Grande Storiella di Haval

Mi chiamo Haval e questa è la mia grande storiella. Sono nato il 23 marzo 1983, cioè il terzo giorno del Capodanno curdo. Sono nato durante la guerra tra Iran e Iraq, iniziata nel 1980. Quindi, quando la guerra è finita, avevo cinque anni. Non posso dire di ricordare molto bene quel periodo, lo ricordo come si ricordano i sogni. Quando Saddam Hussein ha deciso di attaccare il Kuwait, avevo 7 anni e naturalmente non ricordo molto, ma so che la gente era preoccupata e tutti parlavano del fatto che l’Iraq si sarebbe potuto ritrovare in una situazione molto brutta. Ricordo che dopo otto mesi dall’invasione del Kuwait da parte di Saddam, gli americani hanno bombardarono Erbil, perché Saddam si nascondeva qui, ma io non ne avevo idea. Eravamo per strada, gli americani hanno iniziato ad attaccare Erbil, la mia città, perché volevano bombardare alcune basi militari. Ricordo che stavamo giocando a calcio e poi abbiamo iniziato a correre.

Mio zio, che già al tempo aveva delle disabilità, vendeva sigarette e altre cose per strada. Una volta che l’ho accompagnato nel chiosco del suo piccolo negozio, ricordo di aver sentito le sirene. Chi stava guidando per strada ha fermato la macchina e tutti hanno iniziato a correre verso la stazione degli autobus. Tutte le stazioni di servizio sono state prese d’assalto dalla popolazione, perché sapevamo che gli americani non bombardavano gli spazi pubblici, come le stazioni di servizio o le stazioni degli autobus.

Quando guardai il cielo, vidi tre missili e mentre li guardavo mi sembrava stessero venendo da me. Così, ho lasciato mio zio e sono scappato con tutta la gente e la folla che andava alla stazione degli autobus. Ma non avevo idea del perché stesse accadendo tutto questo. Nel frattempo, mentre gli Stati Uniti bombardavano tutto l’Iraq, come conseguenza dell’invasione del Kuweit da parte di Saddam Hussein, i curdi colsero questa opportunità per fare una vera e propria rivoluzione contro Saddam. Bisogna ricordarsi che Saddam aveva ucciso circa 182 mila curdi in sei mesi, un vero e proprio genocidio. I curdi videro questa opportunità e sperarono che Saddam venisse così cacciato dal Kurdistan, così tutti fecero la rivoluzione. Me lo ricordo molto bene, avevo circa 8 anni nel marzo del 1991. Allora, donne, bambini, uomini presero d’assalto le stazione dell’esercito o della polizia irachena. Molti soldati iracheni morirono perché i curdi si vendicarono di tutte le morti che loro avevano afflitto, seguendo gli ordini di Saddam. Effettivamente, il popolo curdo riuscì a liberare il Kurdistan da Saddam.

Tuttavia, George Bush padre decise inaspettatamente, dopo la fine della prima guerra del golfo, di non cambiare il sistema politico iracheno e decise di non rimuovere Saddam dal potere. Pertanto, 4 o 5 milioni di curdi lasciarono il Kudistan e scapparono in Turchia e in Iran, per paura delle ritorsioni che il regime di Saddam avrebbe messo in atto per vendicarsi della rivoluzione curda. Io e la mia famiglia andammo in Iran, quindi l’esodo avvenne di mattina presto, alle 6 o alle 7 del mattino. Qualcuno ha bussato alla porta, era il nostro vicino di casa che si chiamava Alì, e ci ha detto: “Cosa state facendo? State ancora dormendo?”. Mio padre aveva cinque figli e il mio fratellino aveva solo sei mesi. Lì vicino c’era una stazione degli autobus che apparteneva al governo, il nostro vicino Ali rubò un autobus, tanto non c’era più il controllo di Saddam. Rubò un autobus e lo portò nel quartiere dicendo: “Salite su quell’autobus”. Così siamo saliti sull’autobus. La mia famiglia era originaria di Rawandus, a 70 km dal confine iraniano. Così l’autobus ci ha portato a Rawandus, dove ci siamo riuniti con la nostra famiglia. Abbiamo fatto bene a scappare. Dopo solo due giorni, ci hanno detto che Saddam era arrivato a 20 km da Erbil. Quando è arrivato a Erbil, tutti gli abitanti di Rawandus e di quella zona sono andati in Iran, così come la mia famiglia. Ma il viaggio non era molto facile. Si andava sui camion, se disponibili. Migliaia e migliaia di persone andavano a piedi, in trattore, in camion, in pick-up. Quindi, ogni volta che si vedeva un po’ di spazio, si saltava sul camion e si partiva. Siamo stati fortunati a trovare un grande camion e con la mia numerosa famiglia ci siamo saliti. Quando abbiamo raggiunto il confine, l’Iran per quattro giorni non ha potuto aprire la frontiera. Così, per quattro giorni siamo rimasti in montagna. Immagina che a marzo quelle montagne avevano ancora la neve, quindi faceva molto freddo. Non c’era cibo, la gente era malata e stava morendo. Ho visto vecchi morire e ricordo che a volte c’erano dei paracadute, forse dall’Europa o dall’Iran, che facevano arrivare del cibo, per poter sopravvivere.

Mio fratello aveva sei mesi e lo abbiamo quasi perso per la mancanza di latte e per il freddo. È stato molto difficile rimanere lì per quattro notti e siamo sempre stati uno accanto all’altro per stare più al caldo. Dopo quei quattro giorni, l’Iran decise di aprire le frontiere e costruì molti campi al confine. Così siamo entrati. Mia nonna era iraniana, quindi siamo stati fortunati ad avere dei parenti lì, dove abbiamo trovato un parente di mia madre. Tuttavia, la mia famiglia era molto numerosa ed è stato difficile trovare spazio per tutti noi. Ricordo che la prima volta hanno tolto mucche e pecore dalla stalla e ci hanno messo lì, l’hanno pulita un po’ e credo che ci siamo rimasti per una settimana. Siamo rimasti in Iran per tre mesi. Lì eravamo tutti rifugiati, non avevamo soldi, avevamo lasciato tutto a Erbil e non sapevamo quando saremmo potuti tornare: non c’era nulla di chiaro. Così, da bambino di otto anni, ricordo che durante questi tre mesi non siamo andati a scuola, quindi vendevo gomme, fiori e altri oggetti per strada. Quei tre mesi sono stati davvero difficili, ma durante questi tre mesi ci sono state diverse pressioni su Saddam, per cui in quello stesso anno, nel 1991, ha deciso di concedere l’autonomia al popolo curdo. Quindi tutti i curdi, compresa la mia famiglia, sono tornati a casa. Il Kurdistan era una regione molto povera, non avevamo il petrolio. Al tempo, i due maggiori partiti politici in Kurdistan, hanno creato un nuovo governo. Era il 1992, ma le condizioni di vita erano pessime. Non c’era stipendio, non c’era elettricità, ma la gente continuava a vivere lì. Anche se eravamo in cattive condizioni, riuscivamo a sopravvivere. Dopo due anni, i due partiti politici diedero inizio alla guerra civile in Kurdistan. Dopo questo fatto, mio padre decise di scappare e andare a Baghdad. Abbiamo venduto tutto a Erbil e siamo andati a Baghdad. Tuttavia, il denaro che avevamo ottenuto dalla vendita non era molto. Una volta a Baghdad, quei soldi furono sufficienti per comprare un piccolo appartamento. Siamo rimasti a Baghdad per tre anni. A scuola è stato molto difficile, perché non sapevo parlare l’arabo. Quando ho iniziato la scuola ero in sesta elementare e per me è stato terribile: tutti mi prendevano in giro, perché sembrava fossi sordo, non sapevo parlare l’arabo, perché in Kurdistan abbiamo un gruppo etnico completamente diverso e non siamo arabi. Comunque, in qualche modo, il primo anno è andato bene, non era bello ma andava bene. L’anno dopo ho imparato a parlare l’arabo e ho fatto nuove amicizie. Il terzo anno iniziò un’altra storia: Saddam arrestò mio padre. Allora, mio padre faceva il tassista e aveva un amico sciita, ma non sapeva che facesse anche parte di un partito politico proibito, (in quanto sciita mentre al potere c’erano i sunniti). Un giorno, mio padre tornò a casa e disse a mia madre di andare a trovare un suo amico, perché aveva fatto un’operazione chirurgica. Mia madre per fortuna non ci andò e mio padre che andò a trovarlo, vide che c’era troppa gente e solo lì capì che si trovava nel mezzo di una riunione clandestina del partito. Mio padre, da quella visita, non tornò. Non sapevamo cosa gli fosse successo e non sapevamo neanche dove vivesse questo suo amico. Immagina, cinque figli, la mia sorella più grande aveva 14 anni, io ero il secondo di 13 anni. Ci siamo messi tutti a piangere. Naturalmente non c’era il telefono, non c’era il fax. Non c’era niente. Il giorno dopo non è tornato, quindi non sapevamo dove andare, non avevamo parenti.

Il mio cugino più grande è venuto da Erbil e ci ha aiutato. Siamo andati in tutti gli ospedali di Baghdad, nelle stazioni di polizia, ovunque, ma lui non era da nessuna parte. Non sapevamo cosa gli fosse successo. Mio cugino aveva un amico che lavorava nei servizi di sicurezza si è deciso allora di chiedere aiuto lì. Uno degli ufficiali è venuto a casa nostra ci ha detto: “Non cercate vostro padre, perché è stato arrestato. Non cercatelo, non fate collegamenti, perché nessuno vi dirà dov’è finché non avranno finito le indagini”. Parte della famiglia rimase in Kurdistan, mentre io, mia madre e mio cugino tornammo a Baghdad, per farci trovare pronti a casa per quando sarebbe arrivato l’avviso su dove poter recuperare il cadavere di mio padre. Quattro mesi e 20 giorni dopo è arrivato qualcuno. Stavamo aspettando che qualcuno venisse a dirci dove fosse il corpo di mio padre. Invece, ci dissero che potevamo andare al servizio di sicurezza generale per incontrarlo. Siamo andati lì, e io non ho riconosciuto mio padre. Era magro, solo pelle ed ossa. Era molto bianco, perché ci disse che non aveva visto la luce del sole per tutti quei mesi. E poi ci ha raccontato tutta la storia. Ora, bisognava pensare al passo successivo: cosa faremo? Chi ti crederà? Ovviamente nessuno. C’era una sola buona notizia: nonostante le torture, non aveva mai confessato quello che volevano loro, ma aveva sempre detto la verità, che lui quel giorno passava di lì, per caso. Ci hanno detto il giorno del processo, così l’amico di mio cugino ha trovato per noi il nome del giudice. Abbiamo fatto un accordo con lui, corrompendolo per 3 milioni di dinari iracheni. Una cifra assurda per noi. Per farlo, abbiamo venduto il taxi di mio padre e il nostro appartamento, ma così arrivavamo solo a 1,2 milioni.. Ci servivano ancora più di 1,8 milioni di dinari e mio cugino ci disse che dovevamo andare a Erbil. Prima di raccontare questo, devo spiegare il problema delle frontiere.

