, aime-les. Tout ce que nous pensons se transforme en mots, une émotion devient un mot et quand tu trouveras une personne avec laquelle tu n’auras pas besoin de mots, eh bien, alors aimes-la. Et moi, en te regardant, merveilleuse créature, je comprends que seulement le silence permet vraiment d’aimer.

À minha filha

Pensei em escrever-te uma carta, minha filha. Pensei que só as palavras poderiam realmente suportar o peso dos meus sentimentos. Alguém os põe a música, outra pessoa dança neles, outra pessoa recita-os, e pensa que chegamos ao ponto de os gravarmos na pele ou de os desenharmos nas paredes da cidade. Em suma, para onde quer que olhe, haverá uma língua a descobrir: desde um aperto de mão a uma paisagem de Outono. Tudo e todos têm uma história, que é feita de palavras. Toda a tua vida, minha querida, será uma descoberta contínua de comédias e tragédias, que todos carregam como um pequeno peso sobre os ombros. E deve sempre tentar intrometer-se, compreender, empatizar com todas as línguas à sua volta. Quem me dera poder escrever-lhe uma carta clara e simples. Podia ter começado com o clássico “Quero tanta felicidade para ti”. Mas não, eu não o quero. Não se pode querer felicidade, não se pode pedi-la. É um sentimento, e como todos os sentimentos, tem de se cuidar dele. Tive de esperar nove meses para obter a minha felicidade. É assim que funciona com os sentimentos, eles devem crescer calmamente, quase a tempo com a natureza, caso contrário tornam-se pesados, vazios e tristes. Se são imediatas e explosivas, são chamadas emoções. São lindas, mas são momentos. Pode recolher muitos deles, mas serão sempre apenas instantâneos. O sentimento é mais complicado: primeiro de tudo, precisa de tempo, de dedicação, e certamente de muito afecto. Sabes, criança, nem sequer desejo que sintas sentimentos ou emoções, porque a escolha é tua. Já te obriguei a vir ao mundo. Sinto que já te influenciei o suficiente. Eu poderia falar-te sobre amor, mas não se fala de amor, apenas se faz. Poderia desejar-te serenidade, mas seria tão falso que pareceria injusto. Não te desejo nada, meu amor, mas imagina-me a mover o meu cabelo da tua orelha, e a chegar tão perto dela que só com o meu fôlego faz cócegas, digo-te: provar alimentos diferentes e conhecer pessoas tão diferentes de si que lhe parecem estranhas; ouvir sempre que puder a chuva, respirar o cheiro da relva recém-cortada; aprender a ler folhas de papel para aprender a ler as pessoas; lembrar que ser triste é bom e, de facto, criativo e artisticamente muito eficaz; ser educada sempre e em qualquer caso; pelo menos uma vez tentar contar todas as estrelas que puder (para fazer no Verão); aprender línguas para aprender realmente a conhecer; criar sempre um pensamento individual, caso contrário é tudo apenas uma cópia e cola; não ter medo do medo; estabeleçer sempre a sua própria perspectiva nos seus dias de vida; aprender tanto da vida; aprender com a morte também; fazer amigos com o tempo que de outra forma vai te devorar; rir mas apenas quando pode; aprender com a solidão; aprender a recordar; sonhar com os olhos fechados e abertos; aprender com os outros mas mais consigo mesmo; aprender a mudar de ideias; e, finalmente, amar as palavras. Sim, adoro-as. Porque tudo o que pensamos torna-se uma palavra, a experiência torna-se uma palavra, a memória torna-se uma palavra, uma emoção torna-se uma palavra, e quando encontramos uma pessoa com quem não precisamos de palavras, bem, então amamo-la.

Eu olho para ti, criatura maravilhosa, e compreendo que só em silêncio se pode amar verdadeiramente.

An meine Tochter

Ich habe mir gedacht, dir einen Brief zu schreiben, mein liebes Mädchen. Ich habe beschlossen, dass ich allein durch Wörter meine Gefühle zur Geltung bringen kann. Jemand anderes würde sie vielleicht in Musik umwandeln, ein weiterer würde die Wörter durch Tanz zum Ausdruck bringen, andere Menschen sprechen sie aus und manchen von uns ist es vielleicht passiert, diese auf Haut zu tätowieren oder sie auf die Mauern der Stadt zu schreiben. Kurz gesagt, wo auch immer du hinsiehst, wird es Wörter zu entdecken geben: von der menschlichen Faust bis hin zur bunten Herbstlandschaft. Alles auf dieser Welt hat eine Geschichte, die aus Wörtern gemacht ist. Mein Liebling, dein ganzes Leben wird eine nie endende Entdeckungsreise sein, geprägt von lustigen und traurigen Momenten, die jeder von uns wie eine kleine Last auf den Schultern trägt, und du wirst immer versuchen, neugierig zu sein, zu verstehen, all diese Wörter zu identifizieren, die uns umgeben. Ich möchte dir einen Brief schreiben, der eindeutig ist. Ich könnte mit einem Standardspruch beginnen: „Ich wünsche dir alles Glück der Welt.“ Aber mir ist es lieber, das nicht zu schreiben. Schau, ich bin nicht in der Lage, dir Glück zu wünschen und du kannst es auch nicht für dich beanspruchen. Glück ist ein Gefühl, und wie jedes Gefühl, muss man sich erst darum kümmern. Bei mir hat es neun Monate gedauert, um mein Glück zu erhalten. So funktioniert das mit den Gefühlen, sie müssen langsam heranwachsen, fast im Rhythmus der Natur, ansonsten werden sie schwerwiegend, leer und traurig. Wenn sie jedoch im Gegenteil plötzlich und aufbrausend sind, so nennt man sie Emotionen. Du kannst viele davon sammeln, aber sie werden dennoch immer unerwartet über dich kommen. Gefühle, im Vergleich dazu, sind komplizierter: zuerst brauchen sie Zeit, dann Zuwendung und schließlich viel Zärtlichkeit. Du siehst, mein Liebling, ich wünsche dir nicht einmal, Gefühle oder Emotionen zu empfinden, weil du allein die Wahl hast, diese zu spüren. Ich habe dir nur auferlegt, auf die Welt zu kommen, womit ich dein Leben wahrscheinlich schon genug beeinflusst habe. Ich könnte von Liebe sprechen, aber man spricht nicht von Liebe, man lässt sie von selbst entstehen. Ich könnte dir Fröhlichkeit wünschen, aber das wäre so falsch, dass es mir ungerecht erscheinen würde. Ich wünsche dir also nichts als meine Liebe; aber stell dir vor, dass ich dir, während ich dir zärtlich die Haare hinters Ohr streiche und so nahekomme, dass du meinen leisen Atem spüren kannst, zuflüstere: probiere verschiedenes Essen auf dieser Welt; lerne Menschen kennen, die dir so unterschiedlich sind, dass sie dir merkwürdig vorkommen; jedes Mal, wenn du die Möglichkeit hast, höre dem Regen zu; atme mit vollen Lungen den Duft von frisch gemähtem Gras;
lerne, Wörter zu lesen, um zu lernen, Menschen zu lesen; vergiss nicht, traurig zu sein, das ist wichtig – und übrigens, Traurigkeit fördert Kunst und Kreativität; sei immer höflich; versuche mindestens einmal, alle Sterne zu zählen, die du sehen kannst (im Sommer); lerne Sprachen, um dich selbst kennenzulernen; bilde immer deine eigene Meinung, anstatt die der anderen zu übernehmen; hab nicht Angst vor der Angst; sieh die Dinge aus mehreren Perspektiven; lerne gleich viel über das Leben als über den Tod; befreunde dich mit der Zeit, ansonsten wird sie dich kontrollieren; lache, aber nur wenn du es aufrichtig tust; lerne, dich zu erinnern; träume mit offenen und geschlossenen Augen; lerne von anderen, aber vor allem von dir selbst; lerne, deine Meinung zu ändern; und, vor allem, liebe die Wörter. Ja, liebe sie. Alles, an das wir denken, verwandelt sich in Wörter, eine Emotion wird zum Wort und wenn du eines Tages einen Menschen triffst, für den du keine Worte hast, ja dann liebe ihn. Und ich, während ich dich ansehe, du wunderbares Wesen, verstehe ich plötzlich, dass nur die Stille es erlaubt, wirklich zu lieben.

Il geco

Come ogni estate, i bambini venivano portati al mare dai nonni. Ormai era un rito: l’intero mese di luglio si trascorreva nelle spiagge liguri. Per il piccolo Matteo era il momento migliore dell’anno. Adorava il mare, il suo odore, il suo colore e le lunghe immersioni ( in realtà erano di pochi secondi ma non glielo diremo ) che si concedeva non più in là della boa bianca. E poi, uscito dall’acqua, fatta la doccia sotto le urle della nonna: «Non mi interessa che sia fredda, devi toglierti subito il sale!» e tutto rannicchiato nel suo asciugamano colorato, con il costume pulito, cercava lo sguardo del nonno. Lui faceva finta di nulla, continuando a leggere il giornale sullo sdraio dall’altra parte dell’ombrellone. Ci teneva all’educazione del ragazzo, e voleva sentire esplicitamente la richiesta, con tanto di per favore. E allora Matteo, quasi gli fosse venuto in mente proprio in quel momento, si metteva seduto e chiedeva: «Posso avere la focaccia…» e, temporeggiando, scrutava il nonno che rimaneva immobile. Interveniva subito la nonna, sotto il suo cappello di paglia: «Matteo, come si dice? Per? Per?» e lo guardava dritto negli occhi. «Boh. Ah sì, si dice per me!» Anche il nonno, che faceva finta di nulla, sogghignò sotto i baffi, ma lei disse subito: «Bene allora niente.» E si rimise a ragionare sul suo cruciverba con sguardo severo. «Per favore…» sospirò il ragazzo, che fu subito ricompensato. Mangiando con gusto la focaccia, si accorse che la sua amata nonna, che tanto stravedeva per lui, non lo considerava minimamente. Fece una prova: senza essersi messo la crema, andò ad esporsi al sole. Lei, che normalmente si sarebbe messa a sbraitare ed inseguirlo con la crema protezione 50, non alzò lo sguardo dalla sua rivista. Il nonno, che allora si accorse della situazione, propose alla moglie di portare i ragazzi a prendere un gelato nel budello, il vicolo centrale del paesino. Ma le donne della famiglia, lei e la sua nipotina, volevano riposarsi all’ombra e quindi partirono solo gli uomini. Nessuno osava proferire parola: Matteo, orgoglioso, faceva finta di nulla, ma era evidentemente dispiaciuto; il nonno si prestava solo a tenerlo per mano durante la passeggiata. Era quindi lui che decideva il passo e, inaspettatamente, decise di non entrare nel budello, dove ci sarebbe stata la gelateria, preferendo la strada che costeggia le spiagge. Strano, di solito si evitava quella passeggiata per non esporsi troppo al sole cocente delle due del pomeriggio. Stavano per arrivare sul molo, quando il nonno si fermò e si mise a guardare la grande torre. Era un vecchio bastione, grigio, mezzo fatiscente eppure, ancora oggi, simbolo del paese. «Senti nonno, ma cosa cambia se non dico sempre grazie o prego? Se ogni tanto mi dimentico del per favore o per piacere? La nonna non può essersela presa così tanto.» «Matteo» gli rispose pazientemente «guarda questa torre e dimmi cosa vedi.» «Vedo una torre.» «Ecco il tuo problema figliolo, tu vedi solo la torre! Perché non ti metti a guardare più a fondo?» «Ma nonno vedo sempre la stessa cosa.» «Devi imparare a guardare con altri occhi, con un’altra prospettiva le cose. Devi andare a fondo. È ovvio che non sia importante solo quel grazie o quel per favore. Ma è importante quello che non vedi: la gentilezza. Ti faccio un esempio, se tu passassi di qui e vedessi questa torre, diresti che è normale e basta. Ma se guardi bene a fondo, e se cerchi e impari a vedere le piccole cose, la bellezza delle piccole cose, scoprirai che…» «Nonno, nonno! Qualcosa si muove! Ha il colore della torre e si muove!» «Scoprirai che tutte le cose più belle sono un po’ nascoste. E solo quando imparerai a vederle, non potrai più farne a meno. Quel grazie e quel prego, non sono altro che dei piccoli gesti che mostrano qualcosa di molto più profondo: la gentilezza. È vero che sembra che tu non la possa vedere o toccare, ma essa c’è e se guardi con altri occhi la puoi osservare. Ma devi essere attento, devi guardare a fondo nelle cose, e allora verrai qui, ti fermerai e scoprirai che questa torre è piena di gechi!» «Nonno, eccone uno lì e un altro là. Nonno ma è pieno, nonno andiamo, andiamo a vedere da vicino!» E dopo che il vecchio e il bambino si avvicinarono e compresero quante bellezze potesse nascondere una grigia parete antica, il bambino si voltò, lo guardò e disse: «Allora lo devo dire anche per questo.» «Che cosa figliolo?» E saltandogli improvvisamente sul collo gli urlò con grandissima gioia: «Grazie!»

The gecko

Like every summer, grandparents took the children to the beach. It was now a ritual: they would spend the whole month of July on the beaches of Liguria. It was the best time of the year for Matteo. He loved the sea, its smell, its color and the long dives he allowed himself not beyond the white buoy (actually they only lasted few seconds, but this will remain a secret). Then he would get out of the water, take a shower under his grandmother’s screams: “I don’t care if it’s cold, take off the salt immediately!” and, all curled up in his coloured towel, with his clean swimsuit, he looked for his grandfather’s gaze. This one pretended nothing had happened and continued to read the newspaper from the beach chair on the other side of the beach umbrella. He cared about the boy’s education and he only wanted him to explicitly say: please. In that moment, Matteo sat down and asked: “Can I have some focaccia…” and he played for time and looked at his grandfather who remained motionless. His grandmother, under her straw hat, immediately intervened: “Matteo, what do you have to say? Plea…plea…?” while looking at him straight in his eyes. “I don’t know. I only know I want it!”. Even his grandpa, who was acting as if nothing had happened, sneered. However, his grandmother immediately said: “Well, then nothing”. She immediately took up her crossword puzzle with a stern gaze. “Please…” the boy sighed, who was immediately rewarded. While he was eating his focaccia, he noticed that his beloved grandmother, who really loved him, did not consider him at all. He put her to the test: he exposed himself to the sun without putting on the sunscreen. His grandmother, who would have normally screamed and followed him with sunscreen 50, did not look up from her magazine. His grandfather, who then noticed the situation, suggested to his wife to take the boys for an ice cream in the city centre. However, only the men left, because the women of his family, his wife and his granddaughter, wanted to rest in the shade. Nobody dared to utter a word: Matteo, who was a very proud person, pretended nothing had happened, but he was clearly sorry; his grandfather only held his hand during the walk. Therefore, he was the one who set the pace and, unexpectedly, decided not to go into the city centre, where the ice-cream parlor is placed, but he preferred to take the road which runs along the beaches. This is a bit strange, because they usually avoid this walk so as not to expose themselves too much to the scorching sun of two o’clock in the afternoon. They were about to arrive at the pier, when the grandfather stopped and looked at the big tower. It was an old, grey and half run-down bastion, yet it is still today the symbol of the village. “Listen Grandpa, what difference does it make if I don’t always say thank you or you’re welcome? If sometimes I forget to say thanks or please? I don’t understand why Grandma was so angry!”. “Matteo, he answered him patiently, look at that tower and tell me what you see”. ”I do see a tower”. “Here’s your problem, son, you only see the tower! Why don’t you look deeper?”. “But grandpa, I always see the same thing”. “You have to learn to look at things with other eyes, with a different perspective. You have to go deeper. Obviously, it’s not just that thank you or please which is important. But what is important is what you can’t see: kindness. I’ll give you an example, if you passed by here and saw this tower, you would say that is just a normal tower. However, if you look deeper into something and if you try and learn to see the little things, the beauty of the little things, you will discover that…”. “Grandpa, grandpa! Something’s moving! It has the same color as the tower, and it moves!”. “You’ll find out that all the most beautiful things are a bit hidden, but when you learn to see them, you won’t be able to do without them anymore. Thank you and you’re welcome are only small gestures that show something much deeper which is kindness. It is true that it seems that you cannot see it or touch it, but it is there and if you look with other eyes, you can see it. Nevertheless, you have to be careful, you have to look deeper into things, and then you will come here, you will stop and discover that this tower is full of geckos!”. “Grandpa, there is one here and one there. Grandpa let’s go, let’s go to have a closer look!”. When the old man and the child moved closer and realized how many beauties an ancient grey wall could hide, the kid turned around, looked at his grandfather and said: “Then, I have to say it also for this”. “What do you mean, son?”. And, jumping suddenly on his neck, he said: “Thank you”.