Immagine due confini: quello dell’Iraq e quello del Kurdistan. Nel mezzo c’è una zona che può essere attraversata solo tramite appositi mezzi dalle 6 del mattino alle 18 del pomeriggio. Quindi si può prendere un sharing taxi da Baghdad fino al confine iracheno, e poi si scende dal taxi per salire su camion o pick-up. Questi ti portano al confine con il Kurdistan, perché le auto non sono autorizzate a passare tra i due confini. Così, mio cugino mi ha detto che dovevo andare a Erbil di persona a prendere i soldi da un nostro parente molto ricco. Dovevo andare a prendere questa enorme quantità di denaro e portarla a Baghdad. Io avevo solo 13 anni. Partii comunque ma arrivai alla frontiera alle 18:20. Era tutto chiuso e la zona pericolosa. Non sapevo cosa fare, non avevo soldi per tornare indietro. Mi sono accasciato per terra e ho cominciato a piangere. C’era un soldato che mi disse: “Devi tornare indietro, non puoi restare al confine”. Ma io non sapevo dove andare. Mi sono poi accorto che c’erano due ragazzi, uno sui vent’anni e l’altro più grande, che parlavano tra loro in curdo. Ho iniziato ad ascoltarli. Erano nella mia stessa situazione. Presero una decisione folle, quella di attraversare la zona proibita, che separa i due confini, a piedi. Mi sono unito a loro. Così tutti e tre abbiamo deciso di camminare. Ad un certo punto, il ragazzo più giovane ha iniziato a correre, così gli ho chiesto perché lo stesse facendo. Mi ha detto che se fossimo rimasti lì, nella zona proibita, mentre faceva buio, avremmo rischiato la vita, perché gli iracheni avevano l’ordine di sparare a vista. Così, abbiamo corso. Io ero il più veloce, perché ero il più giovane. Ma il vecchio aveva la pancia, quindi per lui era più difficile. Quando si faceva buio, il ragazzo più giovane continuava a dirci: “WTF, per favore, vai più veloce”. Stavamo correndo in mezzo al nulla. Un pick-up è arrivato sulla strada principale, eravamo spaventati, perché pensavamo fosse un soldato, ma lui ci ha parlato in curdo e gli ha detto “Che diavolo state facendo? Salite subito!”.

Quando l’ha detto, siamo saliti in macchina e ci ha accompagnato al confine con il Kurdistan. Ho sempre pensato che quell’uomo fosse un angelo che Dio ci aveva mandato, un miracolo. Una volta arrivati, presi un taxi per andare a casa di mia zia, quella che ci avrebbe aiutato. Ci andai, era molto tardi. A quel tempo ero una persona timida ed ero molto timido a entrare, perché era tardi e non sapevo cosa fare. Mi sono seduto davanti alla porta e ho iniziato a piangere. Il marito di mia zia sentì, aprì la porta e non riusciva a crederci: come aveva fatto un bambino di tredici anni ad arrivare da solo fino a qui? Era una persona molto buona: mi portò dentro casa e mia zia pensò che fossi lì per dirle che mio padre, suo fratello, fosse morto, così iniziò a piangere. Ma io le dissi che non era morto e le spiegai tutta la situazione.

Mi portarono in cucina, mi diedero del cibo, dell’acqua e poi raccontai loro tutta la storia e che avevo bisogno di 1,8 milioni di dinari, una cifra molto alta. Il marito di mia zia mi disse: “Non preoccuparti, ti darò questi soldi”. Era ricco e ogni volta che la mia famiglia aveva bisogno di qualcosa, era pronto ad aiutarci. Ora abbiamo un altro problema. Come facciamo a mandare un bambino a Baghdad con questa somma di denaro?

Così, hanno parlato tra loro. Hanno parlato per ore. La gente aveva paura di andare a Baghdad con quei soldi, perché il trasferimento di denaro non era consentito. Hanno trovato una soluzione: convertire il denaro in dollari americani e poi farli mettere nelle mie mutande. Era rischioso, ma non controllavano i bambini. Così sono tornato a Baghdad e ho portato tutti i soldi. Abbiamo pagato il giudice che ha rilasciato mio padre. Era il 1996, settembre o ottobre. Mio padre è riuscito a comprare un’altra macchina, un taxi per lavorare, e poi abbiamo affittato un altro appartamento. Dopo solo tre mesi, qualcuno bussò alla nostra porta. Mio padre aprì e ricordo che disse: “Andiamo, andiamo”. Cosa stava di nuovo succedendo? Il tribunale superiore aveva scoperto che avevamo pagato il giudice e il giudice si era spaventato, così aveva mandato qualcuno a dirci di fuggire subito.

Immagina, cinque bambini, mia madre incinta che urlava lungo tutto il viaggio, avrebbe dovuto partorire la settimana dopo. Su quella macchina Toyota vecchia, abbiamo corso fino al confine con Kirkuk. La strada era pessima mia madre aveva le doglie e urlava. Anche noi, tutti i bambini, urlavamo. Abbiamo lasciato dietro di noi tutto, anche i pigiami: non avevamo nulla. Appena arrivati ad Erbil mia madre ha partorito. Ed io sono tornato a Baghdad solo vent’anni dopo.

L’agenda

Finito il lavoro, salutato i colleghi, risposto ai messaggi arrivati durante il giorno, ora Angela poteva andare a prendere la metro. Dopo aver passato i tornelli, e aspettato per cinque minuti il mezzo, ora, seduta, controllava le mail arrivate dal tribunale. Doveva assolutamente comprarsi l’agenda. Se lo diceva da inizio mese: doveva trovare solo cinque minuti per fermarsi in una cartoleria e scegliersi un’agenda. Impresa non così semplice.

Scende ad una fermata prima di casa sua. Passeggia, incontra la dirimpettaia che la saluta con un cenno. Entra, finalmente, in una libreria. Si dirige verso la cassa, di solito le agende si trovano lì, come se fossero un accessorio ormai trapassato, che ti viene voglia di comprare più per capriccio che per necessità, mentre sei in coda. Così, a lato, rispetto alla fila per pagare, inizia, solo con lo sguardo, a intercettare le agende papabili all’acquisto. Quelle troppo grandi vengono escluse: non sono pratiche per portarsele in giro e, per lei, l’agenda dev’essere sempre a portata di mano.  Quelle troppo piccole vengono oltrepassate dallo sguardo: inutili, che senso ha avere un’agenda se poi ci puoi scrivere solo a monosillabi? Si avvicina allora all’altro lato dello scaffale, dove trova un’agenda di misura media. Sfogliandola, apprezza lo spazio bianco che ricopre quasi interamente la pagina e l’assenza dei numeri che dettano le ore: lei vuole scrivere a mano gli orari e i posti in cui deve andare. Potrebbe avercela fatta, ora bisogna solo comprare gli evidenziatori. Sceglie il verde e il giallo, i colori preferiti dei suoi ragazzi. Fa un breve calcolo: con il rosso segnerà gli appuntamenti imprescindibili per lei; in viola, gli appuntamenti e le mansioni da fare per la casa che ristrutturando; in arancione, gli appuntamenti per il lavoro; infine, in giallo e in verde, tutto quello che riguarda i suoi ragazzi. Per sicurezza, tira fuori dalla borsa la sua vecchia agenda e confronta che i colori siano sempre gli stessi, così da non creare confusione. La commessa la guarda divertita: “Le riconosco subito le mamme che devono incastrare tutti gli appuntamenti!” Angela sorride. Non sa se ha voglia di spiegarle l’intera storia. Non sa se vuole dirle che in realtà lei non è la madre biologica, ma la loro tutrice. Non sa se raccontarle che l’anno scorso sono arrivati oltre 20.000 minori stranieri non accompagnati qui in Italia e che, per fortuna, dopo una legge del 2017, si può diventare tutori di quei ragazzi per aiutarli a interagire con la società ed integrarsi nel sistema scolastico italiano. Non crede di volerle raccontare la storia dei suoi due ragazzi, delle videochiamate che fanno insieme, quando possono, alle loro famiglie. Non sa se vuole spiegarle tutto il tempo perso in tribunale o in questura, della burocrazia con cui ha deciso di avere a che fare ogni giorno. Guarda allora la sua vecchia agenda: non ha più appuntamenti, non ci sono più colori che spiccano nella giornata di oggi. Allora ha tutto il tempo. Posa la borsa per terra, e inizia a raccontarle tutta la storia. La storia di come lei non sia madre ma loro siano, sicuramente, parte della famiglia come figli. E così, dopo aver fatto perdere una decina di minuti alla commessa, ma che sicuramente ora sa come funzioni e cosa serva essere tutore di stranieri non accompagnati, si siede ad un bar. E segna, con tutti i colori a disposizione, gli appuntamenti dei prossimi giorni, colorando, interamente, la pagina della domenica successiva, di giallo e verde.

The agenda

After having finished her work, said goodbye to her colleagues, and answered the messages that arrived during the day, Angela could now go to take the metro. After passing through the turnstiles and waiting for five minutes for the subway, she now sat down and checked the e-mails that had arrived from the court. She absolutely had to buy herself an agenda. She had been telling herself this since the beginning of the month: she just had to find five minutes to stop at a stationery shop and pick out an agenda. Not such an easy task.

She gets off one stop before her place. She strolls, meets the neighbour across the street who waves to her. She finally enters a bookshop. She heads for the cashier’s desk, where you can usually find agendas, as if they were a bygone accessory, which you feel like buying more on a whim than out of necessity, while standing in line. So, at the side of the queue to pay, you start, just with your gaze, to intercept the agendas that are suitable for purchase. Those that are too big are excluded: they are not practical for carrying around and, for her, the agenda must always be at hand. Those too small are overlooked: useless, what is the point of having an agenda if you can only write in monosyllables? She then approaches the other side of the shelf, where she finds a medium-sized diary. Flipping through it, she appreciates the white space covering almost the entire page and the absence of the numbers dictating the hours: she wants to handwrite the times and the places where she has to go. She may have made it, now all she has to do is buy highlighters. She chooses green and yellow, her guys’ favourite colours.