Le gecko

Comme chaque été, les grands-parents emmenaient leurs enfants à la mer. C’était désormais devenu un rituel : ils passaient tout le mois de juillet sur les plages de Ligurie. Pour le petit Matteo, c’était la meilleure période de l’année. Il adorait la mer, son odeur, sa couleur et les longues plongées (en réalité, elles ne duraient que quelques secondes, mais cela restera un secret) qu’il s’autorisait jusqu’à la bouée blanche. Ensuite, il sortait de l’eau, prenait sa douche sous les cris de sa grand-mère : « Je m’en fiche que l’eau soit froide, enlèves le sel immédiatement ! » et, recroquevillé dans sa serviette colorée, avec son maillot de bain propre, il cherchait le regard de son grand-père. Lui, faisait mine de ne pas le voir et continuait à lire son journal, sur sa chaise longue de l’autre côté du parasol. Il se souciait de l’éducation du garçon et tenait à ce qu’il dise explicitement « s’il-te-plaît ». Alors, à ce moment précis, comme si cela lui était venu à l’esprit, Matteo s’asseyait et demandait : « Puis-je avoir de la focaccia… » il s’arrêtait et scrutait son grand-père qui restait immobile. La grand-mère, sous son chapeau de paille, intervenait immédiatement : « Matteo, comment tu dis ? S’il ? S’il ? » et elle le regardait droit dans les yeux. « Bah je ne sais pas, je sais seulement que j’en veux ». Même son grand-père, qui faisait comme si de rien n’était, ricanait sous sa moustache, toutefois elle dit tout de suite : « Eh bien, alors rien ». Elle reprit immédiatement ses mots croisés d’un regard sévère. « S’il-te-plaît… », soupira le garçon qui fut récompensé à l’instant. Pendant qu’il était en train de manger sa focaccia avec enthousiasme, il remarqua que sa grand-mère bien aimée, qui l’aimait tant, ne le considérait pas du tout. Il fit un essai : il tenta d’aller bronzer sans avoir mis sa crème solaire. Sa grand-mère, qui normalement aurait crié et l’aurait suivi avec la crème solaire protection 50, ne leva pas ses yeux du magazine. Son grand-père, qui remarqua alors la situation, proposa à sa femme d’emmener les garçons manger une glace dans le centre-ville. Mais les femmes de sa famille, son épouse et sa petite-fille, voulaient se reposer à l’ombre, alors les hommes partirent. Personne n’osait dire un mot : Matteo, tout fier, faisait comme si de rien n’était, mais il était sans aucun doute désolé ; son grand-père lui tenait seulement la main pendant la petite promenade. C’était donc lui qui décidait du rythme et, de manière inattendue, décida de ne pas aller dans le centre-ville, où se trouve le glacier, mais préféra emprunter la route qui longeait les plages. C’est étrange, d’habitude on l’évitait afin de ne pas trop s’exposer au soleil brûlant de deux heures de l’après-midi. Ils étaient sur le point d’arriver sur le quai, quand son grand-père s’arrêta et regarda la grande tour. C’était un vieux bastion gris, à moitié délabré, pourtant il est encore aujourd’hui le symbole du village. « Ecoute papi, qu’est-ce que ça change si je ne dis pas toujours merci ou je t’en prie ? Si j’oublie parfois s’il-te-plaît ? Je ne comprends pas pourquoi mamie était si fâchée ». « Matteo, lui répondit-il avec patience, regarde cette tour et dis-moi ce que tu vois ». « Je vois une tour ». « Voici ton problème, mon petit gars, tu ne vois que la tour ! Pourquoi tu ne regardes pas plus loin ? ». « Mais papi, je vois toujours la même chose ! ». « Tu dois apprendre à regarder les choses avec d’autres yeux, avec une perspective différente. Tu dois regarder plus loin. Bien sûr, ce n’est pas seulement le fait de dire merci ou s’il-te-plaît. Mais ce qui est important, c’est ce que tu ne vois pas : la gentillesse. Je te montre un exemple, si tu passais par ici et que tu voyais cette tour, tu dirais que c’est juste une tour normale. Mais si tu regardes bien, et si tu essaies et apprends à voir les petites choses, leur beauté, tu découvriras que… ». « Papi, papi, il y a quelque chose qui bouge ! Il a la couleur de la tour et il bouge !! ». « Tu découvriras que toutes les plus belles choses sont un peu cachées. Et ce n’est que lorsque tu auras appris à les voir, que tu ne pourras plus t’en passer. Merci et je t’en prie ne sont que de petits gestes qui montrent quelque chose de beaucoup plus profond : la gentillesse. Il est vrai que tu ne peux pas la voir ou la toucher, mais elle est là et si tu regardes avec d’autres yeux, tu peux la voir. Toutefois, il faut faire attention, tu dois regarder au fond des choses et alors tu viendras ici, tu t’arrêteras et découvriras que cette tour est pleine de geckos ! ». « Papi, il y en a un ici et un autre là. Papi, il y a beaucoup de geckos, papi allonsy, regardons de plus près ! ». Et lorsque le vieil homme et l’enfant se rapprochèrent et comprirent combien de beautés un ancien mur gris pouvait cacher, l’enfant se tourna, le regarda et dit : « Du coup je dois le dire aussi pour cela ». « Quoi, mon garçon ? ». Et, en sautant soudainement sur son cou, il cria joyeusement : « Merci !».

A osga

Como todos os verões, as crianças eram levadas para o mar pelos seus avós. Por esta altura já era um ritual: todo o mês de Julho foi passado nas praias da Ligúria. Para o pequeno Matteo foi a melhor época do ano. Ele adorava o mar, o seu cheiro, a sua cor e os longos mergulhos (na verdade foram apenas alguns segundos, mas não lhe diremos) que não se deixou levar mais longe do que a bóia branca. E depois, fora da água, tomou um duche debaixo dos gritos da sua avó: “Não quero saber se está frio, tem de se tirar o sal de uma vez!” e todo enrolado na sua toalha colorida, com o seu fato de banho limpo, procurou o olhar do seu avô. Ele fingiu que nada tinha acontecido, continuando a ler o jornal na cadeira de convés do outro lado do guarda-sol. Ele preocupava-se com a educação do rapaz, e queria ouvir o pedido explicitamente. E então Matteo, quase como se lhe tivesse ocorrido naquele preciso momento, sentava-se e dizia: “Queria um pouco de focaccia…” e observava o avô ficar parado. A avó interveio imediatamente, sob o seu chapéu de palha: “Matteo, come se diz? Por? Por?” e olhou-o directamente nos olhos. “Não sei. Ah sim, é para mim”! Até o avô, que… Ele fingiu que não era nada, zombou debaixo do seu bigode, mas ela disse: “Bem, então, nada”, e voltou a pôr-se de pé imediatamente para continuar as suas palavras cruzadas com um olhar severo. “Por favor…” suspirou o rapaz, que foi imediatamente recompensados. Comendo a focaccia com gosto, notou que a sua amada avó, que era tão louca por ele, não o considerava de todo. Ele tentou: sem pôr o creme, ele foi expor-se ao sol. Ela, que normalmente gritava e perseguia-o com o creme de protecção 50, não olhou para cima da sua revista. O avô, que então notou o situação, propôs à sua mulher que levasse os rapazes para um gelado no centro da cidade. Mas as mulheres da família, ela e a sua neta, queriam descansar à sombra, portanto, só restam os homens. Ninguém ousou pronunciar uma palavra: Matteo, orgulhoso, fingia que estava tudo bem, mas ele estava obviamente arrependido; o avô só se emprestou a segurar a sua mão durante o andar. Então foi ele que decidiu o ritmo e, inesperadamente, decidiu não entrar no centro da cidade onde haveria uma geladaria, preferindo a estrada ao longo das praias. Estranho, costumava-se evitar este passeio para não se expor demasiado ao sol escaldante às 2:00 da tarde. Estavam prestes a chegar ao cais, quando o avô parou e olhou para a grande torre. Foi um antigo bastião, cinzento, meio desmoronado e, ainda hoje, símbolo da aldeia. “Olha, avô, qual é a diferença se eu não dizer obrigado ou por favor sempre? Se de vez em quando eu esquecer? A avó não pode ter ficado tão chateada”. “Matteo” respondeu pacientemente “olha para esta torre e diz-me o que vês.” “Eu vejo uma torre.” “Esse é o teu problema filho, só vês a torre! Porque não olhas mais fundo”. “Mas avô, eu vejo sempre a mesma coisa”. “É preciso aprender a olhar para as coisas com outros olhos, com uma perspectiva diferente. É preciso ir mais fundo. Claro que não é só aquele obrigado ou aquele por favor que é importante. Mas o que é importante é o que não se vê: bondade. Vou dar-te um exemplo, se passasse por aqui e visse esta torre, diria que isso é normal. Mas se olhar com atenção, e se aprender a ver as pequenas coisas, a beleza das pequenas coisas vais descobrir que…” “Avô, avô! Algo está a mexer-se! Tem a cor da torre e está em movimento”! “Verás que todas as coisas mais bonitas estão um pouco escondidas. Mas quando aprendemos a vê-las, já não podemos ficar sem elas. Aquele obrigado o aquele por favor não são mais do que pequenos gestos que mostram algo muito mais profundo: a bondade. É verdade que não parece poder vê-la ou tocá-la, mas ela está lá e se olhar com outros olhos, pode vê-la. Mas é preciso ter cuidado, é preciso olhar profundamente para as coisas, e depois virá aqui, pararás e descobrirás que esta torre está cheia de osgas!” “Avô, há um ali e outro ali”. Avô, está cheio, avô, vamos lá, vamos ver mais de perto!” E depois de o velho e a criança se aproximarem e perceberem quantas belezas uma antiga parede cinzenta poderia esconder, a criança virou-se, olhou para ele e disse: “Então tenho de o dizer também por isso”. “O quê, filho?” E, de repente, saltando-lhe para o pescoço, gritou com grande alegria: “Obrigado!”

Der Gecko

Wie jeden Sommer fuhren die Großeltern mit ihren Enkeln ans Meer. Es war schon fast zur Tradition geworden: Sie verbrachten den ganzen Juli an den Stränden von Ligurien. Für den kleinen Matteo war das immer die beste Zeit im Jahr.

Er liebte das Meer, seinen Geruch, seine Farbe und die langen Tauchgänge (die in Wirklichkeit nur ein paar Sekunden dauerten, aber das bleibt ein Geheimnis), die bis zu den weißen Bojen erlaubt waren. Dann kam er aus dem Wasser und duschte sich ab, während er das Nörgeln seiner Großmutter hörte: „Es ist mir egal, dass das Wasser kalt ist, aber nehmt sofort das Salz heraus!“ und, mit trockener Badehose, eingewickelt in sein buntes Handtuch, den Blick seines Großvaters suchte. Dieser gab vor, ihn nicht zu bemerken und las weiter in seiner Zeitung, auf seinem Liegestuhl auf der anderen Seite des Sonnenschirms. Er machte sich Sorgen um die Manieren des Jungens und hoffte darauf, dass dieser endlich lernen würde, Bitte zu sagen. Und, als wäre es ihm gerade in diesem Moment eingefallen, setzte sich Matteo und fragte: „Kann ich Focaccia haben?“ Er musterte seinen Großvater und wartete auf eine Antwort. Die Großmutter rief sofort unter ihrem Strohhut hervor: „Matteo, wie sagt man?“ und sah ihn ermahnend an. „Weiß ich doch nicht, ich weiß nur, dass ich Focaccia haben will!“ Selbst sein Großvater, der weiterhin so tat, als würde er nichts mitbekommen, lachte nun heimlich in seinen dichten Schnurrbart, doch sie erwiderte sofort: „Also gut, dann eben nichts.“ Ohne zu zögern, beschäftigte sie sich mit strenger Miene weiter mit ihrem Kreuzworträtsel. „Bitte…“, seufzte schließlich der Junger, woraufhin er sogleich belohnt wurde.

Während er mit Freude dabei war, seine Focaccia zu verschlingen, bemerkte er, dass seine Großmutter, die ihn doch so gerne hatte, ihm überhaupt keine Beachtung schenkte. Er wagte einen Versuch: er legte sich in die Sonne, ohne sich einzucremen. Seine Großmutter, die normalerweise geschimpft und ihn unverzüglich mit Sonnencreme Faktor 50 verfolgt hätte, wandte den Blick von ihrem Magazin nicht ab.

Sein Großvater, der die Situation schließlich mitbekam, schlug seiner Frau vor, mit den Kindern in der Stadt ein Eis essen zu gehen. Aber der weibliche Teil der Familie, seine Ehefrau und seine Enkelin, wollten sich lieber im Schatten ausruhen, woraufhin die Männer losgingen. Keiner wagte es, ein Wort zu sagen: Matteo, ganz stolz, tat so, als wäre nichts, aber es tat ihm zweifellos leid; sein Großvater hielt während des kurzen Spaziergangs wortlos seine Hand. Es war also er, der den Takt vorgab und sich auf unerwartete Weise dazu entschied, nicht in die Stadt, wo sich die Eisdiele befand, zu gehen, sondern den Weg entlang des Strandes zu nehmen. Es war merkwürdig, für gewöhnlich vermied man es, sich der heißen Nachmittagssonne auszusetzen. Nun waren sie kurz davor, am Pier anzukommen, als sein Großvater stehenblieb und den großen Turm betrachtete. Es war ein alter grauer Stützpunkt, zur Hälfte verfallen, und doch war er noch heute das Wahrzeichen des Dorfes.

„Hör zu Opa, was ändert das, wenn ich nicht immer Bitte und Danke sage? Wenn ich manchmal Bitte vergesse? Ich verstehe nicht, warum Oma so verärgert war.“ „Matteo“, erwiderte dieser geduldig, „sieh dir diesen alten Turm an und sag mir, was du siehst.“ „Ich sehe einen Turm.“ „Da hast du dein Problem mein Junge, du siehst nur den Turm! Warum siehst du nicht darüber hinaus?“ „Aber Opa, ich sehe noch immer das Gleiche!“ „Du musst lernen, die Dinge mit anderen Augen zu betrachten, aus einer anderen Perspektive. Du musst darüber hinaussehen. Natürlich geht es nicht nur um die Tatsache, Bitte und Danke zu sagen. Aber das, was wichtig ist, siehst du nicht: die Freundlichkeit. Ich zeige dir ein Beispiel: Wenn du hier vorbeikommst und diesen Turm siehst, würdest du sagen, dass es nur ein normaler Turm ist. Aber du siehst gut und du versuchst und lernst, die kleinen Dinge zu sehen, ihre Schönheit, du entdeckst, dass…“ „Opa, Opa, dort bewegt sich etwas! Es ist farbig und bewegt sich!“ „Du wirst sehen, dass die schönsten Dinge immer ein wenig versteckt sind. Und wenn du gelernt hast, sie zu sehen, kannst du nicht mehr daran vorbeisehen. Danke und Bitte sind nur Gesten, die aber viel mehr zeigen: die Freundlichkeit. Es ist richtig, dass du sie nicht sehen oder berühren kannst, aber sie ist da und wenn du beginnst, mit anderen Augen zu sehen, wirst du sie bemerken. Es gilt jedenfalls, aufzupassen, du musst am Grund der Dinge nachsehen und wenn du hierher kommst, wirst du stehenbleiben und bemerken, dass dieser Turm voll mit Geckos ist!“ „Opa, da ist einer, und dort ist noch einer. Opa, es sind viele Geckos dort, komm Opa, sehen wir uns den Turm aus der Nähe an!“ Und als der alte Mann und das Kind sich näherten und plötzlich verstanden, wie viele schöne Dinge sich auf einer alten grauen Mauer verstecken konnten, drehte der Junge sich um, sah ihn an und sagte: „Also muss ich es auch hierfür sagen.“ „Was meinst du, mein Junge?“. Und, als sich dieser stürmisch um den Hals des Großvaters warf, rief er glücklich: „Danke!“

Viaggio in tram

Che meravigliosa giornata. Pioveva, era vero, ma Clara era raggiante. Finalmente, dopo molto tempo, qualcuno l’aveva notata. Amava scrivere, fin da quando era bambina. Quando le veniva chiesto : «Allora Clara, hai deciso che cosa vuoi fare con questa laurea in lettere? Con quella ti tocca fare l’insegnante! Pensa che hai pure le vacanze, ma cosa vuoi di più?» Lei osservava il suo interlocutore, dritto negli occhi, e senza la minima esitazione rispondeva: «Io sarò scrittore.» E faceva bene a dire così: uno non può fare o diventare scrittore. Lo può solo essere. La guardavano con commiserazione, e con accondiscendenza, come si fa quando i bambini speranzosi parlano di Babbo Natale. Ma oggi era un grande giorno: con il suo cappottino rosso e un plico di fogli tra le mani, salì sul vecchio tram arancione e andò verso il fondo, per ammirare il paesaggio che si lasciava alle spalle. Era vero, pioveva, ma i fogli non li aveva tenuti in borsa. Li impugnava saldamente, come un baluardo da sventolare al primo moccioso che le avrebbe ancora fatto la ramanzina sulla sua scelta di diventare scrittrice. Appoggiò la fronte al finestrino, e attraverso le gocce che cadevano inesorabilmente, portando via un po’ di fuliggine dal vetro, osservava la città e se la raccontava. Succede sempre così per gli scrittori: ogni immagine si lega indissolubilmente con la parola. Tutto quello che vedono diventa un racconto. E allora, si era voltata e aveva iniziato ad osservare gli altri passeggeri. “Lui potrebbe chiamarsi Luigi, sì, gli sta bene come nome. Alto, biondo, bel ragazzo. Non deve aver chiuso occhio questa notte, forse è ancora un po’ ubriaco. Magari è un saxofonista un po’ bohémien, o magari è semplicemente un festaiolo ancora troppo intontito per rendersi conto che lo sto fissando con indiscrezione. Atteniamoci al personaggio del saxofonista un po’ sbandato con quelle scarpe slacciate e il pacchetto di sigarette che tra poco gli cadrà dalla tasca. Uh ecco un altro bel soggetto: un vecchiettino che, per leggere il giornale, ma che dico leggere, semplicemente guardare un po’ i titoli in grassetto e scuotere la testa, si lecca per bene l’indice della mano destra per cercar di voltare pagina, con fare attento e la fronte corrugata. Qui ci potrebbero essere molti scenari, però come collegarlo con il nostro amico Luigi? No, non va bene. Meglio quella ragazzetta mora laggiù. Timidina, molto carina. Non è solita ad uscire di sera, i suoi genitori non vogliono ancora. Ma le hanno detto che proprio sotto casa sua, ci sarà un concertino jazz dove suona il ragazzo della sua migliore amica, che le implora di non lasciarla sola e guarda a caso, proprio quella sera, i suoi genitori saranno impegnati in una cena di beneficenza dall’altra parte della regione. E… uh aspetta ma quante fermate mancano? Ah bene, ancora due, posso proseguire. Dopo aver ribadito per l’ennesima volta di farlo solo per lei e per il proprio amore verso Duke Ellington, entrano nella sala. La luce è suffusa, i tavolini sono apparecchiati di fronte alla band che improvvisa, si diverte. Poi qui ci metto una bella descrizione del luogo, dei vari musicisti etc.. Finalmente il nostro bel Luigi nota la fanciulla che tiene il tempo facendo molleggiare la gamba accavallata. Sembra intendersene la ragazza. E lei lo osserva, silenziosa, fischiettando il ritornello della canzone e controllando che non vi sia alcun errore. Si esaminano, si analizzano. Parte qualche sorriso ma appena accennato, ancora celato dal ruolo che oramai si sono costruiti e quindi devono entrambi rispettare: lui, grande saxophonista; lei, grande intenditrice e amante della buona musica. Al termine della canzone, sanno perfettamente che si dovranno presentare, che uno dei due dovrà inventarsi qualche stupida scusa per avvicinarsi all’altro. Ancora una fermata. Quindi riprendiamo: lui si avvicina e sorridendo le dice: «Posso sapere il nome della ragazza che mi ha fissato per tutto il tempo?» Hai capito questo Luigi, (che ora sto osservando mentre la testa gli ciondola a destra e sinistra come comandata dal sonno), come possa sorprendere sfoderando inaspettatamente una grande tattica di seduzione! Ma lei mica si fa intimorire e furbamente ribatte: «Mi hai tolto le parole di bocca: anche io avrei voluto sapere il nome di quel musicista che per tenere il tempo controllava la mia gamba.» Sorridono. Ecco la mia fermata.” Fogli nella mano destra, ombrello in quella sinistra, prenota la fermata schiacciando il pulsante con un gomito. Guarda il ragazzo, poi si volta per guardare la ragazza, sospira. Scende sorridendo. E proprio mentre con una sola mano cerca di aprire l’ombrello e con l’altra di non far cadere il suo tesoretto si dice: ‘‘Se solo sapessero di essere innamorati.’’

Travelling by tram

What a wonderful day. It was raining, it’s true, but Clara was radiant. After such a long time, someone had finally noticed her. Since she was a child, she loved writing. When she was asked: “So Clara, have you decided what do you want to do with your degree in literature? You will surely become a teacher! You will also have vacations, what more do you want?”. She looked at her interlocutor straight in the eye and, without the slightest hesitation, she answered: “I will be a writer”. And she was right to say so: one cannot become a writer. One can only be a writer. They looked at her with pity and with docility in the same way as one does when hopeful children talk about Santa Claus. But today was a great day: with her red coat and some sheets of paper in her hand, she got on the old orange tram and went to the back to admire the landscape she left behind her. It’s true, it was raining, but she had not put the sheets of paper in her bag. She held them firmly, like a bulwark that would protect her from the first snotty guy who would still lecture her on her choice to become a writer. She rested her forehead against the window and, through the raindrops falling inexorably, she wiped the steam from the window. This is always the case for writers: every image is inextricably linked with the word. Everything they see becomes a story. And then, she had turned around and started to observe the other passengers. “We could call him Luigi, yes, this name suits him well”. He is a tall, blond and handsome guy. He must not have slept tonight, perhaps he’s still a little drunk. Maybe he’s a slightly bohemian saxophonist, or maybe he’s just a party boy who’s still too dazed to realize that I’m staring at him with indiscretion. Let’s imagine the character of the saxophonist who’s a little bit lowlife, who is wearing untied shoes and has a packet of cigarettes that will soon fall out of his pocket. Ah, here’s another nice subject: a little old man who, in order to read the bold headlines of a newspaper and to shake his head, licks his right-hand index finger to try to turn the page. There could be many scenarios here, but how to connect it with our friend Luigi? No, it doesn’t work. Better that little brunette over there. She is shy, very pretty. She’s not used to going out at night, her parents still don’t want her to. Yet, they told her that right under her house, there will be a jazz concert where her best friend’s boyfriend plays. Her friend begs her not to leave her alone, and surprise, just that evening, her parents will be at a charity dinner on the other side of the region. And… ah wait but how many stops are missing? Ah well, two more, I can go on. After repeating once again to do it just for her and for her love for Duke Ellington, they enter the room. The light is suffused, the tables are set in front of the band that improvises and has fun. Then I put here a nice description of the place, of the various musicians etc.. Finally, our handsome Luigi notices the young girl who is keeping time with the music. He seems to know the girl. And she observes him, silently, whistling the chorus of the song and checking that there is no mistake. They examine each other. They barely exchange some smiles, which are still hidden by the role they decided to play and which now they have both to respect: Luigi, a great saxophonist; Clara, a great lover of good music. At the end of the song, they know perfectly well that they will have to introduce themselves, that one of them will have to invent some stupid excuse to approach the other. One more stop. So, let’s start again: he gets close to her and, while smiling, tells her: “Can I know the name of the girl who has been staring at me the whole time?”. Luigi, (who I’m now observing while his head is hanging from the left to the right directed by sleep) was really able to surprise her with a seduction tactic! However, she does not let herself be intimidated and, cunningly, she answers in this way: “You took the words out of my mouth: I would have known the name of the musician who controlled my leg in order to keep time with the music”. They smile. This is my stop. The papers in her right hand, the umbrella in her left, she reserves the stop by pressing the button with her elbow. She looks at the boy, then she turns around to look at the girl, she sighs. She gets off with a smile on her face. And as she tries to open the umbrella with one hand and, with the other hand, not to drop her little treasure, she says: “If only they knew they were in love”.

Voyage en tramway

Quelle journée magnifique ! Il pleuvait, c’est vrai, mais Clara était radieuse. Enfin, après longtemps, quelqu’un l’avait remarquée. Depuis son enfance, elle aimait écrire. Quand on lui demandait : « Alors Clara, tu as décidé ce que tu veux faire avec ta licence en lettres ? Tu deviendras sûrement professeure ! Comme ça, tu as aussi les vacances, que demander de plus ? ». Elle, elle observait son interlocuteur droit dans les yeux et, sans la moindre hésitation, elle répondait : « Moi, je serai écrivain ». Elle avait raison de le dire de cette façon : on ne peut pas devenir écrivain. On ne peut qu’être écrivain. Ils la regardaient tous avec pitié, et avec complaisance, comme on le fait avec les enfants pleins d’espoir quand ils parlent du Père Noël. Mais aujourd’hui c’était le grand jour : avec son manteau rouge, et ses feuilles à la main, elle monta dans le vieux tramway orange et alla au bout pour admirer le paysage derrière elle. C’est vrai, il pleuvait, mais elle n’avait pas mis les papiers dans son sac. Elle les tenait fermement, comme un rempart qui la protégerait du premier morveux qui lui ferait encore la leçon sur son choix de devenir écrivain. Elle posa son front sur la vitre et, à travers les gouttes qui tombaient inexorablement, elle enlevait en peu de buée du verre, observait la ville et elle se l’imaginait. C’est toujours comme ça avec les écrivains : chaque image est liée au mot de façon indissoluble. Tout ce qu’ils voient devient une histoire. Alors, elle s’était tournée et avait commencé à observer les autres passagers. « Lui, il pourrait s’appeler Louis, oui, ce prénom lui va bien. Grand et blond, un beau mec. Il n’a pas dû dormir de la nuit, il est peut- être encore un peu bourré. Il est peut-être saxophoniste un peu bohémien ou peut-être qu’il est juste un fêtard encore trop étourdi pour réaliser que je suis en train de le fixer avec indiscrétion. Bref, restons sur le personnage du saxophoniste un peu à la dérive avec des lacets défaits et un paquet de cigarettes qui va bientôt tomber de sa poche. Oh, voici un autre beau sujet : un petit vieux qui, pour lire le journal, disons que ce n’est pas vraiment une lecture, mais plutôt pour regarder simplement les titres en gras et secouer la tête, lèche l’index pour essayer de tourner la page, de manière attentive et le front ridé. Dans ce cas-ci il pourrait y avoir de nombreux scénarii, mais comment le rapprocher de notre ami Louis ? Non, cela ne marche pas. Mieux vaut cette petite brune là-bas. Un peu timide, très mignonne. Elle n’a pas l’habitude de sortir le soir, ses parents ne veulent toujours pas. Pourtant, ils lui ont dit que juste en bas de chez elle, il y aura un concert de jazz où le copain de sa meilleure amie jouera. Son amie la supplie de ne pas la laisser seule et, comme par hasard, juste ce soir-là ses parents seront invités à un dîner de charité de l’autre côté de la région. Oh attends, combien d’arrêts il me reste ? Heureusement encore deux, je peux continuer. Après avoir répété une fois de plus de ne le faire que pour elle, et par son amour pour Duke Ellington, ils entrent dans la salle. La lumière est tamisée, les tables sont dressées devant le groupe qui improvise et s’amuse. Ensuite, je mets ici une belle description du lieu, des différents musiciens etc… . Enfin, notre beau Louis remarque la jeune fille qui bat le rythme avec ses jambes croisées. La fille semble s’y connaître en musique. Elle, elle l’observe, silencieuse, en sifflotant le refrain de la chanson, en contrôlant qu’il n’y ait aucune faute. Ils s’examinent et s’analysent entre eux. Il y a à peine un échange de sourires, qui sont encore cachés par les rôles qu’ils ont décidés de jouer et qui doivent tous deux maintenant respecter : lui, il joue le rôle du grand saxophoniste et elle, celui de la connaisseuse et de l’amoureuse de la belle musique. A la fin de la chanson, ils savent parfaitement qu’ils devront se présenter, que l’un des deux devra inventer une excuse stupide afin de se rapprocher de l’autre. Encore un arrêt. Reprenons : lui, il s’approche et, en souriant, il lui dit : « Est-ce que je peux savoir le prénom de cette fille qui m’a fixé tout le temps ? ». Oh là là, ce Louis (que j’observe maintenant alors que sa tête pend de gauche à droite dirigée par le sommeil) a su surprendre en déclenchant de manière inattendue une grande tactique de séduction ! Mais elle, elle ne se laisse pas intimider et, avec ruse, elle répond ainsi : « Tu m’as enlevé les mots de ma bouche : moi aussi, j’aurais voulu savoir le prénom de ce musicien qui contrôlait ma jambe afin de suivre le rythme ». Ils sourient. Voici mon arrêt. Les papiers dans la main droite, le parapluie dans la main gauche, elle réserve l’arrêt en appuyant le bouton avec le coude. Elle regarde le garçon, ensuite elle se retourne pour regarder la fille, elle soupire. Elle descend en souriant. Et, au moment où elle essaie d’ouvrir le parapluie d’une seule main et, de l’autre main, de ne pas laisser tomber son petit trésor, elle dit : « Si seulement ils savaient qu’ils sont amoureux ».

Um passeio de eléctrico

Que dia maravilhoso. Estava a chover, estava, mas Clara estava radiosa. Finalmente, depois de muito tempo, alguém tinha reparado nela. Ela adorava escrever, desde criança. Quando lhe foi perguntado – Então Clara, já decidiu o que quer fazer com esta licenciatura em literatura? Terá de ser um professor, não é? Até tem férias, que mais pretende? Ela estava a olhar para o seu interlocutor, mesmo nos olhos, e sem a menor hesitação respondeu – vou ser escritora – e tinha razão em dizê-lo: não se pode fazer ou tornar-se escritoraSó se pode ser escritor. Eles olharam para ela com pena, e com condescendência, como se faz quando crianças esperançosas falam sobre o Pai Natal. Mas hoje foi um grande dia: com o seu casaco vermelho, e um pacote de papéis nas mãos, subiu no velho eléctrico laranja e foi para as traseiras para admirar a paisagem que deixou para trás. Era verdade, estava a chover, mas ele não tinha guardado os papéis na sua mala. Ela segurou-os firmemente, como um baluarte para acenar ao primeiro pirralho que ainda lhe daria sermões sobre a sua escolha para se tornar escritora. Encostou a testa à janela, e através das gotas que caíram inexoravelmente, tirando um pouco de fuligem do vidro, observou a cidade e falou a si própria sobre ela. É sempre o mesmo com os escritores: cada imagem está indissociavelmente ligada à palavra. Tudo o que eles vêem torna-se uma história. E depois, ela se virou e começou a observar os outros passageiros. “Ele poderia ser chamado Luigi, sim, isso é suficientemente bom para ele. Rapaz alto, louro e bem-parecido. Não deve ter dormido nada esta noite. Talvez ainda esteja um pouco bêbado. Talvez seja um saxofonista ligeiramente boémio, ou talvez seja apenas um rapaz de festa que ainda está demasiado atordoado para perceber que estou a olhar para ele de forma indiscreta. Vá lá, vamos cingir-nos ao carácter do saxofonista um pouco “derrapado com aqueles sapatos desamarrados e o maço de cigarros que em breve cairão do seu bolso”. Uh aqui está outro assunto simpático: um pequeno homem velho que, para ler o jornal, ou melhor, simplesmente para olhar para as manchetes em negrito e apertar a cabeça, lambe o dedo indicador da mão direita para tentar virar a página, com cuidado e uma testa enrugada. Aqui pode haver muitos cenários, mas como ligá-lo ao nosso amigo Luigi? Não, não é bom. É melhor aquele moreninha ali. Tímida, muito bonita. Ela não está habituada a sair à noite, os seus pais ainda não querem que ela saia. Mas alguém lhe disse que mesmo debaixo da sua casa, haverá um concerto de jazz onde o namorado da sua melhor amiga vai tocar, implorando-lhe que não a deixe sozinha e, por acaso, nessa noite, os seus pais estarão ocupados num jantar de caridade do outro lado da região. E, uh, espera, quantas paragens faltam? Ah bem, mais duas paragens, eu posso continuar. Depois de reafirmarem pela enésima vez que o fazem só por ela e pelo seu amor pelo Duke Ellington, entram na sala. A luz é abafada, as mesas são colocadas em frente da banda que improvisa, diverte-se. Depois ponho aqui uma bela descrição do local, dos vários músicos, etc. … Finalmente, o nosso bonito Luigi repara na jovem rapariga que mantém o tempo movendo as suas pernas cruzadas. Ela parecia saber muito sobre música. E observa-o, silenciosa, assobiando o refrão da canção e verificando que não houve engano. Eles examinam-se, analisam-se mutuamente. Há alguns sorrisos mas são ainda escondidos pelo papel que construíram e, portanto, ambos devem respeitar: ele, um grande saxofonista; ela, uma grande conhecedora e amante de boa música. No final da canção, eles sabem perfeitamente que terão de se apresentar, que um deles terá de inventar uma desculpa estúpida para se aproximar do outro. Só mais uma paragem. Então vamos continuar: ele aproxima-se dela e, sorrindo, diz-lhe – Posso saber o nome da rapariga que tem estado a olhar para mim o tempo todo? – Assim o Luigi, (que agora está a observar enquanto acabeça dele está pendurada à esquerda e à direita como se fosse comandada pelo sono) pode surpreendê-la desencadeando inesperadamente uma grande tática de sedução! Mas ela não se intimida e responde com astúcia: – Tiraste-me as palavras da boca: Também eu teria gostado de saber o nome daquele músico que controlava a minha perna para manter o tempo -. Eles sorriem. Aqui está a minha paragem. Folhas na mão direita, guarda-chuva na esquerda, reservar a paragem premindo o botão com um cotovelo. Ela olha para o rapaz, depois para a rapariga, suspira. Ela sai do eléctrico a sorrir. E assim como ela tenta com uma mão abrir o guarda-chuva e com a outra mão não deixar cair o seu pequeno tesouro, diz: “Se ao menos soubessem que estavam apaixonados”.