 She does a quick calculation: in red, she marks the must-do appointments for her; in purple, the appointments and tasks for the house which is renovating; in orange, the appointments for work; and finally, in yellow and green, everything concerning her kids. For safety reasons, she pulls her old agenda out of her bag and checks that the colours are always the same, so there is no confusion. The shop assistant looks at her with amusement: “I recognise the mothers who have to frame all the appointments!”. Angela smiles. She does not know if she feels like explaining the whole story to her. She does not know if she wants to tell her that she is actually not the biological mother, but their guardian. She does not know whether she wants to tell her that last year more than 20.000 unaccompanied foreign minors arrived here in Italy and that, fortunately, after the law of 2017, one can become a guardian of those children to help them interact with society and integrate into the Italian school system. She does not think she wants to tell her the story of her two guys, of the video calls they make together, when they can, to their families. She does not know if she wants to explain to her all the time wasted in court or at the police station, of the bureaucracy she has to deal with every day. Therefore, she looks at her old agenda: no more appointments, no more colours that stand out in today’s day. Then she has plenty of time. She places her bag on the floor and begins to tell her the whole story. The story of how she is not a mother, but they are, surely, part of the family as children. And so, after wasting about ten minutes with the shop assistant, who surely now knows how it works and what it takes to be guardian of unaccompanied foreigners, she sits down at a bar. And she marks, with all the colours at her disposal, the appointments for the coming days, colouring, entirely, the next Sunday’s page, in yellow and green.

La grande storiella di Anita

Sono Anita, sono una ragazza, non tanto più ragazza, che viene da un paesino del Molise. Sono uscita per l’università, per poi ritrovarmi a Roma, per la tesi, che rispecchia quello di cui andremo a parlare: ho fatto una tesi sulla banca etica.

Roma mi ha dato tante opportunità dal punto di vista sociale ed umano: ho fatto uno stage in una cooperativa sociale, scoprendo un mondo nuovo, che va dal commercio equosolidale al volontariato con i senza dimora. Già da ragazzina, come gifrina della gioventù francescana, ho respirato l’aria dell’aiuto fraterno. Il volontariato a me dà tanto e lo si dice sempre: si fa volontariato perché si riceve di più di quel che si dà. L’ho sempre fatto, mi ha aiutato a crescere e ha fatto bene a me e alla mia autostima. Prima, ero partita con la gioventù francescana per l’Albania, dove lavoravamo in una casa di accoglienza. E facevano questo servizio: andavano fino a Tirana, alla ricerca dei senza fissi dimora. Mi ricordo ancora di una vecchietta, in una rotonda, e andavamo a parlarle, a portare tè o caffè. Era un modo per fare conoscenza e capire cosa servisse realmente come aiuto. Mi avevano detto che c’era la notte dei senza dimora, che si faceva tanto a Tirana quanto a Roma, così quando sono tornata nella capitale, ci sono andata. Da lì è partito il mio volontariato a Roma, nel 2003.

Roma, città delle tante possibilità

Mi si è aperto un mondo. Tra i senza fissa dimora c’è di tutto: dal bambino, la vecchietta, il trans, l’immigrato. Le problematiche che escono fuori sono talmente tante, i mondi e le culture così diverse fra loro… i tempi poi sono cambiati: allora andavamo proprio alla stazione Termini a dare vestiti, a portare qualcosa di caldo, insieme alle parrocchie. Pensa che ci sono ancora senza fissa dimora che hanno il mio numero e mi chiamano: ne potrei raccontare di storie belle, e pure molto brutte, quando sai che fine abbiano fatto alcuni di loro. Da lì, sia per la mia curiosità e la mia attenzione all’attualità e sia dopo aver visto diversi bambini e ragazzi immigrati allo sbando, ho letto che avevano iniziato dei corsi per diventare tutrice di minori stranieri non accompagnati. Prima non era possibile, ma grazie alla legge Zampa del 2017, c’era questa nuova opportunità, tramite l’autorità garante dei minori. C’è un bando, dove ti devi iscrivere mandando il curriculum e sostenendo un colloquio. Se sei idoneo, puoi partecipare al corso: con frequenza obbligatoria ed esame finale. Il corso era durato circa due mesi, e lo facevo concentrato al fine settimana a causa del mio lavoro. Il corso ti mette davanti quella che sarà la realtà dei fatti: i ragazzi che arrivano possono essere tranquilli oppure con differenti problematiche, e, in ogni caso, con un trauma. Non è una passeggiata; è una responsabilità vera e propria. Una volta superato il corso, decidi se ti vuoi iscrivere all’albo del tribunale. In questo caso, il tribunale dei minori ti chiama quando ha delle richieste di tutori da parte delle strutture. Ti chiamano e ti affidano un ragazzo che decidono loro. Si possono avere fino a tre ragazzi contemporaneamente, anche da parte di strutture diverse. Loro vivono negli sprar, o centri di accoglienza, case-famiglia o gruppi appartamento. A volte te li assegnano quando sono ancora nei centri di prima accoglienze e allora li segui proprio dall’inizio.  

Qual è il ruolo del tutore e della tutrice?

Accompagnare questi ragazzi fino ai 18 anni. Quindi, controllare che nel centro di accoglienza vengano rispettati i loro diritti, occuparti della loro educazione ed essere sempre in prima linea per risolvere qualsiasi tipo di problema: dalla scuola, ai vari permessi di soggiorno all’ottenimento del codice fiscale. Lo segui per le questioni burocratiche e non solo, si diventa comunque parte di una famiglia. Se si riesce ad instaurare un buon rapporto è veramente bello. E poi una parte fondamentale è la relazione e interazione con la struttura: parlare e lavorare insieme con gli operatori e i responsabili, al fine di trovare la strada più giusta per i ragazzi.

Facciamo un esempio: se un ragazzo deve fare una visita medica, te ne occupi tu?

In genere se ne occupa la struttura che, vivendo il ragazzo giorno per giorno, mi chiama e mi informa che c’è bisogno di un visita. Si cerca insieme il posto giusto, in base all’esigenza. Ovviamente, avendo ottenuto il codice fiscale, è più semplice. Per questo, l’aiuto del tutore per la burocrazia che ti permette di ottenere documenti e, in questo caso, il codice fiscale, è importante. Alla visita o vado io o si fa la delega.  

I miei ragazzi

Uno dei due ragazzi di cui sono tutrice oggi ha 12 anni. E frequenta la scuola. Ma i problemi sono iniziati prima che lo conoscessi: c’erano già troppi iscritti e non lo volevano prendere nelle scuole vicino alla struttura. Sono dovuta intervenire prima di conoscerlo. Questo però mi permesso di unirmi fin da subito con la struttura e insieme abbiamo risolto il primo problema.

Ora ho due ragazzi. Io preferisco prenderli più piccoli perché hai il tempo di instaurare un rapporto e creare un percorso. Uno dei primi che ho avuto è albanese, aveva 16 anni. Nonostante dal centro di prima accoglienza, che era a due passi da casa mia, lo avessero spostato in un’altra città fuori Roma, e quindi era due ore di treno ogni volta, sono riuscita a istaurare un bel rapporto. Prima dei 18 anni si ha la possibilità di chiedere il proseguo amministrativo, che dura fino al 21 anni. Se c’è un percorso iniziato, lo si può richiedere, tramite una richiesta al tribunale e altra burocrazia. Devo dire che grazie alla figura della tutrice, questo procedimento viene accelerato. E noi siamo riusciti ad ottenerlo: ora sta facendo un corso regionale per ristorazione, contentissimo e lavora pure e questa è una bella grande storiella. Senza il ruolo della tutrice sarebbe andato a lavorare, senza aver studiato. Sarebbe stata tutta un’altra cosa.

Dei MSNC, minori stranieri non accompagnati, si parla pochissimo. Ma in realtà sono molti: basti pensare che l’anno scorso sono stati oltre 20.000 i loro arrivi, in maggioranza ucraina. Ogni anno cambia la percentuale di chi arriva: dopo l’ucraina, c’erano Egitto Tunisia Albania e Pakistan. Sono tanti e fanno parte del nostro tessuto sociale.

E adesso ci sono molti egiziani e tunisini, a causa delle gravi crisi che ci sono nel loro paese. E poi, sai, noi interagiamo anche con loro famiglie, facciamo le videochiamate, perché questi ragazzi vengono qui per un futuro migliore, come noi andiamo a lavorare all’estero, e questi ragazzi lo fanno soprattutto per mandare poi qualcosa alle famiglie nel loro paese d’origine. Devo dire che vengono prima di tutto con l’idea di studiare, e poi di trovare un lavoro. Solo una volta arrivati qui si rendono conto che non è così facile e non è come si aspettavano.

I ragazzi piccoli vengono inseriti nel sistema scolastico italiano, e questo è molto positivo perché riescono ad integrarsi meglio con i ragazzi italiani. Io vedo benissimo questa differenza tra il ragazzo che va alle medie e parla benissimo l’italiano e interagisce con amici italiani rispetto all’altro ragazzo di cui sono tutrice che, essendo arrivato dopo, fa più fatica. Una delle cose che devono assolutamente fare è prendere la terza media: una volta ottenuta possono fare diversi corsi per lavorare. L’altro giorno sono andata in struttura per il compleanno per uno dei ragazzi e tutti gli altri nella struttura stavano o avevano fatto corsi come parrucchiere, pizzaiolo, un altro ragazzo fa il piastrellista. Sono ragazzi che hanno voglia di lavorare e la nostra figura è proprio quella di accompagnamento, soprattutto per i passaggi burocratici.

Siamo una figura di riferimento in più. Devo dire che ci sono strutture di accoglienza di tutti i tipi: alcune funzionano meglio e altre peggio. Ma non è colpa loro, è pure per questione di tempo, personale scarso e quindi noi diamo una mano in più. Quando li porto in giro, so che possono vivere delle esperienze che in struttura non è possibile esperire. Anche solamente vivere la famiglia del tutore. Molti tutori sono sposati e hanno figli e si crea questa famiglia allargata, e vivono momenti insieme. Mi piace perché è proprio un aiuto concreto. Ne ho avuti tanti di ragazzini. Alcuni non li ho neanche conosciuti. Molti sono di passaggio, si sa: arrivano qui ma vogliono andare in Francia o Germania. Alcuni arrivano nella struttura, nel tempo che viene nominato il tutore, sono già andati via. Ci vuole anche pazienza, ogni tanto è una perdita di tempo: andare in tribunale, fare denuncia di smarrimento. Non è sempre semplice, parliamo di esseri umani e bisogna quindi prendersi le responsabilità per tutto. Però danno tanta soddisfazione.

C’è un momento, che ti porterai per sempre dietro?

Il primo ragazzo, che ora sta studiando, ci sentiamo anche se non sono più la tutrice. Ormai ha compiuto 19 anni, però per qualsiasi cosa io ci sono. Qualsiasi cosa. Se c’è il compleanno dei miei genitori lui chiama, fa parte della famiglia, tant’è che ancora adesso vado ai colloqui scolastici, anche se non mi compete. Mi dà soddisfazione: è bravo e si impegna ed è così bello. Fa parte della famiglia. Anche i due egiziani di cui sono tutrice adesso, se li vedi sembrano fratelli. L’altro giorno siamo andati in giro per Roma e si davano la mano, sono quelle scene per cui ti si scioglie il cuore. Ogni volta che esco con uno, vado a prendere anche l’altro, come una famiglia.

Bubbles

Marco kept checking the piece of paper his wife had left for him. In their small haberdashery, his wife Alice used to do the morning shift in order to spend the whole afternoon with the children, who would come back from school. So, he usually went there around noon in order to take over for her in the last half hour of work and take a walk during the break: he used to eat a rich breakfast and skip lunch. Once he arrived in the shop, after serving a few customers and answering a couple of phone calls, he finally read the note Alice had left on his table. Forty packages of soap bubbles were needed by next week.

They lived in a small village close to the mountains and they had never had such a request. Intrigued, even if a bit sceptical, he asked Alice again for confirmation: “Honey, but are you sure? Is it not like that time when they made us buy hundreds of balloons and then left them in the shop, making us lose money from the sale?”. His wife, holding her mobile phone between her ear and her raised tight shoulder as she drained pasta for her children, huffing, had replied: “Again with that? It has only happened once. Never that you trust. This girl came and asked me for bubbles, what was I supposed to tell her? No? Should I have questioned her maybe?”. In order to avoid further discussion, Marco had hung up. Puzzled, but reassured by the fact that the blame would not fall on him but on his wife, in case of a prank as he was sure it was, he had placed the order. Then he had got up and gone for a walk.

That same afternoon, a young man, never seen in the country, entered the haberdashery with a polite manner. “Hi, I wanted to ask if you had any soap bubbles, by any chance,” he said. Marco, chuckling, took the last few and handed them to him. “I could use a lot more: could I order some packages? I’d like, say, let me calculate… at least a dozen.” “Excuse me sir, but inside each packet are ten pieces. Are you sure you want a hundred in all?” “Yes, thank you.” Marco, increasingly astonished, ordered ten more packs. That Saturday he would receive fifty packs of bubbles: 500 pieces in all. He reminded the customer to come early in the morning because, as he could see, the shop was small and more orders were due to arrive. The customer, thanking him, left.

As the days passed, Alice and Marco spoke about it several times, almost amused by this strange coincidence. The day has come. It is a Saturday; it is eight o’clock in the morning when the fifty packs of bubbles arrive. Like every Saturday morning, everyone is in the shop: Marco, Alice and their three young children. At ten o’clock, the opening times, outside the door of the shop, a young man, Carlo, talks with Carolina and her mother Ambra. Marco, relieved by their presence, and happy to have made a good deal that day, asks: “Here are your bubble packs. However, satisfy my curiosity: what do you do with five hundred bubbles?” The first to speak is Carlo: “It is very easy for me, my packet will go to my daughter’s kindergarten, where there will soon be an end-of-year party”.  Mrs. Ambra then takes the floor: “I admit that among the forty packages ordered by my daughter, one is for me: I work in a family home and it is always fun for the children to play with bubbles, it is one of the most awaited activities of the week!” Carolina, meanwhile, had approached the children of the club owners: “In the end it is always for them. Children are the same all over the world: you get bubbles and you make them happy, incredulous, amazed! Children are all the same, it is their past that is always different. These thirty-nine packages of bubbles will go with me on a mission, to take them to a refugee camp on the border with Syria”. And so, in a small haberdashery on the slopes of a mountain range, a little girl called Elisabetta, Alice and Marco’s daughter, the owners of the shop, opened her small pink handbag and took out a small soft toy and handed it to Carolina, to take to the children she would meet, without saying anything, discreetly, giving an incredible lesson in life to all those present, as, sometimes, only children know how to do.

Bulles

Marco ne cesse de consulter le bout de papier que sa femme lui a laissé. Dans leur petite mercerie du village, Alice, sa femme, travaillait le matin, puis passait tout l’après-midi avec les enfants, qui revenaient de l’école. Il s’y rendait ensuite vers midi, pour la soulager pendant la dernière demi-heure de travail et se promener pendant la pause : il prenait un petit déjeuner copieux et sautait le repas de midi. Arrivé à la boutique, après avoir servi quelques clients et répondu à quelques appels téléphoniques, il lit enfin la note qu’Alice a laissée sur sa table. Quarante paquets de bulles de savon étaient nécessaires pour la semaine prochaine.

C’était un petit village, près des montagnes, et une telle demande n’avait jamais été formulée. Intrigué, mais un peu sceptique, il demande à nouveau confirmation à Alice : “Mon amour, mais es-tu vraiment sûre ? Ce n’est pas comme la fois où ils nous ont fait acheter des centaines de ballons et où ils les ont béatement laissés dans le magasin, nous faisant perdre l’argent de la vente ?”. Sa femme, qui tenait son téléphone portable entre son oreille et son épaule droite relevée, tout en égouttant des pâtes pour ses enfants, avait répondu en soufflant : “Encore ça ? Ce n’est arrivé qu’une fois. Jamais de confiance. Cette fille est venue me demander des bulles, qu’est-ce que je devais lui dire ? Non ? J’aurais dû l’interroger peut-être ?”. Afin d’éviter toute discussion supplémentaire, Marco avait raccroché. Perplexe, mais rassuré par le fait que la faute ne retomberait pas sur lui mais sur sa femme, en cas de farce comme il en était sûr, il avait passé la commande. Puis il s’était levé et était allé se promener.

L’après-midi même, un jeune homme, jamais vu dans le pays, entre dans la mercerie avec des manières polies. “Bonjour, je voulais vous demander s’il ne vous restait pas des bulles de savon, par hasard”, dit-il. Marco, en riant, prend les dernières et les lui tend. “J’en aurais besoin de beaucoup plus : pourrais-je commander des paquets ? Je voudrais, disons, laissez-moi calculer… au moins une dizaine.” “Excusez-moi monsieur, mais chaque paquet contient dix pièces. Vous êtes sûr d’en vouloir cent en tout ?” “Oui, merci”. Marco, de plus en plus étonné, commande dix autres paquets. Ce samedi-là, il recevra cinquante paquets de bulles, soit 500 pièces en tout. Il rappelle au client de venir tôt le matin car, comme il le voit, le magasin est petit et d’autres commandes vont arriver. Le client, en le remerciant, sort.

Au fil des jours, Alice et Marco reviennent plusieurs fois sur le sujet, presque amusés par cette étrange coïncidence. Le jour est venu. C’est un samedi, il est huit heures du matin lorsque les cinquante paquets de bulles arrivent. Comme tous les samedis matin, tout le monde est dans la boutique : Marco, Alice et les trois jeunes enfants. A dix heures, heure d’ouverture, devant la porte du magasin, le jeune homme, Carlo, discute avec Carolina et sa mère Ambra. Marco, soulagé de leur présence et heureux d’avoir fait une bonne affaire ce jour-là, demande : “Voici vos paquets de bulles. Mais je vous demande une curiosité : que fait-on avec cinq cents bulles ?”. Le premier à parler est Carlo : “Ah mais c’est très simple, mon paquet ira à l’école maternelle de ma fille, où il y aura bientôt une fête de fin d’année”. Mme Ambra a ensuite pris la parole : “J’avoue que sur les quarante paquets commandés par ma fille, un était pour moi : je travaille dans un foyer d’accueil et c’est toujours amusant pour les enfants de jouer avec des bulles, c’est une des activités les plus attendues de la semaine !”. Carolina, quant à elle, s’est adressée aux enfants des propriétaires du club : “Finalement, c’est toujours pour eux. Les enfants sont les mêmes partout dans le monde : vous avez des bulles et vous les rendez heureux, incrédules, émerveillés ! Les enfants sont tous les mêmes, c’est leur passé qui est différent. Ces trente-neuf paquets de bulles vont partir avec moi en mission, pour les emmener dans un camp de réfugiés à la frontière de la Syrie”. Et c’est ainsi que, dans une petite mercerie sur les pentes d’une chaîne de montagnes, une petite fille nommée Elisabetta, fille d’Alice et Marco, les propriétaires de la boutique, ouvre son petit sac à main rose et en sort une petite peluche qu’elle tend à Carolina, pour qu’elle l’apporte aux enfants qu’elle rencontrera, sans rien dire, discrètement, donnant une incroyable leçon de vie à tous ceux qui sont présents, comme, parfois, seuls les enfants savent le faire.

Bolle

Marco continuava a controllare il foglietto che gli era stato lasciato dalla moglie. Nella pausa pranzo, nella loro piccola merceria del paese, sua moglie Alice era solita fare il mattino, per avere poi l’intero pomeriggio da trascorrere con i figli, che sarebbero rientrati da scuola. Lui, allora, vi si recava verso mezzogiorno, per darle il cambio per l’ultima mezz’ora di lavoro e fare una passeggiata nella pausa: era solito, infatti, fare un’abbondante colazione e saltare il pranzo. Arrivato in negozio, dopo aver servito qualche cliente e risposto ad un paio di telefonate, aveva finalmente letto il biglietto che Alice gli aveva lasciato sul tavolo. Servivano, entro la prossima settimana, quaranta confezioni di bolle di sapone.    

Il loro era un paesino piccolo, in prossimità delle montagne e, una richiesta del genere, non era mai arrivata. Incuriosito anche se un po’ scettico, aveva chiesto nuovamente conferma ad Alice: «Amore ma sei proprio sicura? Non è che succede come quella volta che ci hanno fatto comprare centinaia di palloncini che ci hanno poi beatamente lasciato in negozio, facendoci perdere i soldi della vendita?». La moglie, tenendo il cellulare tra l’orecchio e la spalla destra rialzata, mentre scolava la pasta per i figli, sbuffando, aveva risposto: «Ancora con questa storia? È successo solo una volta. Mai che ti fidi. È arrivata questa ragazza e mi ha chiesto le bolle, cosa le dovevo dire? No? Le dovevo fare l’interrogatorio forse?». Al fine di evitare altre discussioni, Marco aveva riagganciato. Perplesso, ma rassicurato dal fatto che la colpa non sarebbe ricaduta su di lui ma sulla moglie, in caso di uno scherzo come era sicuro che si trattasse, aveva fatto l’ordine. Poi si era alzato ed era andato a passeggiare.

Quello stesso pomeriggio, un giovane uomo, mai visto nel paese, entrò con fare cortese, nella merceria. «Ciao, volevo chiedere se per caso aveste delle bolle di sapone». Marco, ridacchiando, prese gli ultimi esemplari e glieli porse. «Me ne servirebbero molti di più: potrei ordinare delle confezioni? Ne vorrei, diciamo, fammi fare un calcolo… almeno una decina.» «Mi scusi signore, ma all’interno di ogni confezione vi sono dieci pezzi. È sicuro di volerne cento in tutto?» «Sì, la ringrazio.» Marco, sempre più attonito, ordinò altre dieci confezioni. Quel sabato gli sarebbero arrivate cinquanta confezioni di bolle: 500 pezzi in tutto. Ricordò al cliente di presentarsi di buon mattino perché, come poteva vedere, il negozio era piccolo e sarebbero dovuti arrivare anche altri ordini. Il cliente, ringraziandolo, uscì. Con il passare dei giorni, Alice e Marco tornarono più volte sull’argomento, quasi divertiti dalla strana coincidenza.