Reise mit der Straßenbahn

Was für ein wunderbarer Tag! Es regnete, aber Clara strahlte vor Glück. Endlich, nach langer Zeit, war jemand auf sie aufmerksam geworden. Seit ihrer Kindheit liebte sie es, zu schreiben. Oft bekam sie zu hören: „Nun, Klara, was wirst du mit deinem Sprachenstudium machen? Du wirst bestimmt Lehrerin, oder? So hättest du auch in den Ferien frei, was will man mehr?“ Sie sah ihrem Gesprächspartner dann tief in die Augen und, ohne auch nur dem geringsten Zweifel, antwortete: „Ich werde Schriftstellerin sein“. Sie achtete darauf, es richtig zu formulieren, denn man kann nicht Schriftsteller werden, man kann es nur sein. Alle sahen sie dann mit einer Mischung aus Mitleid und Belustigung an, so wie man Kinder ansah, die hoffnungsvoll vom Weihnachtsmann sprachen. Aber heute war der große Tag: mit ihrem roten Mantel und ihren Blättern in der Hand, stieg sie in die alte orangefarbene Straßenbahn und ging bis ans Ende, um das Geschehen hinter ihr beobachten zu können. Es regnete zwar, aber trotzdem hatte sie die Blätter nicht in ihre Tasche gegeben. Sie hielt sie fest vor ihr, als wären sie eine Schutzmauer, die sie vor dem nächsten Narren, der ihr eine Lektion über ihre Zukunft erteilen wollte, beschützen könnten. Sie lehnte ihre Stirn an die Glasscheibe, wischte ein Stück der verschlagenen Fensterscheibe frei und, durch die Regentropfen, die unerbittlich vom Himmel fielen, beobachtete sie die Stadt und begann zu träumen. Es ist immer gleich mit den Schriftstellern: jedes Bild ist auf unauflösliche Weise mit Worten verbunden. Alles, was sie sahen, wurde zu einer Geschichte. Nun hatte sie sich umgedreht und angefangen, die anderen Fahrgäste zu betrachten: Er dort, er könnte Louis heißen, ja, dieser Vorname passt gut zu ihm. Groß und blond, ein gutaussehender Typ. Er hat wohl nicht geschlafen letzte Nacht, vielleicht ist er sogar noch ein bisschen betrunken. Er ist möglicherweise Saxophonist und ein bisschen am Herumstreunen, oder vielleicht einfach nur ein Nachtschwärmer, der noch zu benommen ist, um zu bemerken, dass ich dabei bin, ihn ungehemmt zu beobachten. Gut, bleiben wir bei der Figur des Saxophonisten, der sich etwas dahintreiben lässt mit seinen Schnürsenkeln, die sich gelöst haben und seiner Zigarettenpackung, die bald aus seiner Hosentasche fallen würde. Oh, und da ein anderes spannendes Individuum: ein kleiner alter Mann, der, um seine Zeitung zu lesen, na gut, nicht um sie wirklich zu lesen, sondern viel eher, um die fett gedruckten Titel zu studieren und dabei den Kopf zu schütteln, versuchte, auf eine aufmerksame Weise und mit gerunzelter Stirn, mit seinem Daumen Seite für Seite umzublättern. In diesem Fall könnte es zahlreiche Szenarien geben, aber wie sollten wir ihn nur unserem Freund Louis näherbringen? Nein, das klappt so nicht. Besser ist die kleine Braunhaarige dort. Ein bisschen schüchtern, aber hübsch. Sie sieht nicht so aus, als würde sie am Abend ausgehen, ihre Eltern erlauben es immer noch nicht. Sie hatte aber gehört, dass genau unter ihrer Wohnung ein Jazzkonzert stattfinden sollte, wo der Freund ihrer besten Freundin spielen würde. Ihre Freundin hatte sie gebeten, sie nicht allein zu lassen, und, wie durch Zufall, waren ihre Eltern genau an jenem Abend zu einer Benefizveranstaltung auf der anderen Seite der Stadt eingeladen. – Oh, Moment, wie viele Stationen bleiben mir noch? Zum Glück noch zwei, ich kann fortsetzen. Nachdem sie sich selbst mehrere Male sagte, dass sie es nur ihrer Freundin zuliebe und wegen ihrer Bewunderung für Duke Ellington machte, betreten die beiden Mädchen den Konzertraum. Das Licht ist gedämpft, die Tische sind vor der Band aufgestellt, die improvisiert und sich dabei offensichtlich amüsiert. Hier füge ich dann eine schöne
Beschreibung des Ortes, der verschiedenen Musiker etc. ein… Endlich, unser gutaussehender Louis erblickt das junge Mädchen, das mit seinen überkreuzten Beinen im Rhythmus klopft. Das Mädchen wirkt, als würde sie sich in der Musik wiederfinden. Sie sieht ihn an, stumm, während sie den Refrain des Liedes mitpfeift, bedacht darauf, ja keinen Fehler zu machen. Sie mustern sich gegenseitig und studieren den jeweils anderen. Es gibt einen kaum merklichen Austausch von Lächeln, das aber noch von ihren Rollen verdeckt wird, die sie sich entschieden haben, zu übernehmen: Er spielt die Rolle des großen Saxophonisten und sie die der Musikkennerin und -liebhaberin. Am Ende des Songs wissen beide ganz genau, dass sie den anderen kennenlernen müssen, dass einer von ihnen eine schlechte Ausrede erfinden würde, um sich dem anderen zu nähern. Noch eine Haltestelle. Setzen wir fort: er kommt auf sie zu und sagt lächelnd: „Darf ich den Namen des Mädchens erfahren, dass mich die ganze Zeit beobachtet hat?“. Oh, dieser Louis (dem ich übrigens gerade zusehe, wie sein Kopf noch schlaftrunken von links nach rechts baumelt) hat es geschafft, zu überraschen mit seiner unerwarteten Verführungstaktik! Aber sie lässt sich nicht einschüchtern und erwidert mit Schlagfertigkeit: „Du hast mir die Worte aus dem Mund genommen. Ich möchte zuerst den Namen des Musikers wissen, der mir dabei zugesehen hat, wie ich mit meinen Beinen dem Takt gefolgt bin.“ Sie lächeln. Und da, meine Haltestelle. Die Blätter in der rechten Hand, den Regenschirm in der linken, drückte sie mit ihrem Ellenbogen den Halteknopf. Sie betrachtete noch einmal den Jungen, dann drehte sie sich um, um das Mädchen anzusehen und seufzte. Beim Aussteigen hatte sie ein Lächeln ins Gesicht geschrieben. Und, während sie versuchte, mit einer Hand den Regenschirm zu aufzuspannen und mit der anderen ihren Schatz gut festzuhalten, murmelte sie: „Ach, wenn sie doch nur wüssten, dass sie verliebt sind.“

Pranzo di famiglia

Era finalmente giunto il giorno. A pranzo li avrebbe ritrovati tutti lì, a casa sua. Tutti i figli che tornano a casa. Finalmente. Si era promessa di dormire quella notte, si era addirittura portata la sua tazza con la tisana rilassante in camera, per sorseggiarla fino a poco prima di chiudere gli occhi. E lui era arrivato, si era sdraiato ancora vestito grugnendo qualcosa. Ovviamente aveva lasciato la luce accesa sia in corridoio che in camera da letto, ma tutto quello non le recava fastidio. Nulla poteva infastidirla perchè domani li avrebbe rivisti tutti, i suoi figli. Non doveva deconcentrarsi, doveva andare a dormire. Dopo aver spento le luci e dato un bacio sulla fronte al marito, si stese. Ripensava a quando li metteva a letto e Andrea, che non riusciva mai ma proprio mai ad addormentarsi, aveva bisogno che la madre rimanesse al suo fianco, anche dopo aver detto le preghiere. Doveva esserci, doveva sentire il suo respiro regolare. Andrea era il più piccolo, per lei era sempre il suo piccolo. Pregava con gli occhi chiusi ma poi li apriva di colpo per paura che la madre lo avesse abbondonato improvvisamente, nel bel mezzo del padre nostro. Ma lei era sempre lì, per lui lei ci sarebbe sempre stata. E ora era lei che non riusciva a chiudere occhio. Si chiedeva come fosse diventato, un professore o un medico? Sicuramente un insegnante, magari in una scuola malfamata nelle periferie di chissà quale città. Basta pensare ad Andrea, bisogna pensare al pranzo. Bisogna comprare i fiori. Domani sarebbe stato un giorno speciale: bisognava festeggiare. Sperava solo di non aver dimenticato nulla, che non piovesse di colpo, che il vino non fosse brusco, e che il dolce fosse preparato in tempo. Si sarebbe dovuta addormentare, voleva avere una bella cera ma che vestito avrebbe dovuto indossare? Vero che si era in casa, ma sarebbe stata attorniata dalle persone a lei più care, che non vedeva da tempo. Un vestito bianco forse, meglio una camicia forse? Speriamo solo che vada tutto bene. Speriamo, speriamo in bene. Ora bisognava cercare di dormire, ma ecco un rumore. Ebbene sì, cadeva anzi grondava dalle tegole. La pioggia era arrivata. Non poteva rimandarla, non poteva. Verranno comunque? Anche se piove e aveva promesso un pranzo in giardino? Povera Amanda, lei è così metereopatica. Speriamo stia dormendo e non si accorga della pioggia, speriamo che esca fuori un bel sole. Speriamo in bene. Ecco era arrivato, era giunto il giorno, finalmente. E così si era addormentata e lui, sul bordo del letto, la guardava, la osservava e pensava quanto fosse ancora bella. «Chissà a cosa starà pensando questa sua mente sempre sveglia, nonostante la malattia.» Ma quale festa, ma quali figli. Erano soli, una tenera coppia in una neutra e apatica stanza dell’ospizio. Ma lui sorrideva, mentre le passava delicatamente l’indice sulla guancia destra. Sorrideva perché tutto quello che quella fervida mente di sua moglie avesse pensato prima di andare a dormire, domani non sarebbe già più esistito. Forse non se lo sarebbe mai ricordato, ma almeno poteva immaginare, poteva ancora sognare. Nonostante tutto, poteva essere, ancora una volta, più libera di tutti.

Family lunch

The day had finally come. She would have met all of them at her place for lunch. All her children were finally coming home. She promised herself to sleep that night, she even brought her cup of relaxing infusion to her bedroom, to sip it till she closed her eyes. He had arrived, had laid down still in his clothes while he was grunting something. He had obviously left the light on both in the hallway and in the bedroom, but all that did not bother her. Nothing could bother her, because tomorrow she would have seen all her children again. She didn’t have to lose her concentration, she had to go to sleep. After having turned the lights off and kissed her husband on his forehead, she lay down. She thought back to when she put them to bed and Andrea, who could never fall asleep, needed her mother by his side even after the prayers. She had to be there, she had to feel his regular breath. Andrea was the youngest, he would always be her little one. He always prayed with his eyes closed, but he opened them suddenly in the midst of the “Lord’s Prayer” for fear of having been abandoned by his mother. Nevertheless, she was always there, she will always be there for him. And in that moment, she was the one who couldn’t sleep. She wondered what he had become, had he become a professor or a doctor? Surely a teacher, maybe in a school with a bad reputation in the suburbs of a city. She has to stop thinking about Andrea. She has to think about the lunch. She has to buy flowers “Tomorrow would have been a special day: they had to celebrate. She only hoped that she hadn’t forgotten anything, that it didn’t rain all of a sudden, that the wine wasn’t tart and that the dessert was prepared in time. She should have fallen asleep, she wanted to look nice, but which dress should she have worn? It’s true that she was at home, but she would have been surrounded by the people she loved and that she hadn’t seen for a long time. What about a white dress or perhaps better a shirt? I hope everything will be alright. I hope everything will be alright. Now she had to try to sleep, but here’s a noise. Yes, it was dripping from the roof tiles. Rain had come. She couldn’t postpone it, she could not. Will they still come even if it rains and even if she had promised a lunch in the garden? Poor Amanda, she is so metereopathic. I hope she is sleeping, and I hope she doesn’t notice the rain, I hope the sun comes out. Let’s hope for the best. The day had finally come. So, she had finally fallen asleep and his husband, on the edge of the bed, looked at her, observed her and thought how beautiful she still was. – Who knows what her lively mind is thinking about despite her illness-. In reality, there was no party, no children, they were alone, an affectionate couple in a neutral and apathetic hospice room. However, as he was kindly touching her right cheek, he smiled. He smiled because, everything that her wife’s lively mind had thought before sleeping would be gone tomorrow. Perhaps she would have never remembered it, but at least she could imagine, she could still dream. In spite of everything, she could be freer than anyone else once more.

Repas de famille

Le jour était enfin arrivé. Elle allait les accueillir tous chez elle pour le déjeuner. Tous ses enfants qui rentrent enfin à la maison. Elle s’était promise de dormir cette nuit-là, elle avait même ramené sa tasse de tisane relaxante dans sa chambre pour la boire à petites gorgées jusqu’à peu avant de fermer ses yeux. Et lui, il était arrivé, il s’était allongé encore habillé, en grognant. Il avait évidemment laissé la lumière allumée aussi bien dans le couloir que dans la chambre ; mais tout cela ne la dérangeait pas. Rien ne pouvait la déranger, car demain elle aurait revu tous ses enfants. Elle ne devait pas perdre sa concentration, elle devait dormir. Après avoir éteint la lumière et embrassé son mari sur le front, elle se coucha. Elle repensait au moment où elle les mettait au lit et Andrea, qui n’arrivait jamais à s’endormir, avait besoin que sa mère reste à ses côtés, même après avoir dit ses prières. Elle devait être là, elle devait sentir sa respiration régulière. Andrea était le cadet, il restait toujours son petit. Il priait toujours les yeux fermés mais, au milieu de la prière « Notre Père », il les ouvrait d’un coup par peur que sa mère ne l’ait soudainement abandonné. Toutefois elle, elle était toujours là et elle serait toujours là pour lui. Maintenant, c’était elle qui n’arrivait pas à fermer ses yeux. Elle se demandait ce qu’il était devenu, un professeur ou un médecin ? Sûrement un enseignant, peut-être dans une école de mauvaise réputation en banlieue on ne sait oùIl faut arrêter de penser à Andrea, il faut maintenant penser au déjeuner. Il faut acheter les fleurs. Mais demain serait un jour spécial : il fallait le fêter. Elle espérait seulement n’avoir rien oublié, qu’il ne pleuvrait pas tout d’un coup, que le vin ne serait pas trop aigre et que le gâteau serait prêt à temps. Elle aurait dû s’endormir, elle voulait avoir bonne mine, mais quelle robe aurait-elle dû porter ? C’est vrai qu’on était à la maison, mais elle serait entourée des personnes qu’elle aimait le plus et qu’elle ne voyait pas depuis longtemps. Une robe blanche peut-être ? Ou mieux encore une chemise ? Espérons seulement que tout se passera bien ! Espérons, espérons que tout ira bien. Maintenant elle devait essayer de dormir, mais voici un bruit. Eh oui ! Il tombait des cordes. La pluie était arrivée. Elle ne pouvait pas la retarder, elle ne pouvait pas. Est-ce qu’ils viendront quand-même ? Même s’il pleut et qu’elle avait promis un déjeuner dans le jardin ? Amanda, la pauvre, elle est si météorophatique ! Espérons qu’elle dort et qu’elle ne s’aperçoive pas qu’il pleut, espérons qu’il sortira un beau soleil. Espérons que tout ira bien. Le jour était enfin arrivé. Elle s’était enfin endormie et lui, au bord du lit, il la regardait, il l’observait et il pensait qu’elle était encore très belle. – Je me demande à quoi pense son esprit toujours éveillé, malgré la maladie. – Mais quelle fête, quels enfants, ils étaient seuls, un couple tendre dans une chambre d’hospice neutre et apathique. Toutefois lui, il souriait, en passant doucement son index sur sa joue droite. Il souriait, car tout ce que l’imagination ardente de sa femme avait pensé avant de s’endormir n’aurait plus existé dès le lendemain. Peut-être qu’elle ne se souviendrait jamais, mais elle pouvait au moins imaginer, elle pouvait encore rêver. Malgré tout, elle pouvait être la plus libre de tous encore une fois.

Almoço de família

O dia tinha finalmente chegado. Ao almoço ela ia encontrar-se com todos eles lá, na sua casa. Todos os filhos que voltam para casa. Finalmente. Tinha prometido dormir nessa noite, ela até levou a sua chávena de chá relaxante para o seu quarto para o beber, até pouco antes de fechar os olhos. E ele tinha chegado, deitava-se ainda vestido, a grunhir qualquer coisa. Obviamente ela tinha deixado a luz ligada no corredor e no quarto, mas tudo isso não a incomodava. Nada a poderia incomodar porque amanhã voltaria a vê-los todos, os filhos dela. Ela não tinha de perder o foco, tinha de ir dormir. Após desligar as luzes e beijar o marido na testa, ela deitou-se. Pensou em quando os pôs na cama e Andrea, que nunca conseguia dormir, precisava que a sua mãe ficasse ao seu lado, mesmo depois de ter dito as orações. Ela tinha de estar presente, tinha de sentir a sua respiração regular. Andrea era o mais novo, ele sempre foi o pequeno dela. Rezava sempre com os olhos fechados mas depois os abria subitamente por medo de que a sua mãe o tivesse abandonado de repente, no meio do Nosso Pai. Mas ela estava sempre presente, para ele ela estaria sempre presente. E agora era ela que não conseguia dormir. Perguntou-se no que ele se teria tornado, um professor ou um médico? Certamente um professor, talvez numa escola infame na periferia de quem sabe que cidade. Vamos parar de pensar no Andrea, temos de pensar no almoço. É preciso comprar flores. Ela já ouviu a voz do marido insinuar-se nos seus pensamentos “Dinheiro bem gasto, faz sentido levar coisas que morrem, um génio esperto”. Mas amanhã ia ser um dia especial. Tivemos de celebrar. Ela apenas esperava não se ter esquecido de nada, que não chovesse subitamente, que o vinho não fosse abrupto, e que a sobremesa fosse preparada a tempo. Ela deveria ter adormecido, queria estar bonita, mas que vestido deveria ter usado? É verdade que ela estava em casa, mas teria sido rodeada pelas pessoas mais próximas dela, que não via há muito tempo. Um vestido branco talvez, melhor uma camisa talvez? Esperemos que tudo corra bem. Esperemos, esperemos de vez. Agora tinha de tentar dormir, mas eis um barulho. Sim, estava a pingar das telhas. A chuva tinha chegado. Não podia mandá-lo de volta, não podia. Será que ainda virão? Mesmo que chova e ela tenha prometido um almoço no jardim? Pobre Amanda, ela é tão meteorológica. Esperemos que esteja a dormir e que não note a chuva, esperemos que o sol apareça. Esperemos o melhor. Aí estava, o dia tinha finalmente chegado. E assim ela tinha finalmente adormecido e ele, à beira da cama, olhava para ela, observava- a e pensou como ela ainda era bonita. – Pergunto-me em que pensa esta sua mente sempre acordada, apesar da sua doença. – Mas que festa, mas que crianças, estavam sozinhos, um casal terno num quarto neutro e apático de hospital. Mas ele sorriu ao passar o seu dedo indicador suavemente na bochecha direita dela. Ele sorriu porque tudo o que aquela mente fervorosa da sua esposa tinha pensado antes de ela adormecer, desapareceria amanhã. Talvez nunca se lembrasse, mas pelo menos podia imaginar, ainda podia sonhar. Apesar de tudo, ele poderia ser, mais uma vez, mais livre do que qualquer outra pessoa.