È giunto il giorno. È un sabato, sono le otto del mattino quando arrivano le cinquanta confezioni di bolle. Come ogni sabato mattina, nel negozio ci sono tutti: Marco, Alice e i tre figli piccoli. Alle dieci in punto, orario di apertura, fuori dalla porta del locale, il giovane uomo, Carlo, chiacchiera con Carolina e sua madre Ambra. Marco, sollevato dalla loro presenza, e felice di aver fatto un bell’affare quel giorno, chiede: «Ecco a voi le vostre confezioni di bolle. Ma toglietemi una curiosità, ve ne prego: cosa ve ne fate di cinquecento bolle?» Il primo a parlare è Carlo: «Ah ma semplicissimo, la mia confezione andrà all’asilo di mia figlia, dove tra poco ci sarà al festa di fine anno.»  Prende poi la parola la signora Ambra: «Ammetto che una delle quaranta confezioni ordinate da mia figlia serva a me: lavoro in una casa-famiglia e per i bambini è sempre divertente giocare con le bolle, è una delle attività più attese della settimana!» Carolina, intanto, si era avvicinata ai figli dei proprietari del locale: «Alla fine è sempre per loro. I bambini sono uguali in tutto il mondo: prendi delle bolle e li farai felici, increduli, meravigliati! I bambini sono tutti uguali, è il loro passato ad essere sempre diverso. Queste ben trentanove confezioni di bolle verranno con me in missione, per portarle ad un campo profughi al confine con la Siria.» E così, in una piccola merceria alle pendici di una catena montuosa, una bambina di nome Elisabetta, figlia di Alice e Marco, i proprietari del locale, apriva la sua piccola borsetta rosa ed estraeva un piccolo peluche e lo porgeva a Carolina, per portarlo ai bambini che avrebbe incontrato, senza dire nulla, con discrezione, dando una lezione di vita incredibile a tutti i presenti, come, a volte, solo i bambini sanno fare.

Bubbles

Marco kept checking the piece of paper his wife had left for him. In their small haberdashery, his wife Alice used to do the morning shift in order to spend the whole afternoon with the children, who would come back from school. So, he usually went there around noon in order to take over for her in the last half hour of work and take a walk during the break: he used to eat a rich breakfast and skip lunch. Once he arrived in the shop, after serving a few customers and answering a couple of phone calls, he finally read the note Alice had left on his table. Forty packages of soap bubbles were needed by next week.

They lived in a small village close to the mountains and they had never had such a request. Intrigued, even if a bit sceptical, he asked Alice again for confirmation: “Honey, but are you sure? Is it not like that time when they made us buy hundreds of balloons and then left them in the shop, making us lose money from the sale?”. His wife, holding her mobile phone between her ear and her raised tight shoulder as she drained pasta for her children, huffing, had replied: “Again with that? It has only happened once. Never that you trust. This girl came and asked me for bubbles, what was I supposed to tell her? No? Should I have questioned her maybe?”. In order to avoid further discussion, Marco had hung up. Puzzled, but reassured by the fact that the blame would not fall on him but on his wife, in case of a prank as he was sure it was, he had placed the order. Then he had got up and gone for a walk.

That same afternoon, a young man, never seen in the country, entered the haberdashery with a polite manner. “Hi, I wanted to ask if you had any soap bubbles, by any chance,” he said. Marco, chuckling, took the last few and handed them to him. “I could use a lot more: could I order some packages? I’d like, say, let me calculate… at least a dozen.” “Excuse me sir, but inside each packet are ten pieces. Are you sure you want a hundred in all?” “Yes, thank you.” Marco, increasingly astonished, ordered ten more packs. That Saturday he would receive fifty packs of bubbles: 500 pieces in all. He reminded the customer to come early in the morning because, as he could see, the shop was small and more orders were due to arrive. The customer, thanking him, left.

As the days passed, Alice and Marco spoke about it several times, almost amused by this strange coincidence. The day has come. It is a Saturday; it is eight o’clock in the morning when the fifty packs of bubbles arrive. Like every Saturday morning, everyone is in the shop: Marco, Alice and their three young children. At ten o’clock, the opening times, outside the door of the shop, a young man, Carlo, talks with Carolina and her mother Ambra. Marco, relieved by their presence, and happy to have made a good deal that day, asks: “Here are your bubble packs. However, satisfy my curiosity: what do you do with five hundred bubbles?” The first to speak is Carlo: “It is very easy for me, my packet will go to my daughter’s kindergarten, where there will soon be an end-of-year party”.  Mrs. Ambra then takes the floor: “I admit that among the forty packages ordered by my daughter, one is for me: I work in a family home and it is always fun for the children to play with bubbles, it is one of the most awaited activities of the week!” Carolina, meanwhile, had approached the children of the club owners: “In the end it is always for them. Children are the same all over the world: you get bubbles and you make them happy, incredulous, amazed! Children are all the same, it is their past that is always different. These thirty-nine packages of bubbles will go with me on a mission, to take them to a refugee camp on the border with Syria”. And so, in a small haberdashery on the slopes of a mountain range, a little girl called Elisabetta, Alice and Marco’s daughter, the owners of the shop, opened her small pink handbag and took out a small soft toy and handed it to Carolina, to take to the children she would meet, without saying anything, discreetly, giving an incredible lesson in life to all those present, as, sometimes, only children know how to do.

Bulles

Marco ne cesse de consulter le bout de papier que sa femme lui a laissé. Dans leur petite mercerie du village, Alice, sa femme, travaillait le matin, puis passait tout l’après-midi avec les enfants, qui revenaient de l’école. Il s’y rendait ensuite vers midi, pour la soulager pendant la dernière demi-heure de travail et se promener pendant la pause : il prenait un petit déjeuner copieux et sautait le repas de midi. Arrivé à la boutique, après avoir servi quelques clients et répondu à quelques appels téléphoniques, il lit enfin la note qu’Alice a laissée sur sa table. Quarante paquets de bulles de savon étaient nécessaires pour la semaine prochaine.

C’était un petit village, près des montagnes, et une telle demande n’avait jamais été formulée. Intrigué, mais un peu sceptique, il demande à nouveau confirmation à Alice : “Mon amour, mais es-tu vraiment sûre ? Ce n’est pas comme la fois où ils nous ont fait acheter des centaines de ballons et où ils les ont béatement laissés dans le magasin, nous faisant perdre l’argent de la vente ?”. Sa femme, qui tenait son téléphone portable entre son oreille et son épaule droite relevée, tout en égouttant des pâtes pour ses enfants, avait répondu en soufflant : “Encore ça ? Ce n’est arrivé qu’une fois. Jamais de confiance. Cette fille est venue me demander des bulles, qu’est-ce que je devais lui dire ? Non ? J’aurais dû l’interroger peut-être ?”. Afin d’éviter toute discussion supplémentaire, Marco avait raccroché. Perplexe, mais rassuré par le fait que la faute ne retomberait pas sur lui mais sur sa femme, en cas de farce comme il en était sûr, il avait passé la commande. Puis il s’était levé et était allé se promener.

L’après-midi même, un jeune homme, jamais vu dans le pays, entre dans la mercerie avec des manières polies. “Bonjour, je voulais vous demander s’il ne vous restait pas des bulles de savon, par hasard”, dit-il. Marco, en riant, prend les dernières et les lui tend. “J’en aurais besoin de beaucoup plus : pourrais-je commander des paquets ? Je voudrais, disons, laissez-moi calculer… au moins une dizaine.” “Excusez-moi monsieur, mais chaque paquet contient dix pièces. Vous êtes sûr d’en vouloir cent en tout ?” “Oui, merci”. Marco, de plus en plus étonné, commande dix autres paquets. Ce samedi-là, il recevra cinquante paquets de bulles, soit 500 pièces en tout. Il rappelle au client de venir tôt le matin car, comme il le voit, le magasin est petit et d’autres commandes vont arriver. Le client, en le remerciant, sort.

Au fil des jours, Alice et Marco reviennent plusieurs fois sur le sujet, presque amusés par cette étrange coïncidence. Le jour est venu. C’est un samedi, il est huit heures du matin lorsque les cinquante paquets de bulles arrivent. Comme tous les samedis matin, tout le monde est dans la boutique : Marco, Alice et les trois jeunes enfants. A dix heures, heure d’ouverture, devant la porte du magasin, le jeune homme, Carlo, discute avec Carolina et sa mère Ambra. Marco, soulagé de leur présence et heureux d’avoir fait une bonne affaire ce jour-là, demande : “Voici vos paquets de bulles. Mais je vous demande une curiosité : que fait-on avec cinq cents bulles ?”. Le premier à parler est Carlo : “Ah mais c’est très simple, mon paquet ira à l’école maternelle de ma fille, où il y aura bientôt une fête de fin d’année”. Mme Ambra a ensuite pris la parole : “J’avoue que sur les quarante paquets commandés par ma fille, un était pour moi : je travaille dans un foyer d’accueil et c’est toujours amusant pour les enfants de jouer avec des bulles, c’est une des activités les plus attendues de la semaine !”. Carolina, quant à elle, s’est adressée aux enfants des propriétaires du club : “Finalement, c’est toujours pour eux. Les enfants sont les mêmes partout dans le monde : vous avez des bulles et vous les rendez heureux, incrédules, émerveillés ! Les enfants sont tous les mêmes, c’est leur passé qui est différent. Ces trente-neuf paquets de bulles vont partir avec moi en mission, pour les emmener dans un camp de réfugiés à la frontière de la Syrie”. Et c’est ainsi que, dans une petite mercerie sur les pentes d’une chaîne de montagnes, une petite fille nommée Elisabetta, fille d’Alice et Marco, les propriétaires de la boutique, ouvre son petit sac à main rose et en sort une petite peluche qu’elle tend à Carolina, pour qu’elle l’apporte aux enfants qu’elle rencontrera, sans rien dire, discrètement, donnant une incroyable leçon de vie à tous ceux qui sont présents, comme, parfois, seuls les enfants savent le faire.