Familienessen

Der Tag war endlich gekommen. Sie würde sie alle bei ihr zum Mittagessen empfangen. Alle ihre Kinder, die endlich nach Hause kommen würden. Sie hatte sich selbst versprochen, diese Nacht zu schlafen, sie hatte deshalb eine Tasse Beruhigungstee mit ins Schlafzimmer genommen, um mit kleinen Schlucken zu trinken, bevor sie die Augen schließen würde. Und er war auch gekommen, er hatte sich, noch angezogen, mit einem tiefen Brummen ins Bett gelegt. Er hatte natürlich wieder das Licht angelassen, sowohl im Flur als auch im Schlafzimmer; aber all das störte sie nicht. Nichts könnte sie stören, denn morgen würde sie ihre Kinder wiedersehen. Sie durfte nicht in Gedanken abschweifen, sie musste schlafen. Nachdem sie das Licht ausgeschalten hatte und ihren Ehemann sanft auf die Stirn geküsst hatte, legte sie sich auch hin. Sie dachte an den Moment, als sie sie ins Bett brachte und Andrea, der nie einschlafen konnte, seine Mutter an seiner Seite brauchte, auch nachdem er seine Gebete zu Ende gesagt hatte. Sie musste da sein, er musste ihr gleichmäßiges Atmen spüren. Andrea war der Kleinste und er würde für immer ihr kleiner Junge bleiben. Er betete immer mit geschlossenen Augen, aber, mitten im Vater Unser, öffnete er sie plötzlich, aus Angst, dass ihn seine Mutter verlassen hätte. Und doch war sie immer da und würde es immer für ihn sein. Jetzt war sie es, die ihre Augen nicht schließen konnte. Sie fragte sich, was wohl aus ihm geworden war, ein Lehrer oder ein Arzt? Bestimmt ein Lehrer, vielleicht in einer Schule mit schlechtem Ruf in einem Vorort oder wo auch immer. Sie musste aufhören, an Andrea zu denken, sie musste jetzt ans morgige Mittagessen denken. Sie musste sich daran erinnern, Blumen zu kaufen. Morgen würde ein besonderer Tag sein: er musste gefeiert werden. Sie hoffte nur, nichts vergessen zu haben, dass es nicht plötzlich regnen würde, dass der Wein nicht zu sauer sein würde und der Kuchen rechtzeitig fertig sein würde. Sie sollte einschlafen. Sie wollte einen guten Eindruck machen, doch welches Kleid sollte sie anziehen? Sie waren zwar nur zu Hause, aber sie würde von den Menschen, die sie am meisten liebte und die sie schon seit einer gefühlten Ewigkeit nicht gesehen hatte, umgeben sein. Ein weißes Kleid vielleicht? Oder doch besser eine Bluse? Es war nur zu hoffen, dass alles gut laufen würde! Hoffentlich, hoffentlich würde alles gut gehen. Jetzt sollte sie versuchen, zu schlafen, aber da, ein Geräusch. Natürlich! Wie es so kommen musste, hatte es zu regnen angefangen. Es schüttete wie aus Eimern. Sie konnte die aufkommenden Sorgen nicht zurückhalten, sie konnte es einfach nicht. Würden sie trotzdem kommen? Auch wenn es regnete und sie ein Mittagessen im Garten versprochen hatte? Amanda, die Arme, sie war so wetterempfindlich. Es war nur zu hoffen, dass sie schlief und nicht bemerkte, dass es regnete, hoffentlich würde die Sonne noch hervorkommen. Hoffentlich würde alles gut gehen. Der Tag war endlich gekommen. Sie war nun doch eingeschlafen und er, am Rande des Bettes, beobachtete sie und stellte fest, dass sie noch immer wunderschön war. „Ich frage mich, was in ihrem Verstand vorgeht, der trotz der Krankheit noch so klar ist.“ Aber welches Fest, welche Kinder? Sie waren allein, ein liebevolles Paar in einem schlichten, kühlen Krankenhauszimmer. Und dennoch, er lächelte, während er zärtlich mit seinem Daumen über ihre rechte Wange strich. Er lächelte, denn all das, was sich seine Frau vor dem Einschlafen sehnlichst vorgestellt hatte, würde am Morgen danach nicht mehr existieren. Vielleicht würde sie sich niemals daran erinnern, aber sie konnte noch hoffen, sie konnte noch träumen. Jedoch würde sie wieder frei von ihren Gedanken sein, freier als niemand anderes, so wie all die unzähligen Male davor.

La bellezza è ovunque

Per iniziare questa storia, occorre innanzitutto che vi presenti Jean. Figlio di un insegnante di scienze e di una fisica, amava l’arte. Adorava l’arte. Quando poteva, prendeva l’autobus, attraversava l’intera città, viveva infatti in piena periferia, e arrivava in centro, nel cuore della bellezza. Ogni volta visitava un nuovo museo e poi, che la giornata fosse bella o che il tempo fosse brutto, si sedeva sulle rive della Senna e dipingeva. Dipingeva la bella Notre-Dame, sempre e solo la bella Notre-Dame. Provavamo a dirgli che c’erano tantissime altre cose da dipingere, ma lui continuava ostinatamente a raffigurare solo la bella Notre-Dame, ogni volta con un’emozione diversa, e ogni volta con una prospettiva diversa.
Per continuare questa storia, occorre parlare di Camille. Una giovane ragazza, bionda e minuta, che viveva nella periferia parigina. Suo padre era un politico, sua madre una diplomatica, Camille amava la poesia. Adorava la poesia. Era solita passeggiare per tutta la città e, quando trovava il posto più adeguato e fertile per le sue idee, si sedeva e cominciava a sognare. Dopo il sogno, c’era l’emozione e poi la scrittura. Si trovava quasi sempre sul Canale Saint-Martin. Guardando l’acqua scorrere, posava la mano sul suo taccuino e scriveva tutto ciò che aveva in mente. Era sicura: era il movimento dell’acqua che scorre che scuoteva i suoi pensieri.
Questi due spiriti innocenti, un po’ bohémien, finirono rinchiusi tra le mura delle loro abitazioni. Infatti, l’arrivo di una terribile pandemia obbligò tutti a rimanere a casa, e a non poter mai uscire dalla propria dimora. Era tutto chiuso. Ma questa situazione non toccava particolarmente l’animo dei due ragazzi. Per loro, infatti, il vero problema era l’assoluto divieto ad andare a vedere la bella Notre-Dame o le acque del Canale Saint-Martin. Camille, nella sua camera, cercava di continuare a scrivere e a sentirsi ispirata. Jean guardava i suoi dipinti e immaginava la cattedrale davanti a lui, ma la sua mano, a contatto con la tela, non si muoveva più.
I genitori erano preoccupati per l’aspetto così triste e quasi assente che assumeva Camille quando mangiava con loro. E la situazione era ancora peggiore a casa di Jean, che non mangiava più nulla. Tutti noi sappiamo bene che la tristezza può prendere tutto: la fame, il tempo e l’energia.
I due ragazzi pensavano di non poter continuare a dipingere e a scrivere sulla bellezza. I genitori, innervositi da questa situazione, rimproveravano i loro figli, ma le cose continuavano a non cambiare. Fortunatamente la primavera concedeva le prime belle giornate di sole et Jean e Camille pensarono che fosse meglio essere tristi sulle loro terrazze che nelle loro camerette. Il destino o la magia cominciarono a giocare con le loro vite, facendoli uscire sul balcone nello stesso momento: Camille con la sua penna e il suo taccuino e Jean con la sua tela e il suo pennello. Non si erano mai visti. Le due terrazze erano una di fronte all’altra. Camille cominciò a scrivere qualcosa, mentre Jean disegnava degli schizzi. E alla fine si videro. Con un solo sguardo, capirono che la bellezza non risiedeva solo nella bella Notre-Dame, e che l’ispirazione poteva arrivare anche da un artista che dipinge e non solo dalle acque del Canale di Saint-Martin. E, insieme, cominciarono a fare dell’altra persona un capolavoro. Tutti i pomeriggi si ritrovavano sulle rispettive terrazze, dove lavoravano l’uno per l’altro, senza dire nulla, solo guardandosi. E sapevano, oh sì sapevano benissimo, che non stavano solo disegnando o scrivendo, ma si stavano innamorando. Non si potevano parlare, toccare, baciare, ma facevano dell’arte, che è praticamente la stessa cosa.
E così, miei giovani lettori, devo dirvelo: la bellezza è ovunque, occorre solo cercarla e innamorarsene.

Beauty is everywhere

To begin this story, first we have to introduce Jean to you. Son of a science professor and a physicist, he loved art. He adored art. When he could, he would take the bus and, as he lived in a distant suburb, he would cross the whole city in the direction of the city center, the heart of beauty. Every time he was there, he visited a new museum and then, either the day was sunny, or the weather was bad, he sat on the banks of the Seine and started painting. He painted the beauty of Notre-Dame, always the beauty of Notre-Dame. We all tried to tell him that there were many other things to paint, but he obstinately continued to represent only the beautiful Notre-Dame, each time with a different emotion, each time through a different perspective.
To continue this story, we need to talk about Camille. She is a thin and blond girl living in the suburbs of Paris. Her father was a politician, her mother was a diplomat, Camille loved poetry. She adored poetry. She would walk all around the city and, when she found the most appropriate and fertile place for her ideas, she sat down and started dreaming. After the dream, there was the emotion and then the writing. She was almost always on the banks of the Saint-Martin Canal. Looking at the flowing water, she put her hand on the notebook and started writing everything she had in her mind. She was sure: her thoughts were shaken by the movement of the flowing water.
These two innocent, slightly bohemian spirits found themselves locked within the walls of their own house. Indeed, the arrival of a terrible pandemic forced everyone to stay at home and to never leave it. Everything was closed. Nevertheless, it didn’t matter to the two young people. The real problem was the impossibility to go out to see the beautiful Notre-Dame or to look at Saint-Martin Canal’s water. Camille tried to keep writing and to be inspired by her genius in her bedroom. Jean looked at his paintings and tried to imagine the cathedral in front of him but his hand, even if it was in contact with the canvas, no longer moved.
Her parents were worried to see how sad and almost absent their girl looked when she ate with them. And the situation was even worst at Jean’s place, he stopped eating. We all known that sadness can take away everything: hunger, time and energy. The two young people thought they could not continue to paint and write about beauty. Their parents, irritated by this situation, scolded their children, but things did not change.
Luckily, spring was giving the first beautiful days and Jean and Camille thought it was better to be sad on their terraces than in their bedrooms. Fate or magic began to play with their lives taking them out on the terrace at the same time.
Camille went out with her notebook and pencil and Jean with his canvas and paintbrush. They had never seen each other before. The two terraces faced each other. While Jean was drawing the sketches, Camille started writing. And finally, they saw each other. They understood in a glance that beauty was not only the beautiful Notre-Dame and that inspiration could also come from an artist who paints and not only from the water of Saint-Martin Canal. And they began to see the other person as a masterpiece. Every afternoon, they went out on their respective terraces, they worked for each other, without saying anything and only looking at one another. They knew very well that not only were they making art, but also they were falling in love.
They couldn’t talk, they couldn’t touch each other, they couldn’t kiss each other, but they were making art, which is almost the same thing.
Therefore, my young readers, let me tell you a secret: beauty is everywhere, you just need to look for it and fall in love with it.

La beauté est partout

Pour commencer cette histoire, il faut d’abord vous présenter Jean. Fils d’un professeur de science et d’une physicienne, il aimait l’art. Il adorait l’art. Quand il pouvait, il prenait le bus, il traversait toute la ville, comme il habitait dans une lointaine banlieu, et il arrivait dans le centre ville, dans le coeur de la beauté. Chaque fois il visitait un nouveau musée et puis, soit la journée était belle, soit le temps était mauvais, il s’asseyait aux bords de la Seine, et il peignait. Il peignait la beauté de Notre-Dame, toujours la beauté de Notre-Dame. On essayait de lui dire qu’il y avait des tas de choses à peindre, mais il continuait obstinément à représenter seulement la belle Notre-Dame, chaque fois avec une émotion différente, chaque fois avec une perspective différente. Pour continuer cette histoire, il faut parler de Camille. Une jeune fille, blonde et mince qui vivait dans la banlieue parisienne. Son père était un politique, sa mère était une diplomate, Camille aimait la poésie. Elle adorait la poésie. Elle allait se promener dans toute la ville, puis quand elle trouvait la place la plus juste et fertile pour ses idées, elle s’asseyait et elle commencait à rêver. Après le rêve, il y avait l’émotion et puis l’écriture. Elle se retrouvait presque toujours aux bords du canal Saint-Martin. En regardant l’eau qui coulait, elle posait sa main sur son cahier et elle écrivait tout ce qu’il y avait dans sa tête. Elle était sûre: c’était le mouvement de l’eau qui coule qui berçait ses pensées. Ces deux innocents esprits, un peu bohémiens, finirent enfermés entre le murs de leur propre maison. En effet, l’arrivée d’une terrible pandémie obligea tout le monde à rester chez elles, à ne jamais sortir de sa propre maison. Tout était fermé. Mais cela peu importait aux deux jeunes. Le vrai problème était l’interdiction de sortir pour aller voir la belle Notre-Dame ou regarder l’eau du canal Saint-Martin. Camille, dans sa chambre, cherchait à continuer à écrire, d’être inspirée par son génie. Jean regardait ses tableaux et il imaginait la cathédrale devant lui mais sa main, au contact avec la toile, ne bougeait plus. Les parents s’inquiètaient de voir combien la fille était triste et avec un air presque absent quand elle venait manger avec eux. Et la situation était pire chez Jean, il ne mangeait plus. On sait bien que la tristesse peut tout prendre: la faim, le temps et les énergies. Les deux jeunes pensaient qu’ils ne pouvaient pas continuer à peindre et à écrire sur la beauté. Les parents énervés par cette situation, ils grondaient leurs fils, mais les choses ne changeaient pas. Heureusement le printemps donnait les premières belles journées et Jean et Camille pensaient que c’était mieux d’être tristes sur leurs terrasses que dans leurs chambres. Le destin ou la magie commencèrent à jouer avec leurs vies, en les faisant sortir en même temps sur la terrasse. Camille avec son cahier et son crayon et Jean avec sa toile et son pinceau. Ils ne s’étaient jamais vus. Les deux terrasses étaient une en face de l’autre. Camille commença à écrire quelque chose, Jean faisait des esquisses. Et enfin il se virent. Avec un seul regard ils comprirent que la beauté n’était seulement la belle Notre-Dame, que l’inspiration pouvait venir aussi par un artiste qui peint et pas seulement par l’eau du canal Saint-Martin. Et, ensemble, ils commencèrent à faire de l’autre personne un chef-d’œuvre. Tous les après-midi ils allaient sur leurs terrasses respectives, ils travaillaient l’un pour l’autre, sans rien dire, seulement en se regardent. Et ils savaient, ah oui, ils savaient très bien qu’ils n’étaient pas seulement en train de faire de l’art, ils étaient en train de tomber amoureux. Ils ne pouvaient pas parler, se toucher, s’embrasser, mais ils faisaient de l’art, ce qui est presque la même chose.
Et donc, mes jeunes lecteurs, je dois vous le dire: la beauté est partout, il faut seulement la chercher et tomber amoureux d’elle.

A beleza está em toda parte

Decidi escrever um pequeno conto e tentar torná-lo atual o mais possível para dar uma moral às crianças de hoje. Para começar esta história, é preciso em primeiro lugar apresentar-vos o Jean. Filho de um professor de ciência e de uma física, ele tinha uma grande paixão pela arte. Era grande amante de arte. Quando podia, apanhava o autocarro, atravessava toda a cidade, já que morava na longínqua periferia, e chegava até ao centro, no coração da beleza. Cada vez visitava um museu novo e depois, quer fosse um dia lindo, quer o tempo estivesse mau, sentava-se à beira da Sena, e pintava. Ele pintava as belezas de Notre-Dame, sempre as belezas de Notre-Dame. Tentavam dizer-lhe que existiam muitas outras belezas para pintar, mas ele prosseguia obstinadamente a representar apenas a bela Notre-Dame, cada vez com uma emoção diferente, cada vez com uma perspectiva diferente. Para continuar esta história, é preciso falar da Camille. Uma menina, loira, magrinha, que morava na periferia parisiense. O pai dela era um político, a mãe uma diplomata, a Camille tinha uma grande paixão pela poesia. Era grande amante de poesia. Ela costumava ir a pé por toda a cidade, e depois, quando encontrava o lugar certo e fértil pelas ideias dela, sentava-se e começava a sonhar. Após o sonho, havia a emoção e, depois, a escritura. Ela estava quase sempre à beira do canal Saint-Martin. Enquanto observava a água a correr, colocava a mão no caderno e escrevia tudo o que tinha na cabeça. Ela tinha a certeza: era o movimento da água que estava a correr a embalar os pensamentos dela. Estas duas almas inocentes, um pouco boémias, acabaram por ficar presos entre as paredes da própria casa. De facto, a chegada de uma terrível pandemia obrigou todos a ficar em casa e não sair. Estava tudo fechado. Mas eles não se importavam com isto. O verdadeiro problema era a proibição de largada para ir ver a Notre-Dame bonita ou ver a água do canal de Saint-Martin. A Camille, no quarto dela, tentava continuar a escrever, a ser inspirada pelo seu próprio talento. O Jean observava as pinturas feitas e imaginava a catedral à frente dele, mas a mão dele em contacto com a tela já não se mexia. Os pais preocupavam-se porque viam como era triste a filha deles, com ar quase distante quando comiam juntos. E a situação era ainda pior na casa do Jean, ele já não comia. Sabemos que a tristeza pode controlar tudo: a fome, o tempo, as energias. Os dois jovens pensavam que não poderiam ter continuado a pintar e a escrever sobre a beleza. Os pais, zangados por esta situação, repreendiam os filhos, mas as coisas não mudavam. Felizmente, a primavera oferecia os primeiros dias bons, e a Camille e o Jean achavam melhor estar tristes na varanda do que nos seus próprios quartos. O destino ou (se calhar) a magia começaram a jogar com as vidas deles, fazendo-os sair, ao mesmo tempo, na varanda. A Camille com o quaderno e o lápis, e o Jean com a tela e o pincel. Eles nunca se tinham visto antes. As duas varandas eram uma em frente da outra. A Camille começou a escrever alguma coisa, o Jean fazia alguns esboços. E, finalmente, os dois viram-se. Com um só olhar perceberam que a beleza não fosse apenas a Notre-Dame bonita, que a inspiração podia vir também de um artista que pinta e não apenas da água do canal Saint-Martin. E, juntos, começaram a fazer da outra pessoa uma verdadeira obra de arte. Todas as tardes andavam nas respectivas varandas, trabalhavam uns pelos outros, sem dizer nada, apenas se olhavam. E eles sabiam, ah sim, sabiam muito bem que não estavam só a fazer arte, estavam a apaixonar-se. Não podiam falar uns com os outros, não podiam se tocar ou se beijar, mas faziam arte, que é quase o mesmo. Então, meus jovens leitores, eu tenho de dizer-vos: a beleza está em toda parte, só é preciso procurá-la e apaixonar-se dela.

Schönheit ist überall

Um diese Geschichte zu beginnen, muss ich euch zuallererst Jean vorstellen. Als Sohn eines Naturwissenschaftslehrers und einer Physikerin, interessierte er sich sonderbarerweise für Kunst. Ja, er liebte Kunst sogar. Wenn er die Möglichkeit hatte, nahm er den Bus, durchquerte die ganze Stadt, denn er wohnte weit draußen in der Vorstadt, und erreichte so das Stadtzentrum, das Herz aller Schönheit. Jedes Mal besuchte er ein neues Museum und dann, egal ob das Wetter gut oder schlecht war, setzte er sich an das Ufer der Seine und begann zu malen. Er malte die Schönheit von Notre-Dame, immer und immer wieder die Schönheit von Notre-Dame. Man versuchte ihm zu sagen, dass man unzählige andere Dinge malen könnte, aber er blieb hartnäckig dabei, nur die Schönheit von Notre-Dame zu malen, jedes Mal in einer anderen Stimmung, jedes Mal aus einer anderen Perspektive. Damit ich diese Geschichte fortsetzen kann, muss ich euch nun Camille vorstellen. Ein junges Mädchen, blond und schlank, das in der Pariser Banlieue lebte. Mit einem Vater als Politiker und einer Mutter als Diplomatin, hatte Camille ungewöhnlicherweise die Poesie für sich entdeckt. Sie liebte Poesie. Sie spazierte durch die ganze Stadt, und dann, sobald sie den geeignetsten Ort für ihre Ideen gefunden hatte, setzte sie sich zu Boden und begann zu träumen. Nach dem Träumen kamen die Gefühle und schließlich das Schreiben. Es zog sie fast jedes Mal an das Ufer des Kanals Saint-Martin. Während sie dem Wasser beim Fließen zusah, nahm sie ihr Heftchen zur Hand und schrieb alles nieder, was ihr so durch den Kopf ging. Sie war sich sicher: es war die Bewegung des fließenden Wassers, das ihre Gedanken wiegte. Und, wie es so kam, endeten diese beiden unschuldigen Gestalten, die ansonsten immerzu herumstreiften, eingesperrt zwischen den Mauern ihrer Häuser. Tatsächlich war es die Ausbreitung einer unheilvollen Pandemie, die fast alle Menschen auf dieser Welt dazu zwang, zuhause zu bleiben. Alles – Geschäfte, Cafés, Parks – war geschlossen. Aber dies war von geringer Bedeutung für die beiden jungen Menschen. Das wahre Problem war, dass es verboten war, sein Haus zu verlassen, um die schöne Notre-Dame zu betrachten oder dem Wasser im Kanal Saint-Martin beim Fließen zuzusehen. Camille suchte die Inspiration zum Schreiben in ihrem Zimmer, aber vergeblich. Jean sah sich seine Gemälde an und versuchte, sich die Kathedrale vorzustellen, aber seine Hand, die den Pinsel hielt, während er die Bilder betrachtete, wollte ihm nicht gehorchen. Camilles Eltern machten sich Sorgen, als sie sahen, wie unendlich traurig ihre Tochter war, die sich bei den gemeinsamen Abendessen immer abwesender zeigte. Die Lage schien noch schlimmer zu sein bei Jean, er hatte aufgehört, zu essen. Man weiß sehr gut, dass einem die Traurigkeit alles nehmen kann: den Hunger, die Zeit und den letzten Rest an Energie. Die beiden jungen Menschen waren überzeugt, dass sie niemals mehr die Schönheit malen oder niederschreiben können würden. Jeans Eltern waren langsam genervt von der Situation, sie schimpften mit ihrem Sohn, aber das änderte nichts. Dann kam zum Glück der Frühling, der die ersten schönen Tage mit sich brachte und Jean und Camille dachten sich, dass es wohl besser wäre, auf der Terrasse traurig zu sein, als in ihren Zimmern. Es müssen das Schicksal oder Magie gewesen sein, die mit ihrem Leben spielten und dazu führten, dass sie gleichzeitig nach draußen auf die Terrasse gingen. Camille mit ihrem Heftchen und Jean mit seiner Leinwand und seinem Pinsel. Sie hatten sich davor noch nie gesehen. Die zwei Terrassen befanden sich jedoch genau gegenüber. Camille begann zu schreiben, Jean fing an, Skizzen zu machen. Und endlich sahen sie sich. Mit einem einzigen Blick verstanden sie, dass Schönheit nicht nur Notre-Dame war und dass Inspiration
zum Schreiben auch von einem malenden Künstler und nicht einzig und allein vom Wasser des Kanals Saint-Martin kommen kann. Und, gemeinsam, schufen sie vom jeweils anderen ein Meisterwerk. Jeden Nachmittag setzten sie sich auf gegenüber auf ihre Terrassen, sie arbeiteten einen für den anderen, ohne dabei ein Wort zu verlieren, sie betrachteten sich einfach nur. Und sie wussten, ja, sie wussten ganz genau, dass sie nicht nur dabei waren, Kunst zu schaffen, sie waren auch dabei, sich zu verlieben. Sie konnten nicht sprechen, sich berühren oder sich küssen, aber sie schufen Kunst, was fast das Gleiche war. Und deswegen, meine lieben Leser, muss ich es euch klar und deutlich verkünden: Schönheit ist überall, man muss sie nur suchen und sich in sie verlieben.

Il primo giorno di scuola

La prima lezione.

“Buongiorno ragazzi, benvenuti al corso di letteratura italiana. Non esiste modo migliore per presentarsi, che ponendo una domanda. Che cos’è la letteratura? Ecco un impavido volontario! Prego, il suo nome è?” “Non esiste modo migliore di presentarsi che rispondendo ad una domanda. La letteratura non serve a un cazzo.” Brusio generale. Chi può mai volersi giocare l’anno al primo giorno di scuola? Veronica si volta, lo guarda ma è come se non vedesse nulla. “Vede come l’avevo inquadrata bene? Abbiamo un impavido guerriero in classe! Mi dispiace deluderla ma la risposta non può essere corretta, dal momento in cui io non Le ho chiesto a cosa serva la letteratura ma cosa essa sia. Mi trovo quindi costretto a cambiare domanda.” Si alza, con calma prende il corridoio più a destra e si avvicina al banco del guerriero. Si solleva leggermente le maniche della camicia e, sedendosi sul bordo del banco con una gamba penzolante verso l’esterno, riprende: “Per avere questo suo tipo di risposta, le dovrei chiedere a cosa serva la letteratura.” Il ragazzo non distoglie lo sguardo dagli occhi del professore, e con un sorriso malizioso risponde inconsciamente con voce più alta: “La letteratura non serve a un cazzo.” Passano due secondi. Immensi. Il professore si alza di colpo e stringe la mano all’allievo. Gli occhi si spalancano. “Mi trovo costretto a dare un 10 il primo giorno di scuola, ragazzi. Questo vostro collega non solo ha risposto correttamente alla domanda, ma ha anche citato il grandissimo scrittore francese dell’Ottocento!” Torna velocemente alla cattedra e prende un plico di fogli. “Fate girare, grazie. Bene, vedete il nostro guerriero ha sicuramente letto la prefazione di questo meraviglioso libro. L’autore lo dice chiaramente. Signorina sarebbe così cortese da leggere la prima riga?” “A cosa serve la letteratura? A niente.” “Ecco la lezione di oggi. Ringrazio per lo spoiler.” Risata generale. “Vedete, la letteratura non serve a niente. Prendete me e questa ragazza che ha appena letto, oppure il nostro guerriero laggiù in fondo. Io ho letto Anna Karenina, cosa che credo loro non abbiano ancora fatto. Io ho letto i Buddenbrook di Mann, cosa che credo loro non abbiano ancora fatto. Eppure siamo tutti e tre sani e vegeti in quest’aula. Tutti e tre respiriamo, abbiamo fatto colazione e questa sera possiamo uscire per una birra. Non è un invito, che sia chiaro.” È molto serio. Si siede sulla cattedra: “A cosa serve un fiore? Intendo per l’uomo, un fiore a cosa serve? Non serve a nulla, à rien. L’uomo può vivere tranquillamente senza un fiore per tutta la sua esistenza. Immaginate due case: una con un bel prato verde e l’altra con un bel prato verde, della lavanda che costeggia il sentiero che porta all’ingresso dell’abitazione, delle rose rosse e bianche sparse per il giardino e dei gerani che grondano dai vasi dei balconi. Quale scegliereste? Ma vi dirò di più, una lettera d’amore, a cosa serve? Perché non ti posso vedere e dirti che ti amo? Perché devo mettermi a scrivere una lettera? A cosa serve un’opera d’arte? A cosa serve una foto? Ma questa è la più bella di tutti: a cosa serve un bacio?” Silenzio totale nell’aula. “Il bacio non serve à rien. A nulla. Siamo pragmatici, il bacio non è necessario per la riproduzione ed è uno scambio di germi immane. Sapete quante malattie si sono trasmesse per un bacio con la lingua? Sapete quanto sia poco igienico un bacio?”. Prende qualche momento di pausa e poi, alzando la voce, proclama: “Cari ragazzi, io non sono venuto qui per insegnarvi nulla di utile. L’utilità non può andare d’accordo con la bellezza. La letteratura è esattamente come un fiore, una foto, un’opera, una lettera o un bacio, non serve a nulla. Eppure io non voglio rinunciare al profumo del glicine quando torno a casa, alla bellissima lettera d’amore scritta alla tenera età di dodici anni alla mia fidanzatina, alle foto che tengo nel portafoglio, a Klimt in camera da letto e soprattutto ad un lungo, inaspettato bacio con la lingua sotto il portone di casa della ragazza che mi piace. Chi vuole rinunciare a tutto questo esca pure da quest’aula, qui si fa sul serio, qui si parla di bellezza e di cose che non servono assolutamente a nulla!”

The first day of school

The first lesson.
“Good Morning everyone, welcome to the Italian literature course. There is no better way to introduce oneself than by asking a question. What is literature? Here he is, a fearless volunteer. Your name, please?”
“There is no better way to introduce oneself than by answering a question. Literature is no fucking use”. General buzz. Who would ever want to fail the first day of school? Veronica turns around, she looks at him, but it was as if she couldn’t see anything.
“Do you see how well I have already understood him? We have a dauntless warrior in our classroom! I am sorry to disappoint you, but the answer cannot be correct, since I’ve not asked you what literature is for, but what it is. Therefore, I am forced to change my question”. He stands up, takes the corridor to the right calmly and approaches to the boy’s desk. He rolls up his shirt’s sleeves slightly, sits on the edge of the desk with one leg dangling outwards and starts talking again: “In order to have this kind of answer I have to ask you what literature is for”. The boy doesn’t look away from the professor’s eyes and, with a mischievous smile, he answers unconsciously aloud: “Literature is no fucking use”. Two endless seconds. The professor suddenly stands up and shakes hands with the student. His eyes open wide. “I am forced to give an A on the first day of school, guys”. Not only has your colleague answered the question correctly, but he also quoted a famous French writer of the nineteenth century!”. He goes quickly back to his teaching post and takes some sheets of paper. “Pass them on, thank you. You’ll see that our warrior has certainly read the preface of this wonderful book. The author says it clearly. Miss, would you be so kind as to read the first line?”
“What is literature for? Nothing”.
“Here’s today’s lesson. Thank you for the spoiler”. General laughter. “Literature is useless. You can take the girl who has just read, the courageous student over there or me as an example. I have read Anna Karenina, what I think they haven’t done yet. I have read Buddenbrook by Mann, what I think they haven’t done yet. Nevertheless, all three are safe and sound in this room. All three breathe, we had breakfast and tonight we can go out for a beer. It is not an invitation. Let’s be clear”. He is really serious. He sits on his teaching post. “What is a flower for? I mean for the man, a flower, what is it for? It is for nothing, ça ne sert à rien. Men can live easily without a flower for the rest of their life. Now, let’s imagine two different houses. One with a nice green lawn and the other with a nice green lawn, lavender which runs along the path that leads to the entrance of the house, red and white roses dotted around the garden and geraniums dripping from the balcony vases. Which one would you choose? But I will tell you more, what’s a love letter for? Why can’t I see you instead and tell you that I love you? Why do I have to write a letter? What’s an artwork for? What’s a photograph for? Here you have the funniest one: what’s a kiss for? A complete silence in the classroom. The kiss is useless. Useless. Let’s be pragmatic, kissing is not necessary for the reproduction and it’s a huge germ exchange. Do you know how many diseases have been transmitted by a kiss? Do you know how unhygienic a kiss is?”. He takes a few minutes to pause and then, raising his voice, declares: “Dear students, I haven’t come here to teach you anything useful. Usefulness cannot get along with beauty. Literature is exactly like a flower, a photograph, an artwork, a letter or a kiss. It is useless. However, I don’t want to give up the scent of wisteria when I go back home, I don’t want to give up the beautiful love letter written to my girlfriend at the tender age of twelve, I don’t want to give up the photos I keep in my wallet, I don’t want to give up a painting by Klimt in my bedroom and above all, I don’t want to give up a long and unexpected kiss at the front door of the girl I like. Anyone who doesn’t want all this, please get out of this room. Here the situation is serious, here we speak of beauty and of useless stuff!”.

Le premier jour d’école.

Le premier cours.