La grande storiella di Mohammed

Mi chiamo Mohammed e sono di Aleppo, in Siria. Vivevo nella campagna di Aleppo, dove ho studiato dalle elementari alla scuola superiore. Avevo degli ottimi voti, ma nonostante questo, non erano abbastanza alti per poter accedere all’università di medicina. Perché sai, in generale, in Siria, molti puntano a diventare dottori: è una questione culturale. Così ho ripetuto la maturità per cercare di ottenere voti più alti ancora, ma nuovamente non sarei stato ammesso alla facoltà di medicina. Così ho deciso di passare a ingegneria, a Damasco: è l’università con un livello più alto rispetto alle altre. E, infatti, quest’università ha potuto offrirmi grandi opportunità. Ho deciso così di trasferirmi da Aleppo a Damasco. Era una sorta di università privata, dove avevo anche una stanza, gratis. Ho studiato per due anni quelle che sono le basi dell’ingegneria: dalla chimica alla fisica, oltre, ovviamente, alla lingua inglese. Inoltre, essendo l’istituto fondato dalla Francia, ho dovuto studiare il francese per 10 ore alla settimana , (ndr. La Siria è stata colonia francese fino al 1944). Così il mio francese ha continuato a migliorare fino a quando, al terzo anno accademico, ho deciso di specializzarmi in ingegneria elettronica, ottenendo la possibilità di andare a studiare, per la laurea magistrale, in Francia. Già al tempo vedevo il mio futuro come insegnante, mi immaginavo mentre cercavo nuovi modi per far capire la matematica ai ragazzi. Ho colto quindi l’occasione, ne ho ovviamente prima discusso con la mia famiglia, che mi ha incoraggiato a partire. È stato un bel viaggio, era la prima volta che prendevo un aereo e che andavo a Parigi. Due miei amici dell’università, che erano partiti l’anno prima, mi hanno potuto ospitare e aiutare all’università e a trovare una sistemazione. E così è iniziata la mia avventura in Francia, era il 2009.

La Siria prima della guerra

La situazione in Siria, a quel tempo, era molto calma. Sono solo potuto rientrare in Siria al secondo anno di università. Era il 2011, l’anno dell’inizio della rivoluzione. La guerra era iniziata e la Siria non era più come l’avevo lasciata. C’erano due fronti principali: gli oppositori e il regime. L’università dove studiavo, quindi Damasco, era dalla parte del regime; mentre il paese dove provengo, nella campagna di Aleppo, sosteneva i ribelli. Così son dovuto passare dall’area del regime a quella dei ribelli. Ho dovuto attraversare diversi check-points, avendo la perenne sensazione di potere essere arrestato o trattenuto sia dal regime e sia dai suoi oppositori. Dal momento in cui venivo dalla campagna di Aleppo, da cui proviene gran parte dei ribelli contro il regime, i militari mi dicevano: “Ti conosciamo, sappiamo da dove vieni” ma in realtà in quel momento vivevo a Damasco. Allo stesso modo, venivo guardato con sospetto, dalle persone che non mi conoscevano, quando tornavo dalla mia famiglia, ad Aleppo, perché venivo dalle zone del regime e lavoravo nelle zone del regime, a Damasco.

Eri sempre un nemico: sia per le persone di Damasco che sostenevano il regime, sia per gli abitanti di Aleppo, suoi oppositori. La domanda allora sorge spontanea: perché hai deciso di tornare?

Quando sono partito non avrei mai potuto immaginare che la situazione sarebbe cambiata in questo modo. Possiamo comunque dire che l’ho fatto per due motivi. Il primo motivo era che per partire per i miei studi a Parigi, mi hanno chiesto una sorta di assicurazione sul fatto che, dopo essermi laureato, sarei tornato in Siria. Così mio zio ha dovuto fare da garante: se non fossi tornato avrebbe dovuto pagare lui ed era il referente, in loco, responsabile delle mie azioni.  Non volevo che accadesse nulla a mio zio. E la seconda ragione è dovuta al fatto che il secondo anno, ho deciso che avrei sposato una ragazza, mia cugina. Ero tornato quindi per preparare le nozze, che sono poi avvenute proprio nella mia terra, nella campagna di Aleppo, durante le vacanze. Non è stato facile, per esempio non avevamo neanche la luce, ma comunque ce l’ho fatta. Per farti capire la situazione, fino al giorno prima c’erano stati bombardamenti nella zona. Ma non importa, bisogna continuare a vivere, la vita va avanti. Così ci siamo sposati.

I motivi del ritorno sono stati la famiglia e l’amore.

Esatto! Sono poi dovuto ritornare a Parigi e non ci siamo visti per un anno, anche se ovviamente eravamo sempre in contatto. Mia moglie è riuscita a lasciare la campagna, per andare nel centro di Aleppo, che era al momento sotto il controllo del regime di Assad, perché suo padre lavorava in città. Nel frattempo, ho ottenuto la laurea a Parigi, e sono tornato a Damasco. Intanto si andava avanti con la rivoluzione. Da Damasco vedevo bombardare le zone degli oppositori: potevo vedere i miei amici e la mia famiglia venir bombardata e non potevo fare nulla. È stato come vivere all’inferno.

Quando hai deciso e potuto lasciare la Siria per venire in Turchia?

Avevo un primo problema: il servizio militare. È obbligatorio per tutti i ragazzi in Siria e avrei dovuto farlo nel periodo in cui ero a Parigi. Ho cercato di farmi fare carte false per starne lontano, volevo infatti lasciare Damasco. Il problema è che è un documento assolutamente richiesto ai check-points e se non sei in regola vieni spedito direttamente al servizio militare. Ho vissuto per due anni con la paura di essere scoperto, dal 2012 al 2014. Avevo paura di essere arrestato da un momento all’altro. Durante questo periodo sono riuscito comunque a trovare un modo per tornare ad Aleppo: un viaggio che prima della guerra sarebbe durato solo due ore, ora ne durava 12. Abbiamo salutato le famiglie e mi sono presentato, alla fine del 2014, al check-point con mia moglie e mio figlio per andare in Turchia. In un unico giorno siamo passati dalla zona di regime, ad Aleppo per salutare la famiglia di mia moglie per passare poi il confine che ti porta nella provincia turca di Hatay. La parte del viaggio per cui ho avuto più paura è stato quello tra Damasco e Aleppo perché passava proprio sulla cross-line che divide il regime con l’opposizione. Arrivato ad Aleppo ho realizzato che non sarei più stato fermato o arrestato per il servizio militare. E così quella sera stessa, dopo aver salutato mio fratello, sono andato verso Idleb, per passare il confine. Lì abbiamo pagato 300 dollari a testa, ora so che chiedono 2000 dollari ed è più complesso dopo la costruzione del muro. Dopo, abbiamo preso una macchina da Hatay, dove c’erano già molte persone arabe nella zona, e ho deciso di portare la mia famiglia qui a Kilis, dove altri miei famigliari vivevano già da tempo, come mia mamma e le mie sorelle. Dopo due giorni è arrivato anche mio padre. Dall’inizio del 2015 vivo qui con la mia famiglia.

Che lavoro fai qui?

Sono un insegnante di matematica e aiuto, inoltre, studenti siriani, non solo in matematica, a studiare.

Ti senti al sicuro a Kilis?

Qui mi trovo bene ed è molto più sicuro rispetto alla Siria. Anche se, devo dire, la situazione sta cambiando: sono spaventato perché ho di nuovo paura di essere rimandato indietro, in Siria. Perché qui i rifugiati hanno solo un permesso temporaneo. Non è una situazione per cui possiamo stare per sempre.

Ma ti hanno dato un documento d’identità, sei qui regolarmente, tramite il Kimlik.

Sì, e devo dire che riceviamo diversi supporti dallo Stato. Ma per esempio sappiamo che questo governo ci sostiene adesso, ma non sappiamo come andrà nella prossima legislatura, sappiamo che ci sono parti delle opposizioni che vorrebbero mandarci a casa. Siamo spaventati per questo.

Consideri che la politica di Erdogan sia stata buona per voi?

Per me, sì. Non posso parlare in generale, per altre questioni. Ti posso dire che per i siriani sia il governo e sia la stessa popolazione turca ci hanno accolti e aiutati bene. Sono state le stesse persone turche ad aver aiutato a trovare un posto, una casa a molti siriani all’inizio della guerra. Poi bisogna dire, per la situazione di oggi, che qui a Kilis ci sono tanti siriani, che non si sono sempre comportati bene, rischiando di dare una brutta immagine di noi nei confronti dei turchi.

Ma è stato lo stesso Erdogan a decidere di costruire il muro, quindi immaginavo che la politica di Erdogan non potesse essere considerata positivamente.

Hai ragione, per alcuni siriani non lo è. Per me ha preso decisioni a causa delle pressioni dell’opposizione. Sono stati gli oppositori a chiedergli conto del perché facesse arrivare i siriani e desse loro soldi, nonostante la popolazione turca avesse dei problemi. Io credo si sia sentito obbligato a farlo. Per i siriani, per esempio anche andare all’università era praticamente gratis, mentre i turchi dovevano pagare. Ora, a partire da un anno, anche i siriani devono pagare. Perché sta cambiando? Secondo me per le opposizioni che chiedono spiegazioni sul perché noi siriani viviamo qui gratis, andiamo a scuola gratis e riceviamo tanti aiuti, come la sanità che per noi è pubblica e per i turchi è a pagamento.

Che cosa ti di più della Siria e credi di poterci tornare un giorno?

Parlare. Anche se ho imparato il turco, io amo l’arabo. Come insegnante, se non mi fossi specializzato in matematica, sarei voluto diventare insegnante di arabo. Mi piace essere qui anche perché ci sono molti siriani, ma ovviamente devo sempre avere a che fare con il turco. Mi piaceva, invece, poter sempre e liberamente parlare arabo. Questo è quello che manca di più. La mia famiglia è qui, quindi non mi manca nulla di lì. Ho dovuto lasciare abbastanza presto Aleppo per andare prima a Damasco, poi a Parigi e di nuovo Damasco quindi non mi sento particolarmente attaccato al mio paese.

Non vorrei tornare indietro, assolutamente. Non credo che la situazione possa migliorare in dieci o vent’anni.

E i tuoi bambini?

Sto insegnano loro l’arabo, e la nostra cultura e tradizioni. Io voglio rimanere qui, ho pianificato la nostra vita qui, per il futuro se vorranno potranno forse andare. Ma, lo ribadisco, non vedo il mio futuro in Siria.

Mohammed’s grande storiella

My name is Mohammed, I come from Aleppo, Syria. I grew up in the countryside of Aleppo where I studied from the primary to the high school. I had very good grades, but they were not high enough for me to get into medical school. Generally, in Syria many people aim to become doctors: this is part of our culture. Therefore, I decided to do again the high school diploma to get a better grade. I had a better grade, but it was again not enough to be admitted to medical school. So, I decided to switch to engineering, in Damascus: this university has higher standard than the others and its level can be compared to the “Grandes Ecoles” in France. Indeed, this university offered me great opportunities, so I decided to move from the countryside of Aleppo to Damascus. It was a private institution, and I also had a room, for free. For two years I was taught the basics of engineering with subjects like chemistry, physics but also English. Since the institute was founded by France, I had to study French for 10 hours a week. Thus, my French continued to improve until, in my third academic year, I decided to specialise in electrical engineering which I did not find very interesting. In spite of this, I had good grades and the teachers gave me the possibility of gaining a scholarship to go to France to study for my master’s degree. I had the choice among Engineering, Physics and Mathematics. Actually, I preferred mathematics, because I like numbers and, in addition to that, I saw my future as a teacher, imagining myself looking for new ways to make children understand mathematics. So, I took the opportunity, I obviously discussed it first with my family, who encouraged me to go. It was a good experience; it was the first time I had taken a plane and gone to Paris. Two friends of mine from university, who had left the year before, were able to host me and help me at university and with the accommodation. And this is how my adventure in France began, it was 2009.

Syria before war

At that time, the situation in Syria was calm and good. During the first year of my master’s degree, I could not go back to Syria and for me spending a whole year without my family, my mother and my brother was not easy at all. After one year in Paris, my French got better and better. I could only return to Syria during my second year of university. It was 2011, the year when the revolution started. The war had started, and Syria was no longer as I had left it. There were two main fronts: the opponents and the regime. The university where I was studying, then Damascus, was on the side of the regime; while the town where I came from, in the countryside of Aleppo, supported the rebels. So, I had to go from the regime area to the rebel area. I had to pass through several checkpoints, having the feeling of being arrested or detained by both the regime and its opponents. From the moment I came from the Aleppo countryside, where most of the rebels against the regime come from, the military would tell me: “We know you, we know where you are from”. In reality, I was living in Damascus at the time. Similarly, I was looked upon with suspicion, by people who did not know me, when I returned to my family, to Aleppo, because I came from the regime areas and worked in the regime areas, in Damascus.

You were always an enemy: both for the people of Damascus who supported the regime and for the inhabitants of Aleppo, its opponents. The question then arises: why did you decide to return?

When I left, I could never have imagined that the situation would change in this way. However, I decided to return for two reasons. The first reason was that, in order to leave for my studies in Paris, they asked me for some kind of insurance that I would return to Syria after I graduated. So, my uncle had to act as guarantor: if I did not return, he would have to pay and he was the person, on the spot, responsible for my actions. I did not want anything to happen to my uncle. And the second reason is for love. I would have married a girl, my cousin. Therefore, I came back to prepare for the wedding, which then took place in my own land, in the Aleppo countryside, during the holidays. It was not easy, for example we did not even have electricity, but nevertheless I made it. To make you understand the situation, until the day before there had been bombings in the area. But no matter, you have to go on living, life goes on. So, we got married. Basically, I went back for family and love.

After the wedding, I had to come back to Paris alone. At that time, my wife left the countryside and went to Aleppo, which was under the Assad Regime, because her father worked there. In the meantime, I got my degree in Paris and returned to Damascus. The problem was now that my wife was in Aleppo and I could not bring her to Damascus, because I lived a very small room. For six months I had tried to have a bigger house where to live and the research was successful thanks to one of my friends who left his house to go to Paris for his PhD. So, the house where he lived was empty and we had an agreement to get there. At that time, I was finally able to live in Damascus with my wife. Meanwhile, the revolution was going on. From Damascus I could see opposition areas being bombed: I could see my friends and family being bombed and I could do nothing. It was like living in hell.

When did you decide, and could you leave Syria to come to Turkey?

I had a first problem: military service. It is compulsory for all the boys in Syria and I should have done it while I was in Paris. I tried to get myself to stay away from it through a fake paper and I had a plan to leave Damascus. The problem is that it is an absolutely required document at checkpoints and if you do not have it, you are sent straight to military service. I lived for two years with the fear of being discovered, from 2012 to 2014. I was afraid of being arrested at any moment. However, during this time I managed to find a way back to Aleppo: a journey that before the war would have taken only two hours, now took twelve hours. We said goodbye to our families, and I showed up at the checkpoint with my wife and son at the end of 2014 to go to Turkey. In one day, we passed through the regime zone, into Aleppo to say goodbye to my wife’s family and then across the border into the Turkish province of Hatay. The part of the journey I was most afraid of was the one between Damascus and Aleppo because it passed right on the crossline that divides the regime and the opposition. When I arrived in Aleppo, I realised that I would no longer be stopped or arrested for military service. So that very evening, after saying goodbye to my brother, I went towards Idleb to cross the border. There we paid 300 dollars each, now I know they ask for 2000 dollars, and it is more complicated after the construction of the wall. Afterwards, we took a car from Hatay, where there were already many Arab people in the area, and I decided to bring my family here to Kilis, where other family members of mine had already been living for some time, like my mother and sisters. After two days, my father also arrived. I have been living here with my family since the beginning of 2015.

What do you do here?

I am a maths teacher and I also help Syrian students, not only in maths, to study.

Do you feel safe here in Kilis?

I am happy here and it is much safer than in Syria. Although, I have to say, the situation is changing: I am scared of being sent back to Syria. Because here refugees only have a temporary permit. It is not a situation where we can stay forever.

But they gave you an identity card, you are here regularly, through the Kimlik.

Yes, and I must say that we receive different supports from the government. But for example, we know that this government supports us now, but we do not know how it will go in the next legislature, we know that there are parts of the opposition that would like to send us home. We are scared because of that.

Do you consider Erdogan’s policy to have been good for you?

For me, yes. I cannot speak in general, for other issues. I can tell you that for the Syrians, both the government and the Turkish people themselves have welcomed us and helped us well. It was the same Turkish people who helped many Syrians find a place, a home at the beginning of the war. Then it must be said, for today’s situation, that there are many Syrians here in Kilis, who have not always behaved well, risking giving a bad image of us to the Turks.

But it was Erdogan himself who decided to build the wall, so I imagined that Erdogan’s policy could not be viewed positively.

You are right, for some Syrians it is not. For me, he made decisions because of pressure from the opposition. It was the opponents who asked him why he was letting the Syrians come and giving them money, despite the fact that the Turkish population had problems. I think he felt obliged to do so. For the Syrians, for example, even going to university was practically free, while the Turks had to pay. Now, as of a year ago, Syrians also have to pay. Why is this changing? I think it is because of the opposition asking for explanations as to why we Syrians live here for free, go to school for free and receive a lot of aid, such as health care, which for us is public and for the Turks is paid for.

What do you like most about Syria and do you think you might return there one day?

The language. Although I learnt Turkish, I love Arabic. As a teacher, if I had not specialised in mathematics, I would have wanted to be an Arabic teacher. I also like being here because there are many Syrians, but of course I always have to deal with Turkish. I liked being able to speak Arabic all the time and freely. That is what is missing the most. My family is here, so I do not miss anything from there. I had to leave Aleppo quite early to go first to Damascus, then to Paris and Damascus again so I do not feel particularly attached to my country. I wouldn’t want to go back, not at all. I do not think the situation can improve in ten or twenty years.

What about your children?

I am teaching them Arabic, and our culture and traditions. I want to stay here, I have planned our life here, for the future if they want, they can perhaps go. However, I do not see my future in Syria.

La grande storiella di Ghina

Martedì 4 aprile Ghina Marjmak non fa rientro da scuola. La bambina, di soli nove anni, verrà ritrovata impiccata in un pozzo. Oltre alla brutalità dell’esecuzione, e la morte di una bambina che è sempre da considerarsi una tragedia immane, c’era un’importante particolarità che rischiava di rendere questo omicidio, un caso internazionale. È stato infatti arrestato un uomo di origine turca per l’uccisione della bimba siriana. Nell’accogliente e inclusiva città di Kilis, nel sud-est della Turchia, a soli 7km dal muro che confina con la Siria, non era mai accaduto nulla di simile. Gran parte dei profughi siriani sono arrivati prima della costruzione del muro, nei primi anni della guerra in Siria: questo significa che sono circa dieci anni che la convivenza tra turchi e siriani è sempre stata pressoché pacifica, fino a qualche giorno fa. Durante il funerale, lo stesso Erdogan è intervenuto per fare le condoglianze e invitare alla collaborazione, ma come si potrà vedere dalle parole della famiglia di Ghina Marjmak, quest’ultima è già in atto.

L’incontro con la famiglia di Ghina avviene l’ultima sera della missione con l’associazione “Una Mano per un Sorriso – for Children” con la quale mi ero recata in Kenya, l’anno scorso. Dopo esserci tolti le scarpe all’ingresso dell’abitazione, come consuetudine quando si è ospiti da una famiglia siriana, entro in una stanza composta esclusivamente da uomini. Mi siedo, senza saperlo, di fronte al padre che, seduto al centro del divano, aspetta l’incontro. L’aria non è appesantita, il fumo aleggia, gli uomini chiacchierano tra di loro, ci viene portato il caffé siriano e dall’angolo del divano, vicino alla poltrona dove Majad, nostro interprete siedeva, faccio poche domande. Le risposte sono lineare, secche, incisive e, secondo me, straordinarie.

Posso chiedere la storia della famiglia, da dove venite e quando avete lasciato la Siria per venire a Kilis, in Turchia?
Nell’agosto del 2012, abbiamo lasciato Aleppo per venire a Kilis, e nell’arco di una settimana siamo riusciti a portare qui l’intera famiglia. Siamo arrivati in maniera illegale, ma poi qui abbiamo ottenuto il documento Kimlik, una sorta di carta d’identità che viene rilasciata ai siriani.

Prima di quello che è successo vi sentivate al sicuro qui a Kilis?
Quello che è successo è solo un incidente che può accadere ovunque, anche se molto raramente.

Siete arrabbiati?
C’è una certa rabbia per questo tipo di situazione. C’è ed è vero. Ma c’è un governo, ci sono delle autorità e crediamo nella giustizia.

Dopo quanto accaduto, credete che il rapporto tra turchi e siriani possa cambiare?

La relazione è ancora buona. Mio figlio proprio adesso sta lavorando con le autorità turche, così come i suoi fratelli e le sorelle. Non vogliamo che questo caso crei problemi, vogliamo che questo rafforzi il rapporto, non che lo danneggi.

All’inizio c’erano due sospetti, entrambi turchi. Hanno arrestato qualcuno?
Un turco. Un uomo criminale, affetto da droghe. Un uomo cattivo. Ha commesso un crimine e pagherà, tramite la giustizia. Abbiamo ricevuto sostegno dalla comunità turca e siamo con loro.

Qual era la grande storiella di Ghina?
Era una bambina di buon cuore. Ogni giorno voleva portare regali alle sue insegnanti, come rose o altri fiori e anche le stesse insegnanti le volevano bene. Le piaceva ballare. Amava gli animali, soprattutto i gatti. Era la nona figlia: aveva quattro fratelli e quattro sorelle. Era l’ultima arrivata.
Noi veniamo da un quartiere povero, umile ma sia la comunità turca e sia la comunità siriana ci sono tanto vicine.

L’arrivo della mamma, unica donna seduta in mezzo agli uomini, accanto a suo marito, cambia leggermente la situazione. Anche lei crede nella giustizia ma è arrabbiata. L’unica cosa da fare è punire chi ha commesso il reato. Hanno arrestato l’uomo e il processo inizierà a breve.

Ogni volta che provo a rivolgermi personalmente a lei, rispondono gli uomini. Credo che le parole più sincere che mi abbia rivolto siano quelle che non ci siamo dette: quando si è avvicinati per mostrarmi le foto e i video di Ghina. E lì, senza alcun bisogno del traduttore, ci siamo abbracciate.