« Bonjour à tous, bienvenus dans le cours de littérature italienne. Il n’y a pas de meilleure façon de se présenter qu’en posant une question. Qu’est-ce que c’est la littérature, selon vous ? Le voici, un volontaire intrépide. Votre prénom, s’il-vous-plaît ? » « Il n’y a pas de meilleure façon de se présenter qu’en répondant à une question. La littérature, ça ne sert à rien ! ». Bavardage général. Qui aurait-il voulu perdre l’année dès le premier jour d’école ? Veronica tourne sa tête, elle le regarde, mais c’est comme si elle ne voyait rien. « Vous voyez comme je l’avais bien saisi. Nous avons un volontaire intrépide dans la classe ! Je suis désolé de vous décevoir, mais la réponse n’est pas correcte vue que je ne vous ai pas demandé à quoi la littérature sert, mais bien au contraire ce qu’elle est. Je suis donc obligé de changer de question ». Il se lève, il prend le couloir sur la droite avec calme et s’approche au banc de l’intrépide. Il soulève légèrement les manches de sa chemise et, une fois assis sur le banc avec une jambe pendante vers l’extérieur, il reprend : « Afin d’avoir ce type de réponse, je devrais vous demander à quoi la littérature sert ». Le garçon ne détourne pas le regard des yeux du professeur et, avec un sourire malicieux, il répond inconsciemment à voix haute : « La littérature, ça ne sert à rien ». Deux secondes s’écoulent. Infinies. Le professeur se lève tout d’un coup et il serre la main à l’élève. Il ouvre grand ses yeux. « Je suis obligé de donner 20 le premier jour d’école, les jeunes. Non seulement votre collègue a bien répondu à la question, mais il a également cité un illustre écrivain français du dix-neuvième siècle ! Il retourne très vite à son bureau et il prend des feuilles ». « Faites circuler, merci. Eh bien, vous voyez que notre courageux volontaire a sûrement lu la préface de ce livre magnifique. L’auteur le dit explicitement. Mademoiselle, pourriez-vous lire la première ligne ? ». « À quoi sert la littérature ? À rien ». « Voici le cours d’aujourd’hui. Merci pour le spoiler ». Un rire général. « La littérature, ça ne sert à rien. Prenez cette fille qui vient de lire et moi comme exemple, ou sinon notre jeune homme là-bas. Moi, j’ai lu Anna Karenina, ce qu’ils n’ont pas encore fait, je crois. Moi j’ai lu Buddenbrook de Mann, ce qu’ils n’ont pas encore fait, je crois. Pourtant, nous sommes tous les trois en bonne santé dans cette salle. Nous respirons tous les trois, nous avons pris notre petit-déjeuner et ce soir nous pouvons sortir pour boire une bière. Ceci n’est pas une invitation, soyons clairs ». Il est très sérieux. Il s’assit sur le bureau : « À quoi sert une fleur ? Pour l’homme, une fleur à quoi ça sert ? Elle ne sert à rien. L’homme peut tranquillement vivre sans aucune fleur pendant toute sa vie. Imaginez maintenant deux maisons, l’une avec une belle pelouse verte et l’autre avec une belle pelouse verte, de la lavande qui court le long du chemin qui mène à l’entrée de l’habitation, des roses rouges et blanches parsemées dans le jardin et des géraniums qui poussent des vases des balcons. Quelle maison choisirais-tu ? De plus, je vais vous dire une autre chose, une lettre d’amour, à quoi ça sert ? Pourquoi ne pas te voir pour te déclarer mon amour ? Pourquoi je dois écrire une lettre pour exprimer mes mots d’amour ? À quoi sert une œuvre d’art ? À quoi sert une photo ? Mais attendez la plus belle de toutes : à quoi sert un baiser ? Un silence total dans la classe. Le baiser ne sert à rien. À rien. Soyons pragmatiques, le baiser n’est pas nécessaire pour la reproduction et il n’est qu’un énorme échange de germes. Vous savez combien de maladies se sont transmises en s’embrassant ? Vous savez qu’un baiser est vraiment peu hygiénique ? ». Il prend quelques minutes de pause et ensuite, en élevant sa voix, dit : « Mes chers jeunes enfants, moi je ne suis pas ici pour vous apprendre quelque chose d’utile. L’utilité ne peut pas s’accorder avec la beauté. La littérature est exactement comme une fleur, une photo, une œuvre, une lettre, un bisou, elle ne sert à rien. Pourtant, moi je ne veux pas renoncer au parfum de la glycine quand je rentre chez moi, à la magnifique lettre d’amour écrite à ma petite amie quand j’avais douze ans, aux photos que je garde dans mon portefeuille, à l’œuvre de Klimt dans ma chambre, mais surtout à un long et inattendu baiser à la porte de la maison de la fille que j’aime. Ceux qui veulent renoncer à tout ça, ils sont priés de sortir de cette salle, ici on est sérieux, ici nous parlons de la beauté et des choses qui ne servent à rien ! ».

Die erste Stunde

„Guten Morgen, herzlich willkommen im Kurs zur italienischen Literatur. Meiner Meinung nach gibt es keine bessere Art, sich vorzustellen, als mit einer Frage. Was ist Literatur für euch? Ah, und da, ein mutiger Freiwilliger. Ihr Vorname, bitte?“ „Es gibt keine bessere Art, sich vorzustellen, als mit einer Antwort. Literatur bringt nichts!“ Allgemeines Murmeln. Wer möchte schon eine schlechte Note am ersten Schultag? Veronica dreht sich um und sieht ihn an, aber es ist als würde sie durch ihn hindurchsehen. „Ihr seht, was ich gesagt habe. Wir haben einen mutigen Freiwilligen in der Klasse! Es tut mir leid, wenn ich euch enttäuschen muss, aber die Antwort ist nicht richtig, angesichts dessen, dass ich euch nicht gefragt habe, was Literatur bringt, sondern im Gegenteil, was sie ist. Ich werde wohl die Frage anders stellen müssen.“ Er steht auf, schlendert mit Gelassenheit die rechte Reihe entlang und nähert sich der Schulbank des Wagemutigen. Er krempelt langsam die Ärmel seines Hemdes hoch und, alsbald er sich auf die Schulbank gesetzt hat, ein Bein nach vorne ausgestreckt, fährt er fort: „Um eine derartige Antwort zu erhalten, muss ich wohl fragen, was uns Literatur bringt.“ Der Junge hält dem Blick seines Lehrers stand und, mit einem boshaften Grinsen, erwidert er mit unbewusst lauter Stimme: „Literatur bringt nichts!“ Zwei Sekunden verstreichen. Zwei Sekunden, die sich unendlich lange anfühlen.
Der Lehrer erhebt sich auf einen Schlag, dreht sich zur Klasse und zeigt auf den Schüler. Seine Augen weiten sich. „Ich bin wohl gezwungen, am ersten Schultag eine Eins auszuteilen, meine lieben Schüler. Euer Kollege hat nämlich nicht nur die Frage richtig beantwortet, sondern ebenso einen berühmten französischen Schriftsteller aus dem 19. Jahrhundert zitiert!“ Er wendet sich prompt zurück zum Lehrertisch und nimmt einen Stapel Blätter zur Hand. „Teilt diese aus, danke. Also, wie ihr sehen könnt, hat euer wagemutiger Mitschüler wohl den Titel dieses wunderbaren Buches gelesen, der vom Autor so unmissverständlich ausgewählt wurde. Mein Fräulein, könnten sie bitte die erste Zeile lesen?“. „Was bringt uns Literatur? Sie bringt nichts.“ „So viel zur heutigen Unterrichtsstunde. Danke für den Spoiler.“ Allgemeines Lachen. „Literatur bringt uns nichts. Nehmt dieses Mädchen oder mich als Beispiel, oder ansonsten unseren jungen Herrn dort. Ich habe Anna Karenina gelesen, was die beiden wahrscheinlich nicht gemacht haben. Ich habe auch Buddenbrooks gelesen, wohingegen die beiden wohl noch nicht dazu gekommen sind. Und trotzdem sind wir alle drei gesund und munter hier in diesem Raum. Wir leben, wir atmen, wir haben am Morgen unser Frühstück gegessen und am Abend können wir ein Bier trinken gehen. Das ist aber keine Einladung, nur um das klarzustellen!“ Er setzt wieder eine ernste Miene auf und setzt sich an seinen Tisch. „Welchen Sinn hat eine Blume? Was bringt uns Menschen eine Blume? Sie bringt uns rein gar nichts. Ein Mensch kann in Ruhe sein Leben verbringen, ohne auch nur ein einziges Mal eine Blume zu sehen. Stellt euch zwei Häuser vor, eines mit einem einfachen grünen Rasen und das andere mit einem grünen Rasen und darauf Lavendelsträucher, die entlang vom Eingangstor bis zur Haustüre führen, ein Garten voll mit roten und weißen Rosen und am Balkon liebevoll gepflanzte Geranien. Welches Haus würdet ihr aussuchen? Um euch ein weiteres Beispiel zu geben, ein Liebesbrief, was bringt uns ein solcher? Warum nicht einfach meine Liebe persönlich erklären? Warum soll ich einen Brief schreiben, um meine Worte der Liebe zu verkünden? Was bringt uns ein Kunstwerk? Was bringt uns ein Foto? Aber jetzt kommt das beste: Was bringt uns ein Kuss? Erwartungsvolle Stille in der Klasse. „Ein Kuss
bringt uns nichts. Rein gar nichts. Lasst uns pragmatisch denken, ein Kuss ist nicht zwangsläufig notwendig für die Fortpflanzung und ist nichts als ein Austausch von Keimen. Wisst ihr, wie viele Krankheiten allein durchs Küssen verbreitet werden? Wisst ihr, dass ein Kuss alles andere als hygienisch ist?“
Er wartet einige Minuten und setzt mit erhobener Stimme fort: „Meine lieben Schüler, ich bin nicht dafür da, um euch etwas Zweckmäßiges beizubringen. Zweckmäßigkeit ist nicht immer mit Schönheit vereinbar. Literatur ist genau wie eine Blume, ein Foto, ein Kunstwerk, ein Brief, ein Kuss – sie bringt uns nichts. Und dennoch möchte ich nicht auf den Duft der Glyzinie in meinem Garten verzichten, wenn ich nach Hause komme, auf den wunderbaren Liebesbrief, den ich mit zwölf Jahren meiner damaligen Freundin geschrieben habe, auf die Fotos, die ich in meiner Geldbörse aufbewahre oder auf das Kunstwerk von Klimt in meinem Schlafzimmer und, unter keinen Umständen, möchte ich auf den lang ersehnten Kuss an der Tür der Frau, die ich liebe, verzichten. Jene, die auf all dies verzichten möchten, bitte ich, das Klassenzimmer zu verlassen, denn hier sprechen wir von der Schönheit all jener Dinge, die uns nichts bringen.

O primeiro dia de escola

A primeira aula.

“Bom dia a todos, bem-vindos à aula de Literatura Italiana. Não existe maneira melhor de apresentar-se do que fazer uma pergunta. O que é a literatura? Ei-lo! Aí temos um rapaz corajoso! Por favor, o seu nome é?” “Não existe melhor maneira de apresentar-se do que responder a uma pergunta. A literatura não serve para merda nenhuma”. Burburinho na sala de aula. Quem é que quer arriscar chumbar no primeiro dia de escola? A Veronica vira-se, olha para ele, mas é como se não visse nada. “Vê como determinei logo o seu carácter? Temos um destemido guerreiro aqui! Lamento desiludi-lo, mas a resposta não pode estar certa já que não lhe perguntei para que serve a literatura, mas o que é. Portanto, vejo-me obrigado a mudar a pergunta.” Levanta-se, caminha calmamente em direção ao corredor à direita e aproxima-se da carteira do guerreiro. Arregaça ligeiramente as mangas da camisa, senta-se na mesa com uma perna pendurada do lado de fora e continua: “Para receber este tipo de resposta tenho de lhe perguntar para que serve a literatura.” O rapaz não desvia o olhar dos olhos do professor e com um sorriso malicioso responde com a voz mais alta: “A literatura não serve para merda nenhuma”. Passam dois segundos. Intermináveis. O professor levanta-se de repente e aperta a mão do estudante. Os olhos arregalam-se. “Sou obrigado a dar um 20 já no primeiro dia de escola. Este vosso colega não só respondeu corretamente à questão, mas também mencionou o grandíssimo escritor francês do século XIX!” Volta rapidamente para a cadeira e agarra num maço de folhas. “Faz circular, obrigado. Bom, o nosso guerreiro leu, seguramente, o prefácio deste maravilhoso livro. O autor disse-o claramente. Menina, teria a gentileza de ler a primeira linha?”“Para que serve a literatura? Para nada.” “Eis! Aqui está a lição de hoje. Obrigado pelo spoiler.” Gargalhada geral. “Então, sabem, a literatura não serve de nada. Veja-se, por exemplo, eu e esta menina que acabou já de ler, ou o nosso guerreiro ali ao fundo. Eu li Anna Karenina, e creio que eles ainda não o tenham feito. Eu li os Buddenbrook de Thomas Mann, e creio que eles ainda não o tenham feito. No entanto, estamos todos os três vivos e bem nesta sala de aula. Todos os três respiramos, tomámos o pequeno-almoço e esta noite poderemos ir beber uma cerveja. Não é um convite, que seja claro.” O professor, de repente, torna-se muito sério. Senta-se na cadeira: “Para que serve uma flor? Quero dizer, para o homem, uma flor para que serve? Para nada, à rien. O homem pode viver tranquilamente sem uma flor durante toda a sua existência. Imaginem duas casas, uma com um bonito relvado verde e a outra com um bonito relvado verde, a lavanda ao lado do caminho que leva à entrada da habitação, rosas vermelhas e brancas espalhadas pelo jardim e gerânios que saem em abundância para fora dos vasos das varandas. Qual deles escolheriam? E vou dizer-vos mais, uma carta de amor, para que serve? Porque não posso encontrar-te para te dizer que te amo? Porque escrevo uma carta? Para que serve uma obra de arte? Para que serve uma fotografia? Mas esta é a melhor de todas: para que serve um beijo?” Silêncio total na sala de aula. “O beijo não serve à rien. Para nada. Sejamos pragmáticos, o beijo não serve à reprodução e é uma troca de germes imensa. Sabem quantas doenças é possível transmitir por causa de um beijo de língua? Sabem quão pouco é higiénico um beijo?” Tira alguns momentos de pausa e depois proclama: “Queridos jovens, eu não vim aqui para vos ensinar nada de útil. A utilidade não se dá bem com a beleza. A literatura é exatamente como uma flor, uma fotografia, uma obra, uma carta ou um beijo, não serve para nada. Não quero renunciar, contudo, ao perfume da glicínia quando volto para casa, à belíssima carta de amor escrita na tenra idade de doze anos para a minha namoradinha, às fotografias que tenho na carteira, ao Klimt no meu quarto e, sobretudo, não quero renunciar a um lugar, inesperado beijo de língua em frente à porta da entrada da rapariga de quem gosto. Quem quer desistir de tudo isto, pode sair desta sala, a sério, estamos a falar de beleza e de coisas que não servem para nada!”

Mamma Africa

La mamma è seduta su una sedia traballante. Le mani sono incrociate nel grembo. Il viso è stanco, le rughe intorno alla bocca sono leggermente pronunciate e scendono lungo il mento come schiacciate dalla gravità. Il peso è qualcosa che si sente. Il peso di una schiena abituata ad inarcarsi troppe volte e troppo spesso: per il lavoro, per prendere in braccio un bambino. La sua benda è colorata: una striscia di cerchi e una striscia di triangoli; una striscia di cerchi e una striscia di triangoli. Da quell’arcobaleno di stoffa sbucano fuori delle treccine nere, che si posano, delicatamente, sulla schiena. È arrivata a piedi a scuola, l’hanno convocata per parlare. È seria, forse preoccupata. Ogni volta che la porta si apre, guarda dritto negli occhi la persona che sta per entrare nella stanza. Non è intimorita, le mamme qui non conoscono il timore. È fiera. Per venire a scuola si è messa la gonna blu e la maglia a maniche corte rossa. Si è dispiaciuta di non poter mettere le scarpe blu. Ha messo quelle nere. Stonano, ma ha solo quelle. Le dita si sfregano fra di loro, i pollici cominciano a rincorrersi. Le labbra carnose si inumidiscono al passaggio della lingua. Fa caldo, fa un caldo incredibile qui a Nairobi. È soffocante: si impregna nei vestiti, tra i capelli. Ma lei è leggera. Seria ma leggera. Ed ecco che arriva la sua bambina. In realtà ha tredici anni. Qui avere tredici anni significa essere donna. Non per lei. Per lei, rimane sempre la sua bambina. Arriva sorridente. È felice. La mamma non si scompone: non l’abbraccia, non le dice nulla. Arriva il preside. L’esame è stato passato a pieni voti. La sua è una ragazza dalle competenze e dalle capacità fuori dalla norma.

Quanto fa male una gioia che viene ferita? Quanto è terribile un lieto fine che non ha nessuna conseguenza? Maledetto il giorno in cui si è deciso che l’arcobaleno non potesse uscire fuori senza la pioggia. Maledetto quel giorno. E allora la benda colorata scuote la testa; un sorriso si fa spazio tra le rughe e la fronte si distende. È felice, ma dalla penombra degli occhi si vede che si tratta di una felicità amara. Il retrogusto appesantisce: è un altro peso da portare su quella schiena curva. Si alza, ringrazia, ed esce insieme alla figlia. Saluta tutti, composta. La sua integrità e il suo orgoglio le permettono di non passare inosservata. Tutti si voltano per guardarla, mentre lei pensa che non avrebbe proprio dovuto mettere quelle scarpe nere. Ma purtroppo erano le sole che aveva. Escono dalla scuola. C’è solo il silenzio. Le lacrime arrivano agli occhi della mamma, che non si scompone. La figlia è felice ma pacata. Tutta la mamma. Non c’è bisogno di parlare: si sa perfettamente che questo bel voto non significa nulla per il futuro. Si sa perfettamente che i soldi, per continuare gli studi, non ci sono. Non c’è bisogno di aggiungere nulla. E quindi si va avanti, si torna a casa sotto il sole africano che appesantisce, fino a quando non arrivano delle amiche della figlia vicino a lei. Si congratulano: è stata la migliore a passare l’esame finale. La migliore come sempre.

E la mamma indietreggia per guardare la scena. I suoi occhi ora albeggiano, mentre la sua testa, ormai china, tramonta sotto quell’immensa collina: è la sua gobba, dalla quale, un peso, per un attimo, è svanito.