Informazioni che possono essere utili:

Kilis è nel sud-est della Turchia, ed è una delle città e delle province con il maggior numero di profughi siriani. Secondo dati dell’anno scorso questi superavano il 40% della popolazione, ma il dato è sicuramente salito nel corso del tempo.

Il Kimlik è un documento d’identità temporaneo, che permette ai siriani di avere un serie di servizi, tra cui la sanità gratuita.

L’associazione Una Mano per un Sorriso – for Children lavora da anni nella zona, per portare aiuti umanitari alle famiglie profughe siriane, a questo link si accede al sito per scoprire il progetto.

A gaiola

Cem e um, cem e dois. O vizinho de casa tinha posto música jazz. Cem e cinco, cem e seis, cem e sete. O volume está muito alto, trata-se de um pianista. Um raio de sol atravessa a janela do quarto, a revelar as marcas de uma lavagem demasiado apressada das suas vidraças, a demonstrar que apenas a parte inferior tinha sido limpa: a parte superior é demasiado difícil de alcançar. Cento e dezasseis, cento e dezassete, cento e dezoito. A luz bate no lado direito da secretária, a deixar a cadeira e a pessoa sentada sobre ela na sombra. Os seus braços estão cruzados sobre a secretária, onde descansa a cabeça com o seu cabelo desarrumado que chega até aos ombros. A palma da sua mão direita permanece totalmente colada à superfície da mesa, a deixar apenas o seu dedo mindinho para bater o ritmo que vem da sala ao lado. Cento e vinte e quatro, cento e vinte e cinco, cento e vinte e seis, cento e vinte e sete. Agora o dedo mindinho muda de ritmo, parece seguir uma nova música. Cento e trinta e um, cento e trinta e dois. Certamente é um ritmo peculiar, porque os dedos que batem na secretária passaram a ser quatro. Todos excepto o polegar. Não é música, é impaciência. Escrever música deveria ser o resultado da impaciência; no entanto, a música é apenas o produto da paciência, do cuidado, do tempo. Talvez Ele esteja a pensar nisso também. Ou será uma Ela? Quem é esta pessoa que está a gastar cento e quarenta e quatro, cento e quarenta e cinco, cento e quarenta e seis segundos, com os olhos abertos, nesta posição? Talvez esteja a pensar? Nunca saberemos. Pois ao aproximarmo-nos do seu rosto, coberto pelos seus braços, parecemos entrever uma testa larga e distendida, como o seu pai. Se nos virarmos, notamos que o seu corpo é alto, seco, como a sua mãe. Se nos aproximamos, vemos um rosto triste, com toda a certeza molhado. Mas não podemos dizer mais nada, porque permanecemos em silêncio, apenas para perceber que o bater dos dedos na mesa equivale à duração de um segundo. Os quatro dedos descansam em sequência e estamos a cento e cinquenta e nove; dedos que se levantam novamente, cento e sessenta; dedos que se levantam novamente, cento e sessenta e um. Entretanto, a luz move-se cada vez mais para a direita, a iluminar parte da sua cabeça, com o cabelo escuro, ligeiramente ondulado. À volta da sua figura, o ar é pesado. Certamente não foi mudado desde que acordou. A luz desloca-se agora para o centro da mesa onde, em frente dos braços cruzados, se encontra uma caixa. Cento e setenta e cinco, cento e setenta e seis, cento e setenta e sete. Não é uma caixa, é uma gaiola. Claro que é uma gaiola: 15 cm por 13 cm por 20 cm. Tem pequenas barras que cobrem os seus quatro lados, por baixo está fechada, por cima tem uma pequena porta com um temporizador. Sim, parece o clássico temporizador do forno, o temporizador do microondas. E é de lá que vem o ritmo. Cento e noventa, cento e noventa e um, cento e noventa e dois. Dentro da gaiola está um telemóvel, que se acende continuamente. Não são mensagens mas notificações: um novo vídeo foi postado, os correios eletrónicos chegaram, há atualizações de Fantasy football e outros jogos descarregados. E, entretanto, estamos em duzentos e dez, duzentos e onze, duzentos e doze. Agora a gaiola de plástico está completamente iluminada. Lentamente a cabeça sobe, para depois descansar apenas de um lado, no cotovelo direito. Os seus braços permanecem cruzados sobre a mesa. Entrevemos assim um olho verde com manchas amarelas: como o seu pai. Vemos assim sardas tímidas sob uma olheira muito pronunciada: como a sua mãe. Duzentos e trinta. Pequenas gotas cristalizam a parte exposta da sua testa, e correm pela sua cara, os seus cílios a barrar o seu caminho. Até as suas mãos deixam marcas de suor sobre a secretária. Será que ele vai ter calor? Frio? Duzentos e cinquenta. A perna direita começa a dançar, duzentos e sessenta. O olho fecha-se. Duzentos e setenta. Um braço distende-se, duzentos e oitenta. A mão agarra a gaiola, duzentos e noventa. É isto, finalmente, o rosto será revelado, conheceremos a identidade do personagem da história. Trezentos. A gaiola começa a tremer, o temporizador termina de contar os segundos. A mão direita abre a gaiola, o rosto permanece brevemente exposto. Poderemos finalmente ver o seu rosto, compreender quem é, mas não temos tempo para isso. Ele pega no seu telemóvel, trá-lo à frente dos seus olhos e sorri. Ele diz em voz baixa: “Cada vez melhor”. A gaiola fecha-se novamente: um novo recorde foi batido. Trezentos segundos sem usar o telemóvel, trezentos segundos de abstinência. E agora que o ecrã está de volta à frente dos seus olhos favoritos, duas horas passam em paz, agachado e deitado sobre a mesma mesa, onde cinco minutos tinham parecido uma eternidade.

La cage

Cent, cent et un, cent et deux. Le voisin avait mis de la musique de jazz. Cent cinq, cent six, cent sept. Le volume était fort, c’était un pianiste. Un rayon de soleil traversa la fenêtre de la chambre, montrant les auréoles d’un lavage trop hâtif de ses vitres, montrant que seule la partie inférieure avait été nettoyée : la partie supérieure était trop difficile à atteindre. Cent seize, cent dix-sept, cent dix-huit. La lumière frappe le côté droit du bureau, laissant dans l’ombre la chaise et la personne qui y est assise. Les bras croisés sur le bureau, elle y avait posé sa tête aux cheveux en désordre, qui lui descendaient jusqu’aux épaules. La paume de sa main droite restait entièrement collée à la surface du bureau, ne laissant que son petit doigt battre le rythme venant de la pièce voisine. Cent vingt-quatre, cent vingt-cinq, cent vingt-six, cent vingt-sept. Le petit doigt change maintenant de rythme, il semble suivre une nouvelle musique. Cent trente et un, cent trente-deux. Bien sûr, il s’agit d’un rythme particulier, car ce sont maintenant quatre doigts, sans compter le pouce, qui tapent sur le bureau. Ce n’est pas de la musique, c’est de l’impatience. Écrire de la musique devrait être le résultat de l’impatience ; or, la musique n’est que le produit de la patience, de l’attention, du temps. Peut-être pensait-il aussi à cela, Lui. Ou était-ce plutôt une Elle ? Qui était cette personne qui a perdu cent quarante-quatre, cent quarante-cinq, cent quarante-six secondes, les yeux ouverts, dans cette position ? Peut-être pensait-elle ? Nous ne le saurons jamais. Car en semblant s’approcher de son visage, couvert par ses bras, il nous semble apercevoir un front large et bombé, comme son père. Si l’on se détourne, on remarque que son corps est grand, sec, comme sa mère. Si l’on s’approche, on voit un visage triste, certainement mouillé. Mais nous ne pouvons rien dire de plus, car nous restons silencieux, avant de nous rendre compte que le tapotement des doigts sur la table équivaut à la durée d’une seconde. Les quatre doigts tapent l’un après l’autre et nous en sommes à cent cinquante-neuf ; les doigts tapent, cent soixante ; les doigts tapent, cent soixante et un. Pendant ce temps, la lumière se déplace de plus en plus vers la droite, éclairant une partie de sa tête aux cheveux sombres et légèrement ondulés. Autour de sa silhouette, l’air est lourd. Il n’a certainement pas changé depuis le réveil. La lumière se déplace maintenant vers le centre de la table où, devant les bras croisés, se trouve une boîte. Cent soixante-quinze, cent soixante-seize, cent soixante-dix-sept. Ce n’est pas une boîte, c’est une cage. Bien sûr, c’est une cage : 15 cm sur 13 cm sur 20 cm. Ses quatre côtés sont recouverts de petits barreaux, le dessous est fermé, au-dessus il y a une petite porte avec une minuterie. Oui, cela ressemble à la minuterie classique d’un four ou d’un micro-ondes. Et c’est de là que vient le rythme. Cent quatre-vingt-dix, cent quatre-vingt-onze, cent quatre-vingt-douze. À l’intérieur de la cage se trouve un téléphone portable, qui s’allume en permanence. Ce ne sont pas des messages mais des notifications : une nouvelle vidéo a été postée, des courriels sont arrivés, il y a des mises à jour de fantasy football et des jeux téléchargés. Et pendant ce temps, nous sommes à deux cent dix, deux cent onze, deux cent douze. La cage en plastique est maintenant entièrement éclairée. Peu à peu, la tête se lève, pour se poser d’un seul côté, sur le coude droit. Les bras restent croisés sur la table. On entrevoit ainsi un œil vert avec des taches jaunes : comme son père. On voit ainsi de timides taches de rousseur sous un œil très prononcé, comme sa mère. Deux cent trente, deux cent trente-deux. De minuscules gouttes cristallisent la partie exposée de son front, et coulent le long de son visage, les cils barrant leur chemin. Même ses mains laissent des traces de sueur sur le bureau. Aura-t-il chaud ? Froid ? Deux cent cinquante. La jambe droite commence à danser, deux cent soixante. L’œil se ferme, deux cent soixante-dix. Un bras s’étend, deux cent quatre-vingts. La main saisit la cage, deux cent quatre-vingt-dix. Ça y est, enfin, le visage va se révéler, nous allons connaître l’identité du personnage de l’histoire. Trois cents. La cage commence à trembler, le chronomètre a fini de compter les secondes. La main droite ouvre la cage, le visage reste brièvement exposé. Nous pourrons enfin voir son visage, comprendre de qui il s’agit, mais nous n’en avons pas le temps. Il prend son téléphone portable, le met devant ses yeux et sourit. Il dit à voix basse : “De mieux en mieux”. La cage se referme : un nouveau record a été battu. Trois cents secondes sans utiliser le téléphone, trois cents secondes d’abstinence. Et maintenant que l’écran est de nouveau devant ses yeux, deux heures s’écoulent en paix, accroupi et allongé sur cette même table, là où cinq minutes lui avaient semblé une éternité.