Mama Africa

The mother is sitting on a wobbly chair. Her hands are crossed in her lap. Her face is tired, the wrinkles around her mouth are slightly pronounced and run down the chin as if crushed by gravity. The weight is something you can feel. The weight of a back used to arching too many times and too often: for work or to hold a child. Her dressing is coloured: a strip of circles and a strip of triangles; a strip of circles and a strip of triangles. Little black braids come out of the rainbow of cloth, which rest gently on her back. She walked to school and has been summoned to talk. She is serious, perhaps worried. Every time the door opens, she looks straight into the eyes of the person about to enter the room. She is not intimidated, mothers here do not know fear. She is proud. She wore a blue skirt and a red short-sleeved shirt to go to school. She was sorry she couldn’t wear blue shoes. She wore the black ones. They clash, but that is all she has. Her fingers rub against each other, her thumbs begin to chase each other. Her full lips moisten at the passage of her tongue. It is hot, incredibly hot here in Nairobi. It is stifling: it soaks into her clothes, into her hair. Nevertheless, she is cheerful. Serious but cheerful. And here comes her little girl. She is actually thirteen years old. Being thirteen here means being a woman. Not for her mother. For her, she is still a little girl. She arrives smiling. She is happy. Her mother doesn’t get upset: she doesn’t hug her, doesn’t say anything. The headmaster arrives. She passed her exam with the best mark. Her daughter has extraordinary skills and abilities. How much is hurtful when your joy hurts? How terrible is a happy ending that has no future? The day when it was decided that the rainbow could not come out without the rain was an ill-fated one. Curse that day. And so the coloured dressing shakes its head; a smile goes out among the wrinkles and the forehead relaxes. She is happy, but from the dimness of her eyes we can see that it is a bitter happiness. The aftertaste weighs her down: it is another burden to carry on that curved back. She gets up, says thank you, and leaves with her daughter. She greets everyone. Her integrity and pride allow her not to go unnoticed. Everyone turns to look at her, while she thinks that she should not have worn those black shoes at all. But unfortunately, they were the only ones she had. They leave the school. There is only silence. Tears well up in the eyes of the mother, who does not flinch. Her daughter is happy but calm. Like her mother. There is no need to talk: they know that this good mark means nothing for her future. They know perfectly well that there is no money to continue their studies. There is no need to add anything. Therefore, they go on, they go home under the African sun that weighs them down, until some of her daughter’s friends arrive next to her. They congratulate her: she was the best to pass the final exam. The best as always.

And the mother steps back to look at the scene. Her eyes are now dawning, while her head, bowed, sets beneath that immense hill: it is her hump, from which, for a moment, a weight has vanished.

Maman l’Afrique

La mère est assise sur une chaise bancale. Ses mains sont croisées sur ses genoux. Le visage a l’air fatigué, les rides autour de la bouche sont légèrement prononcées et descendent le long du menton comme si elles étaient écrasées par la gravité. Le poids est une chose qu’on ressent. Le poids d’un dos qui courbe trop de fois et trop souvent : pour travailler, pour tenir un enfant. Son bandage est coloré : une bande de cercles et une bande de triangles ; une bande de cercles et une bande de triangles. De l’arc-en-ciel de tissu sortent de petites tresses noires, qui reposent délicatement sur son dos. Elle a marché jusqu’à l’école et a été convoqué pour parler. Elle est sérieuse, peut-être inquiète. Chaque fois que la porte s’ouvre, elle regarde droit dans les yeux de la personne qui va entrer dans la pièce. Elle n’est pas intimidée, les mères ici ne connaissent pas la peur. Elle est fière. Pour se rendre à l’école, elle a décidé de porter une jupe bleue et une chemise rouge à manches courtes. Elle était désolée de ne pas pouvoir porter de chaussures bleues. Elle en portait des noires. Ils s’affrontent, mais c’est tout ce qu’elle a. Ses doigts se frottent l’un contre l’autre, ses pouces commencent à se poursuivre l’un l’autre. Ses lèvres pleines s’humidifient au passage de sa langue. Il fait chaud, incroyablement chaud ici à Nairobi. Elle est étouffante : elle s’infiltre dans ses vêtements, dans ses cheveux. Mais elle est légère. Sérieuse mais légère. Et voilà sa petite fille. Elle a en fait treize ans. Ici, être treize signifie être une femme. Pas pour sa maman. Pour elle, elle est toujours sa petite fille. Elle entre en souriant. Elle est heureuse. Sa mère ne s’énerve pas : elle ne la prend pas dans ses bras, ne dit rien. Le proviseur arrive. Elle a passé l’examen avec mention très bien. C’est une fille aux compétences et aux capacités extraordinaires. A quel point cela fait-il mal de voir sa joie blessée ? Comment une fin heureuse sans conséquences peut-elle être terrible ? Maudit soit le jour où on a décidé que l’arc-en-ciel ne pouvait pas sortir sans la pluie. Maudite soit ce jour-là. Et ainsi, le bandage coloré secoue la tête, un sourire fait de la place entre les rides et le front se détend. Elle est contente, mais l’obscurité dans ses yeux nous montre que c’est un bonheur amer. L’arrière-goût lui pèse : c’est un fardeau de plus à porter sur ce dos courbé. Elle se lève, remercie, et part avec sa fille. Elle salue tout le monde, posée. Son intégrité et sa fierté lui permettent de ne pas passer inaperçue. Tout le monde se retourne pour la regarder, tandis qu’elle pense qu’elle n’aurait pas dû porter ces chaussures noires du tout. Mais malheureusement, c’étaient les seules qu’elle avait. Elles quittent l’école. Il n’y a que le silence. Les larmes coulent dans les yeux de la mère, qui ne se laisse pas impressionner. La fille est heureuse mais calme. Exactement comme sa maman. Il ne sert à rien de parler : on sait parfaitement que cette bonne note ne signifie rien pour l’avenir. Elles savent parfaitement qu’il n’y a pas d’argent pour poursuivre les études. Il n’est pas nécessaire d’ajouter quoi que ce soit. Et ainsi elles continuent, elles rentrent chez elles sous le soleil africain qui leur pèse, jusqu’à ce que des amis de sa fille arrivent à côté d’elle. Ils la félicitent : elle a été la meilleure à passer l’examen final. La meilleure, comme toujours.

Et la mère se retire pour regarder la scène. Ses yeux s’éveillent maintenant, tandis que sa tête, inclinée, se pose sous cette immense colline : c’est sa bosse, de laquelle, pour un instant, un poids a disparu.

Mamã África

A mãe está sentada numa cadeira trémula. As suas mãos estão cruzadas sobre o seu colo. O rosto está cansado, as rugas à volta da boca são ligeiramente pronunciadas e correm pelo queixo como se estivessem esmagadas pela gravidade. O peso é algo que se pode sentir. O peso de um dorso habituado a arquear-se demasiadas vezes e com demasiada frequência: para o trabalho, para pegar numa criança. O seu lenço é colorido: uma tira de círculos e uma tira de triângulos; uma tira de círculos e uma tira de triângulos. Do arco-íris do tecido saem pequenas tranças pretas, que se pousam suavemente nas suas costas. Ela caminhou para a escola e foi convocada para falar. Está séria, talvez preocupada. Cada vez que a porta se abre, ela olha diretamente nos olhos da pessoa prestes a entrar na sala. Não é intimidada, as mães aqui não conhecem o medo. Está orgulhosa. Usava uma saia azul e uma camisa vermelha de manga curta. Lamentava não poder usar sapatos azuis. Usava pretos. Destoam, mas isso é tudo o que ela tem. Os seus dedos esfregam-se uns contra os outros, os seus polegares começam a perseguir-se uns aos outros. Os seus lábios carnudos humedecem à passagem da sua língua. Está calor, incrivelmente quente aqui em Nairobi. É sufocante: impregna a roupa, o cabelo. Mas ela é leve. Séria mas leve. E aí vem a sua filhinha. Ela tem na realidade treze anos de idade. Aqui ser treze significa ser uma mulher. Não para ela. Para ela, ela ainda é a sua menina. Ela chega com um sorriso. Ela está feliz. A sua mãe não se movimenta: ela não a abraça, não diz nada. Chega o diretor. Ela passou no exame com distinção. A sua é uma rapariga de competências e capacidades fora do comum.

Quanto é que dói ver a sua alegria ferida? Quão terrível é um final feliz que não tem consequências? Maldito o dia em que foi decidido que o arco-íris não poderia sair sem a chuva. Maldito seja esse dia. E assim ela abana a cabeça; um sorriso deixa espaço entre as rugas e a testa relaxa. Ele está feliz, mas pela sua sombra de olhos pode-se ver que é uma felicidade amarga. O retrogosto é pesado: é mais um fardo para continuar aquela curva de costas. Ela levanta-se, diz obrigada, e parte com a sua filha. Saúda todos, composta. A sua integridade e orgulho permitem que não passe despercebida. Todos se viram para olhar para ela, enquanto ela pensa que realmente não devia ter usado aqueles sapatos pretos. Mas infelizmente eram os únicos que tinha. Deixam a escola. Só há silêncio. As lágrimas são bem visíveis nos olhos da mãe, que é inabalável. A filha está feliz mas calma. É tal e qual a mãe. Não é necessário falar: sabe perfeitamente bem que esta boa nota não significa nada para o futuro. Elas sabem perfeitamente que não há dinheiro para continuar os estudos. Não é necessário acrescentar nada. E assim vai-se para casa sob o sol africano que pesa, até que alguns dos amigos da sua filha cheguem ao seu lado. Felicitam-na: ela foi a melhor a passar no exame final. A melhor como sempre.

E a mãe dá um passo atrás para olhar a cena. Os seus olhos estão agora a amanhecer, enquanto a sua cabeça, agora curvada, se põe debaixo daquela imensa colina: é a sua corcunda, da qual, por um momento, desapareceu um peso.

Mama Afrika

Die Mutter sitzt auf einem wackeligen Stuhl. Ihre Hände sind auf den Knien gefaltet. Das Gesicht sieht müde aus, die Falten um ihren Mund sind leicht ausgeprägt und laufen am Kinn entlang, so als ob sie von der Schwerkraft nach unten gezogen würden. Das Gewicht ist etwas, das man spürt. Das Gewicht eines Rückens, der sich zu oft und zu stark krümmt: bei der Arbeit, beim Halten eines Kindes. Ihr Kopftuch ist bunt: ein Streifen aus Kreisen und ein Streifen aus Dreiecken. Aus dem regenbogenfarbenen Stoff treten kleine schwarze Zöpfe, die sanft auf ihrem Rücken aufliegen, hervor.

Sie ist den ganzen Weg zur Schule gelaufen und wurde dort zum Gespräch gebeten. Sie ist ernst, vielleicht sogar etwas besorgt. Jedes Mal, wenn sich die Tür öffnet, schaut sie der Person, die den Raum betreten wird, direkt in die Augen. Sie ist nicht eingeschüchtert, die Mütter hier kennen keine Angst. Sie ist stolz. Für den Weg zur Schule hat sie sich entschieden, einen blauen Rock und ein rotes kurzärmeliges Hemd zu tragen. Es tut ihr leid, dass sie keine blauen Schuhe tragen kann. Sie trägt schwarze. Sie passen zwar nicht wirklich dazu, aber das ist alles, was sie hat. Ihre Finger reiben aneinander, sie beginnt, mit ihren Daumen zu spielen. Ihre vollen Lippen sind trocken, sie befeuchtet sie mit ihrer Zunge. Es ist heiß, unglaublich heiß hier in Nairobi. Die Hitze ist erdrückend: Sie dringt durch ihre Kleidung, in ihr Haar. Aber sie fühlt sich leicht. Ihre Miene ist ernst, doch sie strahlt trotzdem Leichtigkeit aus.

Und da ist sie, ihre kleine Tochter. Sie ist eigentlich schon dreizehn Jahre alt. Dreizehn zu sein bedeutet hier, eine Frau zu sein. Nicht für ihre Mutter. Für sie ist sie immer noch ihr kleines Mädchen. Sie kommt lächelnd durch die Tür. Sie ist glücklich. Ihre Mutter bleibt ruhig: Sie nimmt sie nicht in den Arm, sagt nichts. Der Schulleiter kommt herein. Sie hat die Prüfung mit „summa cum laude“ bestanden. Sie ist ein Mädchen mit außergewöhnlichen Fähigkeiten und Fertigkeiten. Wie sehr würde es ihr wehtun, ihre Freude verschwinden zu sehen? Wie schrecklich kann ein folgenloses glückliches Erlebnis sein? Verflucht sei der Tag, an dem beschlossen wurde, dass der Regenbogen nicht ohne Regen hervorkommen kann. Verflucht sei dieser Tag.

Und so schüttelt das bunte Kopftuch den Kopf, ein Lächeln schafft Platz zwischen den Falten und die Stirn entspannt sich. Sie ist glücklich, aber die Dunkelheit in ihren Augen zeigt uns, dass es ein bitteres Glück ist. Der Nachgeschmack belastet sie: Es ist eine weitere Last, die sie auf diesem krummen Rücken tragen muss. Sie steht auf, bedankt sich und macht sich mit ihrer Tochter auf den Weg. Sie grüßt alle, gelassen. Durch ihre Unbescholtenheit und ihren Stolz bleibt sie nicht unbemerkt. Alle drehen sich um und schauen sie an, während sie sich denkt, dass sie diese schwarzen Schuhe überhaupt nicht hätte tragen sollen. Aber leider waren es die einzigen, die sie hatte. Sie verlassen die Schule. Es herrscht nur noch Stille. Die Tränen beginnen langsam über die Wangen der Mutter zu fließen, die sich davon nicht beeindrucken lässt. Das Mädchen ist glücklich, aber ruhig. Genau wie ihre Mutter. Reden hat keinen Sinn: sie wissen genau, dass diese gute Note nichts für die Zukunft bedeutet. Sie wissen genau, dass es kein Geld gibt, um die Ausbildung fortzusetzen. Es gibt keine Notwendigkeit, etwas hinzuzufügen. Und so gehen sie, unter der afrikanischen Sonne, die auf ihnen lastet, nach Hause, bis die Freunde ihrer Tochter neben ihnen auftauchen. Sie gratulieren ihr: sie war die Beste bei der Abschlussprüfung. Die Beste, wie immer.

Die Mutter zieht sich zurück. Ihre Augen werden jetzt wach, während sie stolz ihre fröhliche, lachende Tochter und deren Freunde beobachtet. Und für einen kurzen Moment ist von ihrem gekrümmten Rücken ein schwerwiegendes Gewicht verschwunden.

Mamá África

La madre está sentada en una silla tambaleante. Las manos están cruzadas en el vientre. La cara está cansada, las arrugas alrededor de la boca son ligeramente pronunciadas y descienden por la barbilla como aplastadas por la gravedad. El peso es algo que se siente. El peso de una espalda acostumbrada a arquearse demasiadas veces y con demasiada frecuencia: para trabajar, para coger a su niño en brazos. Su vendaje es colorido: una tira de círculos y una tira de triángulos; una tira de círculos y una tira de triángulos.
De ese arcoíris de tela salen unas trenzas negras, que se posan suavemente sobre la espalda. Fue andando al colegio, la convocaron para hablar. Está seria, quizás preocupada. Cada vez que la puerta se abre, mira directamente a los ojos de la persona que va a entrar en la habitación. No tiene miedo, las madres aquí no conocen el miedo. Está orgullosa. Para ir al colegio se ha puesto la falda azul y la camiseta roja de manga corta. Se arrepintió de no poder ponerse los zapatos azules. Se puso los negros. No le quedan bien, pero son los únicos que tiene. Los dedos se frotan entre sí, se mueven rápidamente. Los labios carnosos se humedecen al pasar la lengua. Hace calor, hace un calor horrible aquí en Nairobi. Es sofocante: se empapa la ropa, el pelo suda. Pero ella se siente ligera. Seria pero ligera. Y aquí llega su niña. En realidad tiene trece años. Aquí, tener trece años quiere decir ser una mujer. Pero no para ella. Para ella, siempre será su niña. La mamá no se descompone: no la abraza, no le dice nada. Llega el director. El examen ha sido superado con el máximo de la nota. Es una chica con habilidades y un potencial fuera de lo común.
¿Cuánto duele una alegría herida? ¿Cuán terrible es un final feliz que no tiene consecuencias? Maldito el día en el que se decidió que el arcoíris no puede salir sin lluvia. Maldito ese día. Entonces el vendaje de colores sacude la cabeza; una sonrisa se abre paso entre las arrugas y la frente se relaja. Está feliz, pero en sus ojos se ve que se trata de una felicidad amarga. El regusto pesa: es otra carga que hay que llevar sobre esa espalda curva. Se levanta, da las gracias y sale con su hija. Saluda a todos, compuesta. Su integridad y su orgullo le permiten no pasar desapercibida. Todos se dan la vuelta para mirarla, mientras ella piensa que no debería haber usado esos zapatos negros. Pero, por desgracia, eran los únicos que tenía. Salen de la escuela. Solo hay silencio. Las lágrimas llegan a los ojos de la madre, que sigue sin descomponerse. La hija está feliz pero tranquila. No hace falta hablar: saben que esa buena nota no va a cambiar el futuro. Saben que no hay dinero para seguir con los estudios. No hay necesidad de añadir nada más. Y así se sigue adelante, se vuelve a casa bajo el sol africano, hasta que se acercan las amigas de la hija. La felicitan: ha sido la mejor del examen final. La mejor, como siempre. La mamá retrocede para ver la escena. Sus ojos ahora amanecen, mientras su cabeza, ya cansada, oscurece detrás de aquella inmensa colina: es su joroba, de la cual por un instante, el peso de la vida ha desaparecido.